Una partita a scacchi

Risale ai banchi della scuola elementare il mio interesse per gli scacchi: avevo un maestro appassionato di questo gioco, avevamo costruito insieme la scacchiera, ci aveva aiutati, a partire da una tavola di compensato dipinta di bianco, a disegnare i 64 quadrati.

Li avevamo dipinti e rifiniti con un pennarello indelebile marrone, poi verniciati.

Infine avevamo numerato le righe e le colonne con i numeri e le lettere.

Il tutto come materia scolastica: un’ora alla settimana veniva dedicata agli scacchi.

Una volta pronta la scacchiera, l’ora di lezione veniva dedicata al gioco: ogni alunno aveva i suoi pezzi, e aveva imparato a collocarli sulla scacchiera; ognuno sedeva al suo banco e giocava il bianco, mentre il maestro giocava il nero contro ciascuno, a rotazione, così avevamo il tempo di riflettere sulla nostra mossa mentre lui affrontava gli altri compagni.

A volte riproducevamo partite famose, tratte da un libro sul tema; il maestro ci aveva spiegato che bisognava sfruttare il tempo a disposizione per ragionare sulle possibili mosse e prevedere quelle dell’avversario.

Non è una materia di studio convenzionale, ma credo sia un’attività educativa e stimolante al pari di altre.

Quando iniziano, le partite sono tutte uguali: stessa scacchiera, stessa disposizione dei pezzi, due avversari uno in fronte all’altro.

Non esistono tanti modi di aprire: o muovi il (i?) pedone(i) o muovi un cavallo. 

Prima inizia il bianco, poi risponde il nero.

Le prime due o tre mosse non consentono molta libertà di scelta. Ma presto la configurazione si articola, le posizioni dei pezzi assumono collocazioni diverse; di mossa in mossa aumenta il numero di disposizioni possibili.

Allora entrano in gioco l’astuzia dei giocatori, la loro esperienza, la loro fortuna nell’azzeccare la reazione dell’avversario, la prontezza di riflessi nell’osservare possibili trappole, da tendere o nelle quali non cadere.

Via via le forze si sbilanciano: uno perde la torre e un cavallo, l’altro entrambi gli alfieri… fino a che si riesce a mettere in scacco il re o a creare una situazione di stallo.

Così la partita finisce.

Per chi è affetto da una sorta di bulimia verso il gioco, è già ora di iniziare una nuova partita, e sovrapporre la noia della fase iniziale a quella finale.

A pensarci bene, la dinamica che ho descritto può adattarsi anche alle relazioni interpersonali: ci si incontra, come due pagine bianche l’un* per l’altr*.

All’inizio ci si rapporta in modo convenzionale, ma presto la conoscenza reciproca di punti di forza e debolezze, di affinità e incompatibilità, delinea a chiari tratti un equilibrio o uno sbilanciamento.

In alcuni casi la partita si chiude con lo scacco, in altri rimane in stallo, e ogni partita crea esperienza per la successiva.

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7 Replies to “Una partita a scacchi”

      1. Certamente. E poi a scacchi si può giocare anche allegramente, così come certi rapporti personali alle volte diventano addirittura più complicati di una partita scacchi. Il tuo paragone è pienamente azzeccato!

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  1. Dicono che ad una mente matematica ben si addice il gioco degli scacchi. Io credo di fare eccezione, dato che amo la matematica, ma con gli scacchi ho un rapporto pessimo.

    E’ vero, capita nella vita di vivere le esperienze interpersonali come fosse un gioco di dama o di scacchi. Penso di averle vissute specialmente alle prime uscite con qualche ragazza, dove tentavo di non apparire imbranato e di non fare gaffes.

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