Zero bandon

Mai, never in my life, proprio no, nada de nada, niet, nisba, o come si dice dalle mie parti zero bandon (sta per bandone, una grande latta che se percossa suona a vuoto).

Ecco, dietro gentile tag di Andrea, una serie di cose che non ho mai.

Mai fatto, mai visto, mai detto, mai quel che vuoi (ma non è per partito preso, giusto che non mi è mai capitato):

  1. I tatuaggi: per me una cosa da cui non si torna indietro è spaventosa, per questo non ne ho nemmeno uno; cambierei d’abito tre volte al giorno, figuriamoci se posso tenermi qualcosa addosso per sempre. Non nego ne esistano di belli però un corpo armonico non ha necessità di essere valorizzato, è comunque bello. E un corpo brutto, ahimè, rimane tale anche col più bel tatuaggio del mondo.
  2. I quattro salti in padella: mai acquistati, nè altri similari prodotti precotti e surgelati. Ne ho assaggiati una volta da una confezione ricevuta in omaggio… PUAH! meglio una pasta bianca se il problema è il tempo.
  3. Lo snowboard: ho imparato a sciare tardi, non ho mai osato provare a diversificare, è troppo il timore di trascorrere la giornata col culo a terra.
  4. Il bunjee jumping: ho il terrore del vuoto, non ci penso nemmeno a cimentarmi in attività estreme.
  5. Il libro dei compiti delle vacanze: mia mamma non ha mai voluto acquistarlo, nonostante le mie insistenze; quindi non l’ho mai svolto. Diceva che l’estate era per riposarsi, che avevo già fatto abbastanza in corso d’anno.
  6. Un romanzo di Stephen King: ho letto il suo saggio ‘On Writing’ ma nessuno dei suoi romanzi.
  7. Star Wars: mai visto nulla dell’intera saga, nemmeno un telefilm, nè so chi siano i personaggi (sentiti nominare ma non conosco la corrispondenza alla loro immagine).
  8. Votato scheda bianca: lo trovo un controsenso, al limite faccio anche a meno di andare a votare ma se ci vado, già che sono lì, una preferenza la esprimo.
  9. Tolto dente del giudizio: se è per quello, non mi sono nemmeno mai spuntati.
  10. New York: non ho mai avuto la fortuna di visitare questa città ma prima o poi DEVO colmare questa lacuna.

Trattandosi di un tag post, invito chi ne abbia voglia a raccontare i suoi mai.

Annunci

Chi ha paura dell’uomo rosso?

Pare che il dilemma maggiore in questi giorni sia “ma mio / tuo / suo figlio… crede ancora a Babbo Natale?”.

Piano, fermi un momento…. credere ANCORA a Babbo Natale? siamo onesti…. qualcuno di noi ci ha mai creduto seriamente?

Io ho un ricordo piuttosto nitido, rincarato da una foto scattata ai tempi dell’asilo.

Ogni volta che osservo quella foto rileggo lampante nel mio sguardo la perplessità che nutrivo: ma chi è questo qui?

Ero andata alla scuola materna con entrambi i miei genitori di sera, ma col senno di poi forse erano solo trascorse le cinque del pomeriggio, special guest l’uomo con il vestito rosso.

Questo signore si prestava a scattare una foto con ciascuno dei bimbi, a cui poi elargiva una manciata di caramelle.

Sorridi, ritengo plausibile mi avessero caldeggiato.

Bella forza sorridere al fianco di sto soggetto, falso come una banconota del monopoli: ha la barba posticcia e non mi ispira granchè di simpatia (diffidente sin dai primi anni di vita).

Mi sono sentita a disagio come quella volta che al circo mi hanno piazzato in braccio una scimmietta per scattarmi un’altra foto.

Lo scorso anno durante la festina all’asilo di Viola il format si è ripetuto: su dai facciamo la foto! e Viola è scoppiata a piangere, infatti nello scatto ridiamo solo io e Sofia.

Il che conferma che bn esercita il suo fascino più sugli adulti, mentre i bambini nella migliore delle ipotesi gli sono indifferenti, più spesso lo temono.

Tornando a me piccola, ricordo che mi interrogavo: se costui è il famigerato, perchè si manifesta adesso a mani vuote e poi, forse, tra qualche giorno mi porterà i regali? Non gli conviene un giro unico? Di sicuro è uno poco organizzato; non tornavano tante cose.

Negli anni a seguire comunque rilevavo incongruenze: se sto tizio viene di notte con i pacchi, perchè poi arrivano alla spicciolata i regali dal bn dei nonni, il bn degli zii e il bn degli amici? non dovrebbero recapitarli tutti insieme? Quanti sono i bn? Se ne parla sempre al singolare ma poi spuntano come i funghi nel bosco dopo una notte di pioggia.

Proliferano le situazioni in cui i bn sono più d’uno: un giorno Sofia ha visto due cloni su un’auto decappotabile, e ha sentenziato ‘solo uno dei due è quello vero’.

Un’altra sera mentre guardavamo assieme ‘Una promessa è una promessa’, il film in cui Schwarzenegger affronta le dodici fatiche per entrare in possesso, il giorno 24 dicembre, di un giocattolo desiderato da suo figlio, in una scena si vedono centinaia di bn che lavorano assieme, Sofia ha dichiarato che quelli, allora, erano tutti finti.

Ma a chi vogliamo darla a bere?

Molto meglio il Grinch!

Bianco Natal

Niente. In estrema sintesi ecco cosa riemerge dal mio attuale stato di quiete.

La mia introspezione fluttua nell’atmosfera natalizia, confrontando l’avvento attraverso le varie epoche della mia esistenza.

Di fondo rimane la sensazione di una svolta tra il prima e il dopo.

Non riesco a collocare in maniera nitida il confine, indecisa se il prima corrisponda a quando non lavoravo, che dal 22 al 7 gennaio me ne stavo a casa fino al tedio; o forse a quando nemmeno studiavo, perché poi quelle due settimane erano buone per preparare la sessione di febbraio; o magari semplicemente a quando erano sulla terra gli artefici del mio di Natale.

In generale identifico il prima con un blando ‘quando credevo a Babbo Natale’.

Il poi, che sarebbe l’adesso, scivola scettico su questi giorni in cui il buio occupa una buona fetta delle 24 ore; su questi giorni in cui rimbalzo tra il desiderio di avvicinarmi a tutti e la ovattata piacevolezza di una chiusura tra me stessa e pochissimi intimi.

Errori e timori, in clima di bilanci, si fondono e aleggiano come macchie sbiadite su una tovaglia candeggiata: stanno lì, vengono accettati, si fa finta di non vederli perché non costituiscono sporco, si è fatto del proprio meglio per porvi rimedio o per non pensarci.

I rancori invece si sono essiccati e ad un certo punto rimossi, polverizzati; quindi soffiati via e dispersi.

Per scaramanzia evito proclami, se osassi affermare che va tutto bene, che questo è esattamente ciò che ritenevo con ‘quando sarò’ temo attirerei qualche invidia e forse anche la jella.

Non c’è nulla di eclatante, non ci sono eventi eccezionali, nessun traguardo raggiunto, nessuna partenza imminente.

Tra l’altro se vado a guardare bene, ho atteso per due mesi una risposta che è giunta nella forma che non aspettavo; nel frattempo non ho semplicemente elaborato film mentali, ma tutta un’intera rassegna cinematografica, e quando si sono accese le luci, leggendo i titoli di coda, ho fatto spallucce.

Inoltre il freddo mi rende meno mobile, ma sopporto.

Ho ripreso a dormire le notti intere, forse questa è la spiegazione più razionale al mio benessere psicofisico.

La ripetizione di questo palinsesto sa di stantio; tutti i palinsesti si ripetono, le stagioni sono quattro e seguono lo stesso identico ciclo, ma questo per me è il punto morto inferiore, non ci trovo più niente degno di celebrazione, anzi mi annoia.

Mi nutro di briciole di quotidianità che sanno essere ipercaloriche: una canzone ascoltata alla radio, una ricetta portata a termine con successo, una sessione di divano accoccolata alle mie bimbe, un messaggio inaspettato, un’esibizione di fine anno, l’estrazione del mio numero alla lotteria, una fotografia riuscita bene.

Chiedo scusa se non parlo abbastanza, ma non ho una scuola di danza nello stomaco… è che o è Natale tutti i giorni o non è Natale mai.

L’uomo del labirinto

Sono consapevole di non scrivere delle vere e proprie recensioni, perché non seguo lo schema classico, anche se per semplicità le identifico così.

Evito di raccontare la trama, per non spoilerare e perché è inutile: di riassunti il web è già sovraffollato.

Dopo che ho letto un libro, o visto un film, o più in generale uno spettacolo (una rappresentazione teatrale, una mostra, un evento, una fiera) mi limito ad esporre le mie personalissime considerazioni.

In questo caso mi discosto dal cliché: questa non è la presentazione delle mie opinioni ma una richiesta di confronto, un grido di aiuto, SOS spiegatemelo.

Io non ho capito.

E non mi vergogno a ripeterlo.

Io non ho capito.

Solo per le prime tre pagine la storia si presenta piatta e banale. Poi si viene letteralmente risucchiati in un vortice di eventi, scaraventati verso destinazioni imprecisate come i bastoni ai cani da riporto, travolti dalle vicende di numerosi personaggi completamente estranei l’uno all’altro.

Come ne ‘La ragazza della nebbia’ i personaggi hanno nomi ibridi, in cui o il nome proprio o il cognome sono stranieri; come ne ‘La ragazza della nebbia’ la località in cui si svolgono i fatti è imprecisata; come ne ‘La ragazza della nebbia’ il protagonista è un anticonformista, le indagini vengono svolte in maniera informale e parallela alla polizia; come ne ‘La ragazza della nebbia’ i fatti si svolgono in condizioni climatiche estreme, là la nebbia, qui il caldo torrido.

Fine delle analogie.

Si perché se ne ‘La ragazza della nebbia’ forse c’era stato un omicidio, di fatto si sapeva che una ragazza era scomparsa, e solo alla fine si sono appresi alcuni dettagli macabri, detti in punta di penna, ne ‘L’uomo del labirinto’ Carrisi non ci va così leggero.

Il raccapriccio permea già i primi capitoli, i morti si susseguono come le tessere del big domino rally, frequenti i passi in cui si rimesta nel torbido.

Se per la regia de ‘La ragazza della nebbia’ Carrisi aveva pensato a Steven Spielberg io qui ci vedrei bene Quentin Tarantino.

Prendendolo come un genere splatter per non farmi impressionare troppo, ho divorato una pagina dopo l’altra, seguendo con attenzione ed interesse le vicende, svegliandomi anche la notte col desiderio di proseguire la lettura.

La storia presenta alcune analogie con un grande classico, Alice nel paese delle meraviglie: potrebbe esserne la rivisitazione in chiave horror.

I brevi capitoli si alternano in un ritmo serrato, dalla narrazione fluida: un colpo al cerchio (l’introspezione della vittima) e uno alla botte (il confronto tra il detective Genko e i vari personaggi che dovrebbero condurre a Bunny), come uno spettacolo pirotecnico in cui si eleva o si abbassa il tiro per non sovrapporsi al fumo che si va dissolvendo dal precedente scoppio.

Il romanzo non è solo un thriller, così come non lo era il precedente, ma si sofferma anche su un tema importante ed attuale: il senso della vita e l’attaccamento ad essa quando vengono meno i presupposti della qualità.

Fino all’80% dell’avanzamento dello scritto è da dieci e lode.

E poi? Poi non si può dire che lo stile sia variato. Ma io ho perso il filo: tutti quei personaggi hanno trovato, nel giro di poche pagine, una loro collocazione.

Alcuni aspetti hanno assunto una luce che anche il lettore più sgamato non avrebbe potuto immaginare.

Io sono rimasta spiazzata e con molti interrogativi, allo stesso modo di quando ho terminato la visione di Vanilla Sky.

Cerco qualcuno con cui confrontarmi!

Hit parade

Ai miei tempi c’era il sussidiario.

Oddio, se inizio così mi sembro mia nonna.

Voglio dire però, e non so come altro farlo, che quando io frequentavo le scuole elementari, che ora si dicono primarie, arrivati alla terza classe, iniziava il programma di storia-scienze-geografia e ci si appoggiava al libro di testo chiamato sussidiario.

Adesso i libri di testo sono molteplici, e a guardarli dentro non intravvedo lo stesso rigore.

Ad esempio, vado a memoria, e posso ingannarmi, il programma di storia prevedeva lo studio a partire dalla preistoria fino ad arrivare agli antichi romani.

Discorro con Sofia di argomenti simili mentre rincasiamo, le chiedo come è andata a scuola e mi risponde che hanno fatto storia, la genesi.

Poi mi abbozza un mezzo discorso di creta e argilla e soffio divino.

Prese un poco di argilla rossa / Fece la carne, fece le ossa

Ci sputó sopra, ci fu un gran tuono / Ed è in quel modo che è nato l’uomo

Nella mia testa ha preso il sopravvento questa strofa, ho smesso di seguire il discorso di Sofia e inizio a cantare dall’inizio la Genesi di Guccini, che era una delle mie canzoni preferite quando ero bambina.

La ricordo tutta, perfettamente, tranne sulle strofe parlate, in cui qualche termine mi sfugge.

L’intonazione parte un po’ stentata

Per capire la nostra storia, bisogna farsi ad un tempo remoto

C’era un vecchio con la barba bianca, lui la sua barba ed il resto era vuoto

Stentata, ad essere onesti, è un eufemismo perché Sofia mi interrompe

“Buuuuuu…. mamma…. pomodori marci”

Cerco di migliorare la nota

Voi capirete che in tale frangente quel vecchio solo lassù si annoiava

Si aggiunga questo che inspiegabilmente nessuno aveva la tv inventata

Sofia ripete più forte “Buuuu… pomodori marci!!! Pomodori marci!!!!”

Resto interdetta, indecisa se proseguire a cantare o sospendere. Non mi sembra di essere così pessima.

Mentre rifletto provo a proseguire

Beh poco male pensó il vecchio un giorno, a questo affare ci penserò io

Sembra impossibil ma in roba del genere, modestia a parte ci so far da Dio

Forse come cantante non ho fortuna, ma come narratrice vado meglio perché ho suscitato l’interesse di Viola: appena sospendo la performance dal sedile dietro perviene una vocina:

“Ancora pomodoi macci mamma”.

Che non dà torto a sua sorella, ma più che la melodia poté la curiosità.

Risollevata la mia autostima riparto a cantare.

Dixit: ma poi toccó un filo scoperto, prese la scossa ci fu un gran boato

Come tv non valeva un bel niente, ma l’universo era stato creato

Quanto mi piaceva questa canzone!

Mi leggevo e rileggevo il testo dalla busta che conteneva il vinile.

Mi ritrovo col pensiero indietro di trent’anni e più, a quando nè YouTube nè Spotify.

L’ascolto era una vera e propria audizione, che a casa mia avveniva la sera, spesso in alternativa ai palinsesti televisivi.

Dalla discoteca, intesa letteralmente come raccolta di dischi, veniva scelto un elemento, veniva adagiato sulla piastra rotonda e si ascoltava, in ammirazione della puntina che solcava la traccia.

Mentre lo stereo riproduceva il brano io tenevo in mano la copertina e seguivo le parole.

La scelta del vinile poteva durare anche mezz’ora, durante la quale si passavano in rassegna i vari dischi, uno per uno.

Il disco andava ascoltato rigorosamente tutto, prima il lato A e poi il lato B: se ci si allontanava dalla stanza bisognava prestare attenzione alla fine del gruppo di canzoni sul lato in riproduzione, altrimenti si rovinava la puntina.

Ogni album, all’epoca, era un qualcosa di tangibile: aveva una copertina, la quale riportava un’immagine che diventava imprescindibile dal prodotto sonoro; aveva un numero di tracce ben definito ed ordinato; aveva i testi delle canzoni.

Ci tenevo a prendere parte alla scelta, poteva fare la differenza tra una serata bella e una noiosa.

La raccolta contava un numero limitato di dischi, forse quelli che adesso potrebbero stare tutto dentro una chiavetta USB.

Di ogni album io apprezzavo una canzone in particolare, al massimo due, il resto era un riempitivo, che per certi dischi ero disposta ad ascoltare, pur di sentire la mia.

Tra i miei brani preferiti, oltre a questo di Guccini, c’era Samarcanda di Vecchioni.

Avevo inteso che la nera signora era qualcosa di funesto, ma oh-oh-cavallo mi metteva tanta allegria addosso.

Un altro pezzo che per me era formidabile era Ma che bontà di Mina: sapevo che andava a finire in cacca, e ridevo fin dalla prima strofa.

La collezione non includeva nessun Celentano, nessun Ron, nessun Pooh, nessun Ricchi e Poveri.

C’erano invece De Andrè, di cui apprezzavo Bocca di Rosa, ma che qualche anno più avanti mi avrebbe ammaliato con Don Raffaè.

C’era Battiato, che in verità era su nastro, di cui mi piaceva Centro di gravità permanente.

C’erano i Matia Bazar, vincitori di Sanremo con Vacanze Romane, di cui preferivo Elettroshock. La copertina dell’album era grigia e sopra erano stilizzati una coppia di ballerini, a righe slittate.

C’era Edoardo Bennato con il suo Sono solo canzonette, a base di Peter Pan, che mi piaceva tutto o quasi.

C’era la Vanoni, con un disco che in copertina riportava la sagoma del suo viso contornata dai ricci, e riempita di una carta a effetto specchio.

Mi piaceva quel verso di Vai Valentina “lacrime calde su tre fette di saint-honoré”, che vedevo un po’ come uno spreco, dal punto di vista della mia golosità, ma tre fette sono ben tre fette!

C’erano anche dischi di musica straniera, ma niente Beatles.

Tra gli anglofoni ricordo in maniera indelebile The Wall, dei Pink Floyd, di cui più tardi avevamo acquistato anche il VHS del film.

L’album era doppio e la copertina era una serie di blocchetti, i mattoni del muro, da cui le lettere dei testi, scritti in un carattere simile al corsivo, lasciavano colare gocce di sangue.

Tra ascolto del disco e visione del film credo di poter affermare che quell’opera costituisce una pietra miliare nella mia formazione.

Poi c’era una raccolta di Janis Joplin, che mi dava energia col suo Piece of my heart, ma verso la quale nutrivo un po’ di perplessità, perché mi avevano raccontato che era morta per aver sbagliato a farsi una puntura.

Infine tra gli ultimi LP entrati a far parte della collezione, dato che poi i vinile sono caduti in disuso in favore dei nastri e dei cd, ricordo con piacere:

– i Talking Heads con il brano Blind

– Elton John con l’album Reg Strikes Back

– Terence Trent D’Arby con il pezzo Sign Your Name

(Questi ultimi due acquistati dietro mia iniziativa).

E ovviamente gli album di Madonna, mio idolo indiscusso, Like a Virgin e True Blue, che mi ero fatta regalare.

Alla luce di questo rivangamento del passato non so se faccio più fatica a spiegarmi:

  • come mai non esiste più il sussidiario;
  • perché Terence Trent D’Arby si è riciclato col nome di Sananda Maitreya;
  • come sia possibile che da cotanto background mi sia ridotta ad ascoltare insieme alle mie figlie Rovazzi e Fedez.

————–

Questo post può considerarsi, a suo modo, la risposta al tag i 10 album.

Tra il grano e il cielo

La mostra è già ampiamente pubblicizzata, nè ha senso che io mi metta a riassumere il contenuto dell’esposizione o la vita di Vincent Van Gogh.

Ho appreso lo scorso luglio che Vicenza avrebbe ospitato una serie di opere dell’artista olandese, e avevo deciso di visitare l’esposizione; non sono un’estimatrice della pittura in generale ma della gita del liceo mi era rimasta impressa la visita al Louvre e il dipinto della camera.

Il giudizio sulla mostra è assolutamente positivo.

La valutazione delle opere è puramente soggettiva, ma posso dirmi orgogliosa che la mia città ospiti una simile esposizione e che lo faccia in maniera ineccepibile.

Ho pianificato con buon anticipo la visita guidata, scegliendo dal portale la data e l’orario a me più comodi.

Ho evitato così ogni coda all’ingresso; con estrema puntualità ci sono state assegnate le auricolari, che ci hanno permesso di ascoltare attentamente la guida.

Martina, questo il suo nome, manteneva un tono di voce estremamente basso, così da non disturbare gli altri visitatori. Noi partecipanti del gruppo potevamo ascoltarla senza accalcarci addosso allo stesso dipinto, e anzi c’era modo di visionare le opere da vicino uno alla volta, con calma.

La mostra è allestita nella sala della Basilica Palladiana, opportunamente suddivisa in stanze. L’illuminazione crea il giusto ambiente, mantenendo un’oscurità generale e puntando i faretti a led sulle singole opere, che risultano evidenziate e valorizzate.

In un simile contesto di buio e silenzio, ascoltando la spiegazione di Martina e rimirando i disegni e i dipinti, più che visitare una mostra si ha l’impressione di essere al cinema.

La guida oltre che molto preparata, appariva anche appassionata a ciò che ci raccontava; più che di un artista di due secoli fa sembrava parlasse di un vecchio zio.

Ci ha condotti per un’ora e mezza circa attraverso le sale, organizzate in ordine cronologico, raccontandoci la vita del pittore e dimostrandoci di volta in volta il riscontro nella sua produzione artistica, condendo l’esposizione con dettagli e curiosità.

Van Gogh, in un certo periodo, dipingeva su carta perché usava le tele che il fratello gli inviava per farne biancheria per le donne di cui si era fatto carico; Van Gogh interagiva con la sua opera, il suo tratto marcato a volte scalfiva il supporto fino ad inciderlo.

Non attendeva l’asciugatura della pittura ad olio, adoperando una tecnica bagnato su bagnato che rendeva le sue opere molto materiche.

Van Gogh si è approcciato all’arte tardi: era un principiante che sperimentava ed imparava, i suoi primi disegni denotano grossolani errori di proporzione e di prospettiva. Nell’intenzione di dettagliare il viso e le mani dei suoi soggetti, elementi caratteristici della persona, li caricaturava fino a deturparli; in un disegno sembra che lo zappatore abbia sei dita.

Van Gogh non poteva permettersi modelli giovani ed esteticamente perfetti, quindi ritraeva chi aveva attorno, a mal parata anche se stesso; e poi la natura, il paesaggio, il lavoro (nei campi o in fabbrica), la vista dalla finestra dell’istituto psichiatrico in cui fu ricoverato: tutto ciò che lo circondava.

Il titolo della mostra, tra il grano e il cielo, si riferisce appunto alla produzione delle opere en-plen-air, parte preponderante delle tele esposte.

Van Gogh non era però in grado di ritrarre soggetti in movimento, per questo li faceva posare all’interno; lo testimonierebbe l’abbigliamento dei contadini, troppo leggero per la stagione.

Van Gogh utilizza i colori primari accostati a contrasto (il rosso al fianco del verde, somma di giallo e blu) per focalizzare un punto di interesse su un dipinto.

In merito alle tecniche sperimenta il puntinismo, l’impressionismo e altre modalità tipiche del periodo, senza mai sposarne nessuna.

Queste ed altre le peculiarità che hanno reso la visita coinvolgente; dal punto di vista personale mi restano due considerazioni: la prima è che l’arte non necessita di grandi temi, puoi creare un capolavoro anche con ciò che ti capita davanti nel quotidiano, anche se all’apparenza è insignificante, povero, scialbo; e anche se lo stile è imperfetto può uscirne un’opera d’arte.

Non è ciò che racconti ma come lo fai a rendere grande un’opera.

La seconda considerazione riguarda l’individualismo: non importa dove conducono le correnti del momento, ed è giusto assaggiare qua e là, ma alla fine il risultato migliore proviene da se stessi, dalle proprie idee e scelte.

Per concludere mi sento di caldeggiare la visita di questa mostra, che sarà visitabile fino ad aprile.

Se avete fatto la fila per visitare anche un solo padiglione di Expo 2015, giusto perché era in Italia, sappiate che vale molto più la pena di raggiungere Vicenza per vedere Van Gogh.