L’ultima cena (#13 – bis)

Si avvicina il rientro e il ritorno alla routine quotidiana: il lavoro, gli allenamenti, la scuola delle bimbe, le gite con la famiglia limitate al sabato o alla domenica.

Diremo addio, o meglio arrivederci, agli sciaccalazzari (i saccensi secondo Sofia); alla fortuna di trovare sempre parcheggio comodo (per il contrappasso il 24 dicembre gireremo attorno al centro commerciale fino a santo Stefano prima di poter lasciare l’auto); alla mia funzione di dispenser umano durante i trasferimenti (una continua richiesta di viveri e bevande dal sedile dietro, perché tanto tutto quello di cui c’è bisogno ‘è nella borsceta de la mama‘); al pan brioche, alle pascegiate per i gelati, ai castelli di sabbia mai completati perché le onde arrivavano sempre prima.

Ritorneremo alla routine quotidiana, ad alzarci presto la mattina, all’umidità della pianura padana, a numerose altre cose a cui ancora preferisco non pensare.

Per l’ultima serata scegliamo di scendere in paese, e di mangiare la pizza.

Il locale più pittoresco che individuo ha una terrazza che è sopraelevata rispetto al corso del passeggio, e ha alle sue spalle un piccolo tempio ben conservato.

Un posticino veramente caratteristico, peccato che, a parte la pizza sanza infamia e sanza lode, sembra di essere sul regionale delle 7,27, tale è il frettoloso andirivieni dei camerieri tra i tavoli che urlano, ridispongono sedie, accomodano clienti, soddisfano bruscamente quelli già accomodati e gestiscono la fila di potenziali avventori che si crea.  

(To be continued)

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Marinella di Selinunte (#13)

La vacanza volge al termine: è l’ultimo giorno e decidiamo di trascorrerlo il interamente in spiaggia, a Marinella di Selinunte.

La spiaggia si trova alla foce del fiume Belice, in una riserva naturale.

Appena arriviamo a piazzarci insorge una protesta generale perché l’acqua è sporca.

Un ammutinamento della truppa, tutta.

Più che altro c’è parecchio vento e il mare è mosso, quindi il fondo sabbioso si rimescola alle onde, in cui fluttuano numerose alghe verdi.

Sembra che io li abbia condotti a Porto Marghera, a giudicare dagli animi.

È evidente che ormai ci siamo abituati a standard elevati di esigenze di mare, durante questa vacanza, altrimenti non si spiega come si possa ritenere ‘sporca’ l’acqua in foto.
Poi però la marea si calma, Sofia stringe amicizia con una coetanea e tutto sembra risolto.

Lì vicino si trova anche una vena di una parete di argilla: vedo diverse persone ritornare alla baia conciate come l’incredibile Hulk, e così faccio anche io.

È proprio quando non te ne importa più niente di circolare in pubblico con la faccia impiastricciata di fango verde che capisci che hai staccato dalla realtà quotidiana.

(To be continued)

Ancora lido dei fiori (#12)

È assodato che Gaudì rimaneva ore e ore seduto in riva al mare a lasciarsi scorrere la sabbia bagnata tra le dita, facendola colare su se stessa goccia a goccia, sennò come l’avrebbe inventata la Sagrada Familia? Sono convinta che quei pinnacoli dalla superficie globulosa abbiano tratto spunto proprio da questo tipo di castelli di sabbia, gli unici che mi riescano.

Poi passo a riflettere circa il moto ondoso: contrariamente a quanto si pensi, o meglio a quanto io pensavo prima di studiarlo a scuola, il moto ondoso non trasporta materia. La materia si alza e si abbassa, ma non viene trascinata in avanti.

Un po’ come quando si sbattono i tappeti, lo stesso accade per le onde: non vengono avanti, anche se in apparenza è così.

Casomai a trasportare la materia ci pensano il vento e la marea: i messaggi nelle bottiglie giungono a riva grazie ad essi.

A forza di fare castelli di pinnacoli e rimuginare sulla fisica delle onde, vien voglia di un gelato.

A dire il vero per me e le mie figlie, è sempre ora di gelato.

Faccio promettere a Viola che camminerà fino al bar, e così va.

Sofia sceglie un ricoperto, io e Viola un cornetto (a ciascuna il suo chiaramente).

Il ricoperto di Sofia è poco soddisfacente e presto lo finisce, chiedendo anche il cornetto. Viola mangia tutto il suo, infilando naso, bocca, occhi e pancia dentro il cono.

Anche lei ne vuole un secondo. Per par condicio le prendo un ricoperto. Appena ho pagato lei mi guarda e chiama lacaccalacacca. Vabene ora andiamo dico, faccio per prenderla in braccio e capisco che non è un’avvisaglia, ma un fatto compiuto.

Cerco un wc, con le mani occupate da gelati e portamonete, e sistemo il fattaccio sul lato B.

Quando usciamo ha ancora tutto il lato A sporco di cioccolato: ad una signora ispira simpatia e la commenta ‘guarda che bella bimba… Come sei tutta sporca di Nutella’.

‘Eh… Fosse solo per quello signora’ considero!
La sera ceniamo a Sciacca: l’aria è calda, sono rimasti pochi turisti, 

A vederla adesso non sembra nemmeno 

Che sia lo stesso cielo la stessa città

La piazza è ancora allestita col palcoscenico ma nessuno canta; però diverse persone stanno sedute in platea, e guardano: guardano il mare, guardano la gente che passa, guardano il cielo.

Sul più bello che ci stavamo abituando, la vacanza è agli sgoccioli.
(To be continued)

Palermo (#11 – bis)

Palermo mi ricorda Padova: entrambe città universitarie, caotiche, dal traffico prepotente ed irregolare, con edifici alti e vialoni larghi a cui affluiscono vie molto strette.

Entrambe città popolose, che mescolano edilizia popolare a monumenti di alto valore storico e culturale.

Con una grosse differenza nel clima: a Padova il grigiore e la nebbia fanno da sfondo costante, mentre qua sembrano essere stati trapiantati il cielo e i colori di Miami, così come li conosco dai telefilm e dalle fotografie.
Dopo ripetuti giri alla ricerca di un parcheggio dove lasciare l’auto, troviamo un buco dove infilarla e paghiamo al parchimetro umano che lo presiede, un signore pingue che sembra lavorare in collaborazione con l’indiano che espone la bancarella lì vicino.
Ci troviamo infatti vicino al mercato, che attraversiamo: un pout-pourri di colori, odori, toni di conversazione, e generi proposti.

Giunti al di fuori della via del mercato visitiamo il duomo, costruito in concorrenza con quello di Monreale, visitato nel corso della mattinata. Per fortuna non fanno selezione all’ingresso e, sebbene sia oggettivamente meno sontuoso, lo visito con maggiore apprezzamento.
Prima di dedicarci alla visita del palazzo dei normanni saliamo su uno di quei bus turistici, che ci scorrazza per un’ora in giro per il centro storico. 

Farla a piedi sarebbe stata veramente improponibile; purtroppo però dal pullman riesco solo a scattare molte foto alle teste dei passeggeri.

Vediamo tutto al volo; resto colpita dai numerosi calesse, trainati da cavalli. E dal ballaró, che suppongo sia l’etimo dell’omonima trasmissione, dato che ci viene descritto come un mercato caratteristico per la guerra dei volumi per invitare i passanti a comprare: la gara a chi grida più forte, proprio come accade nel talk-show.
La visita alla città si conclude perché il palazzo dei normanni purtroppo non è visitabile.
(To be continued)

(C.S.I.) Monreale (#11)

La giornata è dedicata alla visita del capoluogo della regione, ma già che siamo di strada facciamo una deviazione per visitare anche la cattedrale di Monreale.
All’ingresso veniamo fermati da un uomo in camicia azzurra: così non possiamo entrare.

Sono la prima a ritenere importante il decoro nell’abbigliamento, soprattutto quando si tratta di luoghi sacri.

Infatti avevo già accettato il finto camice che mi aveva ceduto una visitatrice uscente, e lo avevo infilato per coprire le spalle che rimanevano altrimenti scoperte perché indossavo una maglia tipo canotta e un paio di pantaloncini a mezza gamba.

A dire il vero mi ero posta solo il problema della spalla, tanto che il camice lo avevo lasciato aperto sul davanti.

Diciamo che quando ci sono 40 gradi all’ombra e sei un turista, è difficile pensare che tu ti muova in tailleur, ma mi era già accaduto altre volte (una in Grecia alle meteore, che avevo 8 anni e una a Barcellona pochi anni fa) che mi avessero chiesto di coprirmi per entrare in una chiesa.
Per inciso, un “lei vada a vestirsi” me lo aveva intimato anche un poliziotto, fuori da casa mia all’età di 25 anni. Nella notte avevo chiamato le forze dell’ordine perché qualcuno aveva appiccato il fuoco ad un auto; nel dubbio che potesse non essere circoscritto alla Opel Tigra, ero uscita dal letto senza tante cerimonie o preparativi ed ero scappata in strada in slip e top, una combinazione che si discosta poco da un normale costume da bagno.

Mi pareva il minimo necessario a presentarsi al mondo e sufficiente a farlo in un momento di presunto pericolo.

Era arrivata la volante della polizia e poi i vigili del fuoco, e anche se il fuoco era stato domato io ero rimasta nella mia mise iniziale.

“Vada a vestirsi che mi turba tutti gli altri” mi aveva caldeggiato il poliziotto.

A me non pareva sconveniente, sono abituata a mostrarmi in costume dato che frequento spesso la piscina; in realtà nemmeno stamattina mi ritenevo fuori luogo.

Ma soprattutto non ritenevo che lo fosse mia nipote, 14 anni, che indossava una maglia con le spalle coperte e un paio di shorts.

Non di quegli shorts che lasciano mezza chiappa fuori e che hanno recentemente animato le bacheche di alcune famose blogger: no!

Un castigatissimo paio di pantaloncini corti, rei del solo fatto di non arrivare a coprire il ginocchio.
Sofia si spaventa, non vuole più entrare e decide di rimanere fuori, e mia nipote sceglie di farle compagnia.

Entro io, e mi ritrovo in una scena surreale: buona parte dei visitatori, o meglio delle visitatrici, indossa il mio stesso camice bianco.

Mi sento per metà sul set del film “Virus letale” e per l’altra metà in una scena di un episodio di CSI, quando esce la scientifica a fare i suoi rilievi.
Il bello è che nessuno controlla se il camice copre effettivamente le zone del corpo ritenute oltraggiose; nè ci sono metal detector per verificare la presenza di armi o di strumenti potenzialmente utili a distaccare le decorazioni auree dalle pareti.
Vedo quel che mi basta ed esco, cedendo il camice a mia nipote che entra a visitare con Sofia.

Mi siedo fuori e osservo la scena: ci sono ben tre addetti al controllo degli ingressi e la palandrana monouso di tessuto-non-tessuto viene venduta in maniera massiva alla cifra di un euro.
Mi avessero chiesto semplicemente un euro per l’ingresso sarebbe stato più onesto.
È questo il genere di episodi che mi rende poco comprensibile il concetto di povertà secondo la chiesa cattolica; mi vengono in mente due aggettivi per questo atteggiamento: uno in italiano, che è ipocrita; l’altro in inglese, che è greedy.
Considerazioni personali a parte la visita si conclude con l’aggiunta di un altro gusto alla mia collezione di granite: la fragola.
(To be continued)

San Vito Lo Capo (#10)

Dopo una colazione a base di bomboloni e sfoglie ripiene di crema alla ricotta, puntiamo verso quella che mi è stata decantata come la spiaggia migliore dell’isola.

Il panorama oggi mi sembra strappato da una busta di confezione del minestrone della valle degli orti.
Raggiungiamo San Vito Lo Capo verso l’ora di pranzo, e sono già tutti li. Quando dico tutti intendo l’intera popolazione mondiale tranne due o tre persone, forse non serve che racconti come era perché tanto erano tutti sul posto.
Somma delusione: dopo aver attraversato una cortina di ombrelloni densa come gli stabilimenti balneari di Riccione in alta stagione, dopo aver sperimentato la pirobazia (firewalking, quella di Giucas Casella per capirsi), illudendomi che l’ombra di quelli in piedi potesse attutire il calore della sabbia rovente, raggiungo la battigia, degna di paragone con la nostrana Sottomarina: un tappeto di alghe.
Per fortuna le alghe si limitano alla riva e l’acqua è effettivamente molto bella: fondale di sabbia bianca, acqua cristallina, temperatura finalmente gradevole e alle spalle la vista sulle montagne di color verde militare.
(To be continued)

Selinunte (#9)

Anni fa mi era stato detto di mettere Sofia sugli sci quanto prima, non perché imparasse presto a sciare, ma perché memorizzasse alcuni schemi corporei e posizioni di equilibrio finché era molto piccola: le stesse informazioni se le sarebbe ritrovate pronte più avanti.

Credo che un meccanismo analogo sia per le visite culturali: non perché capiscano subito, ma perché gli resti il piacere della scoperta.

Quando avevo otto anni mi hanno portata in Grecia e ho visitato il Partenone, e mi ricordo ancora il teatro di Epidauro, per cui forse il suggerimento è sensato.

Comunque essendo molto stanchi dal rientro tardo della sera precedente, e dato che è un’altra giornata molto ventosa, decidiamo di visitare il sito archeologico di Selinunte.

Il sito offre la possibilità di muoversi da un tempio all’altro con un trenino, e la scelta si rivela vincente, evitando sceneggiate di stanchezza e consentendoci di riservare le energie all’esplorazione dei templi.

Ovviamente si tratta di costruzioni molto simili a quelle della valle dei templi di Agrigento. Di queste però si apprezza particolarmente la peristasi, ovvero il perimetro di colonne.

Sono costruzioni imponenti, le colonne si elevano per diversi metri: se ne osserva la formazione modulare, a blocchi sovrapposti; non tutti i blocchi hanno mantenuto lo stesso stato di conservazione: quelli alla base sembra abbiano mantenuto meglio la loro forma, quelli superiori invece sono erosi dal vento.

I templi non sono numerosi ma permettono di essere visitati anche all’interno (o comunque da molto vicino, per quelli di cui resta solo una parte).

I venti minuti di attesa tra un treno e il successivo ci sembrano inizialmente un tempo eccessivo e invece si rivelano brevissimi, quasi insufficienti.

I trenini portano i nomi degli dei, Zeus, Apollo, Demetra…

Il tizio alla biglietteria ci dice che Rubens ci porterà al primo tempio, e io mi metto a scrutare i mezzi in sosta cercando il treno che riporta questo nome.

“No signora… Ma dove va? È lu cristianu che si chiama cosi”.
Dopo la visita al primo tempio, è di nuovo Rubens che ci raccoglie e ci porta alla stazione successiva. 

Si è fatto tardi, le corse ormai terminano, visitiamo il frontone che rimane del tempio più in sommità e poi mentre attendiamo il treno per il rientro mi gusto una granita alla mandorla: sembra un gelato di confetti.

Concludiamo con la cena presso le cantine De Gregorio: il posto è molto bello, di quelli con tanto spazio tra i tavoli. Apprezzo in particolare un antipasto a base di gamberetti in salsa di mango con scaglie di cocco, che non sarà cucina tipica locale ma è molto buona.

E poi il dessert a base di panna cotta e granella di pistacchio, appoggiato su Nutella di pistacchio: sublime! Detto da una che non va pazza nè per la Nutella né per il pistacchio, significa che era proprio buono!!!
(To be continued)

Catania a Sant’Agata (#8)

Lo scorso inverno, durante una giornata sugli sci, ho ascoltato due snowboardisti che parlavano. Lei apprezzava la tuta di lui, ‘così camouflage’ aggiungendo che si dice camouflage ‘perché dire mimetico fa cagare il cazzo’.

Io non avevo mai sentito usare quel termine, camouflage intendo, l’altra espressione mi è ben nota, e così ho imparato che è sinonimo di mimetico.

Ecco: la strada che da Sciacca porta a Catania è tutta così: una lingua di asfalto che scorre in mezzo a un paesaggio camouflage.

Non è il deserto, tranne per il fatto che non ci sono costruzioni: è tutto a perdita d’occhio così, marrone – beige – ocra – verde, come un’enorme coperta militare gettata scomposta sul pavimento.
Raggiungiamo Catania nel giorno della festa di Sant’Agata, versione estiva. La ricorrenza cade il 5 febbraio ma poi anche al 17 agosto, compleanno di Viola, viene ripetuta la processione.

Catania mi ricorda Barcellona, il viale principale sembra una versione aumentata della Rambla.

Ovviamente c’è molta gente, ma non c’è quel must di eleganza che c’era due giorni prima a Sciacca.

Moltissime persone indossano un camice bianco sul quale è appuntata una piccola coccarda a base nera, sovrastata di stoffa rossa, gialla e verde.

Attorno alla vita è legata una cintura di corda alla quale sono appesi un paio di guanti bianchi.

È un costume tipico, indossato in memoria di quella volta che gli abitanti del luogo erano stati sorpresi nella notte dall’eruzione dell’Etna, e l’avevano placato portando davanti al vulcano il velo di Sant’Agata; per non rovinarlo avevano indossato dei guanti bianchi.
È strano osservare che sotto questi abiti ci siano persone ‘normali’: si intravvedono i piercing, i tatuaggi, tengono in mano la sigaretta; stride un po’, ma in realtà anche le persone dell’epoca erano altrettanto normali, immagino.
Percorriamo tutto il viale principale fino a raggiungere il duomo: entriamo durante la messa per ammirare la Santa; la chiesa è gremita e il caldo, l’umidità, sono soffocanti.
Ci piazziamo davanti alla chiesa ad attendere la processione: la folla è tanta, qualcuno si sente male e viene portato via in barella.

Improvvisamente una serie di scoppi ci spaventa: sembra una sparatoria, Sofia e Viola scoppiano a piangere.

Si tratta invece dell’anticipo dello spettacolo pirotecnico: meraviglioso! Con il duomo illuminato dalla luna piena che fà da sfondo, si susseguono uno dopo l’altro gli artifici colorati nel cielo.

È impegnativo rimanere lì: la folla, il caldo, la fame, l’orario.

Ma è bellissimo.
Poi la processione: la Santa, preceduta da un’enorme candela, sfila portata a spalla. Dalle finestre cadono coriandoli: sono biglietti su cui è scritto ‘W S.Agata’.

Ogni tanto la statua si sofferma perché la folla possa ammirare lo sfarzo delle pietre preziose con cui è adornato il mezzobusto, e riverirla.

Al termine, passata la Santa (e quindi il miracolo), ripercorriamo il vialone a ritroso e le bambine sembrano esauste. Salvo riprendersi non appena scoprono che sul lungomare, dove ci fermiamo per un panino, ci sono le giostre.
Sofia inizia a ripetere le strofe della canzone ‘Andiamo a comandare’ che, per la prima volta da quando è nata, è una canzone che ha scoperto lei prima di me. Poi decide di salire su una giostra che a me spaventa solo a guardarla da sotto. Penso che non abbia ben ponderato la sua scelta, e quando mi appresto a consolarla alla discesa, attendendola impaurita, mi chiede ‘posso fare un altro giro mamma?’
Prima di affrontare il rientro beviamo il caffè: io opto per la versione granita, veramente gradevole.
Il rientro a notte fonda è lungo, ma ripassiamo sotto la valle dei templi e scorgiamo l’acropoli illuminata a giorno: vista dal basso è spettacolare.
(To be continued)

Il castello incantato (#7 – bis)

Nella mattinata di ferragosto, il giorno precedente a questo, abbiamo visitato un sito suggestivo, chiamato appunto castello incantato.

Il castello incantato non è un castello; è un posto che ospita la produzione artistica di Filippo Bentivegna, esponente di spicco dell’art brut.

L’art brut è la produzione artistica degli ignoranti, coloro che fanno senza aver studiato, quindi senza condizionamenti provenienti dall’esterno.
In questo mi sento anche io appartenere al gruppo.
Filippo Bentivegna era un saccense (abitante di Sciacca), emigrato negli Stati Uniti in cerca di fortuna. Nel suo soggiorno americano aveva subito un violento pestaggio, a causa del suo amore per una ragazza, che lo aveva mandato in coma per tre giorni. Dopo il risveglio dal coma ne era uscito cambiato, probabilmente ne erano state ridotte alcune facoltà mentali, o comunque aveva subito un’alterazione del carattere, ed aveva iniziato a scolpire. 

Facce, ovunque. 

Sulla pietra, a migliaia; sul legno del fusto degli ulivi; radeva anche gli animali lasciando il disegno dello stesso soggetto.

Buona parte di questa produzione è ospitata nel castello incantato appunto, di cui lui si era proclamato principe, definendo quelle facce ‘i suoi sudditi’. Il castello ospita anche due piccole costruzioni, le cui pareti interne sono graffitate con i grattacieli che aveva visto negli Stati Uniti, e con numerosi simboli fallici.

Il sito è a dir poco inquietante: facce, facce e ancora facce, disposte in bell’ordine su una collinetta.
Il gestore ci invita alla serata del martedì in cui si cena tra gli ulivi, degustando prodotti tipici della Sicilia e ascoltando un complesso che suona musica folk.

È possibile ripetere la visita del sito, ma anche no.
Assaggio finalmente le arancine, o arancini, e mangio nuovamente le panelle, le polentine fritte fatte con farina di ceci, stavolta però dentro il pane.

È una bella serata: si cena in tavolate comuni dove faccio la conoscenza di una famiglia di Napoli che ci racconta le vicende del fratello di lui, fidanzato per un periodo con una nostra concittadina.

Purtroppo si fa tardi e le bimbe, la piccola truppa, sono molto stanche, quindi dobbiamo abbandonare anzitempo la cena.
(To be continued)

Porto Empedocle (#7)

È la spiaggia a cui approdiamo in alternativa alla Scala dei Turchi, per certi aspetti poco accessibile.

La giornata è burrascosa, non tanto nel senso meteorologico del termine, quanto negli animi: Sofia sembra in preda alla sindrome premestruale con almeno 4 anni di anticipo, Viola è il bostik di suo papà. Ad un certo punto iniziano a strillare in sinfonia, concerto di pianti in do minore.
Dall’ombrellone a fianco del nostro altri due fratellini litigano durante una partita a carte, “hovvintoio” grida uno e l’altro controbatte “hovvintoio”, ma fatico a distinguere l’uno dall’altro e sembra di ascoltare la telefonata che Aldo fa al suocero all’inizio del film ‘Tre uomini e una gamba’.

A tagliare la testa al toro interviene Viola che, ripetendo qualunque cosa senta, dice “hovvintoio”.
(To be continued)