Top of the pop *

Lo scorso anno, oggi, pubblicavo questo post fuori dal blog, che poi mi sono decisa ad aprire.

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Riccione, 26 giugno 2009

Mi sveglio di soprassalto nella stanza dell’albergo in cui alloggio, in occasione dei campionati italiani master di nuoto: dalla stanza accanto alla mia alle ore 7 spaccate proviene il jingle della sigla del Tg, che apre con la notizia della scomparsa di Michael Jackson.
Nello stesso periodo la città è popolata di anziani in villeggiatura, e la mia compagna di stanza immagina una vecchietta che soffre d’insonnia (e anche un po’ di sordità) intenta ad ascoltare le prime notizie del mattino a tutto volume; visibilmente contrariata da quella sveglia così poco zen, inizia a picchiare i pugni sul muro intimando un po’ di silenzio.
Anche io avrei volentieri dormito altri 10 minuti, ma comunque mi sarei dovuta alzare.

Di lì a poche ore avrei disputato i migliori 100 stile della mia carriera da master, forse anche per questo ricordo così bene quel giorno.
Per tutta la mattina però, e poi per alcuni mesi sporadicamente, ho continuato a pensare a quell’uomo, alla sua esistenza bizzarra: dalla provenienza da una famiglia numerosa, al gruppo canoro coi fratelli, al suo cambiamento di colore della pelle, al suo regno incantato Neverland, alle accuse di pedofilia.

E alla sua prematura scomparsa.
Billy Jean, Beat it, Bad, Thriller hanno ripetuto le radio per mesi e mesi.

Con Beat it ritornavo al saggio di aerobica, con Bad agli ultimi anni del liceo, con Thriller ai passetti all’indietro (il moonwalker) riprovati in discoteca.
Quando scompare un cantante dobbiamo aspettarci un periodo più o meno lungo di full immersion nei suoi brani più famosi (lunga vita ad Alessandra Amoroso).
Poi ci sono anche dei ritorni inspiegabili di cantanti che per qualche misteriosa coincidenza, pur non avendo pubblicato nulla di recente, si sentono piuttosto spesso. Mi è capitato con i Bronski beat prima, con Claudio Baglioni poi.
Sulle prime mi preoccupo quando risento una canzone di qualche anno addietro.

Poi mi ci sono assuefatta.

Lo scorso mese pareva pieno di ‘ganci in mezzo al cielo’ e tutte le notti erano quelle ‘blu dei benzinai’.
Questa settimana imperversa la colonna sonora di Grease, e quel ‘Yes I’m sure down deep inside’ era ormai diventato il mio mantra.
Fino a che stasera risalgo in auto e sento ‘is it silly no? When a rocket ship explodes and everybody still wants to fly’…. Inizio a cantare a squarciagola ‘Siiiign of the Times’ incurante delle proteste di Sofia che, arrivate a casa ormai rassegnata, canticchiava anche lei lo stesso brano.
Ci sono canzoni che si legano a un evento, a un periodo particolare. Altre invece sono trasversali, eclettiche, multi occasionali.
“You don’t have to be beautiful to turn me on” è senza tempo e sfocia inevitabilmente nel più falsetto dei falsetti in taratarataratà … KISS.
Ma da qui ad immaginare, cosa scoperta alcune ore più tardi, che anche Prince se ne fosse andato, no, non ci arrivavo.
Due cantanti accomunati da molti fattori (l’anno di nascita, il colore della pelle, il genere musicale) e sempre presentati come antagonisti, anche nel modo di andarsene (o meglio nel modo in cui io ho scoperto che se ne sono andati) hanno fatto la differenza.
Una differenza che riflette un po’ quello che è stato il loro modo di essere: chiassoso e appariscente il primo, elegante e discreto il secondo.
Ciao Prince

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