Questione di feeling *

La gradevolezza di una conversazione non è dettata tanto dall’argomento quanto dalla capacità dell’interlocutore di mettere l’altro a proprio agio, reciprocamente, facendo scaturire il desiderio di aggiungere elementi.

Che non significa che si parla volentieri solo con chi ci dà ragione, ma che un atteggiamento disfattista della persona che abbiamo di fronte, o di onniscienza, o di quello che tanto sapeva già o comunque se lo immaginava che sarebbe andata così e te lo aveva detto fa passare anche la voglia di comunicare la lista della spesa.

Al contrario chi dimostra interesse, non necessariamente approvazione, fa venir voglia di scendere nei minimi particolari, quelli che magari potrebbero, o dovrebbero, essere tralasciati.

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Bye-bye 2016

I bilanci non mi sono mai piaciuti, hanno il sapore dell’esame finale, imprescindibile dall’espressione di un giudizio o peggio di un voto, di un risultato numerico, così apparentemente pregno di significato e così sostanzialmente muto.
Questa doverosa premessa per dire che non intendo riassumere l’anno che si conclude con ciò che mi rimarrà, nel bene e nel male.

Ciò che appartiene alla seconda colonna va direttamente nel cestino, anzi SHIFT + CANC, così non rimane nemmeno la possibiltà di recuperarlo.
Trattandosi di un anno bisesto qualche magagna se la è portata dietro, e ora ciaone.

Nemmeno facebook mi ha proposto il video del mio 2016 in breve, deve avermi letto nel pensiero.

Stilerò piuttosto un elenco di quelle cose belle che sono accadute proprio quest’anno, specialmente quelle uniche, ma anche quelle periodiche che però si sono verificate per la prima volta.

A livello personale il 2016 mi ha regalato ben due record italiani di staffetta (ho detto personale, non individuale!); con tutte le riserve che si vogliono appiccicare ai casi (eh ma sono sulle 4×100… eh ma sono di categoria M160… eh ma sono risultati collettivi e non individuali…): oh, ma sempre di record si tratta!

E già che siamo in tema di staffette aggiungiamo al carrello la vittoria ai campionati italiani con la 4×50. 

Viola iniziato a parlare: per ora siamo ancora a discorsi un po’ sconnessi, astratti dalla realtà, tipo “voj saltare su e giù nelle poccianghere di fango co le galosc” a cui segue la spiegazione “le galosc sono dei stivai di goma: ti metono tui pedini”.

Ma è un gusto infinito ascoltare le sue chiaccherette e i suoi ragionamenti primordiali, la sua osservazione della realtà senza filtri; racconta tutto ciò che le è davanti agli occhi: fuori piove, c’è nibia, ho paura de le machine, voj la panda (è il suo pupazzo, ma sembra la richiesta poco pretenziosa di un’automobile).
Sofia ha imparato ad andare in bici senza le rotelle: è accaduto da un giorno all’altro, il 3 giugno per l’esattezza; le ho detto ‘sento che oggi è il giorno giusto’, l’ho sostenuta un po’ inseguendola mentre la sorreggevo correndo, e ad un certo punto l’ho lasciata.
“Sto andando da sola?” ha realizzato dopo pochi metri. E da quel giorno le nostre gite in gelateria sono aumentate.
Sofia ha iniziato anche a leggere dando un senso alle parole, per me è un grande traguardo, l’inizio della sua vera autonomia.
Infine il 2016 è l’anno in cui ho aperto il blog e, in parallelo, la pagina Facebook.

Può apparire insolito, ma lo sento molto una mia creatura: una creatura virtuale che chiede cura e accudimento, e che cresce un po’ alla volta grazie a voi che mi leggete e mi incoraggiate.

A voi tutti i miei migliori auguri per questo 2017 in arrivo.

Risposte di Natale

Giorno di Natale, ora di pranzo.

Dopo aver scartato i pacchetti, Viola sta seduta sul pavimento e disegna con un pennarello nero su un blocco formato A4.

Il suo tratto arcuato scorre impetuoso, indomito sopra il foglio quadrettato, e presto scivola sulle piastrelle, dove traccia la prosecuzione del suo pensiero astratto.

Conscia delle raccomandazioni a non sconfinare, sposta repentinamente il blocco sopra il segno, chè se lo scarabocchio non si vede allora non c’è; poi alza lo sguardo a verificare se è sorvegliata. 

Seduta sulla sedia, dal tavolo la osservo e commento ‘Eh eh eh’ con tono bonario.

Rovesciando i ruoli mi guarda torva e risponde ‘No cè ninte da ridere!’.

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La sera dello stesso giorno sta seduta a tavola in braccio al suo papà, ruminando eternamente il ciuccio; quando le si para davanti un mandarino, sfila il ciuccio dalla bocca per essere libera di mangiare. La presa della manina è debole, distratta dal frutto, e il ciuccio cade a terra.

Uno dei commensali, volto a lei sconosciuto, lo raccoglie e glielo porge.

Senza dire nulla lei ne ritorna in possesso; stimoliamo il senso del ringraziamento con la classica domandina ‘Cosa si dice?’

E cosa si dice a uno sconosciuto che ha raccolto il ciuccio dal pavimento e ce lo ha restituito?

“Non è mica tuo!!!”

L’identikit

24 dicembre, mattina della vigilia di Natale.
Ci siamo quasi, la clessidra sta per esaurire la sabbia, mancano poche ore al Natale e, come nelle partenze agostane intelligenti, è uno di quei giorni di colore nerissimo: potendo, è meglio evitare di muoversi, di girare per i negozi, di fare acquisti.
Potendo significa ‘essendosi organizzati prima’, cosa che io non ho fatto.

Ogni anno va peggio, continuo a vedere in lontananza la data e respingo il pensiero delle incombenze, certa che in qualche modo le cose alla fine troveranno una loro collocazione, che quello che è necessario comprare in qualche momento lo si compra, che se le difficoltà sono abbastanza grandi si arrangeranno da sole.
Così la mia olimpiade di corsa all’incastro delle attività quotidiane con i preparativi natalizi giunge al rush finale alla mattina del 24: acquisti ai grandi magazzini con tutta la famiglia al seguito.
Meriterei la medaglia d’oro nella specialità solo perchè competo agli acquisti con tutta la truppa.
Manca poco, pochissimo, ultimo acquisto ultimo. La commessa estrapola le maglie dagli scaffali e me le svolge sotto agli occhi, in modo che io possa apprezzare taglia/modello/colore/prezzo e valutare se adeguato. Ad ogni nuovo pezzo faccio il confronto col precedente e rivolgo lo sguardo a mio marito per capire la sua valutazione. 

E ogni volta mi ritrovo a fissare il vuoto: le bimbe scorrazzano e lui le rincorre. Lo chiamo, viene allo stand, bofonchia, la commessa fa un’altra proposta e lui sparisce.

Più che un aiuto per gli acquisti, un ectoplasma.
Avanti così per 4 o 5 maglie, fino a che realizzo che è un circolo vizioso: più lui si allontana, più aumenta l’indecisione, più proposte farà la commessa, più difficile sarà scegliere, più le bimbe correranno in giro. 

Non ne usciremo, già mi vedo alla vigilia di Natale 2017 davanti alla nuova collezione e ai capi in saldo della stagione precedente, sommersa.

Alzo il capo e ancora il nulla; spazientita o forse esasperata lo chiamo in modo molto secco, asciutto, senza alzare troppo la voce ma facendo conto sulla mia determinazione: due sillabe ben scandite che purtroppo non sortiscono però nessun effetto.

La commessa che mi segue attende la comparsa, quella dello stand a fianco sembra comprendere il mio stato d’animo, mi si avvicina e mi chiede in tono di aiuto: “Quanto alto è più o meno?”

Mi sento confortata: sollevo la mano sopra la mia testa di una decina di cm, la piego ad angolo retto e, pur se la domanda è approssimativa io cerco di rispondere con precisione “Più o meno così”.

Mi sento come quella che ha indovinato la risposta esatta ad una domanda difficile all’esame: è una statura importante, è più facile individuarlo.

La commessa risponde laconica “AH”; quello che io interpreto come l’inizio di una ricerca, in realtà è un ritorno sconfortato allo stand di competenza.

Vorrebbe non dire nulla ma evidentemente il mio sguardo interrogativo non lascia spazio al suo retrocedere. Pertanto conclude “credevo si trattasse di un bambino!”

Traslochi

Oggi voglio fare un ‘regalo’ ai miei lettori; uno di quei regali che chi lo riceve scarta e cerca di mascherare il commento ‘potevi anche tenertelo’ sviando in ‘ma non dovevi disturbarti!’

Oggi pubblico qui quello che avrebbe voluto essere il Capitolo I di un ipotetico mio libro, che però non ha mai proseguito oltre.

Chissà, magari da qualche commento potrei trarre ispirazione per il seguito; oppure potrei capire che ho fatto bene a fermarmi.

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“Mettilo lì” dice Martina indicando un’area della superficie esatta della base dello scatolone che Franco, visibilmente sudato, sta sorreggendo.“Quante volte ti ho detto di prepararli più leggeri” sbuffa Franco, andandosene direttamente verso la porta di uscita a cercare qualche altro carico da portare dentro la casa nuova.

Si tratta del terzo trasloco nell’arco degli ultimi due anni, finalmente quello che, almeno nelle previsioni plausibili, si può chiamare definitivo.

Un trasloco è sempre un momento di rivoluzione, e non solo in senso fisico, per lo spostamento di materiale che inevitabilmente comporta. Ci si ritrova costretti a mettere in discussione tutto: abitudini personali, oggetti stipati nel fondo degli armadi, collocazione di utensili di uso quotidiano. Perfino i percorsi quotidiani, la strada che porta al lavoro, o a scuola, vanno ripensati e analizzati durante il primo periodo di insediamento; altrimenti si corre il rischio di imboccare una via che in realtà conduce nella direzione opposta a quella che si intende raggiungere.

Tutto stravolto: il cassetto delle posate non è più il primo a destra ma diventa quello sotto al fornello; il pulsante per accendere la luce principale va spinto verso l’alto e non verso il basso; quella maglia che si conservava per occasioni speciali, che si era riposta in una custodia e che si usava raramente, pertanto in un angolo recondito, si rivela inutilizzata ormai da parecchi anni. Ci si era quasi dimenticati di averla, ad essere onesti ce ne si era dimenticati del tutto, e adesso eccola lì a renderci conto di quanti anni sono passati.

Dispiace buttarla, nonostante ci si renda conto che non la si utilizzerà più e che occupa un po’ di spazio inutilmente; ma lo spazio che richiede è poco e i ricordi che porta con sé sono molto importanti.

Certo, ad applicare le stesse considerazioni a tutte le cose ci si ritroverà con la casa nuova piena di carabattole vecchie e soprattutto inutilizzate; magari qualcuno potrebbe riutilizzarla, qualcuno di meno fortunato che però potrebbe non apprezzarla per il suo valore inestimabile…

“Io vado a prendere gli altri scatoloni” grida Franco, ridestando Martina dai suoi pensieri e riportandola al presente “e voglio sperare che non siano tutti così pesanti, altrimenti ne risentirà la mia schiena e dovremo interrompere il lavoro”.

“Sono pesanti perche sono compatti” si giustifica Martina “con un solo giro porti tante cose, si tratta in realtà di ottimizzazione”.

“Porto un ultimo carico e poi andiamo a mangiare un boccone, che è ora di pranzo. Ho bisogno di introdurre energie e soprattutto di bere una bella birra fresca” conclude Franco, uscendosene e richiudendo la porta.

In effetti alcuni dei pacchi che Martina ha assemblato sono parecchio pesanti, se ne rende conto. Si tratta perlopiù di pacchi di fotografie, di libri o di dischi. Ma se si potesse pesare come un grave il carico di emozioni e di ricordi che ciascun elemento, foto o canzone che sia, porta con se, quei pacchi sarebbero veramente insostenibili.

Quante informazioni archiviate solo nella nostra memoria scaturiscono dall’ascolto di un brano, quante situazioni si ricollegano ad un’immagine. E pensare che tutto sta dentro pochi decimetri cubi, qualche litro di capacità per una vita intera di pensieri.

Purtroppo quello stesso carico non è apprezzabile dall’esterno: chi vede una fotografia vede solo ciò che gli appare. È un modo veloce di trasferire i propri stati d’animo a chi ci circonda; talmente veloce che tralascia tutti i dettagli; chi propone lo scatto agli occhi degli amici suppone di riuscire a condividere le proprie emozioni, perché gli sembrano evidenti, invece gli sta trasmettendo un semplice telegramma.

Oppure si può venire tratti in inganno e vedere le cose come il fotografo ha voluto presentarcele o come il soggetto ha voluto farci credere che fossero.

Dallo scatolone che Franco ha appoggiato spunta una foto. Martina la prende per riporla in bell’ordine insieme alle altre.

Si tratta di un primo piano di un bicchiere: sopra un tavolino di formica di un bar, colorato in foggia di marmo di granito rosso, uno snifter quale unico soggetto. Dentro il bicchiere una dose smisurata di calvados. Quella foto risaliva ad una recente vacanza trascorsa in un villaggio turistico spagnolo: l’aveva scattata Franco per documentare agli amici quanto fosse alle prime armi la cameriera del bar, che non conosceva le quantità corrette da versare e nel dubbio di poter scontentare i clienti eccedeva.

Proprio qualche giorno prima Franco l’aveva cercata per mostrarla a Roberto ed eccola lì, orfana del suo album.

Per Martina quella foto significava tutt’altro, le riportava alla mente una magnifica serata di musica e di canzoni cantate in compagnia.

Era partita per essere una gara tra gli ospiti della struttura, una sorta di karaoke; nel pomeriggio i villeggianti avevano indicato un titolo a loro scelta, un pezzo da cantare davanti a tutti gli altri.

Gli stessi partecipanti erano giudici di chi si esibiva, avrebbero dovuto esprimere il loro apprezzamento con gli applausi; gli organizzatori avrebbero valutato a orecchio e decretato il vincitore.

Anche la sera precedente c’era stata una esibizione che metteva gli ospiti in competizione fra loro, si trattava di una gara di ballo; Martina e Franco avevano partecipato ed era stato un clamoroso fiasco.

Martina sperava che la musica li avrebbe guidati a sentimento e fatti volteggiare in modo automatico; sperava che il ritmo della canzone e il loro affiatamento avrebbe creato seduta stante una sintonia tra passi e movimenti e che avrebbero potuto magari non vincere ma comunque fare una figura decorosa.

Invidiava quella coppia che danzava sulla stessa pista e interpretava ‘Demasiado corazon’ alla perfezione: un uomo di circa 45 anni, completamente glabro, sembrava la personificazione della stabilità, quasi una statua, ma con le sue braccia precise induceva la compagna trentenne, una bionda col nasino all’insù e un tatuaggio tribale sul braccio destro, a srotolarsi e riavvolgersi come uno yo-yo. Ogni volta che lei ritornava tra le sue braccia, lui, rispettando perfettamente lo scandire del tempo, riusciva a farle fare una volata o a farla rotolare a terra e poi rialzarla tempestivamente per farla allontanare di nuovo.

Franco invece sembrava non essere investito dello stesso vigore, pareva che non sapesse da che parte affrontare Martina, e ad ogni strofa doveva spremersi le meningi per farsi venire in mente una figura da simulare; ma la musica procedeva più rapidamente della sua fantasia coreografica e si erano ritrovati a rimanere pressoché fermi per la maggior parte della durata della canzone, e per il resto avevano abbozzato qualche movimento scomposto e per nulla sincronizzato.

Martina avrebbe voluto volteggiare come quell’altra concorrente, ma da sola non lo poteva fare. Aveva la sensazione di stare partecipando ad una corsa di biciclette dove il suo mezzo aveva le ruote sgonfie, tanto Franco intraprendeva azioni contrastanti con quelle che lei si aspettava.

Nella coppia che poi aveva vinto, anche gli sguardi tra i due facevano parte della coreografia, si potrebbe quasi dire che ballavano anche con gli occhi: lui occhi viscerali che fendevano lei trafitta e inerme quando l’abbracciava; lei civettuola e provocatoria quando si allontanava.

Franco invece era rimasto per tutta la durata della gara di ballo con uno sguardo da bambino sperduto, Martina aveva cercato di guardarlo con aria di motivazione per convincerlo nella prima esibizione, poi si era sforzata di mantenere un’espressione impassibile che almeno non lasciasse trapelare la sua vergogna.

Le sarebbe piaciuto riscattare quella sera con una esibizione migliore, ed ecco che già le si presentava l’occasione. Aveva scelto il titolo, ‘I will survive’ di Gloria Gaynor. Quando capitava la possibilità di cantare davanti ad altri, cosa che le piaceva moltissimo, era il suo cavallo di battaglia. Conosceva bene il testo e lo sentiva anche un po’ suo, espressione concisa del suo carattere. Aveva comunicato quel titolo agli organizzatori nel pomeriggio e poi se ne era andata con Franco a visitare una città che si trovava a qualche decina di chilometri dall’albergo. Gli organizzatori non avevano quindi potuto comunicarle che non possedevano la base di quella canzone perché normalmente gli ospiti preferivano i brani in italiano e solo di quelli avevano le basi.

Per tutto il tragitto si era esercitata a cercare l’intonazione giusta e a ricordare le strofe nella sequenza corretta. Poi una volta fatto ritorno al villaggio la serata era iniziata e non aveva più tempo di pensare e preparare un altro brano.

Sconsolata si era messa a guardare da un angolo e ad ascoltare gli altri partecipanti. Per prima si era esibita una ragazza coi capelli rossastri raccolti in due trecce, che aveva cantato ‘Il tempo di morire’ di Lucio Battisti; un’esibizione che ricordava le recite di Natale della scuola materna. Poi era stata la volta di un paio di amici che avevano intonato un brano di Vasco: più che le note si sforzavano di riprodurre i versi del cantante modenese. Qualche altro ospite si era alternato sul palco allestito per l’occasione; non erano stati poi tutti pessimi anzi… una emula di Loredana Bertè aveva cantato ‘Il mare d’inverno’ con una voce così graffiante che aveva convinto molti ascoltatori ad applaudire per lei; se non fosse che chi si trova in vacanza è l’ultimo pensiero che vorrebbe affrontare quello del mare in inverno.

Ad un certo punto si era presentato un altro concorrente; inizia ad intonare ‘Che coss’è l’amor’ di Vinicio Capossela. Canta da solo la prima strofa; una canzone meno nota al pubblico rispetto a quelle che erano andate in scena prima, ma molto ritmata. L’interprete di turno, un uomo sulla cinquantina non alto di statura e un po’ cicciottello, era molto spigliato davanti al pubblico; si calava nella parte e sembrava di vederlo mentre cantava, proprio nei luoghi descritti nella canzone, a cercare qualcosa; mentre cantava si piegava per intonare meglio e pareva che fosse lui a camminare tutto crocchio.

Poi all’improvviso un guasto: un black out generale che costringe l’impianto a sospendere la musica. Si accendono le luci di emergenza e con il supporto delle stelle e della luna piena la serata potrebbe ancora proseguire, ma senza le basi musicali.

È a questo punto che Martina coglie l’occasione al volo: un segno del destino sembra collegare la mancanza della sua base per il brano di Gloria Gaynor e l’improvvisa mancanza della base di questo ragazzotto, che tutti al villaggio avevano ribattezzato Pomo.

Dapprima intona una strofa a volume bassissimo, poi una seconda a volume normale, duettando di fatto con il concorrente di turno; non capisce come, il testo sembra sorgerle spontaneo da qualche recondita area di memoria nel suo cervello. Quando Pomo si accorge di stare ospitando una seconda voce, le si avvicina rincuorato dopo l’empasse della perdita della base.

Si crea una magia tra i due: in qualche modo sono riusciti a non interrompere il brano. Le loro voci iniziano a modularsi sulla stessa lunghezza d’onda; iniziano a spartirsi le strofe con cenni di intesa, senza sovrapporsi e creando anche una buona alternanza, creando quasi una sorta di dialogo con il testo della canzone, una serie di domande e risposte.

La mancanza della base si rivela a questo punto provvidenziale perché consente loro di ripetere qualche strofa a piacimento, per raggiungere l’apogeo con un ensemble di voci sul finale.

Al termine della canzone uno scroscio di applausi: l’esibizione aveva veramente coinvolto tutti i presenti, anche quelli che non conoscevano la canzone nei giorni successivi continuavano a ripetere il motivetto.

Il primo premio era stata poi assegnato ad un partecipante bambino che aveva astutamente presentato ‘Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte’ ma i vincitori morali erano sicuramente stati Martina e Pomo.

Franco era tornato con un altro carico e aveva decretato che era senz’altro giunta l’ora di pranzo.

 

 

 

A partire da una mela…

‘A is for apple’ è l’incipit di una filastrocca che insegna l’alfabeto in lingua inglese: la mela, apple, come inizio dell’abbicì.

Eva offrì ad Adamo una mela, e per questo furono cacciati dal paradiso terrestre: la mela, il peccato originale.

La mela è l’unità di misura dei primi problemi matematici: la mamma compra 3 mele, se ne mangio 2, quante mele rimangono?

Cogli la prima mela-ah, suggerisce Branduardi nella sua canzone.

La mela frutto proibito: Biancaneve cadde addormentata per averne addentata una avvelenata.
La mela frutto della discordia, lanciata da Eris con la scritta ‘alla più bella’ che Paride ritenne essere Afrodite, in cambio dell’amore di Elena, la donna più bella del mondo (sono particolarmente affezionata al mio nome per via di questo dettaglio, ma riconosco che centra poco con le mele).

Il tempo delle mele, film della mia infanzia, che descrive l’adolescenza.

La mela frutto iper-sfruttato (pur rimanendo frutto! perdonate il gioco di parole…): la mela verde emblema del dentifricio Mentadent, la mela morsicata dietro i nostri smartphone e i nostri tablet, e chi Vespa mangia le mele.

La mela introduce numerosi giochi di parole, da ‘io mela mangio’ per presentare la Melinda, a ‘io mela tiro’ che sigla una linea di fantasiosi costumi per nuotare.

La gustosa torta di mele di nonna papera, sempre in forno.

La grande mela, soprannome con cui è conosciuta la cittá di New York.

Il bruco mela, tappa fissa dei più piccoli al luna park.

Guglielmo Tell costretto a centrare con arco e freccia la mela posta in cima alla testa del figlio, Newton scopre la gravità pigliando una mela in testa.

E la mela panacea di tutti i mali, chè una mela al giorno toglie il medico di torno.

Il tarlo *

“Pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare sull’animo del poveretto, quello che s’è raccontato.”

I miei 25 lettori penseranno che mi faccio trip mentali assurdi, ma tant’è!

Avete presente gli adesivi? le figurine Panini? Ecco: finché sono nuove restano perfettamente collimanti con il loro supporto, un tuttuno.
Poi quando stacchi la figu dal suo retro, anche se di poco appena appena, avoja di farla ritornare come se non.

Cioè per quanto lisci, premi, ripassi, ormai la frittata è fatta.
Così per gli scenari mentali: per un certo periodo hai un’idea, limpida, unica, lineare, di come stanno le cose.

Un disegno dai contorni nitidi e dai colori luminosi.
Poi si insinua un tarlo, vedi la cosa da un’altra prospettiva.

Non te la levi più dalla testa. Solitamente gli scenari sono quanto di più distante l’uno dall’altro, antitetici proprio. Ugualmente possibili, equamente probabili. 

Ma uno ribalta l’altro.
Peggio ancora, inizi a ricostruire a ritroso, rileggi il passato in controluce. E tutto conferma e tutto smentisce.
Tu sei li tranquilla che osservi il quadro e ad un certo punto appare un ologramma: riesci a vedere entrambe le figure, quella astratta e quella in rilievo; e ti chiedi come hai fatto a non accorgerti prima di quel leone che ti stava quasi per sbranare!

La libertà *

C’è chi di notte conta le pecore; io invece le chiamo ormai per nome: Dorina, Gervasa, Lucinda, ….

Allora mi metto a riflettere, ragionare, filosofeggiare… Insomma a farmi seghe mentali. 

Tema del giorno, anzi della notte: la libertà.
La libertà è un concetto che si riesce a spiegare solo mediante la sua privazione.

“Libertà è un concetto semplice, se non ne sai il significato” (Malika Ayane)

Ingrati che siamo, ci accorgiamo solo quando viene a mancare.

“Only know you’ve been high when you’re feeling low” (passengers)

La libertà da sola non ha molto senso… Non ha valore assoluto… “Liberi di liberi da” (dirotta su Cuba); ma anche “liberi liberi siamo noi però liberi da che cosa?” (Vasco Rossi)
Allora ci provo io, che libera mi sento, a descriverla: libertà è non avere nessuno che ti aspetta, nessuno a cui rendere conto?

No quella la chiamerei più ‘solitudine’.
Cioè, io mi sento libera, ma in realtà tutti lo siamo: ogni nostra condizione è frutto di scelte, più o meno consapevoli.
Quindi, dicevo, libertà? È poter andare dove si vuole e quando si vuole. No questa la chiamerei ‘disponibilità economica’ ed è una delle forme di schiavitù più forti.
Allora cosa è libertà? Torno alle pecore vah!

Clima di attesa

Saluti come il wi-fi, che ‘prende’ solo se se c’è connessione; saluti come partite di biliardo, studiati nelle minime angolature e traiettorie; smancerie e profusioni che solo semel in anno una tale bulimia di baci&abbracci.
Il nonno vigile che con la paletta nella mano destra domina il mondo, mentre invece sta solo salutando il suo compare.

Mancano 3 cioccolatini a Natale.
Donne alle 8 di mattina con un makeup che per applicarlo tutto devono essersi svegliate all’alba del giorno prima.

Individui che si trasformano in orde di acquirenti, fagocitando qualunque cosa si appresti ad essere incartata, e spesso è il pacchetto l’unica cosa che ha senso.
Onorevoli cause che si palesano, l’AIRC, l’AIDO, l’ADMO, la città della Speranza, l’AISM, i bambini di Chernobyl, le adozioni a distanza; ma anche il canile, il gattile, la LIPU, la LAV; ma anche tutte le scuole di ogni ordine e grado.
Così il pacchetto che era per te, ed era vuoto o pieno di inutile, diventa una partecipazione ad una buona causa, ma per un altro. 
“Perché hai già tutto” che si traduce in “perché non ho voglia di smazzarmi a pensare cosa possa farti piacere”.
Frasi fatte, meccanismi sociali patologici.
Così stanca del Natale che sono stanca anche degli anticonformisti, quelli che partono al 15 di novembre a ribadire che loro il Natale lo odiano, facendo esattamente il gioco del lupo.

I miei omini Gingerbread stanno in frigorifero, avviluppati nella palla del loro impasto; il treno per la decorazione l’hanno già perso, se continua così potrebbero venire biscottati senza essere ritagliati: lascerò alla fantasia dei buongustai la loro definizione, chè tanto una volta varcata la soglia delle fauci ritornano subito ad essere briciole.

La dea bendata

BZZZZ… BZZZZZ…Il mio cellulare vibra, in orario lavorativo, annunciando la chiamata da un numero di rete urbana non presente in rubrica: ci sono tutti gli elementi che caratterizzano una rogna.

Rispondo con tono anonimo e scocciato, a bassa voce.

“Pronto?”

“Buongiorno, è la signora Rigon Elena?”

Il sospetto ‘rogna in agguato’ si fa concreto.

Confermo, senza modificare l’inflessione scazzata della mia voce, nè alzare il volume.

“E’ il Comune, buongiorno” una donna si presenta con le generalità del mio comune di residenza, senza specificare da quale ufficio mi cercano.

Il sospetto si fa certezza: il mio primo pensiero corre all’ufficio dell’economato, e precisamente riconduco il motivo della chiamata alla TARSU, avranno ritenuto di esigere un pagamento supplementare, o forse non ho proprio pagato la scorsa rata?

L’ipotesi alternativa è qualcosa che ha a che fare con la mensa scolastica di Sofia.

La messa (intesa come femminile di messo) prosegue, distraendomi dalle mie elucubrazioni (intese come seghe mentali):

“Volevo informarla che il Sindaco e tutta la Giunta desiderano invitarla il giorno 23 dicembre alle ore 11.30 in sala consiliare per lo scambio degli auguri”.

Resto interdetta: 

“Grazie” dico con lo stesso tono mantenuto fino a quel momento, e riattacco.

Ora: stanno chiamando a tappeto tutti i residenti? o sorteggiano? o li selezionano sulla base di caratteristiche a me ignote?

Escludo la prima, faccio presto a raccogliere le prove.

Escludo anche la terza: non ho nessuna qualità che mi possa mettere in luce rispetto agli altri concittadini.

Propendo per la seconda ipotesi ma, mi chiedo, perchè quella volta che la fortuna guarda dalla mia parte non vengo estratta per la lotteria nazionale?