Ricordi ne(r)vosi che si sono conservati bene

– “Dai dai, speriamo che nevichi tanto mamma!”

– “Io dico speriamo di no”

– “Ma perché?”

– “Hai mai guidato sulla neve Sofia? Quando guiderai capirai perché non mi piace la neve in città”

Hanno chiuso nei giorni scorsi alcune scuole, ma per l’evento atmosferico attuale mi pare eccessivo.

Un flashback mi risucchia al 1985, a quella sera di gennaio in cui guardavo fuori dalla finestra e dal cielo cadevano fiocchi giganteschi, che io chiamavo elefanti.

Abitavamo in una via cieca, che terminava sull’argine del fiume, quindi non transitavano auto, ad eccezione di quelle dei residenti.

Una via di cui si dimentica anche l’amministrazione comunale, una laterale interna che è sempre stata difficile da trovare. Quando Tom-Tom e GMaps non erano di uso quotidiano è capitato di chiamare i vigili del fuoco e dover andare sul viale principale a fare segno del punto di ingresso, e intanto il fuoco andava.

Invitavi i compagni alle festine di compleanno e almeno un paio tiravano bidone perché non avevano trovato il posto, gli altri arrivavano con mezz’ora di ritardo, con una mamma tutta trafelata che aveva fatto mille manovre, e senza servosterzo.

Gli elefanti scendevano copiosamente dal cielo, li vedevamo bene quando transitavano davanti alla luce gialla del lampione: era quello il proiettore del nostro film!

I fiocchi toccavano terra e si accumulavano su un tappeto bianco, assieme a tutti quelli che li avevano preceduti ed erano rimasti lì ad attenderli; al mattino successivo quel tappeto era un materasso, soffice e di notevole dimensione.

Dato che il traffico automobilistico era sempre pari a zero, era abbastanza normale che trovassimo al risveglio il paesaggio intatto, senza segni del passaggio umano. Era divertente trovare la neve accumulata sui rami degli alberi, flessi sotto il peso; sui muretti e sulle colonne di supporto dei cancelli; trovare la banchina stradale ammantata ed essere i primi ad imprimere la propria orma.

Quel mattino, oltre a presentarsi illibata, la nevicata era copiosa, ma per le ragioni spiegate non ci eravamo resi conto dell’eccezionalità dell’evento.

Mi ero incamminata verso la scuola, che si trovava in centro storico e che raggiungevo a piedi, con una passeggiata di circa 1km.

Al mio arrivo, assieme a pochi altri, ho toccato il muro e fatto la virata: la scuola era chiusa, si tornava a casa.

Sarebbe rimasta chiusa per l’intera settimana.

Anche mia mamma si era recata al lavoro quel mattino, lavorava all’epoca al confine tra Vicenza e Padova.

Un po’ per questioni economiche e un po’ per ragioni ecologiche aveva una predilezione per i mezzi pubblici: per arrivare sul luogo di lavoro aveva preso l’autobus e poi la corriera. Quella sera la corriera l’aveva riportata a Vicenza, dall’altro lato della città rispetto a casa nostra. Avrebbe dovuto completare il rientro con l’autobus ma i mezzi pubblici a quel punto avevano sospeso il servizio; aveva avuto fortuna a trovarsi proprio sotto casa di un’amica che le aveva consentito di telefonarci.

Sembra incredibile adesso a ripensarci, il telefono era uno strumento che, anche nei momenti di necessità, non era immediatamente disponibile.

Aveva chiamato noi a casa, chiedendo a mio papà che andasse a prenderla.

“Sì certo, vengo… a piedi!”

Anche mio papà era sensibile alle questioni economiche e alla causa ecologica, e peró odiava i mezzi pubblici: lui andava a piedi, ovunque la meta fosse a portata e anche un poco oltre, pedibus calcantibus.

Quella sera comunque la spiegazione non era né economica nè ecologica:

“Posso venire solo a piedi perché è impossibile uscire dal garage con l’auto”.

Che non era una misera scusa per non spalare la rampa, ma un problema concreto: quando anche avesse liberato la discesa dalla neve, avrebbe dovuto accumulare questa in un altro mucchio che avrebbe ostruito a sua volta il passaggio.

E anche una volta uscito sul viale principale le strade erano a loro volta impercorribili.

Così mia mamma si era arresa all’evidenza e si era incamminata; con una passeggiata di alcune ore, sotto la neve che scendeva e sopra un metro di neve che pavimentava i marciapiedi, senza ciaspole nè altri ausili, era ritornata a casa.

Al suo rientro si era verificato uno dei diverbi più bizzarri a cui avessi mai assistito a casa: mio papà preoccupato per il freddo che poteva aver accumulato le aveva amorevolmente preparato una minestra calda.

Ma dopo aver fatto due ore di attività fisica, quale una bella camminata affondando i passi in un metro di neve fresca, mia mamma non desiderava affatto una minestra calda, ma una birra bella ghiacciata!

Comunque la quantità di neve caduta era talmente abbondante che si era conservata fino a Pasqua.

7 Replies to “Ricordi ne(r)vosi che si sono conservati bene”

    1. Al di là della settimana di vacanza, è stato un evento memorabile e anche spaventoso: a seguito di quello i miei genitori dovettero sostenere le spese di rifacimento del tetto…
      La neve sta bene … in montagna!

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  1. La nevicata dell’85 mi è stata raccontata dei genitori (io ancora non c’ero). Sarò forse matta, ma io mi trovo a mio agio nelle situazioni estreme. Se nevica abbondantemente non riesco a stare chiusa in casa. Per fare un esempio, anni fa ho preso il treno e sono andata comunque all’università restando poi bloccata lì per tutta la notte. È stata una bella avventura. 😀

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