Traslochi

Oggi voglio fare un ‘regalo’ ai miei lettori; uno di quei regali che chi lo riceve scarta e cerca di mascherare il commento ‘potevi anche tenertelo’ sviando in ‘ma non dovevi disturbarti!’

Oggi pubblico qui quello che avrebbe voluto essere il Capitolo I di un ipotetico mio libro, che però non ha mai proseguito oltre.

Chissà, magari da qualche commento potrei trarre ispirazione per il seguito; oppure potrei capire che ho fatto bene a fermarmi.

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“Mettilo lì” dice Martina indicando un’area della superficie esatta della base dello scatolone che Franco, visibilmente sudato, sta sorreggendo.“Quante volte ti ho detto di prepararli più leggeri” sbuffa Franco, andandosene direttamente verso la porta di uscita a cercare qualche altro carico da portare dentro la casa nuova.

Si tratta del terzo trasloco nell’arco degli ultimi due anni, finalmente quello che, almeno nelle previsioni plausibili, si può chiamare definitivo.

Un trasloco è sempre un momento di rivoluzione, e non solo in senso fisico, per lo spostamento di materiale che inevitabilmente comporta. Ci si ritrova costretti a mettere in discussione tutto: abitudini personali, oggetti stipati nel fondo degli armadi, collocazione di utensili di uso quotidiano. Perfino i percorsi quotidiani, la strada che porta al lavoro, o a scuola, vanno ripensati e analizzati durante il primo periodo di insediamento; altrimenti si corre il rischio di imboccare una via che in realtà conduce nella direzione opposta a quella che si intende raggiungere.

Tutto stravolto: il cassetto delle posate non è più il primo a destra ma diventa quello sotto al fornello; il pulsante per accendere la luce principale va spinto verso l’alto e non verso il basso; quella maglia che si conservava per occasioni speciali, che si era riposta in una custodia e che si usava raramente, pertanto in un angolo recondito, si rivela inutilizzata ormai da parecchi anni. Ci si era quasi dimenticati di averla, ad essere onesti ce ne si era dimenticati del tutto, e adesso eccola lì a renderci conto di quanti anni sono passati.

Dispiace buttarla, nonostante ci si renda conto che non la si utilizzerà più e che occupa un po’ di spazio inutilmente; ma lo spazio che richiede è poco e i ricordi che porta con sé sono molto importanti.

Certo, ad applicare le stesse considerazioni a tutte le cose ci si ritroverà con la casa nuova piena di carabattole vecchie e soprattutto inutilizzate; magari qualcuno potrebbe riutilizzarla, qualcuno di meno fortunato che però potrebbe non apprezzarla per il suo valore inestimabile…

“Io vado a prendere gli altri scatoloni” grida Franco, ridestando Martina dai suoi pensieri e riportandola al presente “e voglio sperare che non siano tutti così pesanti, altrimenti ne risentirà la mia schiena e dovremo interrompere il lavoro”.

“Sono pesanti perche sono compatti” si giustifica Martina “con un solo giro porti tante cose, si tratta in realtà di ottimizzazione”.

“Porto un ultimo carico e poi andiamo a mangiare un boccone, che è ora di pranzo. Ho bisogno di introdurre energie e soprattutto di bere una bella birra fresca” conclude Franco, uscendosene e richiudendo la porta.

In effetti alcuni dei pacchi che Martina ha assemblato sono parecchio pesanti, se ne rende conto. Si tratta perlopiù di pacchi di fotografie, di libri o di dischi. Ma se si potesse pesare come un grave il carico di emozioni e di ricordi che ciascun elemento, foto o canzone che sia, porta con se, quei pacchi sarebbero veramente insostenibili.

Quante informazioni archiviate solo nella nostra memoria scaturiscono dall’ascolto di un brano, quante situazioni si ricollegano ad un’immagine. E pensare che tutto sta dentro pochi decimetri cubi, qualche litro di capacità per una vita intera di pensieri.

Purtroppo quello stesso carico non è apprezzabile dall’esterno: chi vede una fotografia vede solo ciò che gli appare. È un modo veloce di trasferire i propri stati d’animo a chi ci circonda; talmente veloce che tralascia tutti i dettagli; chi propone lo scatto agli occhi degli amici suppone di riuscire a condividere le proprie emozioni, perché gli sembrano evidenti, invece gli sta trasmettendo un semplice telegramma.

Oppure si può venire tratti in inganno e vedere le cose come il fotografo ha voluto presentarcele o come il soggetto ha voluto farci credere che fossero.

Dallo scatolone che Franco ha appoggiato spunta una foto. Martina la prende per riporla in bell’ordine insieme alle altre.

Si tratta di un primo piano di un bicchiere: sopra un tavolino di formica di un bar, colorato in foggia di marmo di granito rosso, uno snifter quale unico soggetto. Dentro il bicchiere una dose smisurata di calvados. Quella foto risaliva ad una recente vacanza trascorsa in un villaggio turistico spagnolo: l’aveva scattata Franco per documentare agli amici quanto fosse alle prime armi la cameriera del bar, che non conosceva le quantità corrette da versare e nel dubbio di poter scontentare i clienti eccedeva.

Proprio qualche giorno prima Franco l’aveva cercata per mostrarla a Roberto ed eccola lì, orfana del suo album.

Per Martina quella foto significava tutt’altro, le riportava alla mente una magnifica serata di musica e di canzoni cantate in compagnia.

Era partita per essere una gara tra gli ospiti della struttura, una sorta di karaoke; nel pomeriggio i villeggianti avevano indicato un titolo a loro scelta, un pezzo da cantare davanti a tutti gli altri.

Gli stessi partecipanti erano giudici di chi si esibiva, avrebbero dovuto esprimere il loro apprezzamento con gli applausi; gli organizzatori avrebbero valutato a orecchio e decretato il vincitore.

Anche la sera precedente c’era stata una esibizione che metteva gli ospiti in competizione fra loro, si trattava di una gara di ballo; Martina e Franco avevano partecipato ed era stato un clamoroso fiasco.

Martina sperava che la musica li avrebbe guidati a sentimento e fatti volteggiare in modo automatico; sperava che il ritmo della canzone e il loro affiatamento avrebbe creato seduta stante una sintonia tra passi e movimenti e che avrebbero potuto magari non vincere ma comunque fare una figura decorosa.

Invidiava quella coppia che danzava sulla stessa pista e interpretava ‘Demasiado corazon’ alla perfezione: un uomo di circa 45 anni, completamente glabro, sembrava la personificazione della stabilità, quasi una statua, ma con le sue braccia precise induceva la compagna trentenne, una bionda col nasino all’insù e un tatuaggio tribale sul braccio destro, a srotolarsi e riavvolgersi come uno yo-yo. Ogni volta che lei ritornava tra le sue braccia, lui, rispettando perfettamente lo scandire del tempo, riusciva a farle fare una volata o a farla rotolare a terra e poi rialzarla tempestivamente per farla allontanare di nuovo.

Franco invece sembrava non essere investito dello stesso vigore, pareva che non sapesse da che parte affrontare Martina, e ad ogni strofa doveva spremersi le meningi per farsi venire in mente una figura da simulare; ma la musica procedeva più rapidamente della sua fantasia coreografica e si erano ritrovati a rimanere pressoché fermi per la maggior parte della durata della canzone, e per il resto avevano abbozzato qualche movimento scomposto e per nulla sincronizzato.

Martina avrebbe voluto volteggiare come quell’altra concorrente, ma da sola non lo poteva fare. Aveva la sensazione di stare partecipando ad una corsa di biciclette dove il suo mezzo aveva le ruote sgonfie, tanto Franco intraprendeva azioni contrastanti con quelle che lei si aspettava.

Nella coppia che poi aveva vinto, anche gli sguardi tra i due facevano parte della coreografia, si potrebbe quasi dire che ballavano anche con gli occhi: lui occhi viscerali che fendevano lei trafitta e inerme quando l’abbracciava; lei civettuola e provocatoria quando si allontanava.

Franco invece era rimasto per tutta la durata della gara di ballo con uno sguardo da bambino sperduto, Martina aveva cercato di guardarlo con aria di motivazione per convincerlo nella prima esibizione, poi si era sforzata di mantenere un’espressione impassibile che almeno non lasciasse trapelare la sua vergogna.

Le sarebbe piaciuto riscattare quella sera con una esibizione migliore, ed ecco che già le si presentava l’occasione. Aveva scelto il titolo, ‘I will survive’ di Gloria Gaynor. Quando capitava la possibilità di cantare davanti ad altri, cosa che le piaceva moltissimo, era il suo cavallo di battaglia. Conosceva bene il testo e lo sentiva anche un po’ suo, espressione concisa del suo carattere. Aveva comunicato quel titolo agli organizzatori nel pomeriggio e poi se ne era andata con Franco a visitare una città che si trovava a qualche decina di chilometri dall’albergo. Gli organizzatori non avevano quindi potuto comunicarle che non possedevano la base di quella canzone perché normalmente gli ospiti preferivano i brani in italiano e solo di quelli avevano le basi.

Per tutto il tragitto si era esercitata a cercare l’intonazione giusta e a ricordare le strofe nella sequenza corretta. Poi una volta fatto ritorno al villaggio la serata era iniziata e non aveva più tempo di pensare e preparare un altro brano.

Sconsolata si era messa a guardare da un angolo e ad ascoltare gli altri partecipanti. Per prima si era esibita una ragazza coi capelli rossastri raccolti in due trecce, che aveva cantato ‘Il tempo di morire’ di Lucio Battisti; un’esibizione che ricordava le recite di Natale della scuola materna. Poi era stata la volta di un paio di amici che avevano intonato un brano di Vasco: più che le note si sforzavano di riprodurre i versi del cantante modenese. Qualche altro ospite si era alternato sul palco allestito per l’occasione; non erano stati poi tutti pessimi anzi… una emula di Loredana Bertè aveva cantato ‘Il mare d’inverno’ con una voce così graffiante che aveva convinto molti ascoltatori ad applaudire per lei; se non fosse che chi si trova in vacanza è l’ultimo pensiero che vorrebbe affrontare quello del mare in inverno.

Ad un certo punto si era presentato un altro concorrente; inizia ad intonare ‘Che coss’è l’amor’ di Vinicio Capossela. Canta da solo la prima strofa; una canzone meno nota al pubblico rispetto a quelle che erano andate in scena prima, ma molto ritmata. L’interprete di turno, un uomo sulla cinquantina non alto di statura e un po’ cicciottello, era molto spigliato davanti al pubblico; si calava nella parte e sembrava di vederlo mentre cantava, proprio nei luoghi descritti nella canzone, a cercare qualcosa; mentre cantava si piegava per intonare meglio e pareva che fosse lui a camminare tutto crocchio.

Poi all’improvviso un guasto: un black out generale che costringe l’impianto a sospendere la musica. Si accendono le luci di emergenza e con il supporto delle stelle e della luna piena la serata potrebbe ancora proseguire, ma senza le basi musicali.

È a questo punto che Martina coglie l’occasione al volo: un segno del destino sembra collegare la mancanza della sua base per il brano di Gloria Gaynor e l’improvvisa mancanza della base di questo ragazzotto, che tutti al villaggio avevano ribattezzato Pomo.

Dapprima intona una strofa a volume bassissimo, poi una seconda a volume normale, duettando di fatto con il concorrente di turno; non capisce come, il testo sembra sorgerle spontaneo da qualche recondita area di memoria nel suo cervello. Quando Pomo si accorge di stare ospitando una seconda voce, le si avvicina rincuorato dopo l’empasse della perdita della base.

Si crea una magia tra i due: in qualche modo sono riusciti a non interrompere il brano. Le loro voci iniziano a modularsi sulla stessa lunghezza d’onda; iniziano a spartirsi le strofe con cenni di intesa, senza sovrapporsi e creando anche una buona alternanza, creando quasi una sorta di dialogo con il testo della canzone, una serie di domande e risposte.

La mancanza della base si rivela a questo punto provvidenziale perché consente loro di ripetere qualche strofa a piacimento, per raggiungere l’apogeo con un ensemble di voci sul finale.

Al termine della canzone uno scroscio di applausi: l’esibizione aveva veramente coinvolto tutti i presenti, anche quelli che non conoscevano la canzone nei giorni successivi continuavano a ripetere il motivetto.

Il primo premio era stata poi assegnato ad un partecipante bambino che aveva astutamente presentato ‘Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte’ ma i vincitori morali erano sicuramente stati Martina e Pomo.

Franco era tornato con un altro carico e aveva decretato che era senz’altro giunta l’ora di pranzo.

 

 

 

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4 Replies to “Traslochi”

  1. Ciao! Alle inizio avevo trovato la tua scrittura un po’ “difficile”, avevo l impressione come se non ingranasse la marcia giusta, ma credo sia stato solo il problema di come iniziare, perché poi non ci ho fatto più caso 😉 mi è piaciuto particolarmente quando hai parlato delle “emozioni nella capacità di un litro”!! Mi ha fatto venire in mente una bellissima immagine 😊

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  2. Ciao. Grazie per due motivi: il primo per aver letto fino in fondo con un atto di fiducia e due per il tuo riscontro.
    In realtà è un’osservazione che mi è già capitato di ricevere, che a volte sforo un po’ nel difficile (o pesante?), quindi mentre scrivo cerco di tenerlo presente.
    Avevo scritto questo pezzo come inizio di un progetto ambizioso, quello di scrivere un libro, ma non lo avevo mai pubblicato.

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