La strategia del silenzio *

Ero propensa a credere che l’aggressività (verbale, come atteggiamento, non necessariamente fisica) fosse una qualità di iniziativa: aggressivo, pensavo, è chi comincia un discorso attaccando il prossimo con invettive, o con un tono di voce alto.
Invece inizio a ritenere di essermi sbagliata, per lungo tempo.
‘E hai sempre sbagliato’ per citare un noto spot degli anni 80.
Aggressivo non è solo chi grida o offende, quello è un aggressivo pacchiano.
Siamo circondati anche da aggressivi sottili: quelli che ad una innocua domanda rispondono con un ‘nonmiscassarelaminchiaanchetu’ detto fra le righe ma non troppo; quelli che ad un’osservazione legittima si scherniscono con un ‘ti sto solo riferendo quello che ha detto tizio’ col fare di chi si leva uno sciame d’api che ti ronza intorno; quelli che quando gli esponi un tuo pensiero a cui sono contrari ti rispondono con un ‘nooooooooo’ melenso da provocare il diabete, ma che non lascia spazio a nessun confronto: hanno ragione loro e basta.
Con tutti questi soggetti la strategia di sopravvivenza è la stessa: il silenzio.
Perché è inutile cercare il dialogo con chi invece vorrebbe l’alterco.
Meglio aspettare, meglio staccarsi ed osservare le cose da una certa distanza.
Così succede spesso che guardando le situazioni in maniera distaccata, magari proprio mentre stai facendo dell’altro, leggendo un articolo o osservando la gente al bar, ti si accende una lampadina, e inizi a rivedere tutto l’insieme sotto un’altra luce: inizi a valutare tutta una serie di elementi che sono sempre stati evidenti, a tua disposizione, ma che hai sempre cercato di forzare per interpretarli nel modo a te congeniale, ma non necessariamente quello corretto.
E ti appare l’ologramma.

Sembra facile

Recupero questo post che avevo scritto un anno fa, dopo aver visto il film Inside Out; ora le cose sono un po’ migliorate, ma il racconto mi fa ancora sorridere.

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Quando abitavo al condomino Idea, confinante col mio appartamento viveva una famiglia di quelle che parlano sempre ad alto volume. Non era solo il volume, ma anche, e soprattutto, il contenuto dei dialoghi ad essere sopra le righe. 

Tanto per fare un esempio la madre si rivolgeva al figlio con epiteti singolari, il più affettuoso dei quali era ‘fioldenaroja’, e spesso esclamava ‘tomarevakka’ dopo averlo chiamato: “BRAIAAAAAAN…. Dove sito finio? Quella vacca de to mare!!!!!”.

Erano comunque una famigliola, alternativa a quella del mulino bianco, ma pur sempre integrata nella società:
Brian andava a scuola, all’epoca era alle elementari.
Un pomeriggio d’estate di ritorno dal lavoro esco in giardino a stendere il bucato; dal giardino confinante, il loro, sento la madre che amorevolmente aiuta Brian con i compiti per le vacanze: “orso …. Or-so…. O.R.S.O…. orso”

Per alcuni istanti ripete la parola dolcemente, sillabandola e scandendo lettera per lettera.

Il tempo di considerare che dopotutto era una mamma come tutte, e voleva bene al suo bambino, qualche istante di mulino bianco e questo idillio viene interrotto.

Senza passare per i santi sento chiamare direttamente l’altissimo a gran voce, con nomignoli che non riporto, seguito da “non te vedi che l’è un orso, deficiente????”.
Ecco, tutto questo per dire che mi ritrovo a fare appello a questo quadretto poco educativo per mantenere la pazienza mentre a volte l’omino rosso vorrebbe  prendere i comandi della consolle, affrontando i compiti del fine settimana con Sofia.

Invece rimane sempre in testa Gioia, sostituita in parte finale da sfinimento.

Che barba, che noia

La noia è una mosca che ritorna sullo stesso lembo di pelle dal quale la scacci.

La noia è sabbia bagnata che si appiccica ai piedi e non va via.

La noia è una sostanza untuosa che rimane tra le dita, la sposti e si appiccica all’altro dito.

La noia è un vinile che ripete lo stesso solco, perché la puntina salta.

La noia è una bicicletta con la corona sdentata, ogni tanto la pedalata va a vuoto.

La noia è un’autostrada dritta ma con la visibilità azzerata dalla nebbia: è tutto monotono ma guai a distrarsi.

La noia è una temperatura di un grado in più o in meno rispetto a come ti sei coperto.

La noia è il tempo della malattia che non passa, ogni istante ci si aspetta la guarigione che invece richiede pazienza.

La noia è fame, la noia è sete.

La noia è una sgradita conversazione che non si vorrebbe trasformare in discussione.

La noia è l’euforia esaurita per un traguardo ormai raggiunto e superato.

La noia è insonnia, è voler dormire senza riuscire.
(La noia è anche un post come questo)