(C.S.I.) Monreale (#11)

La giornata è dedicata alla visita del capoluogo della regione, ma già che siamo di strada facciamo una deviazione per visitare anche la cattedrale di Monreale.
All’ingresso veniamo fermati da un uomo in camicia azzurra: così non possiamo entrare.

Sono la prima a ritenere importante il decoro nell’abbigliamento, soprattutto quando si tratta di luoghi sacri.

Infatti avevo già accettato il finto camice che mi aveva ceduto una visitatrice uscente, e lo avevo infilato per coprire le spalle che rimanevano altrimenti scoperte perché indossavo una maglia tipo canotta e un paio di pantaloncini a mezza gamba.

A dire il vero mi ero posta solo il problema della spalla, tanto che il camice lo avevo lasciato aperto sul davanti.

Diciamo che quando ci sono 40 gradi all’ombra e sei un turista, è difficile pensare che tu ti muova in tailleur, ma mi era già accaduto altre volte (una in Grecia alle meteore, che avevo 8 anni e una a Barcellona pochi anni fa) che mi avessero chiesto di coprirmi per entrare in una chiesa.
Per inciso, un “lei vada a vestirsi” me lo aveva intimato anche un poliziotto, fuori da casa mia all’età di 25 anni. Nella notte avevo chiamato le forze dell’ordine perché qualcuno aveva appiccato il fuoco ad un auto; nel dubbio che potesse non essere circoscritto alla Opel Tigra, ero uscita dal letto senza tante cerimonie o preparativi ed ero scappata in strada in slip e top, una combinazione che si discosta poco da un normale costume da bagno.

Mi pareva il minimo necessario a presentarsi al mondo e sufficiente a farlo in un momento di presunto pericolo.

Era arrivata la volante della polizia e poi i vigili del fuoco, e anche se il fuoco era stato domato io ero rimasta nella mia mise iniziale.

“Vada a vestirsi che mi turba tutti gli altri” mi aveva caldeggiato il poliziotto.

A me non pareva sconveniente, sono abituata a mostrarmi in costume dato che frequento spesso la piscina; in realtà nemmeno stamattina mi ritenevo fuori luogo.

Ma soprattutto non ritenevo che lo fosse mia nipote, 14 anni, che indossava una maglia con le spalle coperte e un paio di shorts.

Non di quegli shorts che lasciano mezza chiappa fuori e che hanno recentemente animato le bacheche di alcune famose blogger: no!

Un castigatissimo paio di pantaloncini corti, rei del solo fatto di non arrivare a coprire il ginocchio.
Sofia si spaventa, non vuole più entrare e decide di rimanere fuori, e mia nipote sceglie di farle compagnia.

Entro io, e mi ritrovo in una scena surreale: buona parte dei visitatori, o meglio delle visitatrici, indossa il mio stesso camice bianco.

Mi sento per metà sul set del film “Virus letale” e per l’altra metà in una scena di un episodio di CSI, quando esce la scientifica a fare i suoi rilievi.
Il bello è che nessuno controlla se il camice copre effettivamente le zone del corpo ritenute oltraggiose; nè ci sono metal detector per verificare la presenza di armi o di strumenti potenzialmente utili a distaccare le decorazioni auree dalle pareti.
Vedo quel che mi basta ed esco, cedendo il camice a mia nipote che entra a visitare con Sofia.

Mi siedo fuori e osservo la scena: ci sono ben tre addetti al controllo degli ingressi e la palandrana monouso di tessuto-non-tessuto viene venduta in maniera massiva alla cifra di un euro.
Mi avessero chiesto semplicemente un euro per l’ingresso sarebbe stato più onesto.
È questo il genere di episodi che mi rende poco comprensibile il concetto di povertà secondo la chiesa cattolica; mi vengono in mente due aggettivi per questo atteggiamento: uno in italiano, che è ipocrita; l’altro in inglese, che è greedy.
Considerazioni personali a parte la visita si conclude con l’aggiunta di un altro gusto alla mia collezione di granite: la fragola.
(To be continued)

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