La processione (#6 – bis)

La partenza della processione è prevista per le 19 dalla chiesa della Madonna del Soccorso; arriviamo in paese circa un’ora prima e mi trovo di fronte ad una vera e propria sfilata.

Le donne sono elegantissime, hanno indossato il loro abito migliore, le scarpe col tacco alto, hanno curato l’acconciatura (mi devono spiegare come hanno trovato un parrucchiere il lunedì di ferragosto) e il maquillage. 

Mi sento quasi fuori luogo, per fortuna ci pensano gli uomini ad abbassare la media. Potrei aprire un capitolo a parte a parlare del concetto di eleganza secondo l’uomo medio e della personale attitudine a pescare dal guardaroba il capo adatto all’occasione, ma passiamo oltre.
Si respira un clima di attesa e di festa: è come essere ad un matrimonio ma con un numero di invitati pari a quello che assiste a un concerto rock.

È una sagra di paese ma senza l’atteggiamento trash del ‘tanto vado in sagra’ che autorizza la ciabatta più ciabatta che si possiede.

Oggi la zona centrale è chiusa al traffico e si cammina senza rischio di essere investiti.

Raggiungiamo la chiesa della Madonna del Soccorso ed entriamo a rimirare la statua prima della partenza per la processione: la chiesa è gremita, c’è un vocio ossequioso, i paesani che passano a fianco del parroco e del diacono li salutano come fossero le rockstar nel camerino prima dell’esibizione.

Quando usciamo l’affluenza delle persone, in continuo aumento, ha ormai riempito il piazzale antistante.

Dai balconi e dalle finestre delle costruzioni attorno alla piazza si sporgono i fortunati che hanno la visuale migliore.

Noi ci posizioniamo davanti ad un bar ed attendiamo.

Generalmente odio le grandi folle, perché nel giro di breve mi sento trasportata e privata della facoltà di camminare autonomamente, e mi manca il respiro.

Questa invece è una folla dignitosa, che non spinge e non urla.

La gente piano piano prende posto, e camminando fino a raggiungerlo si riconoscono e si salutano con calore.

Per alcune giovani ragazze si tratta di una vera e propria passerella, più che di una passeggiata.

Alle 19 precise la Madonna esce, e la folla sul piazzale la acclama.

Dopo un breve tratto si fermano proprio davanti a noi: i portantini visibilmente sotto sforzo, un po’ come lo sono io che reggo in groppa Sofia per consentirle una visuale migliore.

Per quanto intenso sia il loro sforzo difendono la posizione prestigiosa che hanno guadagnato, probabilmente nel tempo, difendono la loro carica di portantini da altri aspiranti tali che sgomitano per subentrare.

Li precedono i carabinieri in alta uniforme.

È un tripudio di fotografie e di acclamazioni; un drone dall’alto riprende il tutto.

Un uomo sale in portantina a fianco della Madonna e inizia a parlare col megafono, impartendo ordini direzionali ai portantini.

Sosta di qualche minuto poi OP, su di nuovo, ISSA, si riparte. 

L’uomo al mio fianco si fa il segno della croce in segno di deferenza alla statua che se ne va.

Lasciamo la festa ai paesani e rientriamo a casa per cena: se all’arrivo avevo rimpianto di non essermi portata un paio di scarpe col tacco, ora devo ringraziare la scelta fatta, perché scendendo verso il porto dove l’auto è parcheggiata mi ritrovo ad incrociare le punte ed allargare le code, in perfetto stile spazzaneve, per non poggiare il culo a terra lungo la discesa ripida.
Il sipario sulla giornata ferragostana cala con Viola che parla ai micetti:

“Ciao gattino, come ‘tai? Tutto bene? E dove vai?”

E siccome quello ovviamente non risponde lo ripete a oltranza.
(To be continued)

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