Happy Birthday *

Frequentavo la quinta classe elementare e nuotavo nelle fila della squadra pre-agonistica; al termine del mio turno in piscina lasciavamo spazio alla squadra dei forti, la squadra dell’agonistica.
Tra i piccoli atleti che vi facevano parte spiccava una bambina dai capelli biondissimi, gli occhi verdi e la carnagione ambrata; indossava un costumino a stelle e strisce e si comportava da leader naturale dell’intero gruppo.
Guardavo con ammirazione quei forti e tra di loro lei catalizzava la mia attenzione.

Quello stesso inverno mia mamma mi aveva accompagnato in occasione della festività della befana ad un evento organizzato dall’amministrazione scolastica provinciale, e lì l’avevo ritrovata al di fuori del piano vasca.
La festa ovviamente era a carattere ludico e prevedeva la partecipazione dei bambini, divisi per fasce di età; in base al risultato del gioco a cui si prendeva parte si veniva premiati con una calza di caramelle o con qualche riconoscimento più consistente: una bambola, un’automobilina, un libro.
L’evento si svolgeva nell’aula magna dell’ITIS; i presentatori dal palco chiamavano i partecipanti a salire. Quando era toccato a quelli della mia età ero corsa e mi ero arrampicata, lacerando le calze collant che avevo indossato per quell’occasione di festa.
Era un abbigliamento insolito per me, e infatti non mi ci trovavo per niente a mio agio, per nulla pratico, sicuramente inadatto ad arrampicarsi.
Gli animatori ci avevano proposto di risolvere il gioco del 15 nel minor tempo possibile; ho detto gioco del 15 perché è il nome con cui i più conoscono questo gioco: una cartellina di plastica contenente 15 tesserine quadrate numerate da 1 a 15, colorate di bianco e rosso, scorrevoli tra di loro con un unico posto vacante. Il contenitore è quadrato e prevede 16 posizioni (4 x 4) ma una è lasciata vuota: l’obiettivo è quello di allineare gli elementi in modo che le tessere adiacenti si possano leggere in maniera progressiva.
La particolare versione che ci era stata assegnata però prevedeva una dimensione doppia, quindi sarebbe più corretto chiamarlo gioco del 31.

Ad ogni modo una volta avviato il cronometro, vuoi perché ero allenata che quel gioco in versione base lo giocavo spesso a casa, vuoi per la vergogna di trovarmi sul palco con le calze lacerate e la fretta di ridiscendere, vuoi per la smania di ottenere il primo premio, ero riuscita a comporre la sequenza nel minor tempo tra tutti i partecipanti.
Avevo alzato le mani ed ero corsa verso l’adulto che coordinava la gara ed avevo esibito la prova della mia abilità; a seguire dopo alcuni istanti erano arrivati altri che portavano anche essi la loro riuscita.
Tra questi ne spiccava una: quella bambina bionda, che però non si limitava a consegnare la tessera di plastica. Era contrariata e gridava che no, non era giusto, io non potevo partecipare, non potevo avere vinto perché io ero sicuramente più grande (lo deduceva dalla mia alta statura) e quindi non potevo essere lì con i bambini di quinta elementare. Il premio quindi secondo lei non spettava di certo a me.

Non era certo l’inizio canonico di una solida amicizia: mi stava facendo vergognare di essere lì e non ho ricordo di aver ritirato proprio nessun premio, ma di essere scappata via.
Qualche mese più tardi, a giugno, la scuola era giunta al termine e con il conseguimento della licenza elementare si era chiuso il primo ciclo della scuola dell’obbligo. Anche la pre-agonistica nuotava tutti i giorni come l’agonistica, non si limitava più ai tre pomeriggi settimanali; grazie alle temperature più calde e al tempo libero al mattino, le due squadre trovavano spazio per nuotare parallelamente.
Era stato in quelle circostanze che l’allenatore si era accorto, probabilmente, che il divario tra il mio livello di abilità natatoria e il successivo non era così profondo; c’erano state anche delle garette organizzate internamente, a livello sociale, alle quali avevo partecipato e disputato tempi oggettivamente in linea con quelli attesi.

Così il mio passaggio all’agonistica; ero entusiasta, mi sentivo promossa, con un’accezione reale del termine, non quella scontata che si attribuisce ad un bambino che supera le classi della scuola elementare.
Andavo a nuotare piena di zelo; in quel periodo si stavano tenendo le olimpiadi di Los Angeles, Olimpic fever cantava la sigla televisiva, e infervorata, allo stesso modo, mi sentivo anche io.

Così l’inizio della nostra amicizia: attendevo nell’atrio dell’impianto che arrivasse quella ragazzina accompagnata da sua mamma a bordo di una Fiat 126 verde e finchè aspettavamo l’allenatore con l’auto targata Treviso, spesso in ritardo, avevamo iniziato a trascorrere parecchio tempo insieme: chiacchierando tantissimo prima dell’inizio degli allenamenti, di tutti quegli argomenti di cui possono parlare due ragazzine che frequentano le scuole medie; facendo capriole ed acrobazie attorno ai pali che delimitavano il parcheggio antistante, quando non pioveva e il clima lo permetteva; facendo commarò con la segretaria nei giorni più freddi.

Per me non era solo l’inizio di un’amicizia ma era la nascita della mia prima vera amicizia, la prima delle grandi amicizie nate sotto l’egida del nuoto e dell’ambiente natatorio.

L’appartenenza alla squadra agonistica prevedeva la partecipazione alle gare che si disputavano alla domenica nelle città limitrofe: ad accompagnarci erano, a turno, i nostri genitori.
Noi salivamo sul sedile posteriore dell’automobile e parlavamo ininterrottamente tra di noi, da quando si chiudeva la portiera e si partiva fino a quando il motore si arrestava e noi scendevamo. Mio papà si scocciava di questa modalità, diceva che lui non faceva il tassinaro e che io avrei dovuto salire davanti e non lasciarlo lì da solo.
Per la verità le gare non si disputavano solo nelle città limitrofe, quelle erano le gare zonali, alle quali entrambe partecipavamo; lei era più forte e partecipava anche a manifestazioni di livello superiore: quando era andata al meeting internazionale di Trento era uscito un articolo sul giornale locale che la presentava come ‘la punta di diamante della società’.

Facevamo stili diversi, lei la rana io lo stile libero, pertanto non capitava mai che ci incontrassimo nella stessa specialità, tranne che ai Giochi della Gioventù organizzati a livello scolastico, dove tutti gli agonisti erano ridotti a competere sulla distanza ‘trasversale’ dei 200 metri misti, e dove lei mi soffiava sempre il primo posto a livello provinciale.

Non faceva un mistero di questa sua superiorità, anzi la rimarcava quando poteva: alle finali regionali di categoria juniores, per le quali mi ero classificata anche io, aveva puntato il dito verso Cristina Chiuso, quella che poi sarebbe diventata una delle compagne di staffetta di Federica Pellegrini, facendomi notare ‘lei sì che va forte, non tu’.
Aveva lasciato cadere lì questa frase appena fatto ingresso nell’impianto, ancora vestite; io ci avevo rimuginato su per tutta la fase preparatoria; poi quando era giunto il momento di concentrarsi veramente,  ero rimasta sul blocco allo sparo del via dei  50 m stile libero, ad osservare quanto forte andava in effetti, lei e tutte le altre; poi dopo alcuni metri delle avversarie e secondi preziosi miei avevo realizzato che da quel blocco si dava il caso che mi dovessi tuffare anche io, e magari contemporaneamente a loro.

Da questo episodio avevo capito comunque che era sincera con me, e mi diceva esattamente quello che pensava.

Il tempo che trascorrevamo insieme era sempre di più; crescendo avevamo iniziato a raggiungere la piscina in bicicletta. Abitavamo nella stessa area della città, anche se non proprio nello stesso quartiere, lei passava per casa mia a prendermi e facevamo tutta la strada insieme, chiacchierando di tutto e di tutti, interrogandoci sugli argomenti più svariati; una mattina di giugno avevamo sogghignato vedendo un nostro compagno di squadra arrivare con un paio di shorts rosa, ‘come sei sexy’ avevamo commentato ridacchiando, tenendo la e un po’ aperta, che sembrava quasi una a; lui per tutta risposta aveva bofonchiato ‘sì… saxi …e giara!’.
Avevamo trascorso tutto quel mese e anche il successivo a elucubrare su cosa potesse significare.
(Qualche mese più tardi ci aveva rivelato l’arcano: era una locuzione dialettale per dire sassi e ghiaia.
Peccato, le nostre interpretazioni erano di gran lunga più divertenti!)

Lo sport occasionalmente ci portava anche in trasferta, e noi condividevamo sempre la stessa stanza ma con noi due in camera c’era sempre anche qualche altra persona.
Una volta era Stefania, una ragazza più giovane di noi che ci avevano ‘affidato’ e che noi avevamo calato dal poggiolo con l’aiuto di lenzuola annodate tra loro; a metà della nostra impresa uno degli accompagnatori aveva bussato alla nostra porta e noi spaventate avevamo mollato la presa, lasciando Stefania schiantarsi al suolo (non si trattava di un vero e proprio primo piano ma di un semplice piano rialzato). Da questo episodio l’avevamo soprannominata ‘la bistecca’.

Un’altra volta avevamo una domanda scabrosa da porre alla nostra compagna di stanza di turno e avevamo costruito tutto un preambolo al quesito in cui le parole si alternavano pronunciate una da lei e una da me: avevamo impiegato almeno un’ora per ripetere quella recitazione e ci scappava da ridere ad ogni tentativo.

Un’altra volta ancora, lei si era assentata per intrufolarsi nella stanza vicina. La nostra sorvegliante aveva fatto irruzione in camera e non trovandola mi aveva chiesto dove fosse. Con una faccia di culo impassibile avevo risposto che non lo sapevo proprio, strano, credevo fosse in bagno, e intanto ero uscita nel terrazzo, fingendo di cercarla, in realtà a darle un segnale che doveva rientrare.

Durante una sorta di mini vacanza con tutta la squadra nella vicina (ora ex) Jugoslavia avevamo fatto dell’album Blues di Zucchero il nostro leit motiv; in particolare avevamo riarrangiato la canzone ‘Con le mani’ e ad ogni ora si sentiva riecheggiare una di noi che intonava ‘con le mani sbucci le cipolle’ e l’altra che le faceva coro uacciucciù.

Dalle medie eravamo passate alle superiori; l’impegno natatorio iniziava a scemare ma la nostra amicizia continuava uguale. Pur essendoci iscritte in due istituti diversi, io conoscevo tutti i suoi compagni e lei i miei. Le nostre conversazioni arricchivano un database di informazioni che a confronto la CIA o il KGB sono dei dilettanti.

Ci frequentavamo anche al di fuori della piscina, io conoscevo la sua famiglia e lei la mia; era venuta anche lei quando mia mamma aveva accompagnato me e mia cugina al concerto di George Michael all’Arena di Verona. ‘Se vuoi porta anche un’amica’ mi aveva detto, e io lo avevo proposto a lei. Diversi anni più tardi sarò io a ritrovarmi inclusa in un suo pranzo di famiglia al mare.
Anche se poi il cantante degli Wham aveva annullato l’esibizione per un mal di gola, per me era stato comunque un pomeriggio memorabile.

Alla domenica anziché andare alle gare avevamo iniziato a frequentare una discoteca che si trovava a poche centinaia di metri da dove lei abitava; allora ero io a raggiungere la sua casa in bicicletta per recarci insieme al Blondie, rigorosamente a piedi perché non faceva proprio IN che due giovani donne arrivassero su due ruote, nemmeno motorizzate, in un locale. Poi le due ruote motorizzate le avrebbe fatte sue, prendendo la patente della moto qualche anno più tardi.

La vita trascorre, le nostre strade si diversificano ulteriormente. Entrambe abbandoniamo il nuoto ed è lei che mi convince ad inserirmi nella locale squadra di pallanuoto femminile. Qui ancora una volta lei si ritaglia un ruolo, al contrario di me che non riesco a calarmi nella veste, anzi nella calottina, di pallanuotista. Di lì a poco l’abbandono di entrambe.

Io inizio a frequentare l’università e lei inizialmente l’ISEF; ma dopo aver messo in pratica una rianimazione presso la stazione di Padova, aveva preferito puntare l’Accademia delle belle Arti di Venezia; entrambe comunque disertiamo quasi completamente l’ambiente della piscina; ciononostante la nostra amicizia continua, andiamo anche in vacanza in Camargue assieme con i nostri rispettivi compagni.

Quando raggiungo il traguardo della laurea è lei a disegnare il mio papiro: una collezione di aneddoti  e una caricatura così realistica da superare mille fotografie, di cui conservo ancora una copia incorniciata.

Di nuovo mi riporta nell’ambiente natatorio che avevo lasciato: ci iscriviamo nella squadra di salvamento e ritorniamo a gareggiare esattamente come quando eravamo adolescenti. Ai campionati italiani assoluti ci perdiamo la formazione della nostra batteria perché troppo prese a chiacchierare in camera di chiamata.
A me era anche nato il sospetto, ad un certo punto, che avessimo mancato l’appello, e avevo chiesto informazione ‘A che batteria siamo?’ e una mi aveva risposto ‘diciotto’; però ero così assorbita dall’argomento che avevo interpretato la risposta in ‘risolto’ e così avevo tranquillizzato la mia amica in modo che potesse proseguire serena con le sue dissertazioni. Poi una volta esaurite le partecipanti avevamo fatto presente che avremmo dovuto gareggiare anche noi , così ci avevano inserito in extremis (le batterie si avvicendavano dalla più veloce alla più lenta) in una batteria completamente estranea al nostro livello, formata tutta di dodicenni, e ci avevano penalizzato con la decurtazione di 50 punti ciascuna. Ritornare al gruppo tra il disappunto del coach e l’ilarità dei compagni di squadra era stato imbarazzante, e sarebbe rimasto negli aneddoti .

Sempre noi due insieme alla visita medica di idoneità sportiva, ormai adulte; ci fanno entrare in coppia a sostenere l’elettrocardiogramma; avevamo il ricordo del su e giù per lo scalino, invece ci ritroviamo di fronte ad una cyclette. Mentre una pedala l’altra soffia per la spirometria e viceversa. Quando viene il suo turno il medico le dice che non è necessario spogliarsi, è sufficiente scoprire il torace. E così trattengo le risate che mi scoppiano dentro a vederla praticamente vestita dei soli stivali, dato che la gonna era poco adatta alla pedalata, a faticare su quell’attrezzo, molto più simile ad una guerriera amazzone che ad un’atleta in cerca dell’idoneità sportiva.

Quando mi sono sposata mi ha ‘accompagnata all’altare’ facendomi da testimone e organizzando un memorabile addio al nubilato: aveva chiamato tutti i miei amici, indipendentemente dal loro sesso, anche quelli provenienti da fuori città e offrendosi di ospitarli in casa sua nonostante un gatto insolente. La festa si è svolta in totale allegria pur senza tutti quegli orpelli fallici di pessimo gusto che tanto vanno di moda quanto io non apprezzo.
Quando lei ha battezzato i suoi figli, io sono stata la madrina di uno di loro.

Due vite sempre più distinte nella quotidianità ma che conservano immutato quel sentimento di amicizia nato trent’anni fa.
Chi lo avrebbe mai detto che oggi che io e quella bambina dalle bionde trecce, gli occhi azzurri e poi saremmo ancora qui a raccontarcela?
Tanti auguri alla mia amica che oggi compie 40 anni!

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