Giù dal chiodo!

Da quando è nata Viola non avevo più corso. Non sono una runner, non mi infiltrerei mai nella nebbia e nel buio invernali, ma quando arrivavano i mesi estivi, di sospensione dell'attività natatoria, qualche corsetta me la facevo.

Poi, complici le notti insonni, avevo lasciato perdere.

Un giorno di luglio mentre ripongo un paio di sandali vedo le mie Mizuno abbandonate che mi strizzano l'occhio; il pensiero delle mie gambe poco toniche, scacciato poche ore prima, ritorna prepotente.

Potrei soffermarmi sulla fatica di alzarsi alle 6.00, ma preferisco raccontare di quanto sia bello uscire di casa quando ancora tutti dormono; calzare le scarpe, sentirle aderire perfettamente al piede; muovere i primi passi pian pianino avviando il riproduttore mp3 e infilando le auricolari nelle orecchie.
Vedere gli stormi degli uccelli comporre le formazioni a V nel cielo e le anatre nuotare nel Tesina.
Osservare i fiori rigenerati nella notte, con petali ben distesi; chè una sera mi ero fermata per fotografarli, ma non erano più così freschi.

Fiori selvatici dai bordi delle strade e fiori coltivati che si inerpicano sulle reti di recinzione, vorrei fotografarli tutti.

Guardare i colori del mattino, la luce ancora tenue, il sole che sta salendo, il cielo azzurro e rosa.
Incontrare le solite faccie di chi corre nel senso di marcia opposto o porta a spasso il cane, o semplicemente cammina.

Salire sull'argine, individuare un tracciato poco disconnesso, percepire la rugiada della notte che filtra attraverso i calzini. Ritrovarsi immersi completamente nella natura, invisibili da tutte le case. Evitare le lumache, quelle senza la casetta che sembrano foglie accartocciate.

Attraversare il ponte e ritrovarsi sul tratto di argine più largo, su un sentiero più agevole.

Scendere dall'argine direttamente in centro al paese, incrociare i ciclisti del mattino e le prime automobili che si recano al lavoro.
Svoltare per la via in cui si trova lo studio medico e sorridere al pensiero dei bisticci che tra poche ore avranno luogo tra i pensionati per il posto in coda.

Ritrovarsi lungo il viale della Forall con l'insegna luminosa che riporta ora e temperatura.
Col sole in faccia arrivare fino in fondo al viale, accecata dal riverbero, senza vedere nulla tranne il sole e la strada, e fingere di essere sul ponte di Brooklyn a correre la maratona.

Immaginarsi la folla che acclama il mio arrivo, battere il cinque ad un cespuglio di lavanda che sporge da una recinzione.
Passare attraverso le vie lambite dalle irrigazioni mattutine.
Svoltare l'ultimo angolo, con la consapevolezza di essere ormai arrivata a casa. Attraversare un incrocio bislacco ma tanto a quest'ora non c'è nessuno.
Vedere casa, estrarre il telecomando con 400 m di anticipo.
Scendere la rampa del garage, togliere le scarpe e pensare: domani ancora.
E poi, una volta ferma, quando il tenue scirocchino creato dalla mia modesta velocità smette di asciugare il sudore, sentirlo imperlarsi, rigare la fronte, solcare la gote.
Domani ancora.

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