Parole di Vicenza (e dintorni): scarpìa

“Chiudete le finestre perché tra poco passano da fuori a levare le scarpìe” ci viene raccomandato in ufficio.

“Eh?”

Il mio collega non ha colto, vuoi perché straniero vuoi perché un po’ sordo.

Ma anche in Italia, anche chi ci sente benissimo, lo sanno tutti di cosa si parla?

Io sono abituata a ripetere le frasi che non capisce, lui al mio fianco e l’altro di fronte a me spesso si parlano in diagonale, senza intendersi, e a me riesce naturale aiutarli a comprendersi, ripetendo le frasi e suggerendone il senso.

Come la scorsa settimana di ritorno dalla vacanza: all’imbarco in aeroporto la donna davanti a me protestava perché le avevano consegnato dei biglietti intestati ad altri nomi, ma quelli del check in non la capivano.

Io non capivo cosa non capivano, fino a che le hanno chiesto ‘speak English?’ e quella è ammutolita. Allora hanno rivolto a me la stessa domanda e poi mi hanno chiesto ‘translate?’.

Ma dicevo: scarpìa.

Alle elementari il maestro ci aveva fatto imparare una filastrocca in dialetto il cui verso conclusivo declamava che qualche parola è più dolce ‘de un baso’: la potenza dell’idioma regionale, alcune parole sono molto più evocative in dialetto che in italiano, ci sono parole più dolci dei baci.

Il maestro ci aveva portato l’esempio di carega, la sedia, cugina della famigerata cadrega con cui Giovanni e Giacomo tentano di smascherare i natali di Aldo.

Anche scarpìa a mio giudizio è un termine più suggestivo dell’omologa ragnatela.

Con una piccola ricerca ho scoperto che ha un etimo aulico, addirittura latino: deriva da carpire, prendere.

La scarpìa infatti non è la semplice ragnatela, quel capolavoro geometrico che il ragno alla mosca gli fa tze-tze.

La scarpìa ha origine da una ragnatela, si trasforma in scarpìa quando il ragno se ne va di casa e non paga più l’IMU: quel filamento appiccicoso e spiralidoso resta lì, a catturare (carpire appunto) la polvere.

I fiocchi di polvere, che dalle mie parti chiamiamo gati (gatti) rimangono intrappolati nella tela, e formano delle specie di tendìne: ecco che cosa è la scarpìa.

Di fatto la ragnatela è più nobile, ma la scarpìa assomiglia quasi ad una creatura mitologica, pur essendo una schifezza a tutti gli effetti.

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