Il computer non fa quello che vuoi tu, ma quello che gli dici di fare tu

Leggendo questa riflessione 
https://ilcammelloriflessivo.wordpress.com/2016/07/03/uno-nessuno-e-1100100mila/

mi è tornata in mente quella storiella in cui la madre dice al figlio

“Tesoro, perfavore vai al supermercato a prendere una bottiglia di latte; se hanno uova, prendine 6”

Il figlio torna con 6 bottiglie di latte; la madre gli chiede:

“Ma perché diavolo hai comprato 6 bottiglie di latte?”

E il figlio risponde 

“PERCHÈ AVEVANO LE UOVA” 

Sembra demenziale ma a rileggere si capisce che non lo è.

Esistono modi rigorosi di interpretare le situazioni, e poi esistono modi più semplici, quelli che riusano le informazioni già semi digerite per accelerare i processi.

Chi programma sa bene che se non riesce ad individuare un errore è perché sta trascurando un dettaglio, il più delle volte ovvio. Ovvio a posteriori.

Sa che quando raccoglie le specifiche di un lavoro deve proiettare i casi più insoliti per stilare un’analisi completa.

Quelli che la gente comune chiama seghe mentali; non è per puntigliosità, ma il codice prescinde da quella che è la frequenza di un flusso rispetto ad un altro: tutto deve essere preventivato, anche ciò che non accadrà mai, altrimenti non funziona, non lo si può nemmeno scrivere.

Chi programma ha generalmente una cura maniacale per i dettagli e per l’ordine, perchè sa che anche uno spazio bianco lasciato dove non deve essere può costare ore nel rileggere il codice.

Chi programma sa che non deve fidarsi degli altri, di chi gli descrive un problema con gli occhi dell’utente, perché nella migliore delle ipotesi sta omettendo inconsapevolmente dettagli importanti (e nella peggiore lo fà scientemente).

Chi programma sa anche che, nonostante la certezza di essere dalla parte del giusto, il fatto di essere in torto si nasconde come un’insidia da qualche parte, e adegua di conseguenza il tiro nelle discussioni: quando si spara tanta merda e la si spara molto in alto, il rischio statistico che ritorni addosso come un boomerang aumenta. 

Chi programma sa che esistono modi diversi di approcciare le situazioni e che spesso non è uno valido contro gli altri errati, ma tutti con i propri se e i propri ma. 

Chi programma deve anche essere a volte un po’ politico per convincere gli altri, e a volte un po’ psicologo per capirli… Ma questo è un altro post.

Allora mi chiedo, siccome pari atteggiamento l’ho mutuato anche per la mia quotidianità: è deformazione professionale l’uso del pensiero laterale, il non dare nulla per scontato, o è perché sono fatta così di mio che sono approdata a questa professione?

(NB il fatto di usare il pensiero laterale potrebbe sembrare una forma di spiccata autostima, quasi egocentrismo; in realtà il più delle volte invece passa sotto il nome di ingenuità, per non accorgersi delle cose più ovvie).

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2 Replies to “Il computer non fa quello che vuoi tu, ma quello che gli dici di fare tu”

  1. Non credo che questo sia un caso di deformazione professionale. E’ il tuo modo di essere che si manifesta ogni volta che può, in una conversazione con un amico piuttosto che al momento di decidere cosa volevi fare da grande. Io mi trovo molto a mio agio con questo modo di essere e il più delle volte mi ha permesso di non commettere gravi errori. Ps: grazie per la citazione, non me l’aspettavo 🙂

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  2. Ho scoperto di avere una sorella gemella.
    Anch’io non dò mai nulla per scontato, sono puntiglioso (e un tantino rompipalle) per dettagli che poi non sono poi neppure tanto marginali.
    Sono ordinato e precisino, anche se per qualcuno questo è un difetto.

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