In aereo (#14 – bis)

Il viaggio in aereo è composto di una serie di passaggi obbligati: consegna bagagli, controllo passeggeri ed effetti personali, metal detector, controllo documenti, verifica carte di imbarco, salita a bordo, allacciare le cinture; decollo e poi atterraggio, infine ritiro bagagli.
Sempre gli stessi passaggi, per tutte le destinazioni e con qualsiasi compagnia aerea, in qualunque aeroporto del mondo: un format, un protocollo.
L’aereo aspetta tutti, una volta fatto il check-in; ripeto: tutti, casomai fà appello con l’altoparlante.
Eppure niente da fare, è tutto un passare davanti alla fila, non lo capirò mai.
Non capirò mai perché affannarsi e spingere per l’ultimo controllo prima di salire, che tanto l’aereo chiude quando è al completo; perche devi intersecare le tue molecole con gli altri passeggeri per scendere per primo dall’aereo quando il bus non parte finché non ci sono tutti.
Perché devi metterti davanti al nastro che le valigie passano una alla volta e nessuno te la porta via.
Già che ci siamo non capisco nemmeno l’esigenza di tirarsi come una corda di violino, con tacchi alti e vestiti sciccosi, per viaggiare.
E nemmeno quella di farsi i selfie sulla scala che accede all’aeromobile, soprattutto se fino a un istante prima pareva che stessi perdendo il volo se non ci salivi subito.
Ma considerato che queste tizie dei selfie erano lì a rammaricarsi di come venivano trattati i loro bagagli (“guarda il passeggino di Leo… Come lo lanciano!!!”) deduco fosse il loro primo viaggio.
(To be continued)

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Il rientro (#14)

Pack your bags è l’espressione che usano gli anglosassoni per dire ‘Fa’ le valigie’.

Oltre al significato letterale dei singoli termini, è proprio quel ck gutturale,  dalla sonorità compatta, sigillata, che rende l’idea dell’azione.
Quando si ritorna a casa, che la vacanza è finita, bisogna richiudere tutto nello spazio della valigia, del bagagliaio dell’auto, della stiva dell’aereo.

Bisogna recuperare tutte le cose che hanno preso un loro posto nel luogo di soggiorno, bisogna far implodere ciò che è esploso, bisogna aprire i cassetti, le antine, gli armadi, guardare sotto i letti.

Tutti gli oggetti che avevano ritrovato una loro naturale collocazione nel luogo di soggiorno temporaneo vengono richiamati all’ordine, e così la nuova routine viene chiusa, per ritornare al tran-tran di tutti i giorni.

Si pensa di avere poche cose da impacchettare, invece gli oggetti si moltiplicano man mano che li si accumula, sembrano uscire dai muri.
Scatta la guerra alle priorità: questo dopo, no questo dopo, no meglio quest’altro; non c’è nulla che guadagni in assoluto il diritto ad essere l’ultimo da mettere via, tutte le cose hanno una valida ragione per rimanere al loro posto finché non si può più procrastinare la loro archiviazione.
Se poi ci sono di mezzo dei bambini le cose si complicano, perché si mettono a giocare proprio con quelle cose che si ha già la certezza non servano più, e vanno a tirar fuori quelle che hai già messo via.

Insomma più che fare i bagagli diventa la tela di Arianna.

Al momento di riconsegnare le chiavi ovviamente è scattato il solito mantra lacaccalacacca, non potevamo chiudere senza.

(To be continued)