Le domeniche bucoliche

Appena raggiunta la pensione mio nonno aveva fatto due acquisti importanti: aveva rimpiazzato il vecchio Citroen Pallas con un’utilitaria della stessa marca, una Visa color giallo pallido; e aveva acquistato una seconda casa, in campagna.

Purtroppo la fine della sua vita lavorativa si era rivelata essere la fine, tout-court; pertanto non ha potuto godere dei suoi meritati sfizi, che sono rimasti alla moglie, mia nonna.

Pur di non vendere l’auto acquistata da poco, mia nonna, che non aveva la patente, si era iscritta alla scuola guida, alle soglie dei 60 anni; e aveva anche conseguito il pezzo di carta, che la legittimava a mantenere l’auto ferma in garage.

Invece per la casa in campagna lo sfruttamento era sicuramente più intenso.

La casa era in verità più un vecchio casolare.

Ad essere obiettivi era più una catapecchia.

Ad essere proprio onesti chiamarla così è ancora darle del lei.

La casa si trovava pochi km fuori da Vicenza, sui colli Berici, ma la strada per raggiungerla era piuttosto impervia; anche se aveva la patente mia nonna non si fidava a guidare da sola (non si fidava a guidare e punto), tantomeno a percorrere strade di campagna; così per qualche anno dopo la scomparsa del nonno quella casa è stata meta fissa di tutte le nostre gite domenicali.

Si andava su in tanti: la mia famiglia e amici vari, ogni volta la compagnia arrivava a contare 15-20 persone.

Un’elaborazione collettiva del lutto.

Ma non erano riunioni trisiti: tutt’altro!
La memoria del nonno aleggiava per i primi 5 minuti, fino a che non si faceva entrare un po’ di sole in casa e si accendeva il fuoco nel camino.

Ci accoglieva un’umidità stagnante che si era accumulata durante la settimana, e che in breve lasciava spazio al calore del fuoco, della luce e delle chiacchiere di una grande famiglia riunita.

La strada propriamente detta non arrivava davanti alla porta di ingresso, ma si fermava sopra il monte; poi c’era una discesa molto ripida che spesso affrontavamo a piedi, perché risalire la sera era difficile.

Alla base della discesa si presentava un bel giardinetto, molto curato, con l’erba rasata e le aiuole fiorite; la facciata della casa era da cartolina, con i vasi di gerani alle finestre e i vetri lucenti.

Però questa non era la nostra casa, no!

Lì ci abitava Nico, una sorta di maniaco ossessivo compulsivo dell’ordine e della simmetria.

Per arrivare alla nostra casa, che era costruita a ridosso, bisognava percorrere un tornante in discesa, costeggiato da rovi, dove si potevano cogliere le more.

Negli anni molte migliorie sono state apportate all’edificio ma alle prime visite si presentava come uno scenario da film di paura.

L’abitazione vera e propria constava essenzialmente di una grande cucina; il resto era inagibile, a partire dalla stanza adiacente, che chiamavamo ‘La stanza che balla’ per il pavimento malfermo. Ai piani superiori le camere.

La casa era priva di servizi igienici; il bagno era stato ricavato in una gabbia di legno alloggiata nel fienile, all’esterno.

I bambini erano autorizzati ad usare il vaso da notte, proprio come una volta.

Era uno spettacolo strano per noi abituati ai comodi water di città sentire la pipì accumularsi dentro un recipiente e vederla rimanere contenuta lì.

La cucina aveva un acquaio di marmo, non un pratico lavello inox a due vasche; non c’era l’acqua calda.

Per lavare i piatti dove tutta la compagnia mangiava serviva una task force: chi riscaldava l’acqua, chi passava le stoviglie con la spugna, chi risciacquava, chi asciugava.

Tra la preparazione dei pasti e la sistemazione si trascorrevano le ore, conversando amabilmente.

Di pertinenza alla casa vi era un bosco, per raggiungerlo una discesa erbosa; a me piaceva lasciarmi rotolare lungo il pendio fino a fermarmi nel prato sottostante.

Lì mi divertivo a cercare quadrifogli, inghirlandare prataiole, soffiare i soffioni, i fiori del tarassaco (meglio conosciuto in zona come pissacan) essiccati.

Addentrarmi nel bosco invece non mi piaceva, serpeggiava il terrore di incontrare le vipere.

Davanti a casa c’era uno spiazzo dove noi bambini giocavamo sul dondolo o sulle altalene mentre attendevamo che fosse pronto il pranzo.

Una voce fissa del menù era la polenta, preparata dentro un paiolo di rame proprio come prevede la ricetta originale.

Spesso dopo pranzo usavamo il cordone che chiudeva un cabaret di paste o una focaccia: lo si annodava per formare una curva chiusa e poi lo si avvolgeva tendendolo tra i dorsi delle mani, con i dovuti giri attorno ai palmi; a turno lo si pizzicava tra il pollice e l’indice, oppure lo si sollevava con i mignoli, secondo uno schema ben preciso che conoscevamo. Ad ogni passaggio la corda assumeva una forma diversa, da riprendere per formare la tessitura successiva, fino a ridurre il tutto ad una matassa indistricabile.

Il giorno in cui la gita si colorava delle tinte più intense era il giorno di Pasquetta: prima dipingevamo le uova sode, poi gli adulti andavano a nasconderle nel campo, e qua e là spargevano anche piccoli ovetti di cioccolata. Quindi era pronta la caccia al tesoro.

Credo che il divertimento fosse equamente distribuiti tra grandi e piccini, tra chi nasconde e chi cerca.

La sera rientravamo in città: sudati, impolverati e con un odor di focolare addosso. Ma felici.

Il rientro era arduo perché bisognava ritornare a piedi in sommità, dove avevamo lasciato le auto parcheggiate.

Nel giro di qualche anno il tratto finale era stato asfaltato, permettendoci di arrivare in auto fin davanti alla soglia di casa; eravamo talmente poco avvezzi a tale comodità che ci si scordava di sbloccare il freno a mano.

Appena risalivamo in auto la stanchezza si impossessava di me; ma dovevo farvi fronte perché mia nonna insisteva che non potevamo addormentarci.

Per tenerci svegli ripeteva che saremmo passati vicini al luna park, e avremmo visto le giostre.

Peccato che il luna park a Vicenza si tenga per un paio di settimane l’anno; così avevo imparato a rimanere sveglia per vedere le meretrici al lavoro.

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