Dentro l’acqua

Il primo romanzo di Paula Hawkins, La ragazza del treno, mi era piaciuto ma secondo me non era all’altezza del successo mondiale che ha riscosso.

Quest’anno la stessa autrice è ritornata con un nuovo thriller, super reclamizzato: torrette di esposizione dedicate negli angoli libreria dei supermercati, in primo piano ovunque. E io ci sentivo puzza di bruciato.

Ma è difficile che un romanzo intitolato ‘Dentro l’acqua’ possa puzzare di bruciato, no?

L’acqua, mio ambiente ideale, è stato l’elemento vincente: lo leggo.

Dalle prime pagine si capisce subito che non si capisce niente.

Uno alla volta i personaggi raccontano la loro versione di una storia che piano piano converge.

Ogni personaggio parla in prima persona, ognuno segue il suo filo logico e il suo punto di vista.

Capitolo dopo capitolo si scopre il tema: in un villaggio che sorge attorno ad un fiume si sono verificate le morti di alcune donne.

Esiste un legame tra i decessi? Suicidi o disgrazie o omicidi?

E se si tratta di omicidio, qual è il movente? Chi è il colpevole?

Tema comune agli eventi, successi a distanza di anni e anche di secoli, è l’annegamento, un tipo di morte di cui leggevo le descrizioni come si guardano le scene di un film horror: con le mani davanti agli occhi nonvogliovedere, dimmiquandofinisce.

In una spirale vorticosa, ogni personaggio si avvicina alla realtà mescolando memorie appannate e corrose dai racconti con fatti recenti, tentando di nascondere alcune verità scomode per proteggere le persone amate.

Fino all’ultima pagina permane il mistero, e anche oltre…

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La voce dell’innocenza

È iniziato l’autunno ma le giornate sono ancora lunghe: mi godo questi ultimi giorni di transizione verso la stagione invernale, godo della luce che a breve lascerà spazio alla tenebra, godo del lieve tepore che ancora il sole ci regala.

Sabato pomeriggio ho voluto spremerlo fino in fondo questo spicchio di mezza stagione, mi sono trattenuta ad oltranza a passeggiare con le mie bimbe, sorbendo il gelato, odorando quel lieve profumo dell’osmanto odoroso che arriva randagio dai giardini, osservando le diverse fogge con cui si veste la gente: il piumino coi sandali, la mezza manica con l’anfibio, tutto è lecito.

E poi i colori, nitidi e precisi, non più scontornati dall’afa; ancora gli abiti estivi con le loro tinte pastello che si mescolano col nero marrone del guardaroba invernale.

Una luce ottimale che risalta la realtà come il filtro Ludwig.

In questo poutpourrì di cittadinanza mi piace stare ferma e lasciare passare la gente, osservarla, ascoltarla.

La chiesa di San Gaetano si affaccia in maniera anonima sul corso Palladio, via principale di Vicenza, completamente pedonale: nessun sagrato, nessuno slargo, solo una scalinata di accesso di quattro bassi gradini che costeggia la via per una ventina buona di metri.

Wikipedia dice che

La facciata è arretrata rispetto al piano stradale, inserendosi armoniosamente tra i palazzi vicini ai quali è collegata da due brevi ali avanzanti.

In pratica si forma una nicchia che Viola e Sofia ritengono ideale per fermarsi a giocare: salgono assieme e poi si danno il via per scendere i gradini a salti, uno alla volta; non fanno schiamazzi, o comunque non superano il livello sonoro ambientale.

Loro giocano e io le osservo, armeggiando con lo smartphone per scattare un’istantanea a quell’attimo di armonia ed intesa.

Arriva una suora, col velo bianco e l’abito grigio; la sua espressione è lievemente piccata, non so se per la fatica a salire i gradini o per il disappunto verso i bambini che giocano.

È comunque quanto di più distante da uno sguardo materno ed amorevole, le manca solo il ringhio.

Aggrappata al corrimano risale il dislivello e spinge con poca decisione una delle porte di ingresso.

Viola la osserva: ha smesso di saltare mentre la suora faceva i gradini e adesso mi guarda interrogativa.

Non è ‘con aria interrogativa‘ che mi guarda, scandisce proprio la domanda, precisa: “ma dove va?”.

Io e Sofia, che è al mio fianco alla base della scalinata, ridacchiamo sommesse, sperando che la Sorella, quella con la S maiuscola intendo, non abbia sentito Viola, sorella con la s minuscola.

La suora spinge nuovamente le porte che rimangono ferme.

Viola rincara chiedendomi “Ma dove va? Non vede che è chiuso?”

La suora profonde un pochino più di energia e finalmente le porte si aprono, inghiottendo la sua figura grottesca.

Viola dà le spalle alle porte e non si è resa conto che ormai la suora è entrata, quindi continua la sua indagine: “Non lo vede che è chiuso il museo?”

Ce l’abbiamo fatta!

Sono un esemplare atipico, per molti aspetti della mia vita. Me lo sento dire piuttosto spesso: “eh, ma tu non fai testo”.

Probabilmente risiedo oltre il 3 sigma, quel frammento di gaussiana che ai fini rappresentativi va scartato dal campione.

Nel ruolo di madre ad esempio non mi rifletto in nessuna delle colleghe-mamme.

Non sto qui a precisare cosa osservo di incongruo, anche perché non ho ancora capito cosa sia giusto o sbagliato, nè forse esiste una divisione.

Il rapporto madre / figlio non è un cliché a cui rispondere, ma una relazione tra due esseri umani legati da un vincolo molto molto speciale.

Anche essere sorelle, o fratelli, è una relazione speciale, ma non mi sono mai imbattuta in gruppi fb in cui la gente chiedesse pareri su questioni improbabili.

Non ho mai letto libri che spieghino come essere una brava sorella, nè sentito organizzare convegni a tema.

Ogni caso è a sè, e così tra genitori e figli.

Quanto la faccio lunga… torno al dunque.

Le mie figlie hanno iniziato a frequentare l’asilo nido molto presto, a pochissimi mesi di vita, e io sono rientrata al lavoro.

Lavoro sicuramente per necessità ma anche perché ritengo che sia un modo per tenere la mente attiva e rimanere dentro il giro della normalità adulta: isolarsi con un bambino per alcuni può essere meraviglioso, a me spaventa un po’.

Fatico ad immaginare una giornata, anzi una sequenza di giornate, ad esclusivo tu-per-tu con un piccolo; e non oso pensare al poi, quando i figli crescono e ci si trova a reinserirsi nella quotidianità, un autobus in corsa dal quale preferisco non scendere.

Pure per il bambino non è il top ritrovarsi 24/7 con la stessa figura di riferimento, specie se quella figura sono io.

Ho anche ripreso tutte le mie attività (gli allenamenti, una pizza con le amiche ogni tanto…) in tempi molto rapidi.

Non è un vanto e nemmeno motivo di vergogna, è quanto è accaduto.

Tutto questo preambolo per dire che adesso che Viola ha iniziato la scuola materna non ci siamo arrivate da un rapporto simbiotico ed esclusivo durato tre anni, ma eravamo già abituate al distacco giornaliero, anche prolungato.

Nonostante ciò il passaggio c’è stato: un nuovo ambiente, con bambini diversi, insegnanti sconosciute, routine da assimilare.

La mia pregressa esperienza in tema di inserimento è stata pessima: Sofia ha iniziato la frequenza a gennaio, è stata catapultata in un gruppo ormai formato dal precedente settembre, la accompagnava una mamma destabilizzata da un tornado di eventi.

Sofia non ha pianto i primi due o tre giorni, ma poi il momento del saluto è stata un’agonia per tutti i tre anni, con tragediette in due atti tutte le mattine.

Con Viola siamo partite bene: abituata ad andare al nido accompagnata dal papà, alla materna ce la porto io.

Ho tempi leggermente più larghi al mattino e questo le consente di prepararsi con comodo; il che significa che mi fa impazzire con i vestiti che non vuole mettere senza che io perda la calma.

Ha tutto un suo rituale da seguire, che parte con il saluto dalla finestra a Sofia, prosegue con la spremitura di abbondante dentifricio sullo spazzolino e dintorni per poi passare a sfilarsi il pigiama ed alternare gli indumenti a super-mega-coccole con rincorsa da metà sala: pronti via, la maglia e poi una super-mega-coccola; pronti via i pantaloni e poi una super-mega-coccola; pronti via i calzini e poi una super-mega-coccola. Una coreografia che si ripete ogni mattina, e guai a contrariarla: gli antiscivolo con le scarpe non vanno? No, ma proviamo lo stesso. No, non vanno, si arrende ogni volta.

A volte avanza anche un po’ di tempo per mezzo cartone animato o un piccolo ballo sulle note di ‘andiamo a comandare’.

Da parte mia ho anche imparato qualcosa eh…! Tipo che se lei vuole l’elastico per capelli viola, in realtà le va bene anche quello azzurro, basta che sia lei a sceglierlo.

Le specifiche dettate dai treenni non corrispondono necessariamente a ciò che significano in realtà: sono solo dei piccoli tiranni che si inventano qualche capriccio;

basta far credere loro di assecondarli, ecco il trucco.

I primi due tre giorni il distacco è stato duro: con tutta quella confusione di genitori presenti non vedeva ragione valida per cui proprio io dovessi andarmene.

Poi un po’ alla volta le presenze adulte si sono rarefatte e abbiamo consolidato una nostra routine.

Una volta giunta sulla soglia della scuola materna lei vuole salire in braccio, anche se ha camminato per tutto il tragitto e siamo ormai arrivate. Riponiamo il giacchino nell’armadietto e andiamo a cercare la sua maestra.

Il passaggio avviene da braccio a braccio ed è anticipato dalla deposizione del ciuccio e da due baci che lei dice di volermi dare, in realtà glieli do io.

Poi si lancia tra le braccia della maestra; lo fa come un vero e proprio tuffo: prende fiato, chiude gli occhi, trattiene un po’ il respiro, e mi fa ciao con la manina.

Il suo gesto dà l’idea di voler minimizzare l’urto, l’impatto con la giornata, nella quale immergersi.

Io evito di indugiare, mi volto e me ne vado.

In realtà anche io trattengo il respiro e mi tuffo oltre il salone, sforzandomi di non guardarmi alle spalle. Percorro il corridoio quasi in apnea fino al portone di uscita, salutando i volti che incrocio e ricacciando giù un po’ di magone; risalgo in auto riponendo l’ennesimo oggetto di transizione che ha voluto a tutti i costi portarsi dentro per poi cedere e riconsegnarmelo all’atto del saluto. Un poco mi si stringe il cuore al momento del distacco.

Butto tutto sul sedile posteriore: pupazzi, giochini, succhietti; poi se li ritroverà la sera quando torno a prenderla, che mi corre incontro esultante a braccia aperte, e il mio cuore torna ad allargarsi.

L’amore che mi resta

Dopo le prime tre pagine, lette a fatica tra una domanda e l’altra di Sofia che nel frattempo leggeva Geronimo Stilton, avevo pensato di abbandonare: non posso leggere una storia simile, non ce la faccio ad affrontarla.

Generalmente evito i drammi come argomento delle letture, ritengo sufficienti quelli che capitano nella vita reale e se vivo un periodo sereno non vedo perché dovrei andarli a cercare nei libri.

Il racconto inizia con la corsa in ospedale di Daria e Paolo, che arrivano per la constatazione del decesso della loro figlia Giada, suicida.

Bon, a questo punto avrei chiuso il romanzo di Michela Marzano, se non fosse che la scrittura era semplice ed incisiva e ad ogni termine di capitolo si aggiungeva un elemento che induceva a sbirciare oltre.

Provo a proseguire e scopro che Giada era figlia adottiva. Da qui i capitoli si alternano: uno che ripercorre le tappe dell’adozione e uno che descrive la disperazione di quelli che restano, e la profonda crisi depressiva di Daria.

Non mi ci riconosco in Daria, nè in quella che a 25 anni non riuscendo ad avere figli sceglie di adottare una bambina, nè in quella attuale che non vuole reagire e rifiuta ogni aiuto a farlo.

Daria è apprensiva, è ansiosa, è priva di ambizioni: in tre aggettivi è tutto ciò che non mi descrive affatto.

Ad un certo punto ho iniziato a pensare che Giada, con una madre simile, è stata brava ad arrivarci ai 25 anni.

Un po’ alla volta la storia sposta il punto di vista da Daria a Giada, e approfondisce il disagio del distacco e il dramma dell’abbandono.

Ho un’opinione scettica nei confronti dell’adozione, che ho sempre considerato dal punto di vista del genitore: se per un uomo può ritenersi del tutto equivalente ad una paternità, come donna non riesco a dire altrettanto.

Non sono per la maternità ad ogni costo, ci vedo dietro comunque un passaggio forzato.

Dopo aver letto il romanzo ho iniziato a considerare quanto di difficile c’è anche per il figlio, che dal momento della scoperta inizia a porsi mille interrogativi sul perché e perché proprio io, fino a farne un vero e proprio dramma in alcuni casi.

La lettura mi ha anche fatto scoprire le leggi che regolamentano il ricongiungimento tra i genitori naturali e i figli, e l’esistenza di associazioni che aiutano le persone a ritrovarsi.

Nessun titolo

I recenti fatti di cronaca hanno messo in luce alcuni episodi di violenza sulle donne.

Quando un cane azzanna il padrone, e la notizia vola in prima pagina, state sicuri che nel giro di qualche giorno altri cani che azzannano il padrone emergeranno sulle prime pagine di altre testate.

Senza togliere gravità ed orrore a ciò che è accaduto, voglio pensare che ‘magari si riconducesse tutto a quei tre o quattro episodi di spicco’.

Cani che azzannano i padroni, e casi di violenza sulle donne, se ne verificano purtroppo molti di più.

Ma sugli ultimi due (Rimini e Firenze) vorrei spendere alcune considerazioni.

Sento che mi sto inerpicando su un terreno scivoloso e che il rischio di essere fraintesa è pesante, ma il mio intento non è mettere a raffronto i casi, nè esprimere giudizi basati su ciò che ci è stato raccontato.

Perché PER COME CI È STATO RIFERITO il primo caso è di una violenza e di una brutalità bestiale, il secondo appare più uno sconfinamento: era partito come un flirt al quale ad un certo punto le ragazze avrebbero voluto porre fine, o comunque concludere senza un rapporto sessuale completo.

Messa in questi termini il confine tra ciò che è normalità e ciò che è sopruso si riconduce ad una delicata questione di filosofia del diritto.

Inizialmente ho creduto alla versione ‘consenzienti’, e probabilmente entro certi limiti le ragazze lo erano.

Il bello è che credo anche alla deposizione dei due carabinieri che continuano a sostenere che lo fossero, perché secondo me loro ne sono convinti, in linea con la teoria vis grata puellae.

Ma non vedo alcun motivo per cui due ragazze dovrebbero esporsi e denunciare una violenza se questa non c’è stata.

L’episodio mi ha riportato a galla piano piano tutta una serie di accadimenti personali, di superamento del limite, che non ho mai avuto la forza di denunciare.

Nessuno di questi eventi è stato mai tanto oltraggioso come il caso a cui mi riferisco, ma sono certa che si sia trattato di illeciti perseguibili penalmente, reati contro la persona, la mia nel caso specifico.

Si tratta di fatti successi nell’arco di una vita.

Fatti che mi hanno fatto vergognare, mi hanno fatta sentire immeritevole di un’attenzione pulita, fatti che ho cercato di rimuovere e rinnegare a me stessa: se non ci penso non è mai successo, se non lo racconto non è mai accaduto.

Ad un certo punto, a forza di ricostruire, ho avuto l’illuminazione: forse non sono sola, forse anche molte altre donne, al pari mio, sono state a loro volta vittime di attenzioni sgradite, pesanti, di mani inopportune, di candid camera che risucchiano la privacy.

Possano anche loro confermare e dire che, in mancanza di prove inconfutabili, estremamente difficili da riportare, hanno preferito lasciar perdere.

Io credo che, ancora, in Italia sia la mentalità: quando il segno viene oltrepassato ma in maniera non abbastanza evidente o non troppo oltraggiosa, piuttosto che esporsi alla vergogna del dubbio, si tace.

Oppure si è talmente insicure, o immature, o semplicemente troppo giovani per sapere che quello appena subito è un reato a tutti gli effetti.

E che alcuni uomini ritengono di avere il diritto di comportarsi in modo prepotente, come i due carabinieri sono persuasi di essersi trovati di fronte a due ragazze consenzienti.

Invece non avevano nessun titolo per forzare la mano, per usare una locuzione generica.

Io ammiro queste due americane, di giovanissima età, che forse cresciute in una cultura più progredita della nostra, hanno avuto la forza di dire pubblicamente ciò che hanno esposto.

Forse si, volevano scroccare un passaggio ai due, ma questo non doveva farli sentire autorizzati a pretendere altro.

Io auspico che il resto della faccenda si concluda in modo da creare un precedente per cui sia chiaro che ogni azione che interessa la sfera intima fatta contro la volontà dell’altra, o a prescindere dalla sua volontà, costituisca un illecito; e che le donne vittime di queste azioni abbiano la forza per sporgere denuncia.

Che ci importa del mondo

La storia, di cui è protagonista Viola Agen, mi è sembrata una versione romanzata dell’autobiografia di Selvaggia Lucarelli.

Stessa età, stessa fisicità, stesso tipo di lavoro, stessa situazione sentimentale, stesso figlio con i capelli lunghi e la passione per Godzilla, stesso astio nei confronti del resto del mondo, stessa vena polemica.

La trama è ben gestita, e si arriva alla fine della lettura con curiosità, venendo ripagati con la sorpresa.

Se lo si legge senza vederci il personaggio della Lucarelli e si resta indulgenti è una lettura gradevole.

Io però, pur avendolo letto volentieri, non sono riuscita a staccarmi dal personaggio reale che ci sta dietro e spesso mi sono cadute le braccia, constatando che ‘è proprio fatta così, è lei’.

E perché è bassa di statura che si sente in posizione di inferiorità (mi vien da dirle: ma lo sai che fatica è essere alti?); e perché ha tanto seno però lei non vuole rinunciare a mettersi abiti succinti (oh, e ti pare un problema? Avercene di questi patemi!); e perché è un personaggio pubblico ma è anche una bella donna e tutti la vogliono (ma nessuno la piglia); e perché gli uomini le scrivono i messaggini ma poi non intraprendono azioni concrete… insomma tutto un lamento inutile, su aspetti assolutamente secondari.

Viola è separata dal marito e per mantenere il figlio si inventa la professione di opinionista tv, ovvero va in un salotto pomeridiano (che ha le carte in regola per sembrare quello di Barbara D’Urso) a fare il bastian contrario del personaggio che le assegnano; prima di questo faceva la ghost writer.

Viola colleziona multe per divieto di sosta perché non ha tempo / voglia di cercare un parcheggio.

Viola a casa di un uomo si intrufola in camera da letto per modificare l’illuminazione in modo che lui non si accorga che lei ha la cellulite.

Viola va con le amiche in una SPA e giù pagine e pagine di commenti e critiche sulle altre donne che si aggirano per il bagno turco o la sauna.

Faccio fatica a distinguere Viola da Selvaggia, e constato che è esattamente il personaggio che descrive: scrive bene ma le scappa un po’ di sprecare il suo talento per questioni marginali.

“Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?”

Quando andavo alle scuole elementari portavo una cartella dentro cui stavano un quaderno a righe, uno a quadretti, l’astuccio e il diario. Stop!

Semplice no? Elementare direi, Watson.

Oggi le elementari si chiamano primarie, e di elementare hanno perso anche i connotati.

Quaderni a quadretti, a righe, ad anelli; mi raccomando che abbiano i margini; e poi le copertine, ad ogni colore corrisponde una materia; rivestire i libri, etichettare tutto. I pastelli, i pennarelli, a punta fine e a punta grossa. Il diario datato (che sti paraculi dei produttori hanno trovato il sistema per vendere negli anni a seguire i fondi di magazzino). L’album con i fogli per disegnare, le forbici con le punte arrotondate, le scarpe da ginnastica in un sacchetto di stoffa col nome.

I primi giorni di scuola è una corsa all’approvvigionamento, genitori e figli accaniti nelle corsie ‘cancelleria’ dei supermercati e nelle cartolerie: i genitori ad ottimizzare la spesa, i figli a scegliere tra i diari e gli astucci: un delirio, sembra il Toys al 24 dicembre.

Quest’anno alla lista si è aggiunto un elemento: il dizionario della lingua italiana.

Panico: la chat di WhatsApp inizia a fibrillare a poche ore dalla ricezione della lista.

Quale?

Eh sì: di quale dizionario dotare i figli?

In casa non ne abbiamo nemmeno uno, ma i produttori le liste del materiale devono averle avute con largo anticipo perché TOH ecco lì al supermercato una bella torretta ricolma di dizionari, di marca e prezzo variabili.

D’un tratto i pensieri che dovrebbero aiutarmi a scegliere mi risucchiano al mio inizio del liceo: una carriola di materiale da comprare; i miei per contenere la spesa avevano costruito con le loro mani un parallelografo e recuperato dei pennini a china di quelli a serbatoio, non a cartuccia.

Di fatto hanno ucciso sul nascere la mia scarsa propensione per il disegno tecnico, che qualche anno dopo all’università sono riuscita a farmi bocciare all’esame, uno di quegli esami cosiddetti salvanaja in cui prendono tutti 30 senza troppa fatica.

Dodici??? Ho chiesto vedendo il voto. No, che 12… R… RITORNARE! (Non aveva una mano tanto meglio della mia il professore, ma a sostenere l’esame ero io… Non gli pareva vero di bocciare qualcuno e restituire un po’ di dignità a quell’esame che tutti consideravano già fatto).

Vabbè mi sono rifatta un paio di anni dopo, conseguendo al primo appello un bel 28 in Scienza delle Costruzioni, roba che altri studenti impiegavano anni a superare, e alcuni rinunciando abbandonavano l’ateneo.

Ma sto decisamente divagando!

Dicevo che oltre al materiale per il disegno tecnico, all’ingresso al liceo era richiesto anche il vocabolario di latino.

Suggerimento degli insegnanti IL Castiglioni Mariotti, un voluminoso tomo con copertina bianca su cui l’articolo IL campeggiava a piena pagina.

IL Castiglioni-Mariotti costava parecchio, potrei azzardare una cifra intorno alle 80000£, e a casa mia giaceva sonnecchiante un vecchio vocabolario di latino, senza copertina e senza autori illustri. Forse proprio senza autori.

“Quello va benissimo, di certo non ci sono neologismi nel latino, non vediamo che senso abbia spendere tanto quando hai già tutto” avevano sentenziato i miei.

Che è un po’ il filone logico per cui a Natale ricevevo la Tania in luogo della Barbie e il motivo per cui adesso voglio l’iPhone e non l’Huawei.

Obiettivamente neologismi no, ma il motivo per cui IL C-M era così corposo e il mio era tanto snello c’era!

Io l’ho scoperto alla prima versione in classe!

La versione è un compito in cui l’insegnante distribuisce un foglio con un brano da tradurre, tratto da qualche opera generalmente di Cicerone.

Si chiama versione e non traduzione perché il lavoro maggiore non consiste nel tradurre i vocaboli, ma nel ricostruire il senso logico delle frasi, individuando principalmente soggetto e predicato, quindi assegnando un valore logico coerente ai complementi, sostantivi declinati nei casi corrispondenti.

Un esercizio molto più matematico che linguistico, nel quale il pensiero laterale a volte si rivelava fondamentale.

Dove non arrivava il pensiero laterale, arrivava IL C-M: tu cercavi un termine e trovavi tutta la frase già tradotta.

Io invece cercavo un termine e trovavo il suo primo significato.

In questo modo mi sono trovata costretta a girare e rigirare il mio vocabolario vintage come fosse un motore di ricerca, e ad ingegnarmi per fornire un senso compiuto a frasi che apparentemente non ne possedevano alcuno.

Qualche anno dopo, quando mia sorella ha iniziato il liceo, in casa ha fatto ingresso il famigerato IL.

“Quello ormai è distrutto, perde le pagine, ha fatto la sua epoca” avevano ammesso i miei.

Questa considerazione mi è rimbombata mentre dalla torretta dei dizionari avevo preso in mano un Garzanti che costava più del triplo degli altri.

Poi lo userà anche Viola, mi sono sorpresa a pensare. Ma il fatto di avere qualcosa di riciclato è un deterrente per appassionarsi alla materia.

Meglio questo, più facile da utilizzare, con i colori a bordo pagina per individuare di primo acchito la lettera iniziale.

“Il mio primo dizionario” mi pare adatto ad una terza elementare, e il costo contenuto non mi farà rimpiangere di doverne comperare presto un altro.

Scelta fatta.

In fin dei conti avere uno strumento limitato ha affinato la mia capacità di fare ricerche mirate su Google, 30 anni dopo.

Per poi sentirsi dire da Sofia, una volta a casa la sera “Mamma… questo è proprio QUELLO che le maestre hanno consigliato di prendere!”.

Dieci piccoli infami

Selvaggia Lucarelli è un personaggio controverso. Io stessa l’ho amata per un certo periodo, poi mi è scaduta e ho smesso di seguirla.

Indiscutibilmente brava a scrivere, regina dei paragoni calzanti quanto inusuali, ma di un polemismo a livelli olimpici.

Nata dal nulla (partecipante all’isola dei famosi? Ex compagna di Pappalardo? Giornalista di Libero prima e del Fatto Quotidiano poi? Blogger?) è arrivata ad essere un personaggio pubblico.

I motivi per cui ho abbandonato la lettura dei suoi post è proprio che sempre più spesso sono pezzi di pura sobillazione.

10 piccoli infami è una raccolta di 10 storie, è la denuncia di 10 persone che le hanno ‘fatto del male’.

È lo sputtanamento pubblico di 10 soggetti che hanno avuto la sventura di incontrarla di persona e non trattarla da principessa.

Si va dalla compagna delle elementari, al parrucchiere, alla mamma di un’amica, agli uomini che non l’hanno apprezzata.

Il libro è gradevole, anzi diciamo pure divertente.

Parecchio discutibile la scelta di abusare della propria posizione mediatica per criticare delle persone che non hanno nessuna facoltà di controbattere.

E poi … non occorreva scomodare Agatha Christie per togliersi dei sassolini dalle scarpe!

WHO’S BAD?

Quando un film arriva al terzo episodio della serie ha ormai esaurito la sua carica di novità, oppure ha acquisito finalmente maturità e spessore?

Se il filone di un film ha sèguito generalmente è perché il primo ha avuto gran successo ma poi i sequel ne trascinano un po’ il senso, consumandolo dell’originalità che lo ha fatto apprezzare.

Cattivissimo Me 3 è l’eccezione alla regola: avevo visto i primi due episodi parecchio annoiata, risvegliata solo dalla vivacità del giallo dei Minions.

Il terzo episodio, da poco nelle sale, mi ha invece aggradato parecchio.

Restano i Minions, geniali ed originali, disegnati ed animati con sapiente mano.

La storia dei Minions però è un elemento di contorno al film, che si articola su una trama un po’ più strutturata delle precedenti uscite.

Più che ‘Cattivissimo me 3’ andava intitolato ‘I 3 cattivissimi’, perché tanti sono i diabolici personaggi che si contendono lo scettro.

Oltre al solito Gru troviamo Bratt, l’antagonista, e Dru, il fratello gemello di Gru (carramba-che-sorpresa, non sapeva di avere un fratello).

Gli ideatori del film devono aver capito che al cinema i bambini ci vanno accompagnati dai loro genitori, e fatti due conti sulle loro età, hanno servito un revival degli anni ’80 su un piatto d’argento: i nastri magnetici, l’aerobica di Jane Fonda, le Big Babol, le pettinature cotonate, le giacche con le spalline, i disegni animati con i robot antropomorfi guidati da un umano, con la consolle dei comandi dentro la testa (ricordate “ha la mente di Tezuia”?).

Il tutto condito da una base musicale di eccezione: Michael Jackson, Dire Straits, Madonna.

Lo scontro tra anti-eroi è il filone principale; la storia è attualissima nella collocazione temporale, ed è allineata alla tecnologia corrente (dispositivi touch per illustrare i piani di azione, che reagiscono allo swipe in tempi immediati); mentre Bratt ‘vive’ ancora negli anni ’80, le scene ‘dei giorni nostri’ sono accompagnate dalle musiche di Pharrel Williams.

Ad intrecciare la storia dei tre antagonisti, c’è la raffigurazione dei ruoli genitoriali di Gru e Lucy, che sono (non più) cattivi per lavoro ma umanissimi con ‘le ragazze’.

A loro spiegano la realtà, nonostante questo equivalga a disilluderle, a rivelare che Babbo Natale (o l’unicorno) non esiste; le difendono a spada tratta, le salvano dai pericoli, quelli reali e anche quelli immaginari, da bravi genitori apprensivi; si pongono dubbi sulla loro condotta e sui modelli che devono trasmettere; e poi si sciolgono quando si sentono dire ‘ti voglio bene’.

In particolare gli ideatori devono aver capito che ad accompagnare i figli al cinema sono le madri: la vera vincitrice-risolutrice infatti è una donna, così come donna è la nuova mega presidente del comitato anti crimine.

Interessante anche il tema del rapporto tra le tre sorelle, di diverse età, e la forma di protezione / guida che sviluppano dalla più vecchia alla più giovane, sopperendo laddove i genitori non arrivano.

Ma non voglio raccontarvi troppo del film… è bello da vedere!

Se prima eravamo in due

…adesso siamo in tre!

Divertente diario di una gravidanza e primo anno di vita della figlia scritto in questo caso da un padre.

Se poi il padre in questione è Fausto Brizzi si spiega il perché sia divertente.

Ciò che non mi spiego io è come, nonostante lui per primo intravveda e metta in luce tutte le follie della sua compagna/moglie, le assolva implicitamente.

Non mi piace additare un certo tipo di teorie, a partire dal veganismo e andando avanti, ma il fatto che io non mi cimenti a discuterne non significa che le avalli.

Io per prima cerco di limitare il consumo di carne ma essere vegani significa diventare talebani, estremisti.

Per questo il racconto di Brizzi mi ha fatto da un lato sorridere ma in ultima analisi mi vien da chiedere: ma con un soggetto cosi pericoloso pure un figlio ci hai fatto?

(Cito un esempio per chiarire il tutto: Claudia ha stilato una lista di canzoncine proibite per Penelope.

A parte che già censurare le canzoni per me è follia, ma se nella lista ci fossero state, chessó, faccetta nera o le osterie paraponziponzipó, un senso logico ce lo potrei trovare.

Quando però le canzoni proibite sono sull’onda di ‘Le tagliatelle di nonna Pina’ perché il testo lascia supporre che il ragù, fatto di carne, sia una pozione miracolosa… io dico che la richiesta di divorzio andrebbe presentata seduta stante).