La chiave di lettura

Per comprendere il nostro prossimo, senza necessariamente giustificare ogni sua azione, basterebbe possedere la chiave di lettura, lo strumento per decifrare i suoi comportamenti.

Se riusciamo a rovesciare la prospettiva in cui si presentano i suoi atteggiamenti, a rivedere un comportamento da dietro le quinte anziché dalla platea, l’impatto sul nostro essere ne esce diverso.

Dietro a tanta boria, ad esempio, si nasconde profonda insicurezza; dietro l’alterigia spesso si cela la timidezza.

Il problema è che ci limitiamo ad osservare la facciata, senza verificare lo spessore della figura: noi presumiamo che ci sia un solido mentre in realtà ci troviamo di fronte ad una figura piana.

Leggiamo il nostro prossimo come lui si descrive, utilizzando la trama del nostro vissuto quotidiano: caliamo le sue parole sulla nostra personale situazione, ritenendole equivalenti (le due situazioni, le quotidianitá di ciascuno) mentre non lo sono, per forza di cose.

Se invece ci facciamo forza e scartiamo il pacchetto, se togliamo i nastri alla confezione e ne rovesciamo il contenuto, potremmo arrivare a prevedere le mosse del nostro interlocutore proprio come in una partita a scacchi.

Sgomento

Ripesco ancora dal passato: questo post scritto due anni fa sembra incredibilmente attuale, triste ironia.

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Prendo atto che ho un approccio mentale, un filo logico tutto mio, poco comune, nel valutare le situazioni ed elaborare i miei pensieri.

Ad esempio: leggo molteplici richiami alla pena di morte o auguri di pene eterne in vita agli assassini che popolano le cronache odierne.
Per carità, non che io li applauda acclamando al ‘bel lavoretto’ che hanno fatto, lo metto in chiaro da subito.

Però non riesco a mettermi alla lavagna e scrivere l’elenco dei buoni e dei cattivi.
Sono invece profondamente angosciata perché ritengo che di fondo siamo tutti uguali, e in determinate circostanze reagiamo in modo diverso in base alle esperienze che abbiamo maturato e al contesto in cui viviamo la quotidianità, con una piccola variabile legata al carattere.
E non riesco ad individuare il processo mentale viziato secondo cui un uomo giovane e sano possa arrivare a sgozzare la moglie con cui ha appena fatto l’amore e i suoi figli che dormono beatamente. 

Il fatto che si fosse invaghito di un’altra è una motivazione al pari di ‘russavano’: non ci sta!!!!

Ma la cosa allucinante è che, COME SE NULLA FOSSE ACCADUTO se ne va al bar a guardare l’Italia che gioca.

E se la prima parte è un fatto eccezionale, la seconda è del tutto quotidiano: quanti uomini sono perfettamente in grado di sostenere accese discussioni e poi chiudersi la porta alle spalle e fare come se nulla fosse…
Io che anche per una stronzata mi rovino il cervello per settimane e non riesco a dissimulare nessun malumore quando sono turbata…
Quindi, dicevo, io il filo logico non lo trovo ma sono convinta che, per quanto deviato, assurdo e paradossale deve esistere…

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Quel fatto di cronaca mi aveva sconcertata in maniera particolare, per l’apparente armonia (raccontata) che non preludeva a una simile tragedia, per quel dettaglio del rapporto con la moglie, e per quell’altro della partita di calcio.

Ad oggi ancora ne conservo un ricordo agghiacciante.

Però nutro anche un dubbio: è un caso che fatti simili si ripetano nello stesso periodo dell’anno? è legato a fattori stagionali? O è semplicemente una questione di palinsesti giornalistici?

Io nel pensier mi fingo *

A immaginarmi cosa c’è fuori dalla porta di casa non mi ci metto, come faceva quello che ha formulato la locuzione: apro la porta e guardo. 

Ma stanotte, per aiutarmi a riprendere sonno, ho fatto un gioco, uno dei giochini mentali che mi invento ogni tanto per farmela passare.

Alla domanda “rivivresti il passato?”, ho iniziato a dare delle risposte; ho iniziato un elenco, diviso in due colonne.

A sinistra le situazioni positive, a destra le esperienze negative. 

Per quanto riguarda la colonna di destra, nessun caso è stato valutato, nè ne riporterò alcuno, anzi come andavano ad aggiungersi all’elenco già cadevano nel vuoto e si cancellavano autonomamente.

Invece le esperienze positive passavano al vaglio ad una ad una, però non tutte conseguivano il diploma di ‘la rivivrei’, perché seppur arrivate nella colonna di sinistra, la loro ripetizione si rivelava a volte scontata (priva dell’effetto sorpresa nativo), a volte fruttifera di implicazioni indesiderate, a volte semplicemente noiosa (si tenga presente che non mi piace nemmeno rivedere un film, rileggere un libro, reindossare un abito).
Ad un certo punto nella colonna di sinistra ha fatto capolino la situazione “uscire alle 4 dalla discoteca e andare dall’abusivo per mangiare un panino con salsiccia, melanzane, peperoni, cipolla e salse”.
E si, questa ha passato l’esame. 

E se questa è quella che l’ha superato, la dice lunga sulla colonna di destra….

(* Post decongelato)

Cin cin

Ce le beviamo un po’ tutte mi pare!
La notizia, terrificante, è che un pazzo ha fatto una strage e ammazzato 50 persone.

Terrificante.

Punto.

Punto? No! noi viviamo di dettagli, di particolari inutili che ci fanno discutere, che ci danno la sensazione di essere un po’ in cattedra un po’ sul pulpito, di poter insegnare e predicare insomma.

Le persone ammazzate erano gay: embè? ti pare che faccia una qualche differenza? cioè non la facevano finchè erano vivi, figurati da morti cosa può spostare il loro orientamento sessuale.

Mia nonna, quando percorrevamo i vialetti del cimitero per trovare la tomba del nonno, commentava “cosa scrivono a fare sulla tomba Avv. o Dott.? Quando siamo morti siamo tutti uguali! La morte, come diceva Totò, é una livella: appiana tutto e tutti”.

Altro dato ‘interessante’: il pazzo ha sclerato perchè ha visto due di loro che si baciavano: ma perfavore, dobbiamo proprio aggiungere questi dettagli incredibili (nel senso che non ci si può credere) quanto inutili?

Voglio dire: se vado al festival delle erbe aromatiche e scopro di essere finito alla sagra dell’aglio, e odio l’aglio, e sento gente che emana odore di aglio, e sono fortemente psicolabile, ecco è una spiegazione (non una giustificazione, una spiegazione) del perché ho sclerato.
Sono da internare comunque ma esiste un filo pseudo logico nel mio sclero.
Ma se entro in un locale armato, locale in cui ho fatto un sopralluogo alcuni giorni prima, e vedo due che si baciano e sclero….. beh, ma chi mi ha invitato? potevo starmene a casa no? cioè ‘sta spiegazione del movente, che si baciassero e che fossero gay, è una bufala, intesa come dettaglio senza riscontro con la realtà, aggiunto solo per aizzare le masse.

Poi: la moglie afferma: eh sì, era un violento. Non poteva dirlo prima, dicono dal pulpito o dalla cattedra?

Facile quando sono gli altri a dover denunciare! I pazzi criminali fino al giorno prima di compiere atti inconsulti non circolano col cartellino in fronte ‘domani faccio una strage’ e personalmente conosco alcune persone che non mi sorprenderei se lo facessero, ma mica posso denunciarli, per le mie supposizioni, i miei sentito dire dal cuggino del cuggino, le mie personali opinioni sull’altrui condotta.  

Le persone che ci hanno a che fare quotidianamente invece hanno altri seri impedimenti.

Isis? c’è dietro l’isis? vabbè adesso tiriamo in ballo l’Isis anche se la parabola trasmette i canali col segnale disturbato.
Infine la storia del profilo fb di solidarietà: non ho mai cambiato il mio profilo con la bandiera arcobaleno, nè con quella francese, nè con la matita di Charlie Hebdo, e sotto sotto mi sono sempre chiesta chi mettesse in circolazione le app per farlo e perché tanta gente seguisse a pecorone questa tendenza.

Finalmente stavolta sembra un’usanza superata ed ecco le recriminazioni: perché je suis paris si e je suis orlando no?

Allora TAAC… we stand with Orlando (che per inciso mi sembra più appropriato, ma a qualcuno non soddisfa la distinzione tra je suis e we stand… Un mondo di linguisti abbiamo).

 
Io sono stanca di questo genere di informazione, di queste briciole di populismo, di questo passare i dettagli inutili di una notizia volti solo a dare materia a futili dibattiti. 

Io questa la chiamo strumentalizzazione, non giornalismo.

E noi non lasciamoci strumentalizzare, non beviamocele tutte!

Take your marks

Sono finalmente uscite le start-list (ordine di partenza) dei Campionati Italiani di nuoto master che si terranno a Riccione alla fine di questo mese.

http://corsia4.it/wp-content/uploads/2016/06/mst_n_stl_21-26_06_2016.pdf
La lettura di questa griglia procura sempre delle vibrazioni a chi ne è coinvolto.

Addirittura anche a chi non partecipa produce una certa tensione, perché ricrea stati d’animo forti, quelli vissuti nelle precedenti competizioni.

Due anni fa ero a fine gravidanza, in attesa di Viola, e sceglievo per questo motivo di non partecipare.

Allora scrivevo quanto segue:
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Ho appena letto le starting list di Riccione, tutte le gare delle M40…. E Mi sono immaginata lì con ciascuna di voi (mi sono calata anche nei panni di una dorsista e di una fondista, tanto con la fantasia si può volare; giá che era ‘gratis’ ho pensato di provare anche il delfino e la rana)…
Ho pensato a ritrovarsi dopo mesi / anni che non ci si vede (per qualcuna da mai), a sudare in spogliatoio nel tentativo di infilarsi un costumone che ogni volta sembra più difficile da indossare della precedente, ad incamminarsi fianco a fianco verso la prechiamata, ad attendere nervosamente insieme la formazione della batteria. 

Ho augurato a ciascuna di cuore un enorme in bocca al lupo prima di isolarmi sulla mia seggiolina in plastica dove depositare gli indumenti e il cartellino e fare qualche allungo, nell’attesa del fischio di richiamo sul blocco.

Ho sofferto e stretto i denti mentre cercavo di tenere il passo nella corsia a fianco della vostra.

Ho toccato con foga la piastra all’arrivo e ho cercato conforto della mia fatica nel tabellone, nello stesso momento in cui anche voi cercavate la corrispondenza del tempo e piazzamento con il vostro nome e la vostra corsia.

Sono uscita lateralmente da quell’ultimo lembo di vasca che non è una corsia ma che serve solo a separare la scaletta e frangere i flutti, dalla scaletta o dal bordo a sfioro, una dopo l’altra perchè lo spazio angusto non concede di più.

Ho gioito per un risultato insperato fino a sentire ossigeno vivo ad ogni atto respiratorio; ho provato rammarico per quello che è stato o che avrebbe potuto essere se solo non avessi commesso questa o quell’altra imprecisione.

Proprio come voi facevate a vostra volta…

Mi sono congratulata con voi, per le vostre prestazioni, oppure ho ascoltato la vostra insoddisfazione.

Mi sono defaticata sotto una doccia calda pensando giá alla prossima.

Mi sono fiaccamente rivestita, chiaccherando allegramente senza più tensione e vi ho salutate sentendo giá la vostra mancanza.

Tutto questo per trasmettervi il mio personale in bocca al lupo e sentirmi un pochino, con un pizzico di fantasia, lì vicina a voi.

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Quest’anno invece, salvo contrattempi, ci sarò 😝

Autoanalisi

Ecco un altro ‘maccherone ripescato’

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Questa mattina, nell’esortare Sofia ad appropinquarsi al bagno per lavarsi denti e viso, mi stava per scivolare un fantozziano ‘vadi’. 

La lingua mi si è bloccata per tempo, perché lei ovviamente non conosce i film di Villaggio, e l’unico effetto sarebbe stato di insinuare nel suo vocabolario un grossolano errore grammaticale.

Poco più tardi, lasciando la scuola materna a cui l’accompagno, sulla porta incrocio una donna che regge due scatoloni; trovo cortese tenerle la porta aperta ma conoscendo le regole di sicurezza secondo cui deve essere subito richiusa, mi affretto a farlo alle sue spalle. 

Lei mi fa cenno che al suo seguito c’è un uomo che porta altri due scatoloni, e mi tranquillizza che lo farà lei…. ‘VADI’ esclama senza nessun cenno di sorriso che lasci intendere che è una battuta!

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Certo che io, tra appropinquarsi e vadi, ‘na sana via di mezzo potrei anche trovarla, no?

Le divise Alitalia, il Grinch e l’effetto Madeleine 

Giacciono come nell’angolo più recondito di un sottoscala alcuni ricordi: stanno là che non sai di averli. Poi leggi qualcosa su un blog e l’effetto madeleine li sprigiona, smuovendo prima quelli un po’ più consapevoli e poi avanti fino a stanare delle vere e proprie chicche.

A fare da biscotto è stato un commento sulle nuove divise delle hostess Alitalia, in particolare sulle calze che alla Lucarelli ricorderebbero una recita scolastica in cui era vestita da siepe.

Lasciando perdere la nuova mise da Grinch che Alitalia propone per le dipendenti (a mio avviso si tratta di una divisa da lavoro, e nel limite della decenza, ha poco da essere approvata: la si indossa e punto), ripenso ai miei mascheramenti da bambina per il carnevale.

Inutile dire che a me sarebbe piaciuto avere un vestito da principessa o da fatina, un classico delle bambine.

Ma alla mia mamma no: non ho mai capito se fosse una questione economica o per anticonformismo, fatto è che io da fatina non mi sono mai potuta vestire, nè da principessa.

Un anno che ero alla scuola materna mi ha vestita da coniglio: mi ha confezionato un abito con una stoffa di pelo sintetico che ho sudato come se avessi trascorso l’intera giornata in un bagno turco.

Poi è stata la volta del pagliaccio, qualche anno più tardi: già un po’ più classico; realizzato con alcuni vestiti vecchi, una commercialissima parrucca di riccioli viola e, se fosse finita lì, sarebbe stato un buon compromesso tra i miei gusti ed i suoi.

Invece mancava il tocco finale: il maquillage. Uno strato di cerone bianco che sembrava di avere in faccia una maschera di argilla, la mimica facciale congelata. E, sopra, un capolavoro di disegno che i truccabimbi di oggi sono acqua e sapone in confronto.

Le piacevano parecchio i mascheramenti, e visto che le occasioni per i piccini sono più numerose che per gli adulti riversava su di me le sue passioni. Un anno lei e mio papà a dire il vero si erano organizzati per partecipare al carnevale di Venezia, e la preparazione dei loro vestiti da gnomo l’aveva tenuta impegnata per diverse serate.

Pertanto questa reminiscenza legata alle calze verdi delle hostess deve risalire ad un altro anno.

Fatto sta che dietro a questi ricordi in vetrina è saltato fuori quello del mio travestimento da margherita: calzamaglia verde, lupetto verde, una corona di petali di cartoncino bianco in testa e, a fare da capolino (la parte gialla centrale) la mia testa avvolta in una confortevolissima cuffia in lattice gialla. 

Per questo Sofia da ormai tre anni si veste da fatina principesca.

Dissertazioni lessicali e dintorni

Così scrivevo un paio di anni fa, dopo aver letto il libro ‘Io ci sono’ di Lucia Annibali, che tanto aveva entusiasmato un’amica:

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Cercherò di essere sintetica: giudizio controverso! Cosa dovrei valutare? La storia? La narrazione? Il personaggio? Il messaggio?
Provo ad esprimere le mie sensazioni, non riesco a dire in ultima analisi un ‘bocciato / promosso’.
Mi aspettavo qualcosa di diverso: è una cronaca giornalistica dei fatti accaduti, scritta in maniera molto scorrevole, si legge volentieri.

Non provo empatia per lei, per Lucia: mi aspettavo una donna più matura, l’ho trovata molto ragazzina, molto figlia di papà, molto superficiale per certi aspetti…

Certo, ha subito un’aggressione ingiusta ed efferata, l’ha denunciata, l’ha combattuta, si è rialzata con una forza d’animo esemplare per la quale la stimo. 

Ma finisce li… Il colmo è che lei sarebbe nessuno se fosse ancora quella che era prima, quasi paradossalmente lui le ha fatto un favore, lei stessa lo ammette dicendo che si preferisce ora…

Ha ricevuto un’attenzione mediatica che l’ha galvanizzata, ma che a me puzza un po’ di bruciato… Sono scettica e cinica lo so…
Avevo quasi paura nell’affrontare la lettura perché mi aspettavo che ricreasse nei lettori quei sentimenti ambivalenti che lei DEVE aver provato verso il criminale, e solo così avrebbe fatto leva su migliaia di altre inconsapevoli potenziali vittime di uomini altrettanto abietti. 

Invece no, solo odio, risentimento, desiderio di rivalsa. Giusto che ci siano, per carità, ma se avesse raccontato il ‘prima’ senza filtrarlo attraverso il senno di ‘poi’ avrebbe avuto maggiore efficacia.

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Ciò che forse non avevo espresso in maniera sufficientemente chiara è che nella mia testa le vittime in questi casi non si rendono conto di avere a che fare con un folle, fino al giorno in cui questo non sorpassa la soglia.

Non si rendono conto perché di questa persona sono, in una prima fase almeno, innamorate.

Questa storia mi ha delusa sotto questo punto di vista perché, per come è raccontata, c’erano tutti gli elementi sin dal primo giorno per inquadrare il soggetto (visto solo col senno di poi) e la vittima non parla mai di sè come di una persona innamorata, mai, nemmeno il primo giorno.

Mi aggancio a questa vicenda che torna attualissima oggi, che tanto si parla di femminicidio, il mio pensiero le infila una dietro all’altra queste brutte storie.

Cercate di capire bene ciò che dico, tenendo presente che rimane ben delineato il ruolo di vittima e quello di carnefice.

Femminicidio è un termine che non mi piace, perché sottende l’idea di vittime di serie A e di serie B.

E non è nemmeno chiaro se si tratti del primo o del secondo caso (secondo alcune forme di legislazione è addirittura un’attenuante, robe da non credere).

Invece ciascuna vittima di omicidio è a mio avviso al pari di tutte le altre (esclusi i casi di legittima difesa), sono per la parità dei sessi in tutti i sensi.

Chiara Poggi, Meredith Kercher, Simonetta Cesaroni, (e anche Marta Russo!) non sono state vittime di femminicidio? all’epoca il termine non esisteva.

Se vogliamo possiamo usare infanticidio per enfatizzare quando la vittima è un bambino, la cui aspettativa di vita era maggiore.

Per il resto si può usare uxoricidio, per indicare un crimine tra congiunti.

Ma femminicidio perfavore no, così come non mi piace l’avvocata se non è riferito alla Madonna, o la presidentessa, o tutte le altre storpiature di sostantivi maschili coniugati al femminile.

Al massimo si potrebbe usare donnicidio, o meglio ancora lasciar vivere le persone.

Giugno

L’altro giorno girando la pagina del calendario per passare al nuovo mese mi sono sorpresa a canticchiare ‘It’s June’, tratto da Sign of the Times, di Prince.

Integralmente il verso recita

In september my cousin tried reefer for the very first time

Now he’s doing horse, it’s June

Mi ricordavo la strofa, ma non ho mai capito cosa volesse dire. 

Così ho fatto una semplice ricerca e ho scoperto che horse è il nome in gergo dell’eroina; reefer è quello della marjuana.

Quindi il cugino di Prince ha fatto una rapida escalation: dalle canne a settembre, a giugno era già bello che tossico conclamato.

Vabbè dai…. Ho detto l’altro giorno ma siamo già al 10! Il fatto è che giugno ha questa caratteristica meravigliosa, che inizia con una festività che spesso si aggancia a un ponte e TAAAC… Sei già traghettato a una settimana oltre, che finiscono le scuole, e da lì in avanti i ritmi si fanno più blandi.

Le giornate sono lunghissime, sembrano non avere mai fine, è il periodo del sole anche di notte.

Giugno è anche il mese dei bilanci, degli esami, dei saggi, delle recite, degli addii, della chiusura di stagione in generale.

Si conclude l’anno produttivo e si apre quella fantastica incognita che sono i mesi estivi di luglio e agosto, così slegati dalla routine.

Per questo si porta appresso sempre un po’ di frenesia, di ansia di riuscire a fare tutto ‘prima di partire per le vacanze’; che poi, ben che vada, ‘ste benedette vacanze durano un paio di settimane; però chi le fa prima e chi le fa dopo, c’è la paura di non riuscire a vedersi più, fino a settembre.

Quando il cugino di Prince ricomincia a farsi le canne.

Coriandoli

Ci sono eventi che fluttuano indissolubili nella melassa della mia memoria; serate, momenti o fugaci istanti completamente slegati da qualsiasi contesto.

Attimi condivisi con perfetti estranei o con persone di cui conosco appena le generalità anagrafiche, persone che per una serie di circostanze non sono entrate nella mia cerchia di amicizie quotidiane, ma che hanno comunque reso speciali alcuni frammenti di esistenza.

Come dei coriandoli di carnevale, lanciati in aria, una volta caduti a terra hanno svolto la loro funzione, smettono di essere, vengono spazzati via. Ma lasciano nel cuore tracce indelebili di colore e di allegria.