Due come loro

Più leggo e più mi rendo conto che divento esigente in materia: leggere un libro che non mi piace mi sembra una perdita di tempo, sprecato quando potrei leggere di meglio.

Ma come posso sapere se un libro mi piace? Devo iniziarlo!

Nel caso di ‘Due come loro’ è stato amore a prima riga: al termine della prima pagina avevo già deciso che il libro mi piaceva, tanto, e adesso che l’ho terminato posso confermare che non mi ha deluso, anzi è andato oltre le migliori aspettative.

Shapiro lavora come freelance per due datori di lavoro antitetici: entrambi gli forniscono ogni mese una lista degli aspiranti suicidi, corredata di luogo e data del fatto.

Il suo compito è quello di intervenire e persuadere o dissuadere il tizio dall’estremo gesto.

L’antitesi fra i due mandanti risiede proprio lì: se l’aspirante suicida si salva la missione viene compiuta per Dio; altrimenti punto per il diavolo.

Ecco spiegato chi sono i ‘due’.

Shapiro è entrato nel team perché a sua volta è stato un aspirante suicida, salvato in extremis.

Il problema che lo aveva condotto lì lo ha poi portato a lasciarsi con Viola, la sua ragazza, che ora sta con Pino Moneta.

Sulla lista un bel giorno compare proprio il nome di Moneta.

Shapiro fa precedere ogni suo intervento da un’analisi sulle ragioni che spingono l’individuo all’insano gesto, in modo da agire con cognizione.

Nel caso di Moneta non è del tutto imparziale, perché la sua dipartita significherebbe campo libero con Viola.

Ma davvero la sua mancanza sarebbe sufficiente a riconquistare la ex?

Lo stile è accattivante, il racconto procede come se si stesse guardando un film, ricco di dialoghi e di sceneggiature.

Marsullo è irriverente come John Niven nel romanzo ‘A volte ritorno’ ma il suo racconto è più umano: non è Gesù a tornare sulla terra ma un uomo a conferire ora con il rappresentante del bene, ora con quello del male.

Dio è un tipo che organizza un sacco di feste a tema, a cui partecipa sempre molta gente.

Il diavolo invece è più tipo da cena a due.

Tra i personaggi del romanzo spiccano Melinda, nuova leva da addestrare; e il dottor Poggini, uno psicoterapeuta dall’innovativo metodo ‘Facciamo le cose e intanto parliamo’: perché non sfruttare i momenti di analisi per i lavori di bricolage e le riparazioni domestiche? La vita non aspetta che riflettiamo, ma procede inesorabile.

Mi è capitato di non apprezzare un romanzo quando rilevo troppa presenza di fumo: per me le sigarette andrebbero bandite non solo dai luoghi pubblici, ma anche dai film e dai libri. In questo caso però rendono bene l’idea dell’ansia che tormenta il povero Shap.

Ha commesso un errore molto grave: togliersi la vita può ripararlo?

Tra i vari personaggi che si avvicendano nel tentativo ho sempre riscontrato motivazioni piuttosto deboli; ma probabilmente è così anche nella realtà, perché obiettivamente nessuna ragione è valida.

Il racconto tocca temi molto delicati in un modo assolutamente insolito, senza cadere mai nella retorica e valutando punti di vista alternativi senza esprimere giudizi.

L’ambientazione è Roma, inferno e paradiso al tempo stesso; a seguito di un incidente, descritto magistralmente in uno dei capitoli, Shapiro non guida più l’auto e si sposta esclusivamente in bicicletta, inseguimenti compresi.

Un romanzo intenso e leggero al tempo stesso, che si può leggere per sorridere e poi ci si ritrova ad inciampare su considerazioni profonde, dubbi esistenziali, domande interiori.

Una disamina sul bene e sul male condotta in una narrazione quotidiana surreale al punto giusto: come professa il dottor Poggini, intanto che si fanno le cose si parla; e intanto che si legge si riflette.

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Introspezione post gara

Se c’erano 20 bambini, venivano disposte 19 seggiole; musica di sottofondo e tutti a scorrazzare; quando la musica veniva interrotta tutti dovevano sospendere la danza e correre a sedersi; chi restava senza la seggiola era fuori.

Poi la musica ripartiva, e si levava un’altra sedia, stesso copione a ripetizione: vinceva il gioco colui che al termine delle esclusioni si accaparrava l’ultima sedia.

Era un gioco molto popolare quando ero piccola.

Sullo stesso principio si basa il meccanismo della staffetta australiana nel nuoto: si ripetono i 50 stile a partire da una batteria completa e si esclude ad ogni ripetizione l’ultimo che tocca la piastra.

Per chi la disputa è una gara parecchio faticosa perchè richiede tanta capacità di gestione e di ripetere lo scatto con poco riposo.

Per chi la guarda è puro spettacolo! e poi dicono che il nuoto è uno sport che non riesce ad entusiasmare le folle.

Forse per animare un po’ la manifestazione e creare la suspense, non tanto nelle tribune ma direttamente in vasca, su questo stesso meccanismo hanno basato anche la gestione del tabellone elettronico la scorsa domenica a Spresiano: vasca ad 8 corsie, tabellone elettronico a 6 posizioni.

Quando concludi la distanza alzi gli occhi per vedere l’unica cosa che in quel momento ti interessa: il tempo con cui hai chiuso. Se hai dato il massimo non ti resta tanta lucidità per i giochi enigmistici: in alcune manifestazioni attrezzate con dispositivi all’avanguardia compaiono cognome e nome, e vai a colpo sicuro.

Io che mi chiamo con poche lettere ci sto per esteso.

Più comunemente invece si legge una sigla tipo P3 L5 che va interpretata come P:posizione 3 L:lane (corsia) 5.

Nell’istante dell’arrivo, se sei stato attento, hai una vaga cognizione di quale era la tua lane ma difficilmente conosci l’ordine di piazzamento.

Mettersi a cercare è un garbuglio, se poi le scritte scorrono è una rincorsa vana, come leggere la targa di un malvivente che scappa dopo una rapina.

Ho letto tutti i tempi, a valore crescente, senza trovare la mia lane, e ho dedotto di aver disputato un tempo maggiore dell’ultimo visualizzato, di essere rimasta senza la seggiolina alla fine della musica.

Un tempo inqualificabile, nemmeno degno di apparire sul display.

Me ne sono tornata in tribuna rassegnata, convinta di aver performato il peggior tempo di sempre, senza nemmeno riuscire a rapportare con coerenza le sensazioni provate a tanto disastro.

Ho ricevuto però una piacevole sorpresa: il mio tempo non era così pessimo, solo avevo perso l’istante in cui veniva visualizzato. Carpe diem e carpe tabellonem.

La soddisfazione, moderata per vero, è durata poco: piuttosto che peggio è meglio piuttosto, diceva mia mamma, ma è una magra consolazione.

Presto è subentrata l’analisi della prestazione nei dettagli cronometrici, considerando che su 100 metri ho percorso i primi 50 in un tempo di pochissimo inferiore ai secondi 50.

Il tuffo di partenza rende matematicamente la prima parte più veloce, si può dire che io abbia nuotato in negativo.

Il che significa due cose: la prima è che ho un livello di preparazione sufficiente ad arrivare al termine della gara senza schiattare; la seconda è che ho una fottuta paura di bruciarmi e ho fatto l’abitudine a risparmiare nella prima parte di gara. È giusto ‘cercare la nuotata’ ma dovrei riuscire a farlo nei primi metri, invece me la prendo comoda, un po’ troppo, la cerco proprio bene.

Dovrei provare a tirare a mille la prima metà e poi quel che viene viene; ma è un istinto di sopravvivenza primordiale: se ti dicono di lanciarti a folle velocità contro un muro con l’auto, garantendoti che il muro è di gommapiuma, il piede andrà comunque a cercare il freno.

È accaduto in altre occasioni che a 15 metri dall’arrivo mi sia calato il sipario, game over proprio; memore di quelle sensazioni negative non riesco più a spingere dall’inizio.

Mentre rifletto mi accomodo in tribuna in attesa della seconda gara: è quel momento in cui ti scevri di tutti gli orpelli della vita quotidiana, sovrastrutture dell’età adulta; in quel momento non sei la pettinatura che porti, non sei l’abito che indossi, non sei la casa in cui abiti, non sei la macchina che guidi, non sei il lavoro che fai nè ciò che hai o non hai studiato, non sei la mamma di o la moglie di, sei unicamente un valore astratto: il tempo che hai disputato.

Il crono è un risultato oggettivo: non dipende dalla valutazione di un giudice, dalla simpatia di un esaminatore, dall’affiatamento tra compagni di squadra; ed è un risultato meramente individuale che ti pone allo specchio e ti fa confrontare con te stesso.

Non esiste un parametro assoluto di bene o male, una soglia di riferimento globale con cui confrontarsi.

Esiste ciò che hai fatto negli anni precedenti, lo stato di forma attuale, la tattica che hai adottato, la concentrazione che hai profuso.

È un’autovalutazione, nessuno ti loderà o ti schernirà per un secondo in più o in meno, nè per dieci secondi di differenza: si tratta di un faccia a faccia con lo specchio, davanti al giudice più severo, quello che sa veramente cosa hai combinato e non ti concede sconti.

Disputo la stessa gara che facevo quando avevo 15 o 25 o 35 anni; ma mi rendo conto che adesso la affronto in maniera più prudente, allora mi ci buttavo con incoscienza.

Il tempo è aumentato perché il corpo risponde diversamente o perché la testa è cambiata?

Mi si avvicina un signore e mi saluta, sostenendo con certezza che ci conosciamo.

Lo scruto cercando qualche dettaglio nel suo viso che me lo riporti a galla nella memoria.

“Nuotavamo assieme” afferma.

Ma quando? Dove? È una vita che pratico questo sport.

Mi fornisce dei riferimenti vaghi, insufficienti a delinearlo.

Non si scoraggia, continua a parlare a ruota libera fino a che, dal suo soliloquio, emergono un paio di dettagli che mi accendono la luce.

Davanti a me rivedo quel ragazzo seduto al mio stesso tavolo di esame durante la prova scritta del corso per istruttori di nuoto, risento quelle stesse parole fluttuanti, la medesima parlantina.

Pronuncio quindi il suo nome, con intonazione interrogativa.

È come quando dopo tanto tempo ti restituiscono un libro che hai prestato: te lo ricordi nuovo ed ora ha le pagine un po’ ingiallite, gli angoli smussati e la copertina sgualcita. Ma è sempre quel libro.

Così quello che io definisco signore si rivela essere un mio (quasi) coetaneo, che non vedevo dal ‘92.

E cosi anche il 100 stile: sempre 4 vasche da 25 metri, anche se non ho più lo zelo di sbranare la gara dai primi metri.

Etimologia

Orrido deriva dal latino horridus, che proviene da horrere, rizzarsi, riferito ai peli del corpo.

L’ho imparato oggi, dal sito unaparolaalgiorno, che offre un interessante servizio: ogni giorno presenta una parola e ne eviscera il significato, con esempi e citazioni.

Quella di oggi è stata una parola premonitrice, oltre che onomatopeica.

Stasera ho accompagnato al parco giochi le mie piccole; come prima giostra hanno scelto lo scivolo.

Nei loro piani io avrei dovuto fare la sbarra umana, che bloccava la discesa ed alzava il braccio al loro passaggio.

Io invece puntavo la panchina.

Il primo giro si fa alla maniera classica, salendo dalla scala.

Una volta in cima Viola si appresta alla discesa e mi chiama:

“C’è una lucertola”

Pochi giorni fa mi aveva avvisata della presenza delle vespe parlando di ‘zanzara che fa il miele’.

Sofia poco dietro con la tenera supponenza da sorella maggiore la corregge:

“È un topo morto”.

Stuzzicata dal dubbio, lucertola o topo?, abbandono per un istante la velleità panchinara e mi avvicino allo scivolo.

Sulla parte finale, quella in cui la pendenza si rimette orizzontale e addolcisce l’arrivo a terra, giaceva stecchito un piccolo sorcio.

Orrido: mi si sono rizzati tutti i peli e l’ugola ha iniziato a vibrare fortissimo per esprimere tanto ribrezzo.

Primavera (che fretta c’era?)

Aprile è un maggiordomo discreto e silenzioso che ti accompagna verso la parte migliore dell’anno: ti allunga le giornate senza opprimerti con l’afa, ti presenta il resoconto dell’anno trascorso (scolastico / sportivo / accademico) senza assillarti con gli impegni di fine la qualunque, ti promette l’estate senza rinnegare gli impegni dell’inverno.

Poi maggio ti risucchierà nel vortice delle chiusure, sbattendoti come un polpo sullo scoglio di giugno.

E io mi ritrovo sempre sgomenta: ma come la primavera è già terminata? e io dove ero? in cosa ero impegnata che non me ne sono accorta? che fretta c’era?

Tra le cose che apprezzo di più di questo periodo dell’anno ci sono le fragole.

In verità a me la frutta e verdura quando è di stagione piace tutta, e aprile detiene anche lo scettro degli asparagi.

Quegli ortaggi bianchi o verdi, dal gusto intenso ma dal sapore delicato e dalla forma inequivocabilmente fallica, che però nessuno si riferisce mai all’organo di riproduzione maschile in questo senso.

Ho iniziato pochi anni fa a mangiarli, prima li evitavo per l’odore che danno all’urina; poi mi sono detta chissene, tanto mica è un fatto pubblico la mia pipì. E ho iniziato a mangiarli.

“Sai come prepararli?” mi chiede l’ortolano.

Rispondo sempre di no a questo genere di domande, perchè è ovvio che, se li compro, in qualche modo ho in mente come cucinarli, ma mi piace ascoltare nuove ricette.

Quando ti spiegano come preparare una pietanza ti tolgono un po’ della noia di mondare il vegetale, che finchè sciacqui e peli sotto l’acqua corrente ti rivedi un po’ al banco e ti risale la magia della spesa come momento di socialità.

Le fragole invece, quelle non te lo spiega nessuno, tanto sono fragole, cosa ci vuole?

Molti le riducono in pezzetti e ci aggiungono zucchero, limone o altri succhi, addirittura il vino.

Infedeli! Le fragole sono buone così, al naturale, basta lavarle e levare il picciolo verde.

Mi piacciono soprattutto i fragoloni rossi grossi, quelli che mordendoli ti coprono le narici e ti costringono ad inebbriarti del loro profumo, oltre che del loro gusto.

Non compero più le fragole al supermercato, perché vengono esposte nello stesso modo in cui si infilano le esperienze nei curriculum vitae, o le competenze nei siti web aziendali: sopra in evidenza quelle (poche) integre, mature al punto giusto; poi sotto quelle di dimensioni inferiori, o ancora parzialmente acerbe o già in leggero stato di decomposizione.

Aprile è il mese della fioritura del glicine, ma a volte stenti ad apprezzare il colore lilla sullo sfondo azzurro del cielo terso; e del luppolo, del quale è invece impossibile non accorgersi: lungo le strade enormi distese di fiori gialli, che staccano a contrasto contro il grigio di certi pomeriggi dalla nuvolosità variabile: un mare (che diventerà) di birra.

E pensare che a me la birra nemmeno piace.

Le domeniche bucoliche

Appena raggiunta la pensione mio nonno aveva fatto due acquisti importanti: aveva rimpiazzato il vecchio Citroen Pallas con un’utilitaria della stessa marca, una Visa color giallo pallido; e aveva acquistato una seconda casa, in campagna.

Purtroppo la fine della sua vita lavorativa si era rivelata essere la fine, tout-court; pertanto non ha potuto godere dei suoi meritati sfizi, che sono rimasti alla moglie, mia nonna.

Pur di non vendere l’auto acquistata da poco, mia nonna, che non aveva la patente, si era iscritta alla scuola guida, alle soglie dei 60 anni; e aveva anche conseguito il pezzo di carta, che la legittimava a mantenere l’auto ferma in garage.

Invece per la casa in campagna lo sfruttamento era sicuramente più intenso.

La casa era in verità più un vecchio casolare.

Ad essere obiettivi era più una catapecchia.

Ad essere proprio onesti chiamarla così è ancora darle del lei.

La casa si trovava pochi km fuori da Vicenza, sui colli Berici, ma la strada per raggiungerla era piuttosto impervia; anche se aveva la patente mia nonna non si fidava a guidare da sola (non si fidava a guidare e punto), tantomeno a percorrere strade di campagna; così per qualche anno dopo la scomparsa del nonno quella casa è stata meta fissa di tutte le nostre gite domenicali.

Si andava su in tanti: la mia famiglia e amici vari, ogni volta la compagnia arrivava a contare 15-20 persone.

Un’elaborazione collettiva del lutto.

Ma non erano riunioni trisiti: tutt’altro!
La memoria del nonno aleggiava per i primi 5 minuti, fino a che non si faceva entrare un po’ di sole in casa e si accendeva il fuoco nel camino.

Ci accoglieva un’umidità stagnante che si era accumulata durante la settimana, e che in breve lasciava spazio al calore del fuoco, della luce e delle chiacchiere di una grande famiglia riunita.

La strada propriamente detta non arrivava davanti alla porta di ingresso, ma si fermava sopra il monte; poi c’era una discesa molto ripida che spesso affrontavamo a piedi, perché risalire la sera era difficile.

Alla base della discesa si presentava un bel giardinetto, molto curato, con l’erba rasata e le aiuole fiorite; la facciata della casa era da cartolina, con i vasi di gerani alle finestre e i vetri lucenti.

Però questa non era la nostra casa, no!

Lì ci abitava Nico, una sorta di maniaco ossessivo compulsivo dell’ordine e della simmetria.

Per arrivare alla nostra casa, che era costruita a ridosso, bisognava percorrere un tornante in discesa, costeggiato da rovi, dove si potevano cogliere le more.

Negli anni molte migliorie sono state apportate all’edificio ma alle prime visite si presentava come uno scenario da film di paura.

L’abitazione vera e propria constava essenzialmente di una grande cucina; il resto era inagibile, a partire dalla stanza adiacente, che chiamavamo ‘La stanza che balla’ per il pavimento malfermo. Ai piani superiori le camere.

La casa era priva di servizi igienici; il bagno era stato ricavato in una gabbia di legno alloggiata nel fienile, all’esterno.

I bambini erano autorizzati ad usare il vaso da notte, proprio come una volta.

Era uno spettacolo strano per noi abituati ai comodi water di città sentire la pipì accumularsi dentro un recipiente e vederla rimanere contenuta lì.

La cucina aveva un acquaio di marmo, non un pratico lavello inox a due vasche; non c’era l’acqua calda.

Per lavare i piatti dove tutta la compagnia mangiava serviva una task force: chi riscaldava l’acqua, chi passava le stoviglie con la spugna, chi risciacquava, chi asciugava.

Tra la preparazione dei pasti e la sistemazione si trascorrevano le ore, conversando amabilmente.

Di pertinenza alla casa vi era un bosco, per raggiungerlo una discesa erbosa; a me piaceva lasciarmi rotolare lungo il pendio fino a fermarmi nel prato sottostante.

Lì mi divertivo a cercare quadrifogli, inghirlandare prataiole, soffiare i soffioni, i fiori del tarassaco (meglio conosciuto in zona come pissacan) essiccati.

Addentrarmi nel bosco invece non mi piaceva, serpeggiava il terrore di incontrare le vipere.

Davanti a casa c’era uno spiazzo dove noi bambini giocavamo sul dondolo o sulle altalene mentre attendevamo che fosse pronto il pranzo.

Una voce fissa del menù era la polenta, preparata dentro un paiolo di rame proprio come prevede la ricetta originale.

Spesso dopo pranzo usavamo il cordone che chiudeva un cabaret di paste o una focaccia: lo si annodava per formare una curva chiusa e poi lo si avvolgeva tendendolo tra i dorsi delle mani, con i dovuti giri attorno ai palmi; a turno lo si pizzicava tra il pollice e l’indice, oppure lo si sollevava con i mignoli, secondo uno schema ben preciso che conoscevamo. Ad ogni passaggio la corda assumeva una forma diversa, da riprendere per formare la tessitura successiva, fino a ridurre il tutto ad una matassa indistricabile.

Il giorno in cui la gita si colorava delle tinte più intense era il giorno di Pasquetta: prima dipingevamo le uova sode, poi gli adulti andavano a nasconderle nel campo, e qua e là spargevano anche piccoli ovetti di cioccolata. Quindi era pronta la caccia al tesoro.

Credo che il divertimento fosse equamente distribuiti tra grandi e piccini, tra chi nasconde e chi cerca.

La sera rientravamo in città: sudati, impolverati e con un odor di focolare addosso. Ma felici.

Il rientro era arduo perché bisognava ritornare a piedi in sommità, dove avevamo lasciato le auto parcheggiate.

Nel giro di qualche anno il tratto finale era stato asfaltato, permettendoci di arrivare in auto fin davanti alla soglia di casa; eravamo talmente poco avvezzi a tale comodità che ci si scordava di sbloccare il freno a mano.

Appena risalivamo in auto la stanchezza si impossessava di me; ma dovevo farvi fronte perché mia nonna insisteva che non potevamo addormentarci.

Per tenerci svegli ripeteva che saremmo passati vicini al luna park, e avremmo visto le giostre.

Peccato che il luna park a Vicenza si tenga per un paio di settimane l’anno; così avevo imparato a rimanere sveglia per vedere le meretrici al lavoro.

L’eredità

Pancia in dentro e petto in fuori!

Quante volte me lo sono sentita ripetere!

Per compensare che petto in fuori per me ha scarso valore, ho ecceduto sulla pancia in dentro: vivo con gli addominali contratti.

Il risultato è esteticamente apprezzabile, il lato negativo è che ogni volta che si tratta di avere a che fare con la mia pancia lei si mette sulla difensiva, cioè io mi metto sulla difensiva.

È successo con il cesareo, che mi ha procurato dolori molto più intensi di un parto naturale una volta scemata la spinale, succede ogni volta con la colonscopia.

Sarà anche un fattore psicologico: il motivo per cui mi vi sottopongo periodicamente è legato ad un’ereditarietà di cui farei volentieri a meno, e il ricordo del momento in cui ho scoperto l’esistenza di un esame tanto invasivo risale alla diagnosi infausta che nel 2008 arrivó addosso a mia madre.

Si trovava in vacanza, per il ponte del 1 maggio, con mio papà. Non si sentiva bene da alcuni giorni ma erano partiti ugualmente; pensava ad un malessere legato allo stress che si sarebbe risolto con un po’ di riposo.

Una volta raggiunta Aosta, meta della vacanza, i dolori erano invece peggiorati, così si era recata al pronto soccorso per un controllo. Un banale controllo per un episodio di colica addominale, pensava.

Noi e la nostra maledetta tendenza di famiglia a sottovalutare i sintomi.

Invece la cosa era parecchio più complicata.

Quando si preparano le valigie ci si preoccupa di indovinare la pesantezza degli indumenti, non si pensa a lasciare uno spazio per riportarsi indietro una diagnosi tanto pesante.

Un male che si insinua strisciando, senza chiedere permesso, e quando ne avverti l’ingombro il danno è troppo grosso per essere riparato.

Un fulmine a ciel sereno, con una pesante incidenza sui discendenti.

“Mi dispiace lasciarvi con questa eredità” ripeteva.

I medici che l’avevano in cura non perdevano occasione per ricordarcelo.

E così eccomi qui, nel reparto di endoscopia digestiva.

“Ah ma guardi che le sonde di adesso sono sottili” mi aveva rassicurato il medico dietro la mia richiesta di essere sedata durante l’esame.

Sedazione che comunque ha avuto l’unico effetto di bucarmi due volte, perché l’infermiere non trovava la vena.

Non è tanto un fatto di diametro dell’endoscopio, quanto di anse, che per infilarsi certi passacavi nelle canaline elettriche trovano meno opposizione, dai cavi già presenti che riducono la sezione.

Al posto del tuttofare di turno alle prese col bricolage della domenica però a spingere c’è l’infermiere, che deve raggiungere il punto previsto in cima alle mie budella.

Al primo controllo, 5 anni fa, mi era stato rilevato un minuscolo polipo, asportato all’istante; al secondo controllo, la scorsa settimana, nulla.

Vivo in angoscia dal giorno in cui ho l’impegnativa in mano a quello in cui ho terminato l’esame.

Poi provo un enorme sollievo.

Mentre sono nella sala d’attesa, sottosopra per la fase propedeutica che già di per sè è piuttosto debilitante, arriva una donna con il figlio. Mi sono sentita stupida ad avere paura davanti a tanta tranquillità da parte del bambino, che giocava con degli stickers sotto la supervisione di una madre agitatissima. Poi se ne sono andati senza entrare in ambulatorio, non so in realtà quale motivo li avesse condotti li.

Perché ne parlo? Perché d’istinto vorrei mantenere tutto nascosto, ignorare il problema, ficcare la testa sotto la sabbia come gli struzzi.

Ma ho vissuto, in seconda persona, una tragedia: il triste spettacolo di vedere una persona giovane e sana scoprire una malattia terribile per caso ed andarsene in poco tempo.

Non ho la certezza che la prevenzione mi salvi, ma non voglio che l’avvertimento che mi è arrivato vada perduto; voglio che il sacrificio di chi ha scoperto per primo il problema non vada sprecato: uomo avvisato mezzo salvato.

Scrivo per fare la parte del grillo parlante e ricordare ad altri, restii come me alle indagini, che è meglio fare un’analisi in più, magari per niente, che una in meno.