Tradizione

La mia nonna materna osservava precisi rituali per ogni ricorrenza che ritenesse importante.

A Natale annodava vagonate di tortellini, per omaggiare tutti coloro che avrebbero potuto passare a farle gli auguri, salvo poi riporre i rimanenti in freezer creando una scorta da smaltire entro novembre dell’anno successivo.

Nel suo intento il quantitativo era limitato ma poi avanzava ripieno così stendeva altra pasta; avanzava pasta e allora mescolava il macinato: il circolo vizioso del tortellino.

Il venerdì che precede la fine del carnevale, alias ‘Venere gnoccolaro’ veniva celebrato con gli gnocchi, incurante del fatto che ad esempio a me gli gnocchi non piacevano.

Alla fine di giugno era il turno della barca di san Pietro.
La preparazione di questa stranezza le impegnava un pomeriggio intero perchè doveva dapprima cercare il vaso entro cui riporre l’albume, poi riempire il vaso di acqua, quindi attendere che l’acqua fosse ben ferma.

A questo punto bisognava disporre di un uovo, o eventualmente chiederlo ad una vicina di casa; oppure mandare una delle nipoti al supermercato a comperarlo. Un uovo, grazie.

Quindi separare l’albume dal tuorlo e calarlo con estrema delicatezza dentro la boccia di acqua ferma.

Bisognava poi collocare la boccia in mezzo al prato, e lasciarla riposare per la notte intera; così al mattino si poteva apprezzare la formazione del veliero.

Immancabilmente mi trovavo a dover dissimulare la mia delusione: io mi aspettavo un qualcosa di strutturato, delle vere e proprie vele, con tanto di alberi a reggerle, tipo quelli che stavano esposti nelle vetrine dei negozi di modellismo; invece vedevo solo dei filamenti di albume d’uovo in sospensione nell’acqua.

Certo che se invece che di veliero mi avesse parlato di barca magari abbassavo anche io le pretese.

Ma quello scarabocchio gelatinoso dentro al vaso in mezzo al prato tale rimaneva.
E poi, avrei meritato la santa inquisizione per il mio livello di eresia, lo ammetto: “Nonna, ma se lo facevi ieri o lo rifai domani, viene fuori la stessa roba no?”

“Eh no! solo la notte tra il 28 e il 29 giugno si può formare! Ma come non vedi? Guarda sotto c’è la barca, guarda sopra ci sono le vele…”

A volte giustificava la mal riuscita con qualche dettaglio tecnico tipo “stanotte ha piovuto un po’” oppure “è caduto un pochino di tuorlo dentro il vaso”.

Poi tutto questo lavoro certosino veniva rovesciato nel secchiaio, in attesa di ripeterlo, con maggiore successo, l’anno seguente.

Oggi sembra promettere una notte serena, e l’uovo in frigo ce l’ho: potrei provare a smontare la teoria ripetendo l’esperimento stanotte, un giorno in ritardo rispetto a quello previsto (facciamo due dato che siamo in anno bisesto). 

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