Una telefonata di servizio *

Generalmente l’approccio ai pubblici uffici mi mette di malumore; quando so di dover andare in posta ad esempio mi gira già storta la giornata, perché perdo un mucchio di tempo.

Invece stamattina un dipendente pubblico ha avuto la capacità di farmi ridere sonoramente.
Antefatto: lo scorso mese ho ricevuto una lettera dalla direzione generale della scuola che frequenta Sofia, che mi chiedeva di comunicare quanto prima e in via ufficiale dove ho iscritto la bambina.
Precisazione dovuta è che Sofia è anticipataria, ovvero nata nel 2010 ma iscritta alla prima classe insieme ai nati nel 2009.

Pertanto a iscrizioni terminate per il prossimo anno 2016/17, lei manca all’appello.
Comprensibile la richiesta. Se poi io avessi optato per una scuola diversa da quella a cui è previsto che la iscrivessi, la richiesta sarebbe più che legittima.

Trattandosi invece della stessa scuola, un po’ meno.
Unica attenuante è che la direzione ha sede in un’altra scuola dello stesso istituto comprensivo, ma questi sono fatti di organizzazione loro.
Comunque in via ufficiale rispondo alla richiesta via mail, senza ricevere riscontro.

Pertanto stamattina chiamo.

Sono in auto e sono appena ripartita dopo il rifornimento di carburante: il vivavoce dovrebbe essere agganciato ma forse non lo è ancora, e a volte la comunicazione non è ottimale.
Dopo alcuni squilli ottengo risposta e mi presento ‘Buongiorno sono Elena Rigon, mi sente?’

La risposta arriva qualche istante dopo “adesso la sento forte & chiaro, come al militare”

“Beh bene…. anche se io il militare non l’ho fatto…” rispondo.
Già mi figuro il ritratto di un alpino, con tanto di riserva di grappino, perché ha una voce un po’ impastata, quella tipica di coloro che hanno bevuto un goccetto; parla come se la sua lingua fosse gonfia.
“Comunque…” continuo descrivendo il motivo della chiamata nei dettagli.
Mi sento un po’ come nella barzelletta in cui un ubriaco al volante viene fermato dalle forze dell’ordine, che gli chiedono di esibire la patente, e lui ribatte “ma come … Ve l’ho data l’altro giorno, l’avete già persa???”

Solo che al posto della patente di guida c’è Sofia, e io non ho bevuto.
Per tutta risposta il mio interlocutore minimizza: “aaaaaaaaaaaaahhhhhh” esclama come un motorino in lontananza “….Signora…. Non si preoccupi….. Come si chiama la bambina?”

Quando rispondo confesso che la loro richiesta mi ha un po’ spiazzata; si giustifica ”è stato il computer che ha mandato via le lettere, non ne tenga conto” sempre parlando come se avesse una mela intera tra i denti.
Ed ecco che torno ad immaginarmi l’uomo che da alpino reduce dall’adunata nazionale, dopo essere stato per qualche istante carabiniere al posto di blocco, diventa impiegato statale a tutti gli effetti: me lo vedo in un ufficio dagli archivi cartacei straripanti, con un pc che gira con sistema operativo DOS ma che (il computer intendo) è dotato di un dispositivo speciale che chiude le buste e le affranca, leccando minuziosamente il francobollo.
“Quindi – concludo- posso stare tranquilla che non mi avete perso la bambina?”
(Mi diverto con poco).

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