Un bel tacer non fu mai…?

E’ bastata una frase, una laconica frase pronunciata nel silenzio, per essere risucchiata indietro nel passato, come da un vortice. Essenziale nella sua composizione, soggetto e predicato, nessun complemento: istantaneamente mi sono ritrovata in una circostanza simile.

Non si tratta della stessa situazione identica, ma appartiene comunque alla stessa catena di eventi, solo qualche anello di distanza; e non si tratta nemmeno dello stesso ruolo, ma poco cambia.

La mia reazione però viene fedelmente riprodotta: improvvisamente ho la sensazione di essere presa e scaraventata contro un muro, senza nessun preavviso.

Mi è capitato di girare nei mercati del pesce, non quelli rionali di città, ma quelle esposizioni delle località marine, dove arrivano i pescatori col prodotto fresco: prendono le piovre e le sbattono ripetutamente contro uno scoglio, per tramortirle e ucciderle.

Così mi sono sentita allora: tramortita, incapace di associare le frasi ascoltate alla realtà quotidiana, impossibilitata a dare un senso di verità a quella notizia.

La mia mente annaspa nel tentativo di respingere un duro e drastico cambiamento, cercando di rimanere a galla in uno stato di felicità, rinnegando l’ignoto che sarebbe venuto poi.

Empatia, si dice.

Che non ha nulla a che spartire con la simpatia, tutt’altra storia.

Empatia che probabilmente ha come attivatore qualche dato anagrafico e clinico, nulla di più.

E però no, oggi la piovra non sono io, la mia mente lavora alacremente per dissociarsi dalla sensazione in cui è precipitata, per togliersi di dosso lo sconforto appiccicoso di una brutta notizia.

Ma rimango attonita, incapace di pronunciare qualunque commento.

“Mi dispiace” sento dire in risposta a quell’annuncio.

La voce a fianco a me manifesta in sintesi quello che sto provando io stessa, ma lo dice in maniera talmente concisa e repentina che stride con il contenuto semantico di quelle parole.

Non posso affermare che non corrisponda al vero, non posso dire che non gli dispiaccia veramente intendo.

Ma io non riesco a dirlo, proprio perché è così, proprio perché sto provando dispiacere.

Mi capita spesso, quando sono particolarmente felice o l’esatto contrario, di non riuscire a parlare, a dire nulla.

Perché ho la sensazione che qualunque cosa io dica non sia all’altezza, non possa esprimere adeguata gioia o dolore, e anzi che le parole non facciano altro che sminuire l’intensità di un emozione (“feelings are intense, words are trivial” cantavano i Depeche Mode).

Un bel tacer non fu mai scritto, cita il proverbio: a essere rigorosi un bel tacer non fu mai detto, ma diversi bei tacer sono stati scritti, perché un foglio bianco lascia spazio a una misura nell’espressione che permette di dire il proprio pensiero anche a chi, come me, teme talora il rumore delle parole.

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