La storia di Piero (che però si chiama Vittorio, o Giancarlo)

Se ‘ascoltare i discorsi altrui’ fosse uno sport io potrei ambire alla medaglia d’oro: campionessa olimpica di fatti degli altri.

Una sera della scorsa settimana dopo una nuotata mi stavo rivestendo. Lo spogliatoio era occupato da un gruppo di gestanti che avevano appena terminato il corso di acquagym pre-parto. Sorvolo sui dettagli di questa attività di cui, brevemente, nutro scarsa considerazione.

Però vedere tutte ‘ste pancione che si ungono di crema e si rivestono mi mette una certa allegria. Due di loro si erano attardate e si stavano scambiando pareri sulla pesantezza del vestiario del neonato necessaria tra settembre e ottobre.

Io ero lì con loro, nello spogliatoio comune, e non potevo non sentire i loro discorsi. Una delle due ha terminato la vestizione e ha salutato l’altra che ancora doveva oliarsi la pancia.

Questa ragazza, che chiameremo Jessica, è rimasta da sola, o meglio senza altre gestanti con cui conversare.

Jessica ha lunghi capelli rossi, proprio come Jessica Rabbit; ha un fisico minuto ma molto tonico. Per raccogliere ciò che le cade a terra non si china ma fa lo squat.

L’ho sentita affermare che il suo bimbo nascerà molto grande, perché nella sua famiglia lei e le sorelle sono nate oltre i 4 kg. La cosa non sembra preoccuparla, se non per la taglia dei pagliaccetti.

Dato che è rimasta da sola mi faccio coraggio, le chiedo timidamente quando è prevista la nascita.

Mi risponde ottobre, e inizia una serie di considerazioni su come vola il tempo e come si sono rivoluzionate le cose in questo ultimo semestre.

Ah, allora la conversazione ha ingranato, mi sbilancio già a chiedere il nome del nascituro (sono una velocista inside).

Jessica tergiversa giusto un istante per creare la suspence.

Una signora dei corsi di acquagym cosiddetta normale (cioè non riservata alle gestanti), di alcuni anni più di me, si introduce nel nostro dialogo e avanza l’ipotesi di Pietro, perché adesso si chiamano tutti così, e poi va a finire che lo chiamano Piero.

Jessica riprende la parola e risponde sommessa:

Jaian Karma.

Adesso per voi che leggete è facile, ma io non so nemmeno in verità se l’ho scritto correttamente.

Rimango lì perplessa, inebetita, come un equilibrista che si accorge di non avere la rete sotto e cerca comunque di mantenere il controllo.

Mi pare di aver capito Giancarla ma non oso chiedere di ripetere. Annaspo a vuoto, non so proprio cosa dire, non posso nemmeno dire che mi piace perché non ho capito.

Eppure le avevo sentito dire chiaramente che era un maschio, che su 40 donne che fanno il corso tutte sono in attesa di un maschio e che si vede che il mondo ha bisogno di uomini veri.

Mi rincuoro, avendo due figlie femmine, di tutta questa disponibilità e considero tra me che comunque, per fortuna, anche nelle generazioni precedenti qualche esemplare si è salvato.

La signora pierofobica, un metro più indietro, si avvicina e mi sorpassa sul rush finale, soffiandomi di diritto la medaglia d’oro: eeeeeeeeeehhhhhh?

Jaian Karma, scandisce Jessica paziente.

Niente, così come non ho capito io non ha capito nemmeno lei, se lo fa ripetere quattro volte, esattamente il numero che serve anche a me per metabolizzare la risposta.

Quando Jessica ottiene un feedback positivo, della serie che abbiamo afferrato il suono ma non osiamo ripetere, però le nostre espressioni sembrano rassegnate alla comprensione della assonanze, aggiunge la traduzione: è un nome indù che significa animo vittorioso, “Dato che è nato in ambiente sportivo…”

Prima ho evitato di demolire le varie attività con cui riempiono la vasca le persone che non nuotano, ma adesso penso che definire ‘sport’ la ginnastica in acqua per gestanti mi pare veramente eccessivo.

Ma Jessica continua il suo discorso “… dato che è nato in palestra…”.

Aaaaahhhhh …. Ora ricollego tutto: lo squat, il tempo che passa in fretta, e galeotta la canzone che ha vinto Sanremo!

Silent party 

Agorafobia è la paura degli spazi aperti, della piazza, agorà.

Io allora ho il problema opposto, agorafilia, cioè mi sento appagata, gratificata di fronte ad uno spazio aperto esteso: mi piace la piazza. 

Agoramania direi piuttosto: appena mi è possibile ne approfitto per andare nella piazza più grande della mia città, la piazza dei Signori.

Uno dei lati lunghi è interamente costeggiato dalla basilica palladiana, mentre lungo uno dei lati corti si ergono due colonne: una volta ho sentito una guida turistica spiegare che un tempo venivano utilizzate per le pubbliche esecuzioni, ma non ho trovato nessun riscontro quindi prendetela col beneficio del dubbio.

Alla base delle colonne ci sono degli scalini, sui quali spesso la gente si siede a mangiare il gelato, leggere il giornale, conversare, mentre i bambini si arrampicano e saltano giù.

Non ci sono attività particolari da svolgere ma a me anche solo rimanere lì a contemplare dà un senso di libertà. 

Devo aver trasmesso questa passione alle mie figlie che scorrazzano avanti e indietro fino a stancarsi e sfinire me.

La scorsa settimana a lato della piazza si ergeva un tendone a fianco di un palco sopraelevato.

Il tendone era stato allestito per noleggiare le cuffie audio entro cui un dj dal palco trasmetteva una sequenza di brani.

Ho scoperto così il silent party, ovvero: dietro pagamento ti prestano un paio di cuffie entro cui viene diffusa una musica; fuori tutto silenzio, dentro le tue orecchie musica.

L’intento immagino è quello di creare l’ambiente di una discoteca senza scassare i timpani al resto del mondo.

E a me, che andare in discoteca mi piace parecchio, dovrebbe sembrare una figata.

Invece come dicevano i Trettrè… ammè me para ‘na strunzata!

Primo perché se devo ascoltare musica in cuffia non vedo il senso di pagare 6€: me la porto da casa, quella che piace a me.

Alla base delle colonne di cui parlavo poco fa ad esempio c’era una ragazza di origine nordafricana che indossava auricolari di proprietà e un paio di occhiali scuri, anche se il sole era calato da un po’. Stava in piedi sul secondo gradino, e si atteggiava come una modella che dovesse fare un servizio fotografico: in effetti pochi metri più in là un suo connazionale riprendeva tutte queste movenze sensuali con uno smartphone sorretto da un’asta per selfie. Però aveva tutta l’aria di essere una ripresa a scopo personale, a partire dal physique du rôle che proprio mancava, sia alla modella che al fotografo / regista.

Ritornando al silent party, se il senso è quello che tutti ascoltino la medesima musica, obiezione vostro onore! La programmazione prevede tre tipi di ascolto (classica, rock, pop e non pensare di fare l’intellettuale raccontando che ascolti la classica perché le cuffie si illuminano di un colore diverso a seconda dell’opzione che scegli).

Secondo motivo per cui secondo me ha poco senso, è perché se esco di casa è anche per socializzare, e con le cuffie nelle orecchie è la morte di ogni conversazione. (Alla ballerina sulla colonna a cui la musica era necessaria per simulare armonia nelle movenze.)

Anche in discoteca non si conversa? E chi l’ha detto? Ti sgoli, dici poche cose, ma le orecchie sono attive.

Anche il cellulare ti estrania? No, le orecchie sono libere, e se anche sbirci una notifica ogni tanto non perdi completamente il contatto con il mondo.

Senza contare che il silent party, visto dal di fuori, appare decisamente grottesco, così come lo era la ragazza sulla colonna.

Quelli che ballavano erano visti come pazzi da quelli che non sentivano la musica.

Friedrich Wilhelm Nietzsche

Ecco, non vedo perché il mio diritto ad ascoltare la musica deva essere tassato!

Passi alpini che passione 

E’ un appuntamento fisso ormai quello del tour motociclistico dei passi alpini.

Organizzata una giornata di ferie e sistemate le bimbe al nido e al centro estivo si parte.

Andare in moto, anche se come passeggero, richiede comunque un certo impegno.

Pur essendo un giorno infrasettimanale il traffico è sostenuto, non ricordavo tutto questo sforzo muscolare per reggersi durante curve, sorpassi, frenate, tornanti. Già nelle prime ore di viaggio inizio ad accusare una certa fatica che mi concretizza il tempo che è trascorso dall’ultima volta che sono andata in moto e la consapevolezza degli anni che passano.

Però però però… il profumo di bosco bagnato, di erba appena tagliata, il verde brillante dei prati coperto da quello più intenso delle conifere; i colori del cielo spugnati da nuvole bianche… mi pare di viaggiare su un tappeto volante a poco più di un metro da terra.

Un tappeto che ogni tanto strappa e mi riporta alla realtà.

Consumiamo il pranzo in un rifugio. Io scelgo i canederli, sfidando la cortesia della locandiera che, non so per quale motivo, sembra restia ad accettare la mia ordinazione. In realtà osservo poi che tutto il servizio nel locale è alternativo dato che quando ci alziamo per andarcene, mentre indossiamo le protezioni, la cameriera ci chiede cosa desideriamo: non si ricordava già più che eravamo seduti al tavolo fino a due minuti prima.

Il tour procede, il panorama è decisamente meritevole anche se la pendenza mi fa sorprendere che ci sia chi affronta il nostro stesso percorso in bicicletta.

E poi i tornanti, numerati; che se li prendi in discesa va bene perché fai un countdown. Ma in salita? Quanti possono essere? A quanti si può arrivare? 20? 21? Anche 29! Ma poco cambia perché finita una serie se ne fa un’altra, come i Papi.

E proprio come il Papa inizio a considerare che la mia posizione da turista non mi si addice più di tanto e a farmi un film mentale in cui quando arriverò a casa, finalmente, bacerò il pavimento.

Il viaggio però è ancora lungo e, dopo un’altra sosta suggestiva sulla riva di un laghetto alpino durante la quale sorseggio un buon tè alle erbe di montagna, ripartiamo.


La moto però inizia a dare segni di scompenso, non vuole partire ma, complice la discesa, si fa convinta.

Fino a che, a forza di cercare discesa per la ripartenza, ci sospingiamo dentro la zona industriale di Agordo da cui ahimè la moto non riparte più.

Moto ferma ad un orario in cui dovevamo essere già a casa, invece mancano due ore di viaggio.

Per fortuna non siamo soli, così mentre io attendo seduta lungo le rive di un fosso, i centauri vanno a recuperare il pezzo di ricambio.

Che dire? anche dalla riva di un fosso in zona industriale il panorama alpino è pregevole.

 

Da domani mi alzo presto

Se la vostra ricetta per reagire ai problemi è tornare a casa dei genitori, sorseggiare Lexotan, fumare una sigaretta dietro l’altra, uscire ad ubriacarsi di quando in quando e dormire ad oltranza, questo è il libro che fa per voi.

All’età di 36 anni, quasi 37, Michela viene licenziata dal lavoro e nello stesso giorno lasciata dal partner. Decide pertanto di abbandonare Milano e ritornare a Lecce, Piccola città la chiama, dove si ritrova a confronto con i vecchi compagni di scuola, ormai cresciuti come lei, e sprofonda nella depressione degli obiettivi non raggiunti.

Aiutata dalla superMamma Carla e da Giulia, spregiudicata cugina, Michela… no! Non spoilero ‘sta storia fatta di doppie spunte blu non lette, di amicizie cancellate da Facebook, di gruppi WA di genitori deliranti.

Ho fatto voto di non abbandonare le letture a metà, ma quando l’autrice afferma che Dio non avrebbe inventato i divani e le serie TV se ci avesse voluto sportivi, o che tra i giudici di X-Factor su Fedez ci farebbe un pensierino … la tentazione è stata forte!

Un romanzo tanto moderno quanto inutile!

Vecchio sdraione…

… quanto tempo è passato!

Non ci si rende conto del tempo che passa fino a che non ci si va a sbattere contro (è il caso di dirlo).

Come quelle persone che incontri dopo diverso tempo che non le vedi: le saluti con entusiasmo, ti complimenti ‘sei sempre uguale’ ma in cuor tuo osservi quanto siano invecchiate e ti chiedi se altrettanto è per te.

Io a dire il vero non sono così falsa, mi astengo; ma me lo sento dire spesso, anche da compagni di scuola che non vedevo da quella stessa epoca: quantomeno improbabile!

Comunque, dicevo, in cuor nostro portiamo il ricordo di come erano le cose e neghiamo a noi stessi l’evidenza dei segni del tempo trascorso.

Tutto questo preambolo per raccontare la mia ultima disavventura: ieri sera contemplavo le mie figlie che, ancora infanti, ma finalmente interagiscono tra loro in armonia, giocano insieme e io, dopo alcuni anni di sdoppiamento, posso concedermi un po’ di requie mentre loro si dedicano a qualche attività ludica.

Così le ho accompagnate sul salterino, il tappeto elastico che abbiamo in terrazza; ho steso un asciugamano sulla sdraio, perché sì in effetti… meritava una pulita, ma la tregua non sarebbe durata molto, meglio approfittare di quei preziosi minuti in cui avrebbero saltato senza litigare.

Steso l’asciugamano mi sono piazzata, ho preso in mano l’ebook, recuperato il segno della lettura….. aaaaaahhhhh…. che pac……

Non ho potuto completare l’esclamazione CHE PACCHIA perché già loro si stavano scornando ma … le corde che tenevano assieme lo schienale hanno ceduto e io sono finita gambe all’aria. 

Quindi mi sono rimangiata la vocale riformulando aaaaaaahhhhh … CHE PACCA!!!

Eppure mi pareva ancora nuova!

Parole di Vicenza (e dintorni): snasare

Rieccoci all’appuntamento assolutamente random con i termini dialettali.

Faccio una premessa: da poco più di un anno seguo il sito UnaParolaAlGiorno che, proprio come da copione, analizza ogni giorno significato ed uso di un vocabolo della lingua italiana.

Alcuni giorni fa è stata la volta di Usmare:

Il significato di ‘usmare’ è semplice: odorare, fiutare. Possiamo però anche dire che si tratta di un fiutare particolarmente intento, animale. 

Aaaahh… SNASARE mi sono subito spiegata.

Snasare è l’azione che si fa col naso, significa letteralmente annusare. Ma non è un’azione semplice di percezione odorosa, è più un’indagine, una ricerca di particolari, è quello che farebbe un cane da tartufo sulle tracce del prezioso tubero.

Si snasa il vasetto di pomodoro per sentire se è andato acido, o i calzini rimasti sul pavimento per capire se sono stati portati.

In senso figurato si snasa una situazione, per capire già a priori che non è vantaggiosa; tipicamente si snasa da distante che ‘c’è del marcio in Danimarca’. 

E il curioso, il ficcanaso, si chiama lo snason.

Non ditelo allo scrittore 

Cosa? Cosa non deve sapere lo scrittore?

Boh! O meglio, è ininfluente. Il titolo del libro di Alice Basso poteva essere una qualunque sequenza di parole di senso compiuto, perché tanto il contenuto non ci sta dentro nessuna proposizione breve.

Potrebbe essere un poliziesco, o un romanzo d’amore, o un libro nel libro, o un trattato di psicologia.

In realtà è tutto ciò di cui sopra e forse anche di più.

Il libro chiude una trilogia di cui ho scoperto l’esistenza solo a metà della lettura.

Vani Sarca, la protagonista, è una ghost writer con una spiccata sensibilità per comprendere le persone, che per passione collabora anche con la polizia.

Vani ha una personalità schiva, poco incline a socializzare; è cinica e disillusa nei confronti dell’umanità, fatto salvo per pochi eletti.

Molta la carne al fuoco: l’adolescenza di Vani; le sue storie d’amore, remote ed attuali; le sue amicizie; un ghost writer come lei, da smascherare ed addomesticare per il pubblico; un malvivente agli arresti domiciliari da neutralizzare.

Nessuno di questi temi è il principale, sono tutti pretesti per disquisire su argomenti di carattere generale, sulle debolezze delle persone, sui caratteri introversi o spumeggianti.

Avevo già letto un libro che parla di un altro libro (L’ombra del vento, di Carlos Ruis Zafon) e lo sviluppo non mi aveva entusiasmata. In questo caso “Verrò a trovarvi sul lago”, il libro di cui tra le altre cose si racconta, è solo un segnaposto, un oggetto che fa da testimone per una staffetta di considerazioni sull’ambiente editoriale.

Si parla anche di un altro libro, reale questa volta, anzi di una trilogia, quella di Stieg Larsson, che nonostante la sua imponenza e la lentezza della prima parte, ero riuscita a leggere per intero. Vani si paragona per certi aspetti a Lisbeth Salander, facendomi rivalutare a posteriori il personaggio che al tempo non ispirava più che compassione.

Lo stile è fresco, attuale, brillante. I personaggi sono ben caratterizzati. Le storie fluiscono veloci e gradevoli.

Tra le cose che vengono affermate, tanto per dare una sintesi e un assaggio dell’opera, quella che mi ha colpita di più appartiene ad un dialogo tra Vani ed un suo professore, e risale ai tempi del liceo. Il professor Reale confessa a Vani che 

Invecchiare non serve a un accidente. Non ti aspettare granché dallo scorrere del tempo. Continuerai a sentirti fuori posto e a non capire come funziona gran parte del mondo. Continuerai a scoprire che c’è gente a cui non piaci senza che tu sappia bene cos’hai fatto di male, e dovrai imparare a conviverci.

Il mio giudizio finale è positivo: uno dei migliori libri che ho letto nell’ultimo anno.

Sono sorpresa di come non sia stato pubblicizzato: io l’ho scoperto per caso; al supermercato ad esempio campeggiava un altro titolo recente, “Dentro l’acqua”, della stessa autrice di un best seller dello scorso anno.

Espositori dedicati, numerosissime copie, impossibile non notarlo. Questo invece lì accanto, in maniera assolutamente anonima. Non ho letto il nuovo di Paula Hawkins, ma ho trovato Alice Basso molto più meritevole.

Così mi sono fatta l’idea che, anche se il libro lo ha scritto proprio lei, si possa considerare un po’ un’autrice fantasma, la ghost writer di se stessa. 

Probabilmente, proprio come racconta nel libro, per essere autori di successo bisogna, oltre che saper scrivere, essere in grado di presenziare alle occasioni pubbliche: rispondere alle domande dei lettori, anche quelle più banali e scontate, proporsi in veste ufficiale, accettare gli incontri con chi non si desidera avere attorno, sforzarsi di piacere al mondo. 

Ruolo che Vani Sarca fa fatica a rivestire, e di cui realizza i limiti riflettendosi nell’ancor più scontroso Marotta, il ghost writer di “Verrò a trovarvi sul lago”.

Ho concluso pertanto che ciò che non bisogna dire allo scrittore è che, oltre che scrivere, deve saper sostenere una parte che probabilmente gli va stretta. 

O forse il titolo più azzeccato è “Non ditelo al lettore”, inteso come totale assenza di pubblicità per un così bel romanzo.

Ritmi latini di altri tempi

Non guardo la televisione, ma non è anticonformismo, semplice fase della vita.
Sono cresciuta a pane e BimBumBam, il simpatico contenitore pomeridiano per cartoni animati, capeggiato dal pupazzo Uan. Lo guardavo mentre ero dalla nonna, chè i miei genitori lavoravano tutto il giorno.
A casa la sera si guardava poca tv ma SuperGulp, che piaceva anche a loro, era imperdibile; per il resto non c’erano tante discussioni, non avevo facoltà di scegliere io i programmi serali.
Così quando mi sono sposata ho ripreso possesso del telecomando, fino a che non sono nate le bimbe.
Ogni sera c’era Enrico Papi con Sarabanda, il lunedì tardi facevano Zelig e l’estate veniva scandita dalle tappe del FestivalBar, che si concludeva a settembre all’Arena di Verona. Non era tanto la gara canora a coinvolgere il pubblico, quanto la possibilità di vedere esibirsi i cantanti del momento. Bei ricordi.
Al mio rientro dal lavoro ogni sera trovavo ad attendermi Gerry Scotti e le letterine, Ullalla-ullalla-ullalla-là / Passaparola / Noi siamo qua.

Mi piaceva immedesimarmi nel gioco finale, cercavo di rispondere tempestivamente ad ogni domanda di cui si sapeva la lettera iniziale della risposta, una per ogni simbolo dell’alfabeto. 

Quando il concorrente non la conosceva poteva saltare la risposta per darla al giro successivo, se avanzava del tempo. La parola magica per procedere era appunto Passaparola.

Il particolare della trasmissione che porto ancora vivo nella memoria è lo stacchetto sulle note di una canzone della mosca tze tze:

“Yo romperé tus fotos / Yo quemaré tus cartas / Para no verte más”
traducibile in 

“straccerò le tue foto / brucerò le tue lettere / per non vederti più”.

Sulla prima frase riportata la letterina di turno (o Alessia Fabiani, o Ilary Blasi, o Silvia Toffanin…) faceva una mossa come se stesse affettandosi l’avambraccio con la mano opposta, che io riconducevo al tagliare a pezzi le foto della persona da non vedere.

Non erano ancora i tempi delle canzoni spagnole monopolio dell’estate: Alvaro Soler forse andava alla scuola materna, Enrique Iglesias non soffriva al corazon, Luis Fonsi era nei pensieri della sua mamma.

La canzone mi prendeva molto e quel particolare di affettare le fotografie come una soppressa mi sembrava suggestivo come una macumba da praticare a chi non si desiderava rivedere mai più.

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Questo pezzo partecipa per gli #aedidigitali al tema della settimana #passa-la-parola.

Chi l’avrebbe mai detto?

La prima impressione di Fedez risale alla scarpètta del cigno nero, che mi ha reso insopportabile lui e tutta la parlata con le È troppo aperte in un solo colpo.

Dopo pochi anni lo ritrovo giudice di X-Factor a sputare sentenze sulle abilità canore altrui che Pavarotti spostati.

Questo blocco Fabriano per tatuatori ha fatto una carriera incredibile, duettando con Francesca Michielin, spalleggiando J-Ax, lanciando Rovazzi e invadendo il mercato discografico dei giovanissimi. 

Di Chiara Ferragni so molto meno, praticamente niente, solo che è partita a fare la fashion blogger e … oplà! È diventata un fenomeno, ha creato una sua linea di scarpe e ogni foto che posta su Instagram trasforma in oro l’outfit prescelto, una regina Mida dei giorni nostri.

Lui cantava, guardacaso, che

Il cane di Chiara Ferragni ha il papillon di Vouitton 

Ed un collare con più glitter di una giacca di Elton John

 e sfottendo tutti quelli che postano foto a caso sui social si fidanza con Chiara e poi le chiede la mano in diretta all’Arena di Verona, davanti a milioni di seguaci.

Vorrei e posto ciò che mi pare: sbirciando i profili Instagram dei due ho scoperto che passano le loro vacanze a farsi fotografare, ma ancor peggio che ho diversi amici che apprezzano ‘ste minchiate.

Innegabile comunque che siano un fenomeno social, che dal niente abbiano saputo diventare degli influencer.

Così non avrei mai pensato che un giorno avrei apprezzato una loro uscita, che avrebbero sdoganato uno dei miei crucci maggiori.

La statura per me, almeno fino ai 18 – 20 anni, ha sempre costituito un complesso.

Tra il fatto che sei sempre fuori scala, che per ascoltare ciò che dicono gli altri devi piegarti a metà, per poi scoprire magari che la domanda è ‘che tempo fa lassù?’; aggiungiamo che non ti va mai bene niente da vestire; se sei alto sei maggiormente visibile e ciò che fai non passa inosservato, quindi sei più soggetto a rimproveri e derisioni. 

Inoltre se sei una donna sei limitata dal pregiudizio che il tuo partner debba essere più alto di te, e ti seghi via una buona metà anche 80% delle possibili relazioni.

E invece … invece no! Perché se lo fanno loro, diventa fashion.

Riccione Campionati Italiani master di nuoto 2017 (per un sacchetto di pop-corn)

“Ma chi gatto me l’ha fatto fare?” Chi me lo ha fatto fare? Chi? …di continuare ad allenarmi fino a fine giugno, di allontanarmi tre giorni da casa, completamente sola, per disputare delle gare nelle quali, ben che andasse, potevo ambire ad una medaglia di bronzo ma più probabilmente ad una di legno ben intarsiato? Chi, o cosa?
Eppure oramai sono un’abitudine quei 3 giorni di fine giugno a Riccione per i campionati italiani master di nuoto; un’abitudine che si ripete ormai da 15 anni, anche 20 se consideriamo le gare del Salvamento prima (salvo qualche annata di diversa ubicazione geografica).
Un’abitudine quelle 3 ore di viaggio con l’immancabile ingorgo per superare Bologna, un’abitudine uscire al casello di Riccione, vedere l’Aquafan e dirigere invece verso un’altra piscina, meno conosciuta: la polisportiva comunale.
Tanti i ricordi legati a Riccione che si sono accumulati negli anni: la potente voga di un concorrente che spezza il remo del battello nel salvamento; l’uomo completamente ricoperto di tatuaggi, ospite fisso del Maurizio Costanzo Show, incontrato la sera lungo viale Ceccarini; i discorsi in prechiamata su figli ancora allo stadio ipotetico; uno staffettista fondista che non si presenta in chiamata perché 50 m gli sembrano troppo pochi; l’incredibile affollamento nel 2012, anno dei mondiali; clamorosi flop e personal best; l’anno in cui ho gareggiato UISP tesserata per una squadra diversa.
Potrei continuare, facendo credere che ormai l’esperienza Riccione sia un libro già scritto, da cui trarre l’uno o l’altro capitolo da ripetere.
Invece ogni volta è un foglio di carta bianca su cui scrivere, disegnare, colorare mille avventure, racconti, discorsi.
Al mio arrivo giovedì a mezzogiorno ritrovo “il nostro posto” all’ombra dei costoni sul retro della vasca coperta. I primi anni ci piazzavamo sul prato accanto alla vasca esterna, poi ‘crescendo’ abbiamo preferito il fresco.

Uso il plurale perché, pur essendo completamente sola, viaggio con l’esperienza maturata in una squadra che, finora, non mi ha mai lasciata completamente sola.
Un’ora per riprendermi dalla stanchezza del viaggio ed è subito tuffo, in acqua per riscaldarmi ma anche nel vivo della manifestazione.
Essere sola è una condizione che da un lato mi spaventa, perché la solitudine di per sè non è un concetto positivo; dall’altro mi consente di immergermi (è proprio il caso di dirlo) completamente nell’esperienza.

Senza nessuno da aspettare, accompagnare, seguire, assecondare, sono completamente libera di godermi ogni attimo, ogni chiacchiera, ogni volto che incontro.
I momenti più caratteristici sono i passaggi che conducono al blocchetto: il primo è la vestizione del costumone in spogliatoio, che mentre spingi a fatica, centimetro dopo centimetro, gli arti dentro quel budello colorato e rigido c’è chi riconosce i volti che aspettava di rivedere da un anno; chi racconta della brutta nottata trascorsa per gli amplessi rumorosi dei turisti balneari della stanza accanto; chi rincorre come un pinguino, con il costume infilato solo a metà, un’amica da riabbracciare. 
Poi, secondo step, la prechiamata: a differenza delle manifestazioni locali, dove viene svolta in maniera un po’ anonima e talora noiosa, qui assomiglia ad un cabaret, Zelig-Swim.
Una volta formate le batterie si attende, e tra concorrenti si continua a conversare, pur aumentando la concentrazione sulla gara da disputare.

In questo momento si vedono per la prima volta in faccia alcune persone di cui si leggeva il nome nei risultati delle gare dal precedente ottobre.

Dopo aver disputato la gara ci sono altri incontri, in cui scambi opinioni su come è andata, ascolti sfumature di decimi di secondo, considerazioni sui passaggi e ritorni, partenze, arrivi.

“… non c’è nessuna differenza / Se vinci o se perdi / Quello che conta, che ha più importanza / È esser quello che sei…”
(Tiromancino)

Ognuno è lì per fare il suo tempo, la sua prestazione, e se al tuo prossimo va bene o va male, questo non sposta di un millimetro quanto gradevole sia la sua compagnia.
Nella assoluta libertà di cui godevo, complice un pomeriggio freddo e piovoso, ho avuto la fortuna di analizzare in compagnia gli errori commessi e provare a pianificare allo stesso tavolino la terza gara.

La gara che va male non è un’occasione sprecata, ma un’esperienza di cui fare tesoro per la prossima prova.
Mi ero preparata alcuni libri nell’eBook, pensando che avrei dovuto inventarmi come riempire il tempo vuoto, vuoto che non c’è stato perché è stato tutto un susseguirsi di saluti, conversazioni, discorsi.
Dal ‘come e quando ti alleni?’ al ‘come si allena la tua squadra?’ (e scoprire che un po’ ovunque quando è ora di far le gare sono in molti a tirarsi indietro) ad altri argomenti prettamente personali.
In tanti anni si sono create storie che si sono evolute, Dinasty a confronto è Piccole Donne.
Viene naturale parlare non solo di nuoto, ma in generale della vita, propria e altrui, come se l’interlocutore fosse una frequentazione quotidiana, un amico di vecchia data; invece è una persona con cui condividi un interesse profondo, una passione sportiva, ma che hai rare possibilità, nel corso dell’anno, di incontrare a tu per tu.
Il mio timore di rimanere sola è stato sepolto da un numero di ‘unisciti a noi’ superiore alle occasioni disponibili; le proposte che non ho potuto accettare mi hanno comunque riempita di gioia.
Ogni volta che partecipo ai CI parto con il cuore che è un sacchetto di mais e torno come se fossero esplosi i pop-corn, che non riesco più a farceli stare dentro.
“Ma chi gatto me l’ha fatto fare?” 

Un sacchetto di pop-corn!