Il quotidiano

Uno dei giochi nonsense che facevo da ragazzina era quello che, al passare di una suora, si sfiorava il braccio dell’amico più prossimo proclamando ‘tua! Tajo’.

Il significato di questa locuzione si può tradurre grossolanamente in ‘adesso tocca a te, io sono immune’, sottintendendo che le sorelle porterebbero una sfortuna di cui ci si libera contaminando qualche altro.

Col senno di poi si trattava di un passatempo sciocco ma tutto sommato innocuo.

Sono cresciuta in un’era pre-internet: un meccanismo similare adesso lo si potrebbe intravvedere nei tag, un sistema di generazione di traffico web a catena, in cui talora vengo coinvolta.

E con la stessa stupidera di quando ero adolescente non disdegno di partecipare; anzi a volte mi attacco senza che nessuno mi abbia invitata.

Recentemente mi è stato proposto di raccontare qualcosa di me, a mia discrezione. È difficile! È come quando il professore che ti interroga per metterti a tuo agio ti invita ad esporre un argomento a piacere: ogni tua affermazione potrà essere usata contro di te, più prudente avvalersi del diritto di rimanere in silenzio.

Poi ho visto circolare delle foto in bianco e nero, senza figure umane, senza didascalie, con le quali raccontare la propria quotidianità.

La quotidianità è un tema stranissimo, perché dal punto di vista del soggetto che la vive in prima persona è ovvietà priva di interesse; ma per ciascuno di noi è diversa e per il prossimo può nascondere delle sorprese.

Le foto senza presenza umana, e per giunta in bianco e nero, immortalano alcuni momenti della giornata in maniera per certi aspetti inquietante, privandoli completamente del significato soggettivo che hanno, ed espongono una quotidianità cruda, glaciale.

A corredo delle foto che ho pubblicato, e con l’intenzione di restituire calore allo sfondo su cui si dipingono le mie giornate ho pensato quindi di raccontare brevemente come si svolge.

Ore 6.00, suona la prima sveglia.

A volte mi alzo immediatamente, altre attendo i solleciti, fino ad indugiare anche 30 minuti.

La sveglia è programmata in modo da iniziare con i beep, che si ripetono ogni 9 minuti; la seconda sveglia interviene poco dopo con la radio, che perde sempre la sintonizzazione, quindi è ancora più fastidiosa del beep.

Mi rendo presentabile all’universo e scendo a preparare la colazione.

Ad essere precisa, da quando ho ripreso possesso di una miracolosa crema da viso che sembrava scomparsa dal mercato e che va conservata in frigorifero, le operazioni di restauro avvengono al piano terra, quindi prima scendo e poi mi rendo presentabile.

Verso le 7.10 ritorno al piano notte e procedo a ridestare le bimbe: in cima alla scala c’è ancora il cancelletto di sicurezza, messo per proteggere eventuali alzate notturne dalla caduta per le scale.

Ormai abbiamo elementi per escludere il sonnambulismo e visto che le piccole sono in grado di fare le scale in autonomia potremmo anche toglierlo: le mie cosce ringrazierebbero perché ho perso il conto dei bozzi viola che mi sono procurata sottostimandone l’ingombro.

La mezz’ora che segue il risveglio delle principesse è la più concitata della giornata.

Strilli, muoviti, capricci, muoviti, non voglio questi pantaloni, dai che fai tardi, mangia qualcosa, fammi le coccole, su forza, preparo le merende, dai dai dai, pettinati, ma ti sei lavata?: 30 minuti al cardiopalma.

Ore 7.46 Sofia si avvia col pedibus verso la scuola primaria, assieme al suo papà o a me.

Interrompo la narrazione per un appello accorato: si chiama pedibus e NON piedibus.

Anche se Wikipedia ha sdoganato la dicitura italianizzata, è un neologismo che non sopporto: il mio prof di latino avrebbe potuto valutare col 4 un compito pur perfetto che contenesse questa violenza ad una lingua che sarà anche morta, ma merita rispetto.

Viola invece deve essere accompagnata alla scuola materna.

Altro giro di walzer, lei ogni giorno deve portare qualcosa che preleva da casa, io devo arginare l’arginabile e ridurne la mole.

Non ho il dono dell’ubiquità, accompagno l’una o l’altra.

Verso le 8,15 mi dirigo al lavoro: imbocco l’autostrada e poi mi attende un pezzo di statale.

Il tragitto è di circa mezz’ora, a volte mi avanza un po’ di tempo che impiego per fare la spesa, finché le temperature mi permettono di lasciare i prodotti freschi nel bagagliaio, o il rifornimento di carburante se sono in riserva.

Alle 9,00 sono, salvo incolonnamenti, al lavoro.

Verso le 12,40 andiamo a mangiare, di solito siamo in sei. L’azienda per cui lavoro è situata in una zona industriale servita da una mensa che raggiungiamo a piedi, salvo intemperie. Sono circa 750 m di passeggiata.

Non sono mai riuscita a creare un dialogo con i miei commensali, tendo ad isolarmi.

Mi rifugio talmente tanto in me stessa che ho impiegato anni a riconoscere, tra gli altri avventori del servizio di ristorazione, persone che conosco per ragioni non legate al lavoro.

La pausa, tra passeggiata, silenzi e pranzo, dura circa un’ora.

Alle 18.00 esco dal lavoro e vado a prendere le bimbe che mi attendono dai nonni.

Altro momento concitato, perché devono sempre finire un gioco; allora io fingo di andarmene senza di loro, e in qualche modo riesco a farle salire in auto.

Ore 19.00 casa dolce casa: le bambine hanno già cenato dai nonni, non resta che preparare per i grandi. Cose semplici e veloci, in genere c’è sempre l’insalata o una verdura cotta; a rotazione carne, uova, formaggio, il giovedì pesce.

Per tre sere alla settimana ho l’allenamento in piscina, che inizia in un orario variabile tra le 20 e le 21; io ci rosicchio sempre la parte iniziale e la seduta anziché durare un’ora e mezza la riduco a un’ora e un quarto.

Poi se Mohamed (il custode del centro sportivo) lo consente, mi asciugo i capelli e torno a casa, altrimenti (soprattutto il lunedì che iniziamo e finiamo più tardi) torno a casa e asciugo i capelli.

Talora il venerdì anziché nuotare con il gruppo alle 20.00 mi alleno in mezzo al nuoto libero alle 18.30 in modo da trascorrere la serata a casa oppure, a volte, uscire con gli amici.

Nuotare col gruppo è stimolante, nuotare col nuoto libero molto meno, chi nuota lo sa bene, agli altri lo dico io.

Passa la differenza che corre tra viaggiare in autostrada e trovarsi con l’automobile in pieno svolgimento della sagra paesana.

Nelle sere che non nuoto partecipo ai giochi che le mie figlie si inventano; purtroppo spesso restano deluse perché mi credono Houdini e mi preparano delle casette con le sedie nelle quali, secondo loro, dovrei infilarmi. Oppure si inventano delle storie a cui dovrei partecipare con le bambole però no aspetta faccio io e mi tolgono la bambola dalle mani. Quindi va a finire che il gioco migliore in cui mi riescono a coinvolgere è la lettura di un libro, del quale mi girano le pagine più velocemente di quanto io riesca a leggere.

La notte finalmente si dorme, salvo qualche revival di risvegli. Vale la pena di precisarlo, anche se sembra ovvio, perché fino ai 3 anni di Viola non era affatto così, è una recente introduzione nella quotidianità che apprezzo con una nuova consapevolezza: una notte consecutiva di sonno, chi l’avrebbe mai detto, è un lusso!

(Foto in primo piano: la vista dalla finestra della mia scrivania al lavoro).

Ed ora… tua! Tajo.

Che tradotto significa che chi lo desidera può fare altrettanto: raccontare la sua giornata con 7 foto in bianco e nero senza figure umane.

P.S. Ho realizzato solo a fine componimento che ho omesso una delle situazioni più frequenti in casa, che alimenta una buona fetta della mia attività quotidiana: il devasto post atomico che generano Sofia e Viola con giocattoli e vestiario sparso in ogni angolo, e che meticolosamente quanto inutilmente provvedo a raccogliere.

Sarà che cerco di rinnegarlo?

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Cose difficili spiegate ‘facili’ *

Ho sentito parlare di onde gravitazionali ultimamente ma, confesso, non sapevo bene cosa fossero.

Poi qualcosa ha punto la mia curiosità e sono andata a controllare su Wikipedia, la fata madrina di tutte le mie ignoranze.

Santa Wikipedia.

Ho letto un paio di volte la pagina, poi ho iniziato a credere che forse la mia cultura non è sufficientemente scientifica per arrivare a comprendere tanto.

Però un’idea me la sono fatta, come spesso accade per cose che vanno oltre la mia portata.

Ad esempio, se sento parlare di una malattia, cerco sul web e magari non capisco esattamente il meccanismo di azione dei farmaci che la possono governare, ma almeno capisco quale parte del corpo interessa.

Ecco, così è accaduto anche per le onde gravitazionali: alla lettura della locuzione ‘incontro tra due buchi neri’ è stato tutto molto più chiaro.

Viola aveva perso i calzini all’asilo, e gliene avevano prestati un paio per indossarli fino al giorno successivo.

Una volta a casa li ho lavati e indovinate un po’, dall’asciugatrice ne è uscito uno soltanto; io ero certa che in lavatrice li avevo infilati entrambi.

Beh, che ci crediate o no, onde gravitazionali o no, buchi neri o no, i calzini sono tornati ad essere appaiati.

Ora tutto è più chiaro!!!

Parole di VICENZA (e dintorni): Tambarare

Questo verbo ha una forza straordinaria: assomiglia all’italiano tamburare, inteso un po’ come suonare il tamburo.

Tambarare significa armeggiare, cimentarsi in qualche attività di cui chi osserva ignora l’arte, e spesso anche il protagonista del tambaramento procede un po’ alla cieca.

Il bambino che gioca in autonomia ‘è lá che el tambara’; oppure tambariamo con la programmazione dei canali televisivi fino a sintonizzarci con un’emittente locale.

Spesso il tambarare ha effetti collaterali: tambarando con il cellulare abbiamo inavvertitamente cancellato alcuni numeri dalla rubrica oppure portato tutti gli avvisi in lingua swahili.

Quando ero adolescente leggevo Cioè, un giornaletto in cui tra un cantante e l’altro qualche sessuologa rispondeva alle lettere che le lettrici scrivevano alla redazione; in ogni lettera qualcuna confessava di avere praticato ‘petting’: ecco, tambarare puó essere adoperato anche con questa accezione, inteso come attività con caratteristiche di casualità dovute ad imperizia.

Quando vediamo qualcuno tambarare in genere non sappiamo esattamente cosa sta facendo, e spesso non lo sa di preciso nemmeno lui. Per questo chi tambara lascia sempre un alone di perplessità.

Con il tamburare ha in comune un borbottio di sottofondo, una melodia un po’ ritmata un po’ no che si fa fatica a capire se segua uno spartito.

La distanza di sicurezza

Una sera, mentre camminavo sul marciapiede lungo una strada di città, osservavo le vetrine.

Non era una via del centro, dove il genere di esercizi che si incontrano sono esclusivamente bar e negozi di abbigliamento.

Anzi per dirla tutta la strada in cui camminavo è il viale dove è situato il cimitero: le attività dei paraggi rispecchiano un po’ la natura topica, e io mi sono ritrovata a guardare la vetrina di un’impresa di onoranze funebri.

Al di là che è un filone di mercato che non subisce mai flessioni, avendo una vetrina lungo il passaggio il negozio, al pari delle altre attività commerciali, fronteggia l’esigenza di allestire lo spazio.

L’impresa ha scelto di esporre una lapide, di quelle fatte a cippo, del modello che si vede nelle locandine dei film noir: un blocco di pietra con i bordi irregolari, con sopra incisi nome, cognome e date di nascita e morte del de cuius.

Ora, non sono arrivata fin qua per dirvi che io al posto delle vetrine di scarpe mi fermo a guardare le lapidi perché porto il 41 e le scarpe fatico a trovarle.

Ciò che ha catturato la mia attenzione, e su cui voglio soffermarmi a riflettere, è la scelta del nome, e delle date, che su quella lapide erano incise.

Davanti ad un foglio bianco, anzi di un cippo da incidere, che nome mettere? Perché se l’onoranza avesse scelto un generico Mario Rossi, con due date compatibili con i tempi attuali, sono certa che avrebbe potuto urtare la sensibilità di qualcuno.

Qualche Mario Rossi, o qualcuno nato nello stesso suo giorno che si vedeva già dato per morto.

Allora meglio collocarlo nel passato, meglio non rischiare casi di affinità.

E quanto è lecito dare da vivere, ora o nel secolo scorso, al caro John Doe?

Troppo delicata la questione, meglio prendere un caso reale, magari un nome per cui i parenti non possano più nemmeno rivendicare i diritti d’autore.

Per farla breve, cosa che a questo punto mi è sfuggita di mano, ma per non trascinarla troppo in lungo, la scelta è ricaduta su Leonardo Da Vinci.

Che lui sia morto ormai non commuove più nessuno, sono trascorsi più di 500 anni.

È stato un genio, riconosciuto universalmente, quindi noto ai più.

Ecco, Leonardo è un personaggio sufficientemente rispettato per arrivare al cuore di tutti, ma abbastanza distante per non suscitare sentimenti di malinconia in chi passa e guarda la vetrina.

E qui scatta l’analogia, forse un po’ cervellotica, forse un po’ solo nella mia testa: spesso vedo, in ambito di social network, condivisioni ‘asettiche’.

Mi spiego meglio: le condivisioni dei post degli amici, intesi come persone conosciute, sono piuttosto rare.

Credo che sia timore di violarne la privacy, rispetto, o forse solo un forte senso di responsabilità a farsi carico di riproporre integralmente un’idea altrui; a volte anche sottostima, o invidia: è un mio amico quindi un cazzaro, mica uno ‘famoso’.

Se invece ci si ritrova a condividere il post di un sito famoso ed anonimo, nel senso che non si conosce direttamente chi scrive determinate cose, si prova un senso di maggiore sicurezza, come se il semplice fatto che il sito è noto ai più fosse una garanzia che quelle cose sono ‘giuste’ o ‘belle’.

Ovvero che Leonardo Da Vinci sia morto è un dato di fatto e non fa piangere più nessuno, e anzi merita di essere ricordato e celebrato; che sia morto Mario Rossi invece forse ai più non interessa, ma a quei due o tre che lo stanno piangendo magari dà fastidio sentirlo ribadire.

Parole di Vicenza (e dintorni): Molaghe!

Molaghe! è l’imperativo di mollare, inteso come rilasciare, abbandonare la presa.

Certo che se negli episodi di ER sentivamo dire ‘Libera!’ dai medici intenti a praticare la rianimazione, e non ‘Rilascia!’, anche nel caso di Molaghe!, pur avendo lo stesso significato di ‘Rilascia!’, non ne ha la stessa intensità.

Per capire la forza di questa espressione basti pensare a due squadre che si sfidano al tiro alla fune: se di colpo uno dei due gruppi lascia la presa, i componenti del gruppo avversario finiscono tutti con le gambe all’aria.

Molaghe! è l’intimazione al prossimo di terminare istantaneamente un’azione di disturbo alla quale siamo stanchi di far fronte.

Non è un semplice imperativo ‘smettila!’, è molto di più: quando chiediamo al nostro prossimo di sospendere un’azione non ci attendiamo necessariamente una contro reazione da parte nostra; se invece sbottiamo Molaghe! ci aspettiamo di venire sollevati istantaneamente da un disturbo diventato insostenibile.

Molaghe de telefonarme! ad esempio, può essere la supplica di una ragazza stanca delle telefonate del suo ex.

Si usa anche con un oggetto, anziché con un verbo: Molaghe con quel flauto! può esclamare la madre esasperata dai solfeggi del figlio alle prime armi con lo strumento a fiato, agognando un po’ di pace per le orecchie.

Molto spesso l’espressione viene minacciosamente utilizzata senza alcun complemento, perché si dà per sottinteso quale sia il disturbo da cessare.

Molaghe! e basta. Tu sai cosa e perché.

A cosa stai pensando?

C’ho un casino in testa, e quello tricologico non è che la punta dell’iceberg di quello cerebrale.

Mi sveglio di notte a controllare quanto tempo mi rimane per dormire fino a mattina.

Hai voluto il blog? Pedala! Mi partono di quegli spunti, poi si staccano per la tangente, alcuni rimbalzano, nessuno si chiude.

La sindrome del foglio bianco colpisce ancora e su quel foglio riesco solo a scarabocchiare inutili geroglifici.

A cosa stai pensando? (Sembra banale, e invece…)

– Ai nuovi algoritmi di fb, grazie ai quali io vedo riproposti mille volte post di dubbio interesse, e nessuno vede più i miei.

– Al fatto che siamo il prodotto di ogni nostra scelta: la nostra immagine attuale è un insieme di pixel ciascuno dei quali ha una precisa genesi; persino se quella volta hai optato per il gelato alla fragola anziché al cioccolato, o se hai preferito la bicicletta all’autobus per raggiungere il mercato rionale.

Tutto ciò che ci ha condotti fino al punto in cui siamo ne è origine.

I guai o le fortune che viviamo raramente sono schegge impazzite della nostra esistenza.

– Al mese di gennaio che è scivolato via senza che quasi me ne accorgessi, e tra vacanza e influenza ho trascorso a casa più tempo che nella somma degli ultimi 6 mesi.

Ho letto, tanto, ma niente che mi fornisca elementi sufficienti per un pezzo dedicato.

‘Wonder’, da cui è stato tratto un recente film.

‘Il suggeritore’, romanzo d’esordio di Carrisi, che mi ha gettato un po’ di luce sull’uomo del labirinto ma anche mi ha fatto cadere l’autore in disgrazia: più che thriller i suoi romanzi sono horror.

‘Dodici ricordi e un segreto’, di Enrica Tesio: un romanzo dal respiro più libero del precedente, meno acrimonioso; però ancora imperniato attorno a personaggi irrisolti, pieni di contraddizioni e di pessime abitudini.

‘Io che amo solo te’, di Luca Bianchini, piacevole visione dall’alto di una famiglia pugliese, anzi due; anche da questo è stato tratto un film, il cui protagonista è Scamarcio, e ci sta.

Ora vorrei affrontare ‘Fiori sopra l’inferno’ libro di esordio di Ilaria Tuti, un altro thriller, ma temo di imbattermi in altre rappresentazioni poco edificanti.

Ho visitato la mostra dell’Egitto e… sì, vabbè, bella.

– Alle stelle filanti che sono un triste surrogato dei coriandoli: vuoi mettere a confronto una pioggia colorata con una striscia di carta che spesso non arriva a 20 cm da dove la soffi?

– All’allenamento che ho perso, insieme a qualche kg; e al 100 stile libero: devo recuperare i ricordi positivi, di quelle volte che l’ho chiuso bene, invece ritornano a galla con prepotenza (come gli stronzi?) le altre volte, quelle in cui mi sentivo premuto il tasto pause sulla mia corsia (o era il rewind?).

– A Viola che assorbe, come le spugne si dice, no? Ad un certo punto ha inserito nel suo vocabolario l’intercalare cazzo. Ma non a caso, no: con chirurgica precisione.

“Viola forza vieni a sederti a tavola?”

“Non lo vedi che sto giocando, cazzo?”

La prima volta pensavamo di aver capito male, la seconda abbiamo cercato di non darci troppo peso. Fino a che Sofia le ha detto ‘Viola! Non si dice: è una parolaccia’.

Da allora ogni volta che lo sente esclamare chiede ‘ma perché dici / dice le parolacce?’.

Il turpiloquio ha presto trovato un sostituto; adesso quando vuole dire qualcosa ti si avvicina, ti abbraccia e mentre fa pat-pat con la manina sulla spalla ti scandisce in un orecchio ‘ti voglio bene!’.

Non mi ero mai resa conto di abusare della prima esclamazione al punto di trasferirgliela, ma assolutamente non avrei mai immaginato di ripetere così spesso la seconda locuzione.