Le bandierine (Vajont 9/10/63)

Quando lo scorso aprile abbiamo visitato gli scavi di Ercolano, Sofia è rimasta molto colpita dal fatto che gli abitanti di una cittadina intera fossero rimasti sorpresi nella notte dalla lava e non fossero riusciti a salvarsi.

Così le abbiamo raccontato, a grandi linee, la tragedia del Vajont, con la promessa che l’avremmo portata a visitare la diga.

Abbiamo atteso che l’estate si facesse decisa e un sabato di luglio siamo andati a Longarone.

Per poter accedere alla sommità della diga bisogna essere accompagnati da una delle guide locali; così ci siamo uniti ad un gruppo che aveva già iniziato il percorso guidato.

Scendendo lungo il tratto che va dal parcheggio alla diga avevo notato una serie di bandierine affisse alla palizzata che funge da parapetto: tante, tantissime bandierine colorate che riportano i nomi dei bambini rimasti vittime della tragedia.

Nome, cognome, età al momento del fatto; alcuni riportavano la dicitura ‘mai nato’ come a dire che erano ancora nel ventre materno.

Mi si è stretto il cuore a leggere tutti quei nomi e pensare a quei bambini; Sofia mi chiede se ci sono bandierine col suo nome ma invece ci sono tante Luisa, Fulvia, Maria, Margherita, i nomi che si usavano in quegli anni. C’è anche qualche Elena.

La guida sta già parlando da alcuni minuti; racconta delle esigenze produttive che hanno spinto a costruire la diga, degli interessi economici immischiati con la politica, dei poveri abitanti del luogo che si sono ritrovati con i terreni espropriati per pubblico interesse senza poter nemmeno riscuotere l’esiguo compenso perché non avevano fatto gli atti di successione nel modo dovuto.

Gli insorti comitati locali, essendo più d’uno, erano entrati in disaccordo tra loro perdendo di vista l’obiettivo di difendere gli abitanti del luogo, lasciando strada aperta alla Sade per proseguire nei suoi intenti.

Il gruppo che ascolta si compone di circa 10 persone, tra cui alcuni bambini. Uno di loro gioca col cubo di Rubik. Viola sta a fianco della guida, su uno scalino che le fa da pulpitino, e ripete l’ultima parola di ogni periodo.

La guida si dilunga, si perde in dettagli; finalmente ci accompagna sulla sommità dell’opera. 

Il panorama è spaventoso: l’altitudine, le vallate anguste, il poderoso eco dei rombi delle moto, un mastodontico muro arcuato di cemento armato, i pendii che mettono a nudo i segni delle frane, la cittadina di Longarone in lontananza, il burrone sotto di noi, il pensiero di tutta quella gente colta di sorpresa dalla frana e dall’invaso, di tutti quei bambini.

Da far girare la testa. Sofia ha paura e vorrebbe tornare indietro.

La guida punta il dito ai versanti, indica i paesi spazzati, la vegetazione ricresciuta, parla di studi geologici, di strati argillosi imbibiti dalle pioggie, di segni premonitori della disgrazia che si sarebbe abbattuta la notte del 9 ottobre del ’63.

Segnali evidenti e percepiti in modo chiaro, ma la macchina dei soldi corre troppo veloce per riuscire a fermarla.

Ho visto, diversi anni orsono, lo spettacolo di Paolini: è un attore, è bravo a raccontare come sono andate le cose.

La nostra guida non è un attore ma mentre racconta la stessa storia ha la voce spezzata, come di chi è sul punto di piangere.

La sua spiegazione è accorata, si attarda: rispetto ai 50 minuti stimati siamo già oltre l’ora e un quarto.

Torniamo sul piazzale davanti all’ingresso.

Cerca di concludere il suo racconto con la ricostruzione della tragedia, consumata in soli 2 minuti. Parla di 3 milioni di metri cubi di materiale: la frana che si stacca repentina e cade nel lago artificiale.

Parla di un’onda di 1000 metri di altezza: l’acqua che viene sbalzata fuori dall’invaso e raggiunge i paesi soprastanti, poi assieme ai detriti ricade su se stessa e dilava i suddetti paesi. 

La natura con la sua forza dirompente non si lascia addomesticare dall’uomo.

Una madonna lignea, simulacro conservato in una chiesa del luogo, viene ritrovato a mezzogiorno dell’indomani a Fossalta di Piave, ha ormai raggiunto l’Adriatico, tanta è stata la potenza dell’onda che ha travolto i paesi.

Penso al ’76 quando il terremoto del Friuli si è sentito fino da noi: ero piccola e capivo poco, ma ricordo nettamente lo spavento nel vedere i piatti tremare sul tavolo, io ero già in pigiama e i miei genitori mi hanno presa e portata fuori in strada, cosa stranissima.

Guardo la guida, deve avere avuto più o meno la mia età ai tempi del terremoto quando è successo il disastro, immagino lo abbia vissuto abbastanza da vicino da rimanerne toccato.

Capisco che per lui non è un lavoro, ma una missione: parla di 1910 morti.

Parla dei processi per individuare i responsabili della tragedia, di tecnici ormai deceduti, di persone a loro subentrate che se la sono cavata con un anno di reclusione.

Parla di Segni, che aveva promesso grandi cose per poi assumere le difese di Enel e Sade, e diventare in breve presidente della Repubblica.

Capisco che lui è uno che è scampato al diventare una delle tante bandierine.

Se ne va salutando come Gaber “Io non mi sento italiano”.

Ritorniamo al parcheggio e quelle bandierine, quelle dei bambini, camminando in salita mi sembrano ancora di più.

Non ci sono rivendite dì souvenir, non c’è nemmeno un bar: non c’è nessuna volontà da parte dell’amministrazione locale di lucrare sui resti della disgrazia.

Resta la diga, monito beffardo, emblema dell’errore che è umano e della perseveranza nell’errore, che è ancor più umana.

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13 Replies to “Le bandierine (Vajont 9/10/63)”

  1. Ho 25 anni e del Vajont ho solo sentito parlare anni fa per la prima volta, sentendone un accenno in tv mi sono documentata e le domande da una ragazza come me che è nata decenni dopo sono tante.
    Non sono ancora andata a visitare Longarone, ma credo che lo farò un giorno..per rispetto.
    Grazie per il tuo racconto, è stato molto toccante.

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