Fidelity card ed altre plastichine

‘…già un’altra guerra in sala riunioni…’ canta Ligabue in G come giungla.
In effetti le riunioni lavorative ben si prestano ad essere paragonate ad un campo di battaglia: sembrano la guerra a dimostrare, a chiacchiere, quante cose si sanno fare; per dirla colorita ‘la guerra a chi lo ha più lungo’.

E visto che le chiacchiere son gratis, giù di colpi di scena, sparate, digressioni.

Ci si diverte un mondo insomma. Fino a che passa un aereo, in senso figurato intendo: ovvero viene evocato nella mia memoria un ricordo divertente con cui viaggiare per qualche istante, fino a che il discorso che ha deragliato ritorna sui binari.

Dicevo che appunto in riunione si discuteva: argomento tessere fedeltà; quelle carte plastificate che ormai anche il negozietto all’angolo ti dà per illuderti che raccogliendo dei punti avrai un premio.

Per ognuna di quelle che si conservano nel portafogli sappiate che c’è gente che fa riunioni di ore per decidere come far viaggiare i dati annessi, dove memorizzare i punti, come gestire l’intero flusso informativo.

E se manca la connettività? In assenza di rete internet c’è il rischio che un cliente presenti una tessera di un altro gruppo, e non lo si riconosce.

Tipo che vai all’Esselunga e ti fai caricare i punti sulla tessera della Coop.

Ma chi vuoi che si metta a fare simili operazioni?

Eh… Succede! Ed ecco il mio aereo:

Diversi anni fa uscita dal lavoro mi sono fermata al bancomat per prelevare contante.

Inserire la tessera.

Fatto.

Inserire la tessera. 

Come? Se te l’ho appena data?

Morale: il distributore di denaro si era tenuto in ostaggio la mia carta bancomat.

Pazienza. (Mica tanta, ma non avevo alternative)

Torno a casa e l’allora compagno (ora marito) si allarma: ci sono dei sistemi che ti intercettano la tessera e ti filmano mentre digiti il codice e ti svuotano il conto.

Inutile spiegargli che il codice non l’avevo nemmeno ripescato dalla mia memoria, che non c’era nessun marchingegno strano.

Gli piacciono i film di spionaggio e torniamo immediatamente allo sportello.

Inserire la tessera. 

Eh no fermi tutti, ok un bancomat ma due… Mica siamo scemi… Prendi qua! E infila la tessera della videoteca.

Mangiata. 

Inserire la tessera.

Ok e ora? Ora boh, lunedì mattina (perché ovviamente questo genere di cose accade il venerdì sera) verremo in orario di apertura allo sportello.

Armiamoci e partite, che il bancomat in ostaggio è intestato a me.

Il lunedì mi presento all’apertura dello sportello. Davanti a me altri clienti con lo stesso problema, tutti di fretta e tutti piccati.

Viene il mio turno e il povero impiegato, anche se non sono ancora le nove, è sfinito.

Chiedo la stessa cosa di tutti i miei predecessori: la restituzione del bancomat.

Ero l’ultima della fila, ero anche la più giovane dei contestatori, e soprattutto avevo l’aria meno incazzata.

L’impiegato si rilassa: inizia a compilare il modulo che dovrò firmare e si giustifica:

“C’è stato un malfunzionamento purtroppo… Ma poi … Poi anche la gente … Cosa ha in testa? Insieme a tutti i bancomat abbiamo trovato un mucchio di tessere del supermercato! Ma come si fa? Dico io… Come si fa? Cosa credevano? Di poter prelevare con queste?”

Sospende il suo agitare le mani per aria e mi mostra un pacchetto di tessere, dello stesso formato del bancomat, riportanti i loghi dei supermercati più noti, marchi di abbigliamento, circoli sportivi.

È trafelato, sconvolto, sotto evidente pressione. “Ma” si appiglia alla sventatezza dei clienti “pensi… Guardi qua… C’è perfino uno che ha inserito la tessera della videoteca. Della videoteca…! Robe neanche da credere!”

Sta scaricando addosso a me tutta la tensione che ha accumulato con i clienti precedenti; mi ha presa per la sua confidente, ma in realtà sta parlando a se stesso a voce alta. Si trova ad essere il capro espiatorio di una clientela che fa esperimenti con la sua macchinetta spara soldi.

Scrolla la testa, in segno di disappunto, e mi porge il modulo da firmare, restituendomi il bancomat.

Mi accomiata, ancora scusandosi per l’inconveniente.

Ora tocca a me. Rimango immobile, chiedendomi se abbia davvero senso chiedere la restituzione di quella tessera, in cui sono caricati un po’ di soldi, l’equivalente del noleggio di 3 o 4 film.

L’uomo mi guarda, ripetendo i saluti. Penso che non veda l’ora di chiudersi in ufficio e ascoltare il silenzio, di sedersi tranquillo alla sua scrivania e immergersi in una delle attività automatiche, inserire dati e compilare pratiche, niente a che vedere con le relazioni col pubblico.

“Ehm… Quella tessera, quella della videoteca… Sarebbe mia”.

Allenamento a far la faccia di bronzo.

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