La cultura del senza

Ordiniamo pizze senza mozzarella, beviamo caffè senza zucchero; compriamo prodotti senza lattosio, o senza glutine.
Ci piacciono i programmi senza interruzioni pubblicitarie e la biancheria senza cuciture.

Pubblichiamo foto senza filtri, abbiamo reti senza fili, sottoscriviamo abbonamenti senza limiti di traffico, gossippiamo la Pausini quando canta senza mutande.

Impariamo ad andare in bici senza le rotelle prima, e senza mani poi; a sciare senza cadere; a nuotare senza supporti.

Siamo arrivati a definire come pregio la caratteristica del senza: non si sottolinea più quali elementi di spicco abbia una cosa rispetto ad un’altra, ma il plusvalore è non averli.

Non è un’arte come la modellazione con la creta, in cui aggiungi un po’ alla volta i dettagli; è piuttosto una scultura che parte da un blocco di marmo, in cui progressivamente togli materia fino a rivelare la statua.

Così noi partiamo da un modello completo, anzi sovrabbondante; c’è tutto e a volte c’è di più, e da qui partiamo a togliere: la vittoria dell’alfa privativo.

Fino a rimanere, massimo dei complimenti, senza parole.

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