La malizia è negli occhi di chi guarda

"A-G-A… mamma? Cosa è scritto sulla tua maglietta?" mi chiede Sofia accarezzando le paillettes che ornano la parte alta della T-shirt che indosso.

Mi rendo conto solo in quel momento che sul fronte della mia maglietta è ricamata una scritta intellegibile, che vado a leggere per Sofia: AGAIN.

Ho acquistato questo capo di abbigliamento invece della canotta che cercavo e non ho trovato; però mi piaceva il modello, aperto sulla schiena. Non avevo nemmeno fatto caso a cosa rappresentasse il disegno. Sì perché sotto la scritta paillettosa c'è pure un disegno, aspetta, cosa dice? PLAY.

PLAY AGAIN: gioca ancora, rifallo.
Che può avere tante interpretazioni però a essere onesti tutte le altre sono palliativi, il senso è abbastanza chiaro, è istintivo come veniva istintivo a Sofia accarezzare le paillettes per testare se erano reversibili.

Di primo acchito mi vengono in mente le magliette A-Style, dove campeggiava una A con due pallini, una specie di dieresi sbilenca, che in forma stilizzata rappresentava senza troppa fantasia un accoppiamento da tergo.

Marchio molto diffuso anche tra i giovanissimi, bambini compresi; aveva suscitato qualche blanda polemica ma nessuno più di tanto faceva caso al significato: il giusto marketing aveva saputo fare accettare il doppio senso senza tanti moralismi.

Poi mi è venuto in mente un altro caso, meno noto e più gustoso; lo prendo da distante, mettetevi comodi in poltrona e preparatevi la birra e i pop-corn.

La mia nonna materna era rimasta vedova in età relativamente giovane; dopo un primo periodo di smarrimento aveva preso a riorganizzarsi. Per cominciare aveva fatto la patente, proprio lei che non aveva mai guidato l'auto, a 60 anni si era iscritta alla scuola guida e aveva conseguito l'ambita licenza di guidare.

Ricordo che la sera rimanevo da lei e mi divertivo a rispondere ai quiz, tranne le ultime tre domande sul motore che mi parevano fuori luogo ed inutili; aveva fatto parecchie guide e dopo un paio di tentativi di esame era riuscita ad ottenere il famoso foglietto rosa che si piega in tre parti.

Aveva anche iniziato a viaggiare: era andata in Australia per sei mesi ospite di sua sorella, che era emigrata molti anni prima.
Ogni anno a marzo e a novembre trascorreva un paio di settimane in qualche località del Mediterraneo, con gruppi organizzati di pensionati, con cui aveva allacciato diverse nuove amicizie.

Una volta aveva finto di aver conosciuto un nuovo uomo, e voleva presentarlo a suo fratello. In realtà era una sorpresa, si trattava della sorella che dall'Australia era venuta in Italia in vacanza. Aveva organizzato un pranzo con tutti i parenti e … CARRAMBACHESORPRESA… ecco il mio nuovo fidanzato invece era Fulvia! E giù lacrime, abbracci, improperi tutto insieme.

In quell'occasione le avevo chiesto perché non si trovasse davvero un altro uomo e mi aveva dato una risposta concisa ma eloquente: non ci penso nemmeno!

Tra le amicizie nate durante i viaggi c'era Lidia, una signora nativa di Trieste il cui cognome rivelava origini austriache o forse slovene. Anche Lidia era vedova, e anche Lidia era una a cui piaceva ridere e scherzare.
Fisicamente erano abbastanza simili, si distinguevano per il colore degli occhi, una verdi e l'altra azzurrissimi.

Al contrario di mia nonna che aveva preso la patente per pura sfida ma non aveva confidenza alcuna con la guida, Lidia guidava senza problemi.

Così mia nonna si faceva scarrozzare: al mercoledì d'estate andavano a Sottomarina e ritornavano la sera rosse come dei gamberi, e i loro occhi chiari risaltavano ancora di più.

Anche Lidia aveva di che acquisire da mia nonna, che dal lato suo vantava ottime abilità in cucina e nel cucito; veniva a trovarla spessissimo e si faceva spiegare come tirare la sfoglia o girare i bigoli col torchio, poi avanzava sempre qualche ingrediente e così tra un esercizio culinario e l'altro preparavano pranzi a otto portate.

Oppure andavano in gita dal strassaro, e Lidia guidava; compravano metri e metri di stoffa e poi mia nonna le insegnava a tagliare i pezzi dai cartamodelli e cucire gonne e camicie.

El strassaro (tradotto in italiano Lo straccivendolo) è un negozio di tessuti.
Ma così, in italiano intendo, non lo conosce nessuno: parola mia che ho provato a cercarlo chiedendo indicazioni per 'un grande magazzino di tessuti'. Sguardi allibiti: qua? Mai sentito! Dopo alcuni aggiustamenti della definizione 'aaaahhhh … el strassaro!' e ci ero davanti.

Comunque è un enorme ricettacolo di tessuti, un iper discount di stoffe per usare un termine moderno, un mezzo self-service dove si spendono pochi soldi ma è richiesta tanta pazienza.

Insomma, vengo al dunque: un pomeriggio sono lì entrambe alla macchina per cucire e mia nonna spiega a Lidia come attaccare la manica alla spalla, le fa vedere sulla camicia che indossa quale è la corrispondenza.
Vedi? E le tocca la cucitura. Questa!
Ma aspetta un po'… che camicia è questa?
Lidia orgogliosa le risponde che l'ha confezionata lei con la stoffa che avevano acquistato alcuni mesi prima.
"Ma fammi vedere un po' " dice mia nonna; guardano meglio da vicino il tessuto, una stoffa bianca con dei piccoli disegni neri.
In quel momento entro in casa io (la nonna abitava nell'appartamento sopra a quello in cui viveva la mia famiglia) e le sento ridere a crepapelle.
"Ah ah ah… vieni qua… guarda! Guarda che camicia si è fatta Lidia" e giù che sganasciano.

Mi avvicino e osservo la camicia, bella dico. Poi guardo da vicino: i disegnini neri rappresentavano donnine nude in varie pose.

Lidia aveva tagliato e cucito quella stoffa senza mai accorgersi di nulla.

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