Buon viaggio (#1)

L’incanto sarà godersi un po’ la strada

Amore mio comunque vada 

Fa’ le valigie e chiudi le luci di casa

Quando si parte è inevitabile lo scoglio della preparazione della valigia: anche se sei un ricco magnate e decidi di viaggiare senza bagaglio, che ogni cosa di cui puoi avere bisogno la comprerai, anche se hai un esercito di dodici maggiordomi che ti preparano il minimo del bagaglio, per alcune cose ti devi comunque arrangiare.
Fra le persone che conosco comunque nessuno è così tanto facoltoso, e io nemmeno quindi dicevo, la valigia me la devo fare.

Anzi la devo preparare per quattro, ma poco cambia.

Eppure qualcosa si dimentica, sempre.
Esiste un punto del percorso, più o meno sempre quello, a circa 60 km da casa, in cui per una convergenza delle scie chimiche con le correnti elettromagnetiche ti si illumina la lampadina. 

Probabilmente la tensione per i preparativi e la partenza scende e ti rilassi a sufficienza per chiarirti le idee.

Lì, che per me significa all’altezza di Montebello, realizzi che hai tralasciato qualcosa. Ma non di quelle cose che volutamente tralasci, perché tanto non ti serviranno. Una di quelle cose che alla prossima vacanza sicuramente ricorderai.
Per noi quest’anno è stato ‘il sacchetto dei pannolini’: se si trattasse di quelli di ricambio pazienza, ne vendono ad ogni passo.

Si tratta invece dei pannolini vecchi, quelli usati.

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La tizia del check-in è poco comprensiva, e anche si fa intendere nella stessa misura: non sembra capire la difficoltà di avere bimbi piccoli al seguito, insieme ad un numero imprecisato di bagagli, modello albero di Natale, il tutto da gestire insieme ad un passeggino estivo di cui non ricordo il meccanismo di chiusura. 
Domando fino a stancarmi dove devo mettere il seggiolino da imbarcare e l’insieme delle sue non risposte mi fa pensare a un nonlosonemmenoio, se fosse onesta con se stessa (o con se stessa forse no).

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Dopo un viaggio composto di tratte notturne, in autostrade a 3 corsie su cui batte forte la pioggia; di volo aereo per nulla rettilineo ed uniforme, anzi rispondente piuttosto alle definizioni di sussultorio e ondulatorio; di tratte diurne su autostrade assolate a due corsie, poco trafficate, quel poco che basta per consentire il tentativo di un’inversione a wuster (come la sento ogni tanto chiamare in modo scherzoso) a un veicolo che ci precede, arriviamo a destinazione. 
Il paesaggio è incantevole: somiglia un po’alla Maremma Toscana per le distese collinari, un po’ alla Grecia per la siccità e la polvere. Di sicuro l’umidità della pianura padana è un lontano ricordo.
La casa che ci ospita per le prossime due settimane è una villetta che ha molto di arabo: una costruzione bassa col tetto pochissimo spiovente, immersa tra gli ulivi.
“Se ci fosse qui tua mamma sarebbe già morta” considera Marco, riferendosi alla violenta reazione allergica che questa pianta le scatenava. Rispondo che, ulivi o mica ulivi, mia mamma è comunque già morta. Di base questo significa forse che ancora non ce ne siamo resi conto completamente.

La casa è affiancata da un enorme patio e ciliegina sulla torta, una pianta di fichi.
Stravolti dalla stanchezza andiamo al ristorante sulla spiaggia per mangiare: ci vedono talmente allunati che ci propongono di portarci i listini in inglese.
(To be continued)

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