Incredibile di certo, ma poi… vero o falso?

Ci sono argomenti tabù che generalmente evito, non perché io non abbia una mia precisa opinione in merito, ma perché non esistendo un giusto e uno sbagliato, trattandosi di opinioni appunto, non voglio dare adito a sterili dibattiti alla stregua della contrapposizione tra pandoro e panettone.

Prendo pertanto solamente spunto da un tema di attualità, anzi strettamente da una notizia di cronaca, per descrivere il mio stato d’animo rispetto al giornalismo e a tutto il sistema di manovra dell’opinione pubblica.
Chiedo cioè a chi mi legge di non limitarsi a guardare il dito, se indico la luna.
Alcuni giorni fa ho letto le locandine del giornale di Vicenza, nota testata locale, titolare allo scandalo nell’ospedale civile cittadino, il San Bortolo, a causa di una presunta competizione tra il personale sanitario a chi infilava l’ago più grosso ai pazienti.
Una specie di ‘chi la fa più distante’ (alias chi ce l’ha più duro) ma sulla pelle dei pazienti, già sofferenti per altre cause.
La mia mente è subito corsa ad uno dei miei rarissimi ricoveri, quello per la nascita di Viola, e a quell’infermiera praticante che per infilarmi appunto l’ago mi ha provocato una delle maggiori sofferenze di tutto il percorso che ha portato alla nascita della mia secondogenita.

E non lo sto dicendo per esagerare.
Però mi sono rifiutata di leggere l’articolo perché non voglio nemmeno per un istante pensare che quello fosse un atto di sadismo e non semplicemente di inesperienza.
Conoscendo lo stile della testata, immagino che possa aver usato tutto il sadismo mancato alla mia infermiera per riprodurre nella testa dei suoi lettori altrettanta sofferenza.
La notizia ha riscosso audience a livello nazionale, e così oltre alla banca che tradisce i risparmiatori, Vicenza passa alle cronache su larga scala per questo altro fatto poco edificante, per non dire increscioso.
Ma dubito. Ormai lo faccio con tutte le notizie, anche quelle liete.

Dubito della veridicità; immagino che di fondo qualcosa di vero ci sia, ma che ci sia attorno un gran lavoro mediatico.

Un materassino galleggiante che, insufflato a dovere, è diventato un gommone da diporto. Anzi uno yacht. Anzi un transatlantico.
Mi trovo come in penombra che studio i contorni di un oggetto e improvvisamente mi si accende una torcia che getta luce esattamente sopra.
Leggo questo articolo http://www.butac.it/la-gara-infermieri-dottori/
e inizio a riflettere sul fatto che non è stato dato spazio alcuno per le repliche ai misfattori.
Conosco personalmente alcuni infermieri: sono attaccatissimi alla loro professione, e hanno la spiccata tendenza a fare gruppo tra di loro, trattandosi di una professione poco convertibile: chi entra a lavorare in ospedale, così come nella scuola, si ritiene da lì all’eternità infermiere (o insegnante).

Trovo anche abbastanza naturale che arrivino a considerare con distacco alcune pratiche: le iniezioni, le suture, le incisioni.

A me fanno ribrezzo, a loro no, ed è normale che sia così, allo stesso modo in cui io non reggerei oltre venti bambini insieme, e infatti non faccio l’insegnante.
Penso alle chat di whatsup, alle cretinate inutili che ci si scambia, soprattutto in occasione delle ricorrenze: Natale, Pasqua, Epifania, festa della donna… Tutte occasioni imperdibili per dimostrare al gruppo quanto si è simpatici.
Da lì a fare due battute idiote sull’operato del giorno il passo è breve.
Penso al dipendente scomodo, inviso a qualche primario, sorpreso a leggere un messaggio durante il turno di lavoro.
Il materassino diventa un transatlantico.
Fatti accaduti nel dicembre del 2015 che vengono alla ribalta ad aprile: sai che sensazionalismo!
Mica forse una manovra per gettare fango sulla sanità, su un qualche reparto, magari da parte del primario di un altro reparto? Magari da un medico che ha mancato la carica?
Strumentalizzazione: usare una notizia, presentarla in maniera faziosa, convincere l’opinione pubblica che tutto è merda.
Sobillare le masse, gente frustrata e insoddisfatta che non aspetta altro che poter protestare, scandalizzarsi, dire che tutto il sistema fa schifo, dimenticando che ognuno di noi fa parte di quel sistema, che ognuno di noi, nessuno escluso, è una tessera di quel mosaico chiamato collettività. 

Lo ‘stato’ è ognuno di noi, non tutti gli altri.
Non lo so come stanno in realtà le cose e nessuno me lo verrà mai a dire, almeno in via ufficiale.
Ma queste intercettazioni, vedi anche la ministro Guidi, per una telefonata del 2014 sputtanata a distanza di anni, giusto una settimana prima del referendum sulle trivelle: queste intercettazioni non suonano un po’ stantie?
Queste notizie calate dentro uno stato d’animo che deve aver raggiunto un certo punto di ebollizione, e non vengono date come notizie nel momento in cui accadono? 

A me provocano rabbia e frustrazione: mi sento come una marionetta che mi si muovono i fili per farmi fare i movimenti che qualcun altro desidera, e me li si fa passare come dipendenti dalla mia volontà.

È così divento scettica davanti a qualsiasi notizia: quanta parte dell’articolo dice l’accaduto e quale è la sua reale portata? Chi sta cercando di manipolare il mio modo di vedere e perché? Cosa mi si vuole vendere in realtà?

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