MEMORIAL ANDREA BETTIOL – XVI BIS

L’ottimismo è il profumo della vita è stato il mio mantra, concetto rinforzato dal SPF 10 infilato nello zaino già gonfio di felpe e biancheria.
Il Memorial Andrea Bettiol inaugura la fase ‘vasca scoperta’ per il Grand Prix del Veneto, gruppo di gare che si svolgono nella mia regione, entro il più ampio circuito di gare di nuoto master italiano annuale.
La data del penultimo weekend di maggio è ogni anno un terno al lotto meteorologico.

Sotto l’aspetto organizzativo invece l’appuntamento è una garanzia: impeccabile, anzi eccellente.
La vasca del Natatorium Treviso è un’ottima vasca, molto scorrevole, temperatura dell’acqua ideale e blocchi reattivi: in passato ho fatto anche qualche buona prestazione personale.
Quest’anno ho scelto di iscrivermi ad una gara per me insolita, una distanza medio lunga, la prima gara del sabato mattina. L’avevo già disputata negli anni precedenti e avevo fatto tesoro di un’esperienza: portarsi i calzini. Nelle prime ore del mattino la temperatura non è mai eccessiva e partire dal blocco con i piedi freddi è una pessima sensazione. Anche quei leggings che avevo preso a carnevale per fare Wonder Woman, che pensavo non avrei più utilizzato, sono ritornati utili per arrivare in temperatura fino al blocco di partenza.
Durante la prechiamata Martina, che fa parte dello staff, ci racconta che per la pasta del mezzogiorno, offerta a tutti gli atleti partecipanti, sono già tutti al lavoro. 

La sera prima hanno lavorato fino alle 1,30 perchè la manifestazione inizia già al venerdì pomeriggio.

Un’ospitalità completa quella della famiglia Bettiol, che non fa mancare proprio nulla ai partecipanti: dà da mangiare, da bere e li fà divertire.
Si tratta della 17esima edizione (anzi… 16 bis hanno preferito intitolarla): ma come? Mi sembra fosse ieri la prima volta che ho partecipato, era la 5a o 6a.

Si trattava allora di una gara a cui partecipavano poche persone, si svolgeva in una sola giornata, una gara di pochi intimi. 
Allora non c’erano tante delle cose che impreziosiscono oggi la manifestazione: non c’era un dj che sceglieva i brani da proporre in piano vasca; non c’era lo speaker Gilberto Zorat a presentare uno ad uno gli atleti con immutato entusiasmo e ad infondere a ciascuno in partenza una buona dose di energia (“siete pronte a scrivere il finale dei 400 stile?” ha chiesto alle partecipanti delle ultime batterie); non c’era il the caldo che ti viene offerto appena esci dall’acqua, graditissimo; non c’era Fabio Cetti ad immortalare con i suoi scatti i momenti salienti della competizione, e a rendere importanti anche quelli minori.
Per le prime edizioni la manifestazione aveva l’aspetto classico di una gara di nuoto; adesso, pur mantenendo lo standard che si richiede ad un evento ufficiale, offre molto di più. 

Attorno al piano vasca numerosi gli stand di materiale sportivo.
Tanto per fare un esempio, l’attuale stand Boneswimmer 15 anni fa era solo il saccone gigante di una ragazza di buona iniziativa che proponeva le sue creazioni a chi, incuriosito, si avvicinava a quel drappello di persone che attendevano di vedere cosa c’era infondo.
Adesso è un marchio conosciuto e rinomato nel settore per le sue fantasie sgargianti, con punti vendita sparsi in tutta Italia.
Ho approfittato delle ore tra i miei 400 stile e la seconda gara in programma, i 50 stile, per fare alcuni acquisti, incontrare vecchie amicizie e nuove conoscenze, osservare la passerella di altre atlete che si provavano nuovi coloratissimi costumi. 

Perché per noi atlete master un costume nuovo “vale un po’ come una Vuitton per le donne normali”, ha spiegato Manuela a chi sbuffava annoiato dai nostri discorsi su colori e modelli.
Mi è piaciuta un sacco questa distinzione tra le donne normali e un gruppo che non saprei come definire, ma che qualcosa di diverso, forse un po’ più di una passione, ce l’ha.
“La stessa acqua per cui nutrite tanta passione vi spaventa se arriva dal cielo?” ha incitato i presenti lo speaker prima che partisse l’ultima batteria della staffetta 4×100.

La domanda in realtà andava rivolta a coloro che hanno scelto, mal per loro, di rimanere a casa spaventati dalla pioggia.

Io stessa sono rimasta priva di buona parte della compagnia della mia squadra, ma sono stata accolta ed ospitata sotto il tendone della compagine di una squadra concittadina della mia.
Avrei certo preferito potermi sdraiare al sole sull’erba, ma mi sono fatta delle risate così genuine che difficilmente dimenticherò: nel tentativo di mantenere un equilibrio precario alla ricerca di quelle poche zone rimaste riparate e asciutte, l’equilibrio invece è mancato.

Sono finite a bagno, nell’ordine, un paio di scarpe e un piatto intero di pasta, sparpagliato sulle gradinate appena dopo che il pic-nic era stato predisposto con pazienza certosina: farfalle tricolore ovunque, una nota cromatica in una giornata così grigia.
Negli anni alcune caratteristiche si sono mantenute intatte, come la commemorazione di Andrea, al termine del quale momento vengono librati in aria numerosi palloncini bianchi.
La manifestazione è passata dall’essere una delle tante gare del circuito ad essere una delle più ambite, è insomma cresciuta, maturata: un po’ come a prolungare la presenza di Andrea, che non ho avuto il piacere di conoscere, che al momento della prima edizione era un ragazzo e adesso sarebbe un uomo.

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