La morale della favola

La mia infanzia è costellata di anime (i cartoni giapponesi) in cui il protagonista è rimasto orfano: che l’assenza sia dovuta a lontananza o a decesso poco cambia, di fatto i personaggi dei cartoni di quando ero bambina erano rimasti senza almeno uno dei due genitori.

Candy candy, lovely Sara, Anna dai capelli rossi che non ha una mamma nè un papà, dolce Remì che è senza famiglia, Heidi che per giunta ha la signorina Rottermeier, Spank che umano non è ma il suo papà (di Aika) l’ha preso il mare, Charlotte che vive sola con papà.
E non si tratta di un problema giapponese, basta considerare le fiabe classiche: Biancaneve, Cenerentola, anche le moderne Elsa ed Anna, che quando i genitori partono per il viaggio si capisce già che non torneranno più.

La perdita di un genitore, Mr Worthing, può essere considerata come un infortunio; la perdita di entrambi mi sa di sbadataggine.(Oscar Wilde)

Quanto ho ripensato a questa frase!

Le fiabe servono anche ad esorcizzare le paure; sopra tutte quella di perdere i genitori, unici punti di riferimento per un bambino.

Nelle fiabe i bambini protagonisti in realtà tanto bambini non sono, perchè assumono atteggiamenti e caratteristiche molto più prossimi a quelli di un adulto e per giunta saggio: sono bambini emancipati.

Non si è mai vista Heidi fare i capricci, nè Candy Candy mettersi le dita nel naso.

La frase di Oscar Wilde, tratta dalla commedia ‘L’importanza di chiamarsi Ernesto’ mi piace particolarmente perchè sposta la responsabilità della perdita proprio sull’orfano, giocando sull’ambiguità della parola perdere; in questo modo alleggerisce, a parole, la gravità della situazione.

Le fiabe contengono però anche un sacco di elementi che non riesco a spiegarmi, e faccio fatica a raccontare a mia figlia.
Nel caso di Cenerentola, più che la perdita della madre faccio fatica a giustificare la sventataggine del padre che, per il semplice fatto di essere rimasto vedovo, tira su la prima che capita, una donna cattiva e crudele per giunta. E poi commette l’imprudenza di andarsene anche lui.
(To be continued)

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7 Replies to “La morale della favola”

  1. Bellissimo post, che mi tocca da vicino in quanto , da piccola , sono stata sbadatissima….
    “L’importanza di chiamarsi Ernesto”con le sue mille indovinate puntualizzazioni , è’un’opera che adoro e che so quasi a memoria . Mi è’ piaciuto , oltre al resto ,sentirti citare una delle sue frasi

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  2. Capitolo cartoni animati.
    Per me solo Goldrake, Jeeg e lei, di cui ero innamorato pazzo: Candy Candy.
    Certo che, nei cartoni e nelle fiabe che citi, il filo conduttore è la sfiga cosmica. Se non fosse che di Candy ero innamorato, non avrei guardato neppure lei. Era il tempo in cui avrei voluto vivere nella “Casa di Pony”.

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