Venexia

Era parecchio tempo che desideravo una gita in treno a Venezia.

Ho scelto (involontariamente) una giornata simbolica: la ricorrenza dei 18 anni dalla mia laurea, giorno in cui si concludeva il mio pendolarismo ferroviario: al secolo un magnifico sabato di ottobre.

Volevo che le mie figlie si godessero dal vivo il treno, quello che vedono nei cartoni animati a fare ciuf-ciuf. 

Come da copione, passando dalla fantasia alla realtà, hanno scoperto ahimè che i treni sono anche in ritardo e sovraffollati.

Pazienza, il viaggio impiega meno di un’ora e ben tre persone hanno provato a cedermi il posto, dandomi evidenza che ormai non ho più l’aspetto della laureanda.
Quando si arriva in stazione a Venezia è un po’ come scendere dall’aereo: hai tempo di fare con calma perché sai che il treno non ripartirà subito.

Esci e ti trovi già ‘in medias res’, ovvero nel pieno della città; vieni assalito da chi vende Venezia ai turisti.
Quando avevo 10 anni Venezia era meta fissa per la gita del fine settimana, si andava almeno una volta al mese, e mi sembrava così a portata di mano da essere scontata, ovvia, normale.
Ho il ricordo di una città fetida: nelle calli più anguste ristagnava un’odore acre di piscio di cane; la passeggiata era una versione scatologica del campo minato: ogni quattro passi una merda. 

Dal cielo spesso e volentieri (beh spesso sì, volentieri solo come locuzione) schitti di piccione, che se non ti centravano comunque si depositavano su muri e sul camminamento.
Nei campi l’odore stantìo di salsedine dalla laguna.

Anche allora ad ogni angolo gli ambulanti vendevano Venezia ai turisti: offrivano finte macchinine fotografiche con le vedute più classiche della città riprodotte in sequenza.
Lo spettacolo che mi si è presentato con la visita odierna è stato completamente diverso: una città pulita. Pulite le strade, puliti i muri. Odore di aria fresca. Una città da cartolina. Gli ambulanti fuori dalla stazione, e lungo tutto il tratto che porta a Piazza San Marco, si sono adeguati ai tempi: non più finte macchine fotografiche ma bastoni per i selfie.

E se non fosse per la noia di portarsi in giro un amenicolo in più, il bastone per le foto serve, perché è tutto un incanto, tutto uno spettacolo, tutto uno scorcio degno di essere immortalato.

“La gondola costa / la gondola è solo un bel giro di giostra”:

La città da cartolina paga lo scotto di questo merito pittorico: più che di fare il giro in gondola (costo 80/100€) i turisti chiedono di farsi fotografare sulla gondola, e il gondoliere si scoccia.

“Venezia appoggiata sul mare”: 

Venezia è unica al mondo: una città sorta sulle acque; non ci sono vie o strade ma rive, le banchine che danno sulla laguna, dove i numeri civici procedono senza alternarsi; o calli, le vie strettissime; o campi, gli slarghi tra una calle e l’altra; o sotoporteghi, i sottopassaggi; oppure si chiamano rio. Oppure ci sono i ponti: tanti, alti o bassi, larghi o stretti. Sulla sommità è istintivo fermarsi, guardare giù dove navigano i motoscafi e le gondole, dove il sole filtra, dove brilla il riverbero, dove le imbarcazioni a motore lasciano l’acqua fluttuante ad infrangersi sui muri.

Venezia è affollata, e ha calli strette: lo spazio tra le case e il canale è breve; a Venezia non circolano auto e gli abitanti del luogo, per fare la spesa, girano con capienti sacche a trolley; Venezia è meta di turisti da tutto il mondo, che arrivano con le loro valigie a trolley; dai negozi ai ristoranti si movimentano le merci con enormi carrelli a spinta; i bambini vanno a spasso con i monopattini. 
Insomma è abbastanza facile intuire che enorme via vai, che miriade di traiettorie e di andature, tra umani e ruote, che facile sia perdersi.
Passeggiando verso la meta che ci siamo prefissi non rinunciamo alla sosta pranzo in uno dei classici bacari, al sole lungo il canale, forse proprio quel Paradiso dove i Pitura Freska si andavano a consolare nel giorno del concerto dei Pin Floi.

La gerente del locale sta pulendo il patio, lo trovo insolito, non avevo mai visto tanta attenzione. Il suo socio esce chiedendole chi suona all’indomani, perché lo vuole sapere il Gazzettino al telefono.

È un palco incredibile Venezia, è stato un evento irripetibile quel concerto dei primi anni ’90, ora comunque esibirsi sulle rive ritengo sia una grande emozione per chi suona.
Le paure sono irrazionali, si sa, ma l’agorafobia è la più assurda di tutte: arrivare in piazza San Marco è uno spettacolo che toglie il fiato. Quella città che ritenevo ovvia e scontata è in realtà una meraviglia a poche decine di km da casa. Si passa la vita a sognare la California ma quale incredibile maestosità abbiamo intorno a noi.
La basilica di San Marco, i mori che battono i rintocchi sulla campana, le colonne con i leoni alati, il palazzo dei dogi, un enorme spazio contenuto da costruzioni maestose dove tutta quell’angustia trova riscatto.
“Non dar da mangiare ai piccioni” recitano i cartelli, e infatti non ci sono più i venditori di mangime di cui avevo un nitido ricordo, e i piccioni sono rimasti pochissimi. Al loro posto ora molti gabbiani.

Non so se la veste rinnovata della città sia merito dell’amministrazione, che vieta ad esempio di nutrire i piccioni, o se sia frutto di una sensibilità più nuova, da parte di turisti e cittadini, che un tempo ricordo aver visto buttare le ‘scoasse in canal’ proprio da in cima al ponte, con enorme soddisfazione nell’udire quel PLOF e vedere il sacchetto allontanarsi.
Mentre osserviamo un’orchestrina davanti al Florian, accompagnata dalle danze di tre avvenenti ragazze (poco) vestite con abiti di scena bianchi, calzature improbabili, mascherine e piume, le mie figlie sbocconcellano una crostatina.
Sofia la finisce tutta, Viola arriva a metà e credo non ne voglia più. La tiene tra le mani con la carta ma il dolcetto rimane avvolto, così la scarto del tutto e gliela metto in mano, in modo che riesca a mangiare tortina e non confezione. 
La sua presa è incerta, temo che a breve le cada, oppure di doverla riporre in borsa, ma non ho più l’involucro. 

Mentre penso queste cose la osservo: un gabbiano scende fino alla sua altezza e con un colpo da maestro scippa col becco quel che rimane della merendina, e vola un metro più in là, inghiottendo in un solo boccone la refurtiva.

Non ho nemmeno il tempo di capire cosa è accaduto che Viola protesta sgomenta che l’uccellino le ha rubato la crostatina.

Dirigiamo verso Rialto con l’intenzione di prendere da qui il vaporetto per tornare in stazione.

“Supplemento lire 8000, marchette da rapido sto bastardo” che tradotto ai giorni nostri fà una spesa superiore all’importo del biglietto del treno. Per un chilometro e mezzo di strada è spropositato. Così corrompo Sofia promettendole l’acquisto di una mascherina se accetta di camminare un altro po’; sembra essersi dimenticata delle vescichette ai piedi e accetta. Viola invece si addormenta. È il chilometro più lungo, come l’ultimo della maratona, su e xó dai ponti.
E quando arriviamo in stazione, seduti sui gradini osservando il canale e mangiando il gelato nell’attesa che parta il treno, Sofia mi dice ‘Questa giornata è stata proprio bella’.
Dulcis in fundo, al ritorno troviamo posto a sedere e resta il ricordo del viaggio in treno ‘come si deve’.

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3 Replies to “Venexia”

  1. Sono andato a Venezia decine e decine di volte, abitando a Padova è un attimo.
    Ma non l’ho mai amata troppo, nonostante avessi anche gli zii che abitavano a pochissimi metri da Rialto.
    Non saprei ben dirne il motivo: forse le calli strette, i piccioni, i venditori ambulanti, o il fatto che qualche volta i genitori mi obbligavano ad andare a Venezia, quando magari avrei preferito passare la domenica pomeriggio con gli amici dietro ad un pallone.

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