Ricordi di mensa

Cerco di recuperare ricordi remoti, per calarmi nei panni di Sofia in alcune sue attività quotidiane, e mi viene in mente questo, mai in realtà sommerso.

Alla scuola materna, al lunedì, c’era la pasta al ragù, gli altri giorni minestra; io a casa la minestra non la mangiavo, mentre a scuola era la pasta a disgustarmi.

Ma più terribile ancora era che al centro del tavolino, occupato da 4 o 5 bimbi, stava la caraffa di acqua, in plastica.

A volte capitava che uno dei piccoli commensali la rovesciasse; allora il colpevole veniva lasciato sul tavolino da solo, con la tovaglia bagnata, mentre gli altri venivano dislocati su altri tavolini asciutti.
Il piccolo criminale, oltre a mangiare su un tavolo bagnato, doveva subire anche lo scherno dei compagni, perchè tutti si giravano a guardarlo, anche quelli degli altri tavoli, e lo additavano definendolo come quello che ‘ha spanto’.

Definizioni elementari

Ieri sera Sofia ha voluto giocare con baby-flash, un sito consigliato dalle maestre di giochi didattici on-line.

Ha scelto ‘matematica’ ed è partita; Viola, che è la sua ombra, voleva giocare anche lei, e Sofia la allontanava.
Per placare la rissa abbiamo detto ‘Sofia, spiegale cosa stai facendo’.

Risponde ‘sto sparando ai numeri dispari’.

E io ho proseguito ‘Spiegale cosa sono i numeri dispari’.
‘SONO QUELLI CHE HANNO IL CENTRO’.
Ecco, a me è sembrata un’immagine molto efficace, non ci avevo mai pensato a dirla così.

Gli ossimori esistono

Appena due mesi che sono passata all’altra auto (no, non è nuova, è semplicemente l’altra) e già siamo di manutenzione.

Appuntamento stamattina in concessionaria; a ricevermi non è la stessa ragazza che mi aveva fatto l’accettazione e il preventivo 3 settimane fa, quando mi hanno individuato la perdita d’olio.

Stavolta le pratiche di ingresso le sbriga un uomo; mi fa accomodare e mi chiede le chiavi dell’auto e le generalità per la ricerca in archivio.

“Aveva prenotato anche un’avventura…”

La parola ‘avventura’ evoca un film mentale in cui io, che vesto una canotta bianca da cui straborda un seno prosperoso e un paio di shorts che cercano con tre frange di nascondere chiappe sode e rotonde, tutta sudata ma con il mascara che non cola e l’acconciatura che non si increspa, scendo da un fuoristrada bianco un po’ inzaccherato con altre 4 o 5 amiche, alla ricerca di qualche messinscena tropicale. Più che un film, un trailer, o semplicemente l’unico spezzone di ‘Donna Avventura’ che ho visto in vita mia.

“…sostitutiva?”

Davanti alla mia espressione inebetita ripete la domanda: “Aveva prenotato anche una vettura sostitutiva?”

“Ah… la vettura… non l’avventura…. sì” rispondo.
In effetti l’avventura, come si può prenotare? un po’ un ossimoro no? se prenoti, pianifichi e se pianifichi azzeri le sorprese, e con loro le avventure.
“Bene! La accompagno, è qui fuori”

Raccolgo le mie cose, giacca borsa e sacchetto della merenda, e lo seguo.

“Sa come funziona?” chiede.

“Beh, come tutte le altre no?” rispondo perplessa.

Inizia a mostrarmi la chiave e i pulsanti di apertura e chiusura del mezzo: mi rincuoro, è esattamente come l’altra. Poi butta lì la frase “ha il cambio automatico”.

Momento di panico, vorrei chiedergli se può fare un’eccezione, darmene un’altra o mettermela in modalità manuale. Solo per me, solo per oggi.
A dire il vero ho già guidato un auto col cambio automatico, ma sono trascorsi 10 anni: mi trovavo in Canada e viaggiavo su un metro di neve con una Ford del ’72 in mezzo a desolate distese di nulla, in orari in cui oltre alla neve non incontravi nessuno.

Oggi invece sono qui, in pieno nord-est italiano, in pieno orario di punta mattutino.
“Non è la prima volta che guido col cambio automatico” lo rassicuro “ma sono un po’ old-style, preferisco il manuale. Mi spiega?”
E così mi illustra il funzionamento dei pedali, delle leve e del pulsante di accensione.

“E’ facile, provi!”
E dopo un training della durata di tre nanosecondi si accomiata. Faccio risalire il finestrino, attraverso il quale mi aveva impartito le ultime istruzioni, e parto avviandomi verso il lavoro.
Devo fare mente locale su tutto: il piede sinistro deve rimanere inutilizzato, la mano destra può restare attaccata al volante. Freno e accelero, freno e accelero. Facile dai.

Resetto gli automatismi, entro in autostrada dalla corsia del biglietto anzichè da quella del telepass. Sto andando bene.

Configuro il bluetooth per il viva voce, ammazza se son forte.

Presto arrivo al casello di uscita, ancora una volta, restando concentrata, riesco ad imboccare la corsia a pagamento.

L’omino del casello non esiste più, al suo posto un display elettronico, un basket metallico e una voce femminile sintetica; ho le monete giuste, le lancio nel basket e me le rifiuta. Una, due, tre volte. Insistendo ne digerisce due, ma la moneta da un euro, il pezzo grosso, me lo continua a sputare fuori.

Per continuare a tentare di pagare senza mettere in folle sto facendo dei contorsionismi degni di Houdini.

Cambio la moneta e bingo, si alza la sbarra! Nel frattempo l’auto si è spenta e dietro di me si è formata un po’ di colonna.

Devo rimettere in moto, ma non va, non ci riesco. Cerco di ripassare gli insegnamenti ma sembra tutto diverso.

Al camionista che strombazza vorrei dire che venga lui a rimetterla in moto, sapientino! 

Mi concentro e riesco nell’impresa, via si riparte.

Altro che donna avventura, altro che prenotazione… la mia avventura sostitutiva, il mio ossimoro fresco di giornata, è stata servita!

AMBARABACICCICOCCO *

Stanotte non riuscivo a dormire, cercavo un pensiero che mi rilassasse, che mi distogliesse dagli altri pensieri, e mi è venuta in mente la famosa filastrocca.
Ho iniziato ad analizzarla pezzo per pezzo: tre civette sullo stesso comò? Ma ci stanno fisicamente? 

E facevano l’amore con la figlia del dottore: ora qua si aprono numerosi scenari interpretativi, e altrettante domande. A turno? O insieme? E gli animalisti non insorgono?

Il dottore si ammalò: perché? Per il dolore di vedere la figlia allo sbando? O per contrapporre la professione medica alla malattia?

Tutti interrogativi che non hanno trovato risposta in alcune analisi che poi ho letto al volo stamattina googlando (evidentemente non sono l’unica che soffre di insonnia…).

Ma soprattutto non ho trovato riscontro della versione che mi riporta Sofia della filastrocca:

“…tre civette sul comó che facevano TERRORE alla figlia del dottore, il dottore si ARRABBIÓ…”

Questa versione in cui il padre reagisce attivamente al sopruso mi pare meglio (sempre googlando ho scoperto che la civetta è carnivora).

Ma la cosa più divertente che ho trovato in rete è la locuzione latina da cui deriva l’incipit:

HANC PARA AB HAC QUIDQUID QUODQUOD

che, trattandosi di una conta, si può tradurre in

“ripara questa (mano) da quest’altra (che fa la conta)…”

Una versione primordiale del Gioca Jouer o della Macarena, insomma.

Piccolo-spazio-pubblicità 

“La qualità del tuo lavoro è l’unica vera cosa che farà promuovere il tuo lavoro.”

Così afferma Matteo Bussola, autore di ‘Notti in bianco, Baci a colazione’ edito da Einaudi, pubblicato per la prima volta nel maggio 2016 e in testa alle classifiche la scorsa estate.

Fabio Rovazzi, interprete del tormentone estivo ‘Andiamo a comandare’, ha ottenuto il riconoscimento del disco d’oro senza nemmeno aver pubblicato un disco, grazie alla diffusione del suo pezzo sul web.

Giacomo Mazzariol, autore di ‘Mio fratello rincorre i dinosauri’, racconta di aver scritto il libro sull’onda del successo di un suo video divenuto virale su YouTube; anche lui è in testa alle classifiche dei libri più venduti del momento.

A quanto pare ci sono misteriosi auditor, nascosti dietro gli angoli delle nostre vie, che stanno lì a cercare le stelle nascenti.

Bussola racconta che lui scriveva tranquillo sulla sua bacheca di facebook e una tizia dell’Einuadi lo ha contattato per mettere insieme i suoi post e raccoglierli in un libro.

Rovazzi deve la sua fortuna all’incontro con Fedez.

Mazzariol ha fatto ‘sto video amatoriale che ha per protagonista il fratello, affetto da sindrome di Down, e come per magia migliaia di persone sono capitate a guardarlo.

Sono perplessa: ai tempi odierni la concorrenza è tanta e la visibilità non cade dagli alberi. 

Ma se anche Alessandro Manzoni avesse scritto i suoi Promessi Sposi (facciamocene una ragione: è una pietra miliare della nostra letteratura) e messo il tomo in un cassetto state pur sicuri che nessuno se lo filava.

Io a certe favole non ci credo!

Non credo che la Einaudi abbia il mio numero di telefono, non frequento i locali in cui potrei incontrare Fedez e l’unico virus che contraggo, per fortuna raramente, è quello influenzale.

Credo che un poca di fortuna sia necessaria, ma oltre a quella serva sicuramente tanta forza nel promuovere la propria attività: una forza oculata, studiata, scientifica.

Non ho conoscenze in materia di web marketing, e mi affascina questa materia ignota e misteriosa così attuale.

Poi un giorno ho avuto una folgorazione: avevo pubblicato un annuncio su un sito; dopo un paio di settimane ho ricevuto una telefonata, da un altro sito di annunci, che volevano solo informarmi che potevo pubblicare lo stesso annuncio anche sul loro portale.

Cioè: mi hanno telefonato per dirmi una cosa che già sapevo, ma che non avevo considerato. 

Ovvio che un sito di annunci ha più forza se ha più inserzioni.

Così ho pensato di fare anche io, nel mio piccolo. Non posso permettermi di telefonare a destra e a manca per proporre la lettura del mio blog, ma posso rivolgermi ai miei lettori per dire loro una cosa ovvia.

Io scrivo per diletto ma, saró onesta e forse anche un po’ presuntuosa, se ho visibilità e riscontro scrivo molto più volentieri; nemmeno quel capolavoro di Manzoni è stato riposto nel cassetto, e Fabio Volo, giusto per citare gli antipodi della letteratura italiana, sta in testa alle classifiche con un libro di pagine bianche.

Pertanto sì il contenuto è importante, la qualità del tuo lavoro ok ma, aridaje con la mia supponenza, non credo di esserne priva.

O meglio, non racconto nulla di entusiasmante, ma vedo circolare e ricondividere post che hanno a mio giudizio dubbio interesse (cito a caso i ‘se hai un cuore condividi’ o ‘non avrai il coraggio di mettere mi piace’).

La famosa merda d’artista.

Quando un sito ha raggiunto un certo livello di notorietà sembra sia motivo di pregio ricondividere ciò che pubblica, qualunque cosa sia.

Se invece chi ha scritto è un tuo amico pare ci sia tantissima diffidenza, o forse timore di violare la privacy, nel ricondividere ciò che dice, anche se ha scritto una verità più inconfutabile della Bibbia.

Quindi mi rivolgo a te, proprio A TE, a te che sei arrivato fino a qui a leggere.

Tu puoi aiutarmi, tu puoi darmi una mano, e non ti chiedo di telefonare a tutti i tuoi contatti.

Ti chiedo, se ti piace ciò che scrivo, se lo trovi gradevole, di aiutarmi a crescere.

È molto semplice, basta un click. Basta cliccare il like, basta un commento di poche parole, basta taggare un contatto, basta condividere un post (non necessariamente questo!), basta invitare i tuoi amici a visitare la mia pagina Facebook e magari a seguirla e ad interagire a loro volta.

Basta veramente poco.

E poi un giorno potrai dire ‘Io la conoscevo dagli esordi!’ o anche ‘Sono stato io, con i miei like, i miei commenti, le mie condivisioni, a renderla famosa’.

Io non sono cattiva, è che mi disegnano così 

“Chissà come mi vedono gli altri” è una domanda che mi pongo ogni tanto. Più che una domanda, una curiosità.
L’aspetto fisico è la prima impressione che si dà, ed è un biglietto da visita che ci portiamo addosso nostro malgrado, perchè i tratti somatici poco hanno a che fare col carattere e la personalità, ma involontariamente forniscono una prima chiave di lettura al nostro prossimo.

Anche le espressioni, la gestualità, il tono della voce contribuiscono all’idea che gli altri si fanno di noi, e nessuno di questi elementi è percepito da noi stessi, dal di dentro, in maniera oggettiva.
E non vale chiederlo, chè la risposta sarebbe sempre condizionata da cosa uno si aspetta che io voglia, o non voglia, sentirmi dire.
E non vale studiarlo allo specchio perché mentre mi rifletto ho già belle e pronte le soluzioni, chè mentre mi fisso nello sguardo mio proprio, il tunnel porta dritto dritto ai miei pensieri.
E non vale nemmeno dedurlo dalle foto, statiche e mute, spesso ritratte in posa o comunque imprescindibili dal pensiero di quel momento: pur vedendomi dall’esterno scorrono in sovraimpressione, a me che guardo me stessa, i ragionamenti e le emozioni della situazione in corso, e me li sento trasparire.
Sabato sono andata in un negozio per alcuni acquisti. Uscendo mi sono quasi scontrata con una donna che proveniva dal verso opposto. Ho alzato la testa e me la sono trovata di fronte. 
Aveva pressoché la mia età, ma dimostrava qualche anno di meno. Vestiva in modo sobrio: nessun elemento nell’abbigliamento o nella sua persona che me la potesse far distinguere da tante altre; era di una bellezza che si manteneva nell’anonimato.

Eppure non passava inosservata, aveva una presenza fisica importante.
Aveva un modo di fare deciso e sicuro, ma non ostentava la sua autostima. 
Il suo sguardo era chiuso, indifferente: più che essere determinata sembrava fosse incosciente, nel senso di inconsapevole del mondo che la circonda. 
Incurante del fatto che si stava per scontrare con me, tirava dritto per la sua strada. Io ero assorta nei miei pensieri, ma questa era proprio persa: daccordo pensare ai fatti tuoi, ma dovrai pur fare attenzione a dove vai no?
D’istinto ho proteso le braccia e stavo quasi per sfiorarla, farle presente che c’ero anche io, che mi stava venendo addosso, volevo redarguirla in modo bonario perchè si rendesse conto del pericolo imminente di scontro. 
Ho inspirato a fondo prima di rivolgerle la parola… e ho mancato di un soffio lo specchio contro cui stavo per battere il naso.
L’uscita era un paio di metri più in là.

Febbraio (in prosa) *

A dimostrazione che i contenuti si ripetono, come è ovvio, ma a far la differenza è la forma con cui vengono proposti, recupero un mio vecchio scritto sul mese in corso.

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Febbraio è il mese delle certezze: 
la certezza climatica, non si è mai visto un febbraio caldo; 

la certezza del carnevale, anche se può sforare a marzo, di sicuro qualche crostolo e qualche frittella ci scappano;

la certezza delle pagelle: finisce il primo quadrimestre ed è tempo di bilanci;

la certezza di Sanremo, che già so che mi aspetta un periodo denso di musica italiana melodica e melensa, ma dalla quale possono emergere inaspettate sorprese;

la certezza dei regionali master, appuntamento a Lignano (il mare d’inverno) fisso ed immancabile ormai;

la certezza che, pur nella variabilità quadriennale, sarà un mese più breve degli altri e dopo il quale ci attende la primavera.

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L’avevo scritto lo scorso anno e non l’ho riletto prima di comporre la mia filastrocca.

In fondo anche molti fotografi ritraggono una stessa scena, ciascuno dalla sua angolatura e con la sua messa a fuoco, con risultati completamente diversi.

Così capita che chi scrive racconti la stessa cosa in modo diverso, e addirittura la stessa persona, a distanza di tempo, può scrivere di argomenti ripetuti ma in forma alternativa.

L’arte del ritratto

La conoscenza delle persone si può paragonare alla creazione di un disegno.
Le persone sono un po’ come dei fogli di carta: la prima volta che le incontri sono dei fogli bianchi, appena estratti dalla risma, piani lisci e intonsi.

Su quel foglio, già nel primo incontro, tracci uno schizzo, a tratti incerti e discontinui, dell’idea che te ne fai.
Poi man mano che ci si incontra o comunque che si comunica, quello schizzo si arricchisce di dettagli.

Il tratto incerto viene colmato da uno più marcato, gli spessori si distribuiscono qua e là, così come si delineano qualità e difetti di chi stai conoscendo.
Un po’ alla volta si iniziano a inserire i colori, che possono essere più o meno luminosi a seconda dell’umore, ma dove è rosa può diventare al massimo rosso o bianco, non azzurro o verde.
E il foglio inizia ad ammorbidirsi, assume delle pieghe, diventa più docile al tatto, si sgualcisce. 
Ad un certo punto il ritratto viene compiuto e ci si rende conto che era tutto già in quello primo schizzo iniziale, serviva solo il tempo di materializzarlo.

Febbraio

Augusto, invidioso del prodigo Giulio
si chiese “il 31… perché solo a Luglio?”
così saccheggió il già breve febbraio
di un giorno da aggiungere al suo calendario.

Ma come si possa di un giorno invernale
disporre in estate un mistero rimane!

Febbraio che è il mese tra tutti più corto
è privo di un giorno ceduto ad Agosto.

Febbraio che arriva, quand’anche bisesto,
a non completare un 30 modesto,
eppure in quel suo perdurare ridotto
Febbraio è un mese di quelli col botto:

c’è San Valentino, giornata d’amore
ti aspetti un bel bacio e magari anche un fiore;
e poi c’è Sanremo, italica festa
che di canzonette ti riempie la testa;
Febbraio è custode di uno spaiato
calzino al gemello non abbinato;
Febbraio è anche il mese consegna pagelle
e negli atenei si dà il primo appello.

Febbraio è il mese della Candelora,
capisci dal tempo il destino: qualora
piovesse e tirasse vento
sei certo all’inverno ancora ben dentro.

Sui carri si balla pieni di brio
Venezia e Viareggio un po’ come Rio;
si mangian bugie, galani e frittelle,
si premian le maschere quelle più belle
perché si festeggia il Carnevale:
dei travestimenti è il tema attuale.

Periodo indicato per bianche sciate:
giornate più lunghe così ormai riappare,
miraggio ben oltre la stagione austera,
che abbiamo alle porte la primavera.