Primo giorno di scuola

Ho scritto queste righe in occasione dell’inizio della scuola elementare di Sofia, due anni fa.

Ad eccezione di alcuni dettagli (il numero di anni e i riferimenti temporali) per il resto è un pezzo inossidabile, che si adatta a qualunque inizio scolastico.

Lo ripropongo.

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Sono trascorsi 36 anni dal mio primo primogiorno e solo (solo!!!) 18 dall’ultimo primogiorno.

Eppure non ricordo nulla di nessuno, intermedi compresi, tabula rasa,
non riesco a focalizzare nessun particolare saliente di quei giorni, nessun accadimento, nessun dettaglio.

Anzi uno sì: il primo primogiorno mio papà mi ha portato dentro l’atrio della scuola elementare e io ho visto una bimba con la cartella in spalla e le trecce lunghe, che piangeva come una fontana; ho chiesto ‘ma perchè piange???’ (tra l’altro era già di seconda, quindi non mi spiegavo proprio il motivo, mi avevano detto che avrei potuto vedere i bimbi di prima che piangevano perchè era la prima volta che

andavano a scuola, ma quelli di seconda?).

Anche stamattina mi avevano avvisata che avrei potuto piangere, e in effetti se la tiravano ancora un po’ in lungo mi sarebbe sì venuto da piangere al pensiero di quante ore di permesso mi volavano via per niente.

Comunque dicevo che dei primigiorni nello specifico non ricordo nulla

ma in generale lo stato d’animo sì, era sempre quello: la sera precedente faticavo ad addormentarmi, non vedevo l’ora che venisse il mattino seguente.

Immaginavo i compagni nuovi, perfetti sconosciuti (che nel giro di breve tempo tali sono ritornati ad essere: nota del senno di poi), con i quali avrei potuto stringere amicizia; auspicavo che oltre a quelli dell’anno precedente ce ne fossero altri, e se già ne avevo avuto notizia cercavo di immaginarmi le loro facce.

Mi piaceva l’odore di cartoleria, di nuovo, che si spandeva nell’aria ad ogni quaderno estratto dalla cartella (poi zaino, ma all’inizio si usavano proprio le cartelle): l’odore delle penne non ancora morsicchiate, delle gomme da cancellare integre, dei cancellini ancora candidi, dei libri che aprivo con delicatezza per non forzare il segno sul dorso lasciando quella sorta di cicatrice laterale.

Mi piaceva avere i quaderni completamente bianchi, senza errori, senza pasticci; la piacevolezza di scrivere nella prima pagina, con altre 50 fogli sotto a fare da morbido supporto, che il pennino si appoggiava e scorreva a meraviglia; il diario, scelto con tanta cura, nel quale oltre ai compiti assegnati si scrivevano pensieri liberi e si appiccicavano adesivi e ritagli; l’orario provvisorio, che poi lasciava spazio a quello definitivo, ed entrambi riservavano sempre qualche sorpresa.

Mi piaceva la lentezza con la quale gli insegnanti facevano l’appello: scandivano cognome e nome di ciascuno, rigorosamente in ordine alfabetico, guardando bene in viso quello di turno che rispondeva ‘presente’ e rivolgendogli a volte qualche domanda tipo ‘sei fratello di?’; gli elenchi delle mie classi sono sempre iniziati per B, tranne che in prima superiore, e si sono sempre spinti al massimo fino alla V, tanto che mi ero fatta l’idea che i cognomi con la Z non esistessero nemmeno.

Ricordo la corsa al banco, anche se la mia era inutile: avrei voluto stare davanti, per sperare di venire coinvolta di tanto in tanto; invece puntualmente venivo spostata infondo, nella posizione di angolo, dove potevo isolarmi indisturbata, ed era una noia mortale avere solo una persona con cui chiacchierare per l’intero anno.

Resoconti che su trip advisor mancano

Settembre è tempo di santi patroni e feste paesane, nella zona in cui vivo.

Una di queste mi piace in particolare, la chiamano ‘festa del buon rientro’ a sottolineare il fatto che viene organizzata per riprendere la socialità da dove la si era interrotta prima dei soggiorni vacanzieri.

Per evitare di arrivare troppo tardi e trascorrere tutta la serata alla ricerca di un parcheggio, prenoto un tavolo in quella che una volta era una pizzeria.

Consultando il sito in velocità alla ricerca del numero di telefono non attribuisco troppa importanza alla denominazione Ristorante.

Scopro la conversione al rango più elevato solo una volta arrivata sul posto, con 20 minuti di ritardo: troppo tardi per cercare un’alternativa.

L’ascesa da comune pizzeria a pretenzioso ristorante ha comportato una maggiore raffinatezza nell’allestimento dell’ambiente e una forzosa formalità nel personale di sala, che si sforza di darsi un tono di alterigia, pur rimanendo di semplice natura.

“Ma perché ci cambiano il piatto per metterne un altro di uguale?” mi chiede Sofia con la sua schietta ingenuità.

Trattandosi di una serata di festa locale l’esercizio ha tutti i tavoli impegnati. Nella nostra sala sediamo all’unica tavolata collettiva, per il resto sono tutte coppie. All’interno del locale ci sono due sale, più un giardino esterno: non vedo tutti gli altri avventori ma dal silenzio che regna posso affermare con buona certezza che solo noi abbiamo bimbi al seguito.

La coppia seduta al tavolo di fianco al nostro è formata da due giovani, uomo e donna; sembra una coppia di recente formazione, lei in particolare sembra molto entusiasta dell’essere fuori a cena, lui appare più compassato.

La ragazza ha capelli scuri e lucidi, raccolti da una pinza; il viso di forma triangolare, molto abbronzato, è impreziosito da un paio di occhiali con la montatura rossa, dietro ai quali non passano inosservati due occhi color nocciola accuratamente truccati.

In particolare noto le unghie laccate con uno smalto color acquamarina, che fa pendant con il foulard che indossa.

Lei parla, telefona, racconta, ride, si avvicina a lui, si allontana; lui sta spalmato sulla sedia e la ascolta.

Cerco di fare in modo che gli schiamazzi delle mie bimbe non disturbino troppo, e tutto sommato riesco a contenere i decibel, ma ovviamente siamo il tavolo più rumoroso.

Siamo un po’ fuori dalla media della frequentazione: tutti così compìti gli altri, ma nessuno ce lo fa pesare.

A servirci sono il proprietario e due donne, ciascuno con mansioni diverse: chi raccoglie gli ordini, chi i piatti e chi serve le pietanze.

In comune hanno quell’aria un po’ impettita e una colorazione dei capelli nera oltremodo artificiale; una delle due donne mi ricorda Amelia, la fattucchiera che ammalia: alta, magrissima e in testa un cespuglio corvino; l’espressione molto triste, quasi funerea, dà la sensazione di non approvare la nostra presenza.

Mangiamo un antipasto ed un secondo, poi cerchiamo di accelerare i tempi ed ordiniamo i caffè, direttamente al capo. L’altra donna ci porge i listini per i dessert e, mentre cerco di spiegarle che siamo già oltre il dolce, un missile nero della lunghezza di pochi centimetri volteggia sopra il nostro tavolo per un istante e poi fugge via.

La donna ci informa: è un pipistrello! Abbandona i listini sul tavolo e scappa via, senza ascoltare il mio diniego.

Da quel momento l’atmosfera di cena in ambasciata viene infranta, e sembra di essere precipitati al circo: il volatile alterna la sua presenza tra le due sale e, ora l’una ora l’altra, si sprecano in urletti isterici collettivi e abbassamenti repentini del capo, seguiti da uno studio attento del resto della traiettoria. Le mie figlie acclamano all’uccellino, ma spiego loro che è un pipistrello, o più brutalmente un topo con le ali.

La cameriera con la chioma informe si mantiene serissima ma si piega in due per schivare ogni passaggio della bestiola.

La fashion girl al mio fianco che fino a quel momento ci aveva ignorati con aria di mondanità non condivisibile con una famigliola, si mette a ridere e diventa un’appendice della nostra tavolata, quasi partecipa ai nostri discorsi; è rimasta temporaneamente sola e sembra che chieda asilo e protezione.

Il suo compagno, che si era assentato qualche minuto, di ritorno dai servizi trova lo scenario cambiato, e si guarda intorno disorientato come un attore catapultato sul palco di una commedia per cui non ha studiato la parte.

La sua ragazza gli indica il volatile e anche lui si unisce al coro degli ‘uuuhhh’ ad ogni passaggio; il suo uuuhhh è un’ottava sopra perché alle sue spalle abbiamo aperto la finestra, nella speranza che il simpatico notturno trovi la sua strada.

Ed ecco che ritorna in sala l’eroe della serata, il proprietario del locale: munito di un retino verde per acchiappare le farfalle ci spiega che la visita è diventata ormai routine, il pipistrello si presenta tutte le sere, fa un giro e poi se ne va. E mentre racconta la storiella dell’orso… ops… del pipistrello, lo cattura e lo accompagna fuori.

Poi con aria trionfale commenta, rigorosamente in dialetto “Queste donne… tutte spaventate da un uccello”.

Giusto per confermare che all’osteria era stato fatto indossare un abito troppo stretto.

A volte ritorno

John Niven irriverente? Così lo avevo sentito definire ma io lo direi addirittura blasfemo.

Non intendo dare un’accezione estremamente negativa all’aggettivo, ma estremamente audace.

Con un linguaggio attuale e vivace, senza mezzi termini, anzi turpiloquiale all’occorrenza, vengono messe in discussione le interpretazioni degli insegnamenti cristiani essenziali.

In uno dei primi capitoli Dio esclama ‘Fate i bravi, cazzo! …cosa c’era di difficile in un dogma così esplicito?’.

Invece osservando ciò che è accaduto sulla terra negli ultimi secoli sembra che nessuno abbia capito nulla.

Dio decide così di rispedire sulla terra suo figlio.

La storia è gustosissima: Gesù Cristo (“Dio, direi di dargli un altro nome questa volta” suggerisce uno dei fidati; “e perché?” controbatte Dio) è un pacifico hippie che raccoglie attorno a sè una serie di soggetti poco convenzionali, partecipa ad un concorso canoro per racimolare soldi, fonda una comunità.

La denuncia verso i meccanismi che reggono la vita moderna è cinica e spietata, ma scritta in modo così leggero che vien da chiedersi come mai non ci si è mai dato tanto peso.

Gli sprechi alimentari, l’ipocrisia di certi fanatismi (movimenti contro i gay o antiabortisti), i proclami papali, i palinsesti televisivi e la spettacolarizzazione delle tragedie private, l’immoralità degli sponsor, la libera detenzione di armi, fino alla pena di morte.

Gesù Cristo viene descritto come un uomo bellissimo, capace di virtuosismi rapsodici alla chitarra, indomabile da qualunque autorità e imperturbabile, capace di mantenere la calma nelle situazioni più ardue, capace di amare profondamente il prossimo suo, a prescindere dall’affinità, e capace di perdonare sinceramente chi gli usa del male.

Quello del perdono è, per la mia lettura, l’aspetto di cui vengono portati esempi più tangibili: è facile parlare di perdono in senso astratto, nel racconto vengono portati esempi reali e concreti di perdono, e obiettivamente l’atto di perdonare non è affatto semplice.

Il tutto narrato non con toni da sermone domenicale (anzi la critica verso la chiesa è decisamente esplicita) ma con esempi realistici e piuttosto coloriti.

Un romanzo vero, nonostante la storia di pura fantasia, crudo, nonostante la leggerezza, toccante.

 Un coro che sa di cloro

Lo scorso anno mi è capitato di assistere ad un torneo di tennis. Mica Wimbledon, una cosa di quartiere, l’analogo delle partite di calcio scapoli contro ammogliati.

Quando sono arrivata nei pressi del campo durante la partita a cui mi interessava assistere sono stata avvisata che dovevo parlare piano… SSSSSHHHHHH.

Sssshhhh? Ma come sssshhhh?

Devono concentrarsi, mi è stato spiegato.

“Oh bella, e il tifo?” Ho pensato. Come posso incitare l’uno o l’altro?

Sentivo tra una battuta e la successiva qualche sommesso ‘Oh’ ma niente di più.

Per me il tifo è parte integrante di una performance: esultare di fronte a un risultato, parziale o definitivo, trasmette l’entusiasmo e quindi energia viva a chi sta disputando la gara o la partita.

Penso ad esempio al grido “il cielo è azzurro sopra Berlino” che è riecheggiato per settimane, mesi, anni dopo la vittoria della nostra nazionale ai mondiali di calcio del 2006, e a quanta adrenalina restituisse; ma penso anche alle meno note tiratrici con l’arco, viste per caso una domenica durante la scorsa Olimpiade, che mentre si concentravano mi facevano emozionare davanti al teleschermo; consideravo quanta preparazione avevano profuso in quella singola scoccata e mi veniva naturale incitarle pur sapendo che non potevano sentirmi.

Nel nuoto la concentrazione è garantita dal silenzio invocato dallo starter, unico momento in cui è necessario a far sì che il via sia inequivocabile e non sporcato da rumori.

Poi l’acqua ovatta le orecchie dell’atleta che si è tuffato, e chi riceve il tifo non lo sente, o ne coglie una minima parte: che spreco!

Il ritmo scandito dagli ‘oh oh’ a rana, i fischi prolungati per invitare il velocista a sostenere gli ultimi metri, i ‘vaiiii’ urlati a squarciagola, magari in coro: che peccato non poter ascoltare queste voci amiche durante lo sforzo.

Così ho iniziato una pratica di trasfusione del tifo, una sorta di banca delle incitazioni e delle urla.

Ascolto i cori, meglio ancora quelli delle staffette, gare collettive, concentrati di energia e grinta, e li immagino dedicati a me, per poi riprodurli mentalmente quando ne avverto il bisogno.

Io non sento quelli per me, questi sono per qualcuno che non li sente.

Sarò passibile di ricettazione?

Anna sta mentendo

Originale e al passo coi tempi l’idea su cui si basa il romanzo di Federico Baccomo.

Sullo smartphone di Riccardo, il protagonista, si installa, per vie misteriose, una App denominata WhatsTrue, un programma di messaggistica istantanea del tutto analogo al più noto WhatsUp ma con una singolarità: mentre l’interlocutore scrive il messaggio, se ciò che digita non corrisponde a verità, al destinatario compare, in luogo di ‘sta scrivendo…’ un allarmante ‘sta mentendo…’.

Dopo le doppie spunte blu e l’ora dell’ultimo accesso un’ipotesi simile non è nemmeno troppo distante dalla realtà.

Nel corso della storia l’App si aggiorna aggiungendo nuove funzionalità, ovvero tradurre nella verità ciò che scrive il mendace interlocutore.

La trama si svolge tutta nell’esplorazione dei risvolti di un simile potenziale e arriva anche a qualche considerazione interessante.

“…ma decidere di credere così a quello che ti dice uno che poi è comunque uno sconosciuto, farlo senza nemmeno darmi la possibilità di difendermi, di giustificarmi, io, credimi, proprio non lo riesco a capire.”

Lo stile è fluente, ma non brillante: a tratti più che un romanzo sembra di leggere un blog, con una serie di appunti scritti a margine tipo ‘questo lo spiego dopo’ o ‘se ve lo raccontavo prima in maniera più chiara rovinavo la suspence’.

E poi a una persona con una sufficiente sensibilità non serve nessuna app per capire se chi scrive è sincero.

404 – Page not found

Gli amministratori della mia pagina fb si sono accorti che non pubblico da qualche giorno. Mi fanno notare che ci sono 404 followers che attendono mie notizie.

Se ci aggiungiamo i followers degli altri social mi vien da dire che c’è una folla trepidante di un migliaio di persone che, stando ai fantomatici amministratori, non dorme di notte dall’attesa.

Invece secondo me al massimo ci saranno 44 persone che sono consapevoli dell’esistenza di un mio blog.

Stima ottimistica: 44 contati in discesa e col vento a favore.

Però quel 404 mi ha colpito, perché 404 è il tipico codice di errore in internet per dire Page not found.

Così mi sono un po’ messa una mano sulla coscienza e mi son detta: cosa posso raccontare ai miei seguaci, pochi o tanti che siano?

Ho letto parecchi libri durante le mie vacanze, ma ve li sciropperete un po’ per volta, altrimenti sì che i 404 diventano proprio ‘not found’: scappate via tutti.

La settimana del rientro non è stata particolarmente interessante: è iniziata con un volo in ritardo di ben 4 ore.

I passeggeri vengono informati un po’ alla volta, un’ora dopo l’altra.

Nella prima ora di ritardo ho ripensato alle attese che ho pazientato in altri aeroporti del mondo, negli anni passati.

Poi la seconda ora ho cercato di ricordare i dettagli di quel film in cui Tom Hanks vive in pianta stabile dentro il JFK di New York, che però in realtà le riprese le hanno fatte a Montreal.

Dalla terza ora in poi pensavo ai passeggeri che attendevano il DC9 di Ustica, che il volo non lo hanno mai più preso.

Il rientro al lavoro è stato a dir poco sconfortante: non so se mi sono incazzata di più per non aver ancora delineato la mia determinazione nel far le cose fatte bene o per aver dimenticato i motivi per cui un certo task era rimasto incompiuto (fosse stata una dimenticanza me ne cruccerei di meno, invece c’è una ragione specifica, e soprattutto sensata, per cui è rimasto pendente, ed escludo l’incuria).

Nei trend topic è passata la ricorrenza dei vent’anni dalla morte di Lady D.

Ricordo molto bene quella notizia, i replay della ricostruzione dell’incidente nel tunnel a Parigi, i fotografi che avevano ripreso la principessa fuori dal Ritz con un uomo che non era suo marito.

È un ricordo impresso nella mia memoria per due ragioni: la prima è che nello stesso giorno era arrivata un’altra terribile notizia, meno mondana e molto più tangibile.

La seconda è che mi si attribuiva una forte rassomiglianza con il personaggio di Diana Spencer, e la sua scomparsa ha aperto la via a falsi riconoscimenti postumi.

Una mattina stavo passeggiando per il corso Palladio e una giovane coppia si è fermata a qualche metro: lei mi ha osservata e poi ha strattonato il braccio di lui e gli ha detto tutta in fibrillazione ‘ma hai visto??? È Lady D!!!’.

Ecco, tutto ciò ben 20 anni fa.

Oppure potrei consultare i miei followers su alcuni dubbi amletici, tipo: chi ha inventato le luci temporizzate nei wc? Deve essere qualcuno che voleva diffondere la macarena nel mondo.

Oppure: perché nei bar ti propongono della carta oleosa mascherata da salviette?

O anche: quelli che hanno la go-pro e se la portano in giro giornate intere, in montagna, in bicicletta, in moto… poi passano la giornata successiva a sbobinare e riguardare il tutto?

Ultimo argomento che al pari degli altri non fa notizia è che Viola ha compiuto i tre anni e magicamente ha preso a dormire la notte intera, ma ssshhhh… diciamolo piano che non cambi idea.