Scrittura creativa

Ci sono momenti in cui la mia voglia di scrivere è incontenibile: le parole mi frullano in testa come piume soffiate in aria fuori da un cuscino e attendono solo di poter atterrare depositandosi su un foglio, di carta o elettronico.
Mentre volteggiano sospinti dal compressore acceso della mia fantasia, avverbi, sostantivi, aggettivi e preposizioni danzano, si incontrano, si corteggiano, a volte si sposano.
Altre volte invece si insultano, si ignorano, si respingono.
Qualcuno torna insistentemente a proporsi, qualcuno di prepotenza si pone davanti agli altri, qualcuno più timido si nasconde dietro un sinonimo più generico o meno appropriato.
Ma sono tutti accomunati dal medesimo timore di evaporare prima di arrivare a materializzarsi, di non riuscire a concretizzarsi per mezzo dello scorrere di un refill su un foglio o della pressione di un tasto che magnetizzi un insieme di bit in un’area di memoria.
Idee, pensieri, ricordi, concetti sgomitano per riuscire ad accaparrarsi il posto in una frase, un periodo di senso compiuto che riesca ad essere messo nerad azzerarsio su bianco prima di scappare, e poter ritornare chissà quando.
In quei momenti, di fermento produttivo, vorrei avere un registratore collegato col mio cervello, schiacciare il tasto REC e memorizzare in forma di appunti tutti gli spunti vaganti; oppure vorrei premere il tasto PAUSE sulle mie attività quotidiane e fermarmi: accostare l’auto al bordo della strada, sospendere la preparazione della cena, alzarmi nel cuore della notte; uno STOP necessario per poter imprimere anche solo alcuni scarabocchi da poter svolgere in un secondo momento, non troppo in là nel tempo.
In quei giorni, se riesco a crearmi un contesto che mi consente di scrivere, le mie mani iniziano a srotolare sul foglio tutto quello che mi passa per la testa; vanno velocissime, cercano di tenere il passo con tutte le idee che si fanno avanti; il mio coinvolgimento è tale che il battito cardiaco accelera e le mie orecchie escludono dialoghi e rumori esterni.
I pensieri colti al momento opportuno si espandono a dismisura quando trovano sbocco: un concetto che nella testa mi sembrava descrivibile nel giro di due parole chiave inizia sulla carta ad occupare pagine e pagine; ma passato via il momento giusto restano solo quelle due parole, asfittiche, aride.
Per ricostruire un ricordo mi basta chiudere gli occhi e pensare di essere in quel posto: gli elementi iniziano a presentarsi come in un film, ma non riesco a catturarli se non ho la possibilità materiale di scriverli; solo la concreta occasione di scrivere mi aiuta a rimuovere il blocco che altrimenti trattiene tutto dietro una ideale barriera.
Quello che scrivo popola realmente i miei ricordi, è talmente vivido che mi sembra di rivivere alcune situazioni.
Nei momenti più leggeri mi piace anche dare qua e là qualche pennellata di ironia, senza esagerare perché metterebbe tutto in ridicolo e si perderebbe lo scopo originale della mia attività.
Poi la rilettura, l’aggiunta di dettagli che sono rimasti indietro, sono rimasti intrappolati in una fila affollata e non sono riusciti a farsi avanti, perchè altri pensieri hanno preso il loro posto, gli sono passati davanti.
La correzione di vocaboli ripetuti, la sostituzione di alcuni di essi con termini più idonei, l’espletamento di alcuni passaggi incompleti e di alcune frasi troppo dense per stare racchiuse nello stesso periodo: alcuni pensieri troppo complessi escono di primo acchito nella loro forma originale in attesa di trovare una chiave di scrittura più lineare.
L’ordine logico viene ripristinato riportando la stesura di ciascun pensiero al suo posto: quei pensieri portoghesi che hanno saltato la fila vengono ricondotti alla locazione che gli era propria.
In questa fase mi sento come uno scultore che leviga e smussa quello che all’inizio era solo un blocco di pietra e che sta assumendo una forma rappresentativa, come un falegname che arriva a lisciare il tronco di legno da cui era partito, fino a produrre un mobile o una suppellettile.
Durante la rilettura quelle pennellate di ironia mi tengono compagnia, mi fanno sorridere; oppure magari diventano fuori luogo e vengono eliminate.
Mentre scrivo ogni richiamo alla realtà esterna è come un brusco risveglio da un bel sogno, i tentativi di recuperarlo sono impegnativi, la concentrazione necessita di alcuni momenti di avvio come un motore diesel, e come un diesel poi procede ad oltranza una volta riscaldato.
In quei momenti sento che potrei scrivere a riguardo di qualsiasi argomento, in prima o in terza persona, al presente o al passato, di cose note o sconosciute, di argomenti tecnici o filosofici, di situazioni vissute o inventate.
Mi piace scrivere, mi piace l’idea di memorizzare i miei pensieri: sento il vero e proprio bisogno di imprimerli per poterli recuperare in un secondo momento, per poter ricostruire tutto l’insieme delle sensazioni provate in una certa situazione: la percezione del caldo e del freddo, gli odori che permeavano un ambiente, lo stato d’animo provato misurato in aggettivi.
Ad alcuni piace scattare fotografie dei luoghi che visitano, altri più abili sanno disegnare. A me piace tenere traccia di alcuni momenti memorabili definendoli per iscritto, perchè la trovo una forma più completa di archivio, nella quale posso aggiungere, rispetto ad un elaborato grafico, altri elementi come le emozioni provate, le sensazioni, le impressioni: una sorta di fotografia in 3D.
Mi piace la musicalità che possono assumere le frasi grazie alle parole che la compongono.
Mi piace anche essere letta: mentre scrivo mi dà l’incentivo ad essere precisa, dettagliata, esaustiva; mi esorta a sforzarmi di spiegare anche quelle cose che adesso mi sembrano evidenti e scontate, ma in realtà lo sono solo per me; dopo, quando ricevo un riscontro, mi piace la consapevolezza di aver contagiato qualcuno con la mia stessa esperienza, di essere stata in grado di calare un estraneo nei miei panni e fargli provare quello che ho provato io, perchè mi sembra di farmi un alleato, qualcuno che, una volta capito ciò che ho provato, tifa per me.
Mi piace, mentre scrivo, immaginare chi mi legge, immedesimarmi in lui; in quel momento divento uno specchio nello specchio: io che vedo l’altro che vede me che vedo l’altro …
Mi piace rileggere più volte lo stesso pezzo e ciascuna volta sforzarmi di leggerlo come se io in quel momento fossi qualcun’altro, qualcuno in particolare che conosco, cercando di immaginarmi e di riprodurre in me le sensazioni che può provare.
Il pensiero che altri conoscano esattamente quello che penso mi inorgoglisce e mi spaventa al contempo: da un lato vado fiera del fatto che ci siano persone che dedicano del tempo a me, sia pur indirettamente; dall’altro sento forte il rischio di mettermi a nudo, di giocare a carte completamente scoperte.
Che poi in realtà ognuno interpreta ciò che legge a modo suo, secondo le sue personali esperienze.
Scrivere mi offre la possibilità di esprimermi senza il rischio di essere interrotta e quindi di riuscire ad arrivare fino infondo a dire ciò che ho in mente di dire, senza che la risposta del mio interlocutore o il suono di un telefono deviino il volo originale del mio pensiero.
Talora mi astraggo e mi sembra di stare mettendo troppo pathos, di essermi lasciata prendere troppo la mano e star dicendo cose che vanno oltre la reale portata; sento di essere troppo melodrammatica rispetto alla situazione reale e allora cerco di correggere il tiro; altre invece sono talmente coinvolta che ogni rilettura mi lascia una sensazione di freddo, di non aver saputo esprimere totalmente le mie sensazioni, di non riuscire a far capire che, per quanto sia chiaro, per me è molto più forte di quello che può apparire.
Scrivendo mi chiarisco le idee, le riordino; e anche mi convinco di una cosa o del suo contrario. Tutto diventa più lineare, mi sembra più facile giustificare una decisione e non tornarci più su: se una frase di senso compiuto è nero su bianco, e io l’ho scritta, allora è così, diventa verità e diventa la cosa giusta.
E’ per questo motivo che a volte mi blocco con il timore di stare scrivendo una cosa che non corrisponde alla realtà e della quale poi sarei costretta a convincermi.
Mentre scrivo mi ripropongo la sfida di mettere il mio prossimo nei miei panni: vorrei arrivare a farlo ridere come capita di ridere a me, con le ganasce dolenti e gli addominali così contratti da reclamare un ritorno alla serietà; vorrei farlo commuovere come capita a me, quando sento i brividi a pelle anche in piena estate, mentre sto sudando; vorrei farlo piangere come capita a me, fargli sentire le lacrime che inondano gli occhi e un rivolo che inizia a scendere lungo le gote, e la voce interrotta se prova a leggere ad alta voce; vorrei farlo arrabbiare come capita a me, con la voglia di scaraventare contro il muro la prima cosa che mi capita sottomano; vorrei fargli provare la sensazione di illuminazione che provo io quando vengo a capo di un ragionamento con una brillante intuizione.
Ci sono poi altri momenti in cui la mia vena creativa è arida, sterile, infeconda; se le circostanze non mi permettono di scrivere, nemmeno me ne accorgo, ma se capita che ho un po’ di tempo a disposizione mi piacerebbe utilizzarlo per esprimere tutti quei concetti che chiedevano a gran voce di uscire dalla mia testa assumendo una forma esplicita.
In quei momenti la mia mente funziona come una pompa che pesca a vuoto: tanto rumore, puzza di bruciato ma solo danni, nessun prodotto idoneo alla lettura da parte di altri.
Pensieri costipati, ricordi archiviati in angoli troppo reconditi per essere estratti e riportati in vita, idee camaleontiche in continua mutazione, la cui veste non è definibile con termini coerenti.
Pensieri che avevano trovato una loro esternazione in forma di bozza e che attendevano degno sviluppo, riescono ad essere espressi in maniera insoddisfacente, appaiono arzigogolati e contorti a me stessa che li ho formulati.
Pensieri scappati: un bel sogno che è svanito, cancellato al risveglio dalla realtà.
Una sensazione simile al ricordo di una canzone che piace, ma di cui non si riesce a riprendere la musicalità: si conoscono le parole ma non vengono le note; la lettura di un pentagramma non riesce ad essere di aiuto, non è immediata come lo è la sequenza delle note che scorre fluida quando la canzone ritorna in mente si ripropone senza richiedere nemmeno attività cerebrale.
Certi pensieri sono come i frutti di stagione: vanno colti ed assaporati in quel luogo e in quel momento; a distanza rischiano di perdere tutto il loro sapore. Così alcune espressioni calzanti non vengono fuori in qualsiasi momento: come il ferro finchè è caldo si plasma facilmente ma poi a distanza diventa poco malleabile, così alcune sensazioni riescono ad essere tradotte in maniera realistica in certi momenti, ma poi perdono di intensità e rimangono inespresse.
Quando scrivo in questi momenti no le frasi si succedono come può girare un ingranaggio arrugginito e poco oliato: scricchiolano, stridono, il dente rischia di scappare dalla catena, come quando si pedala su una bicicletta che ha la corona con qualche dente mancante, e ad ogni giro dei pedali ci si accorge di non riuscire a trasmettere la stessa forza che si sta imprimendo.
Spesso comunque, e indipendentemente da quale momento tra i due descritti avvolga il contesto in cui scrivo, mi manca la forza per esprimere una conclusione, un sillogismo che faccia da epilogo a quanto ho raccontato.
Alcuni lettori si lasciano coinvolgere dalle mie narrazioni e quando arrivano alla fine restano delusi, amareggiati per la mancanza del finale; appena ne hanno l’occasione mi chiedono ‘e poi? come va a finire?’.
Eh …non lo so! Non lo so come va a finire, anzi vorrei che chi mi legge mi prestasse alcune delle sue ipotesi.
Vorrei che come in molti film bastasse il titolone ‘THE END’ a sancire la fine dell’opera, oppure vorrei poter continuare a scrivere e scrivere finchè il lettore che si stanca e abbandona il testo, incurante di quello che potrebbe essere il seguito, un po’ come certe canzoni che non chiudono in maniera netta ma sfumano ripetendo il ritornello all’infinito mentre il volume decresce fino ad azzerarsi ad azzerarsi
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3 Replies to “Scrittura creativa”

  1. Beh, sono riuscita ad arrivare fino alla fine. Mi hai messo a dura prova ma ce l’ho fatta. Sei un fiume in piena. Una capacità di analisi che un po’ t’invidio. Io tendo sempre alla sintesi al contrario di te. Ciao. 😉

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