Malavita

Che pena a ripensarci, e non tanto per quei 300€, tetto massimo del prelievo giornaliero dal bancomat.

Mi immagino che possa essere andata più o meno così:

Nonna Mariuccia si trovava a casa, da sola.

Era rimasta vedova da due decenni ormai, e stava invecchiando in maniera invidiabile: in ottima forma fisica, autonoma in tutto e per tutto, perfettamente lucida e ragionevole, forse molto più di tante altre donne anagraficamente ben più giovani di lei, che aveva già varcato la soglia degli 80 anni.

Da quando il nonno se ne era andato viveva da sola in un ampio appartamento, nello stesso spazio in cui adesso risiede comodamente una famiglia di 7 persone.

Gestiva la sua giornata in totale libertà, dedicandosi in parte alle incombenze quotidiane: la spesa, le pulizie, il pranzo, la cena; in parte ad attività di diletto: oltre a seguire alcune trasmissioni televisive amava molto leggere libri.

Ne aveva una stanza piena, lo spazio non le mancava. E siccome percepiva una pensione modesta, preferiva risparmiare un pochino, e magari leggere due volte uno stesso libro che le era piaciuto, piuttosto che comperarne uno di ignota qualità.

Giallo e avventura i suoi generi.

Da quella piccola biblioteca attingevo anche io prima di partire per le vacanze estive; finché ero bambina mi prestava Agata Christie, e mi piaceva lasciarmi consigliare su quale avventura di Miss Marple o di Hercule Poirot era più avvincente.

In tempi più recenti aveva collezionato tutti i romanzi di Clive Cussler, era una fan di Dirk Pitt, ma per me erano troppo rocamboleschi e improbabili; e poi amava Dan Brown.

Un giorno mi aveva consegnato ‘Io uccido’ di Giorgio Faletti, pregandomi di prenderlo, leggerlo se volevo e poi buttarlo, perché non le era piaciuto per nulla; è rimasto invece uno dei miei preferiti.

Non agiva mai con fretta, affrontava tutto pacatamente, senza mai cadere nella flemma o nell’indolenza; non svolgeva attività superflue, e anche cucinare non era tra le sue priorità: preferiva prepararsi qualcosa di veloce, o consumare piatti pronti, ed avere più tempo per stare tranquillamente seduta a leggere i suoi libri.

D’inverno si accomodava in salotto, su una vecchia poltrona di pelle imbottita; a fianco teneva uno sgabello sul quale appoggiava il telecomando della televisione, che rimaneva comunque accesa a basso volume.

D’estate si sedeva in poggiolo, su di una sedia a sdraio pieghevole che aveva la seduta e lo schienale formati da un tubicino di gomma ordito su un telaio metallico. Questa sdraio era talmente vecchia che in alcuni punti il tubicino si sfilava dal telaio, e mi dava l’impressione di non poter reggere a lungo; temevo che avrei potuto trovarla un giorno a gambe all’aria sulle piastrelle del poggiolo.

Anche lo snodo tra la seduta e lo schienale era ormai logoro, ci avevo giocato tantissimo quando ero piccola, e la poltrona era ancora in uso, ma io non avrei scommesso un centesimo sulla sua solidità.

Mentre leggeva le piaceva fumare quelle sigarette sottilissime, che riteneva più eleganti, più adatte ad una signora della sua veneranda età; prima di accendersi la sigaretta, rigorosamente con il cerino, metteva in bocca una mentina, una piccola caramella profumata che confondesse la puzza di fumo dal suo alito. Lo sgabello serviva anche a sorreggere il posacenere.

Mi piaceva farle gli scherzi, tanto rideva di gusto: le aprivo i cerini srotolando il bastoncino e lasciando la capocchia zolfata, così sembravano delle ballerine che facevano la ruota; lei poi li utilizzava così, magari bruciacchiandosi un po’ le dita.

In cucina teneva una sveglia digitale come orologio; la suoneria produceva un rumore metallico e distorto. Quando mi invitava a pranzo la puntavo, senza farmi notare, su un orario notturno e alzavo al massimo il volume.

Poi attendevo il giorno successivo, per ascoltare cosa riferiva a mio papà: che la sveglia era suonata alle 2 di notte svegliandola dal profondo dei suoi sogni, e che le era preso un streminzi, uno stramazzo.

Oppure mi piaceva rispondere alle sue osservazioni precise con un generico ‘eh ciò’, aspettando che lei di rimando brontolasse ad alta voce “mmmmm… ‘sa te’l disi a fà?” cosa te lo dico a fare?.

Si era trasferita nella provincia veneta dall’hinterland milanese, e aveva conservato immutata la sua parlata meneghina. Per la cadenza veneta nutriva scarsa simpatia, canzonava in maniera non troppo velata chiunque parlasse correttamente in italiano ma aprendo esageratamente le vocali. Se invece ascoltava un discorso pronunciato completamente in dialetto, lo riteneva incomprensibile e rinunciava a priori ad interpretarlo e ad instaurare un dialogo.

Forse anche per questa ragione, che fruttava un atteggiamento apparentemente altezzoso, non aveva molte amicizie al di fuori della famiglia.

Quella mattina di settembre stava facendo quello che faceva tutte le mattine: dopo essere andata a comperare il pane e il latte freschi, era tornata a casa e stava passando la lucidatrice sul pavimento; credo fosse rimasta l’unica a possederne una, per certo era rimasta l’unica ad adoperarla quotidianamente.

Era una bella giornata: la canicola agostana stava cedendo il passo all’autunno che doveva ancora arrivare, era ancora caldo ma di una temperatura più mite, e si percepiva meno afa e meno umidità.

Mentre passava la lucidatrice le era sembrato di sentire suonare il campanello; l’aveva spenta, attendendo di capire se quel suono fosse proprio quello del suo campanello. Era insolito ricevere delle visite al mattino, quando il figlio, la nuora e le nipoti erano tutti al lavoro. Poteva essere il postino, magari.

Eppure sì, è proprio il campanello. Si sposta sull’uscio a vedere chi è, e intravvede due persone, un uomo e una donna. Sulle prime le sembra di non conoscerli, ma quando questi si identificano come Rossella e Roberto, le viene in mente che sì Rossella la conosce, è la nipote del Carlo.

“Povera ragazza” – pensa tra sé e sé – “quante ne ha passate”; si vergogna un po’ di non aver sentito il primo suono del campanello, forse l’età inizia a giocare qualche scherzo al suo udito. “Come è stata gentile a venire a farmi visita”, deve aver considerato.

Non le viene in mente, in quel momento, che la nipote di Carlo si chiamava Rosella, con una S solamente; e poi questa tizia è così cordiale e così convinta di conoscere la nonna, ed altrettanto persuasiva, che gli indugi sono presto rotti.

Nonna Mariuccia apre il cancello, invita la coppia a salire le scale, spalanca la porta di ingresso e li fa entrare in casa.

“Come è bello qui!” dice Rossella “come è grande e spazioso, che appartamento luminoso hai Maria”.

Il nome della nonna è scritto sul campanello, non è stato difficile desumerlo. Tutti però la chiamavano con il vezzeggiativo di Mariuccia, ma che importa? E’ una giovane donna che mantiene il rispetto per una persona anziana, che non si sente abbastanza in confidenza da chiamarla come la chiamano suo figlio e le sue nipoti.

“E ti vedo proprio bene, sei in gamba. Come stanno i tuoi?” Rossella mantiene un linguaggio generico per riferirsi ai familiari.

I due visitatori continuano a parlare con la nonna, con garbo e gentilezza, la coinvolgono e la ammaliano; e parlando girano per la casa, fino ad arrivare in camera. Nonna Mariuccia li segue, è sempre con loro, partecipa al discorso.

Non vuole sembrare scortese con quella donna che ha un trascorso burrascoso e ora sembra essersi rimessa a posto, ben vestita, curata, in ordine, e poi così solare, gentile: in poche parole una persona gradevole.

Non capisce il senso di questa passeggiata tra le stanze, la trova insolita, ma in realtà non le crea troppo disturbo.

Ad un certo punto a Rossella viene sete e chiede un bicchier d’acqua.

Come rifiutare? Il sole è ancora alto, bere è una necessità. Nemmeno ad un nemico si negherebbe; se poi a chiederlo è Rossella, la risposta è immediatamente affermativa.

“Certo! arrivo subito!” e nonna Mariuccia si sposta in cucina. Il tempo tecnico di uscire dalla camera, attraversare il corridoio, entrare in cucina, prendere un bicchiere, aprire il rubinetto, riempire il bicchiere e ripercorrere tutto il percorso inverso.

A far tutto con molta calma come faceva lei ci impiega forse un paio di minuti, ma probabilmente anche meno.

Quando nonna Mariuccia ritorna in camera incontra Rossella a metà del tragitto, che le viene incontro; porge l’acqua a Rossella, che la beve, continuando a chiacchierare tra un sorso e l’altro.

Raggiungono la camera, dove Roberto è rimasto ad attenderle; riprendono i discorsi che avevano interrotto, guardano le fotografie esposte sui comodini; i due la imbeccano a rievocare persone e momenti del passato, e la nonna è ben felice di snocciolare i suoi ricordi.

Dopo questa piacevole visita Rossella e Roberto si accomiatano, lasciando nonna Mariuccia alla preparazione del suo pranzo.

La nonna è contenta di aver ricevuto una visita insolita ed inaspettata, capita raramente di vedere qualche viso diverso da quelli dei familiari e dei vicini di casa.

Trascorre un pomeriggio tranquillo, leggendo il suo libro, sonnecchiando un pochino.

Prima di cena, quando rientra dal lavoro, papà sale a trovarla, come è solito fare; lei gli racconta che è passata Rossella quella mattina, è venuta a salutarla insieme a Roberto. E’ serafica.

Papà, non capisce, le chiede di ripetere chi è stato a trovarla.

– “Rossella”

– “Rossella? Rossella chi?”

– “Rossella la nipote del Carlo”

– “Mah…. che strano…. non ho sentito dire che Rosella sia in città in questi giorni”

La nonna considera che la memoria non è il lato forte del papà, lui non si ricorda mai di niente e di nessuno, e non è mai informato delle novità; non discute nemmeno del fatto che il nome della donna si pronunci con la S dolce o aspra.

Dopo cena si siede in poltrona davanti alla tv, la accende e la sintonizza sul telegiornale; le piace anche guardare ‘Striscia la notizia’, quella trasmissione un po’ giornalistica e un po’ satirica che fa seguito al telegiornale ufficiale.

Trasmettono, tra gli altri, un servizio (fatalità proprio quel giorno, perché non il giorno precedente?) che riporta alcuni casi di truffa perpetrata ai danni di persone anziane, da individui all’apparenza ineccepibili, che con scuse banali si insediano in casa e sottraggono gli averi: oro, denaro, carte bancomat.

La perplessità di papà fa 2 + 2 con il servizio di Striscia; la nonna scatta in piedi, corre in camera a controllare il suo cassetto… e fa 4: da quel cassetto che teneva ordinatissimo, al pari del pavimento lucidato quotidianamente, mancano alcune catene d’oro, i soldi contanti per la spesa della settimana e la carta bancomat.

Nonna Mariuccia teneva vicino al bancomat anche un bigliettino con il codice PIN; memorizzare tutti quei numeri è una diavoleria che non appartiene alla sua generazione.

Lo sconforto è la prima cosa che si abbatte su di lei, per la sottrazione di cui è stata vittima. Ma il controvalore in denaro è cosa esigua in confronto al danno morale che ne ha riportato.

Quell’ipoacusia nell’avvertire il suono del campanello le era pesata, quale segnale dell’età in avanzamento, ma era pur sempre un difetto fisico, ed è accettabile che il corpo deperisca col crescere dell’età, capita a tutti.

L’incapacità di riconoscere un raggiro invece è un segno di decadimento interiore, quindi più pesante, perché ci si ritrova ad essere soli ad avere quel problema, ché gli altri coetanei, anche se lo incontrano, lo nascondono, non lo vanno certo a raccontare nella sala d’attesa del medico condotto, aspettando il proprio turno.

Da qui era iniziato il suo vero, irreversibile declino, per la vergogna che provava ad essersi lasciata abbindolare: per aver perso affidabilità agli occhi dei familiari, per aver aperto la porta a degli sconosciuti, ed essersi lasciata derubare senza nemmeno accorgersene, porgendo quasi la refurtiva su un vassoio.

Quel giorno nonna Mariuccia era ‘diventata grande’ anzi purtroppo era ‘diventata vecchia’.

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7 Replies to “Malavita”

  1. L’hai raccontata così bene questa storia … triste, stavo per dire , ma che invece , è’addirittura tragica.
    Povera donna ,da quel momento non ha potuto più fidarsi di se’ stessa , e , per una come lei deve essere stato terribile.
    È’ successa una cosa analoga a due mie zie , una delle quali ha reagito come la tua , mentre l’altra è’ riuscita a rimuoverla e , apparentemente , ad accantonarla.

    Che brutto diventare COSÌ grandi!

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  2. Che gentaccia che gira…e ora quelli che ti propongono i contratti al telefono? Io a mio padre (88 anni, forse meno arzillo di tua nonna) gli dico sempre di attaccare subito e dire che non gli interessa, ma è contrario ai suoi principi, ai suoi modi di fare. Non sarebbe capace di attaccare il telefono in faccia neanche a Dracula, figuriamoci a qualche giovane signorina che gli dice di poterlo far risparmiare! Ogni volta che mi dice che l’ha chiamato qualcuno lo terrorizzo, ma mica sono certo di averlo convinto!

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    1. Mia nonna all’epoca aveva qualche anno di meno (comunque sopra gli 80).
      I miei purtroppo non hanno avuto la fortuna di diventare anziani, quindi mi perdo questa parte di esperienze.
      In compenso mio suocero già varie volte ha sottoscritto contratti di fornitura elettrica che ho dovuto andare a fare la raccomandata in posta alla velocità della luce per recedere (questo tipo di commissioni spetta a me), ed è più giovane!!! Ma poi cosa vado tanto in cerca… uno di questi contratti porta a porta ha fregato anche noi (mio marito per l’esattezza!!!) NOTEVOLMENTE più giovani 😎

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  3. Mio padre, che purtroppo ora vive solo, potrebbe essere facile vittima di raggiri.
    Io ogni giorno lo metto in guardia: non aprire a nessuno, non dare retta a sconosciuti, non dar ascolto a telefonate di gente che non conosce, call center compresi.
    Speriamo bene.

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