Retaggi

Saranno 20 anni che non tiro l’acqua in bagno, forse anche di più.

Non tiro l’acqua perché la catenella che aziona lo sciacquone non esiste più, generalmente spingo il pulsante: io l’acqua la spingo.

Eppure nessuno dice spingere l’acqua, ai bambini raccomandiamo sempre di tirare l’acqua, mai di spingerla.

Ci sono retaggi che derivano da abitudini ormai passate e sorpassate, ma che restano inossidabili nel linguaggio.

Ci si abitua a esprimere una locuzione in un modo e non ce la si scrolla più dal lessico.

Le assonanze sedimentano.

Una cosa analoga a quanto accadeva con certe canzoni: quando le registravi dalla radio inevitabilmente gli rimaneva appiccicato un po’ di parlato, l’intro o il disannuncio nella migliore delle ipotesi, spesso anche qualche commento a metà.

Andava che quella canzone la riascoltavi con una frase a corredo che non ci azzeccava per nulla, poteva essere la dedica o una strofa stonata del dj, ma diventava parte integrante della versione che conoscevi.

Forse non tutti capiscono esattamente di cosa sto parlando, i post-millenials si staranno sorprendendo di una pratica a loro sconosciuta.

Prima che nascessero iTunes e YouTube le canzoni non erano dei files distinti, ma delle melodie sfuggenti che si captavano alla radio o alla TV.

Succedeva che un’aria, un motivetto, usciva dalla radio e ti piaceva. Se volevi farlo tuo, possederlo e riascoltarlo a comando potevi seguire due strade: la prima era di andare al negozio di dischi e comprare il vinile; poiché Shazam o Soundhound ancora non esistevano per dichiarare la propria intenzione di acquisto molti si improvvisavano cantanti e intonavano il motivetto du-du-da-da-dà davanti al commesso che da quei suoni disarticolati doveva capire di che disco si trattava.

La seconda strada, un po’ più artigianale, era di sperare di beccare nuovamente la canzone alla radio e catturarla. Come? Con il registratore su supporto magnetico, che al tempo consisteva in un nastro che veniva svolto da una bobina e avvolto sull’altra, mentre un sensore leggeva le piste.

Io vivevo con un dito sul tasto REC in modo da azionare con un riflesso fulmineo alle prime note la registrazione.

Per il termine del brano il problema era minore, si registrava a oltranza poi si mandava indietro il nastro e si faceva partire da lì la registrazione successiva.

Però come dicevo le canzoni non venivano trasmesse ‘pure’, c’era sempre un po’ di parlato sopra.

La voce di Marco Galli da rete 105 per me è un tutt’uno con ‘I want it all’ dei Queen.

Oppure ‘Ain’t nobody’ di Chacka Khan si porta dietro ‘Aldo Fontana vi aspetta ogni venerdì e sabato sera al Macrillo’.

‘Round in circle’ l’avevo registrata da una trasmissione notturna da una discoteca e a metà canzone il dj salutava Zaetto e Kelly, ospiti fissi del locale, e Nardo, il barman.

A questa modalità di creazione delle compilation musicali devo la scoperta di ‘Kaileigh’ dei Marillion, registrato per sbaglio al termine di un nastro e mai più cancellato.

Per la legge di Murphy, secondo cui una cosa che può andar male lo farà, se per miracolo riuscivi a registrare dall’inizio e senza parlato, finiva il nastro. TOC il pulsante REC e il PLAY risalivano e il limite perentorio dei 30 o 45 minuti per lato non ammetteva eccezioni.

C’erano anche nastri di durata maggiore ma più il nastro era lungo e più era probabile che questo sgusciasse dalla sua sede: non ce ne si accorgeva subito, ma dopo un po’ si bloccava tutto e toccava estrarre con cautela il nastro dall’apparecchio e riavvolgerlo manualmente, con la penna bic infilata in una bobina e roteando la cassetta per aria cantando sommessamente ‘oh love please don’t let me be misunderstood’ dei Santa Esmeralda per farsela passare.

Le registrazioni migliori mi riuscivano dalla hit parade, che trasmettevano al sabato, o dal festival di Sanremo, tagliando pezzi di presentazione dell’inossidabile Pippo Baudo.

A volte una canzone che proprio mi piaceva tanto faceva la preziosa e non veniva mai passata in radio; allora mi facevo coraggio e telefonavo per richiederla espressamente all’emittente locale, Radio Vicenza International.

Prima di chiamare però dovevo documentarmi accuratamente su titolo e autore perché va bene prendere l’iniziativa e la cornetta in mano, ma mugolare il motivetto nella speranza che venisse riconosciuto era troppo anche per me.

(Ringrazio Quesitelocuento che col suo post mi ha acceso una lampadina)

12 Replies to “Retaggi”

  1. Io odiavo a morte i deejay che entravano sulle canzoni e rovinavano il finale mentre stavo registrando, a volte col registratore a doppia piastra facevo dei mixaggi, attaccavo una versione con l’intro pulito a una versione con il finale buono. Ovviamente non veniva sincronizzato al 100% e quando le riascoltavo c’erano un po’ dei saltelli.

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  2. Bello davvero, Elena, mi ricorda di quando io chiamavo Radio Padova chiedendo con precisione la canzone che mi piaceva e, dato che volevo registrarla, imploravo di “tenerla più a lungo possibile” ma specialmente “senza parlarci sopra”. Venivo spesso accontentato.

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  3. Che meraviglia… mi hai fatto fare un salto nel passato di diversi decenni!
    I deejay “sporcavano” volontariamente le canzoni proprio per impedire che queste venissero registrate in modo impeccabile… questo era richiesto dalle case discografiche per evitare di perdere la possibile vendita dei singoli.
    Ciao, buona settimana.

    P.S. Non avevo mai pensato alla storia del tirare l’acqua…

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  4. Qui la sera nella radio locale c’era un programma chiamato nightline, nessun dj, solo la registrazione della telefonata di chi chiamava per richiedere una canzone con eventuali dediche a fidanzati o prozie, permetteva di sapere che canzone sarebbe andata in onda e di fare registrazioni più o meno decenti 😀

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