Buona la prima

La sera del compleanno di Viola siamo andati al luna park; mentre le bambine giravano sulla giostra mi sono scattata un selfie.

Osservo il mio viso imperfetto: manca il sorriso, la presa evidenzia il mio naso sgraziato. Ne scatto un altro: qui si notano le rughe, un foruncolo, l’asimmetria tra gli occhi. Un altro: oddio si vede la ricrescita dei capelli. Uno nuovo: ma quanto sto invecchiando? Basta selfies, metto via lo smartphone.

Mentre attendo che il giro della giostra termini vedo avvicinarsi una donna. La mia attenzione viene catturata da distante, un’aura di splendore la circonda.

Indossa con un abito interamente ricoperto di paillettes, argento e oro su base nera. Anche i sandali sono color oro, un modello chanel con un po’ di tacco; incede con eleganza.

I capelli elegantemente raccolti in una coda che attraversa uno chignon ben pettinato. Il make up segnato, con lunghissime ciglia e una spessa riga di eye-liner precisa, che rende il suo sguardo magnetico.

Mi sento inadeguata, di un’ordinarietà quasi avvilente: dovrei dedicare anche io un po’ più di cura al trucco, appena accennato, ai capelli ancora umidi acciambellati dentro una comune pinza. Canotta e shorts mi sembrano già eleganza, per il semplice fatto che la canotta ha un ornamento.

Il tacco solo in occasioni speciali.

La donna ormai mi è davanti, continuo ad osservarla, impossibile staccarle gli occhi di dosso. Ha la mia età, forse di meno, forse di più: è indefinibile. La pelle liscia, di un colore omogeneo, un incarnato perfetto sul suo volto luminoso.

Quando mi è a un metro di distanza per poco non faccio un balzo all’indietro: al posto delle labbra sembra avere due tubetti di burro cacao, le manca solo il motorino envirude.

Mi ricorda quelle caricature che staccavo dal tele7, il giornalino dei palinsesti televisivi, per appenderle al mio guardaroba: visi deformati dal tratto satirico di un vignettista.

È un mostro, o peggio, si è resa un mostro: mi chiedo come fosse prima dell’intervento, quale difetto, reale o immaginario, l’abbia spinta a trasformarsi, deliberatamente, in un’oscenità.

Riprendo i miei selfies: buona la prima.

Questo non significa non avere cura di sè ma … est modus in rebus.

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Thassos 2018 – Pillole di vacanza (parte I)

Un viaggio lungo lungo, fatto di aria, di terra e di mare.

La domanda ritmica, a cadenza regolare, dai sedili posteriori, inizia la sua mitraglietta a 3 km dalla partenza da casa: ma quanto manca?

La risposta arriva per tappe: mezz’ora a qua, un’ora a là.

Totale tra andare e sostare, oltre 12 ore.

Il fatto di salire in nave (traghetto per l’esattezza) è una novità per Viola che in quattro anni di vita aerei ne ha presi molti ma di barche ricorda solo quella che papà guidava e io andavo giù dallo scivolo.

Dopo un attimo di smarrimento un flashback rivelatore: il pattìno noleggiato nella vacanza dello scorso anno.

No Viola, una barca più grande, una barca che ci si carica l’auto.

La parte meravigliosa dell’attraversata sono i gabbiani: sfruttano la scia e rimangono in stallo, con le ali spiegate, sopra di noi, ad attendere che i turisti generosi protendano biscotti. Ogni tanto le loro ali si intrecciano, e si bisticciano un po’ coi becchi. Ogni tanto scendono per afferrare il bottino.

Dal traghetto scende una tizia con un paio di pantofole bianche di pelo che non oso immaginare come indossarle con le temperature estive; cerco di seguirle con l’occhio ma lasciano libera la visuale su un prete ortodosso super tecnologico con tanto di auricolare Bluetooth.

La meta è l’isola di Thassos, all’estremo oriente ellenico; ci ero venuta 7 lustri fa, con la famiglia, tutto il viaggio in auto, per tappe, attraversando quella che allora si chiamava Jugoslavia. La sera precedente all’ultima tappa ricordo i miei tutti eccitati per aver scoperto una nuova strada, appena tratteggiata sulla mappa. Nuova, proprio nuova, talmente nuova che era ancora da costruire.

Deve essere il tratto che abbiamo percorso una volta atterrati a Salonicco, circa 200 km; ad oggi si snodano interamente nel nulla, ma su un manto asfaltato. Allora, oltre le curve e i saliscendi c’era il manto dissestato, e in auto mancava l’aria condizionata.

Il prodotto di quel viaggio sotto il sole agostano era stato un mio malessere, rivelato a suon di conati finiti in mare direttamente dalla banchina su cui attracca il traghetto.

“Dai mamma raccontaci ancora che hai gomitato in mare”: è diventata la fiaba della buonanotte.

Altro che bambine ribelli!

I ritmi in vacanza sono completamente rivisitati: l’occupazione si articola tra scelta della spiaggia, scelta del posto dove cenare, scelta del libro da leggere.

La vita da spiaggia lascia titubanti le mie figlie, in particolare Viola che trova i lettini piuttosto difettosi: se ti metti in piedi su un lato si ribaltano.

E poi i piedi, da risciacquare a riva che poi si insabbiano sulla via del ritorno all’ombrellone, e allora torna in acqua e avanti così finché un genitore impietosito se la porta in braccio.

La vacanza è un momento di distacco dal quotidiano, dai ritmi, dalle abitudini; ci si riposa, si sta indubbiamente bene ma qualche piccolo dettaglio necessariamente manca: tra quelli che si rivelano piuttosto in fretta è l’espresso, il comunissimo caffè italiano; ho rinunciato a ordinare caffè dopo il secondo intruglio che sembrava rimestatura di fondi.

Il massimo livello di caffeina proviene da uno sbatacchiamento di nescafè, zucchero e ghiaccio che chiamano caffè frappé.

Sono dell’idea che in ogni posto bisogna adattarsi al cibo locale, ho persino osato un pyta gyros, un panino ripieno di tutto, tanto rinomato quanto banco di prova per stomaci forti.

Assenti quasi completamente gli italiani, il che significa niente mezze conversazioni captate sotto gli ombrelloni attorno a cui ricamare la rimanente metà con la fantasia.

L’arte del ricamo viene così sostituita dall’osservazione: di una tizia che rimane con le braccia sollevate in piedi a riva per donare uguale tintarella alle ascelle ed al resto del corpo; di una tizia che ha un enorme tigre tatuata tra il costato e il ginocchio, ma ne copre alcuni cm centrali con un costume che le fascia i fianchi; di un bimbo col visino molto dolce, che Viola pretende sia una femmina, fino ad arrabbiarsi, ma è inequivocabilmente un maschietto, lo si vede ad occhio nudo (nudo è il bimbo, prima ancora dell’occhio!).

A rimanermi più impresso di tutti è un uomo, un ultra ottuagenario: in un ristorante che abbiamo scelto una sera facevano musica; genere locale, dal vivo, la gente ballava in gruppo, abbracciati l’un l’altro in un cerchio aperto.

E lui ballava, teneva il ritmo, incrociava le gambe, cambiava direzione, seguiva il tempo: indossava una camicia azzurra, come un autista di un pullman di linea; le maniche rimboccate, le bretelle sulle spalle che reggevano i calzoni da cui spuntava un mazzo di chiavi: più che tranviere, custode di palazzo?

La statura minuta, le anche larghe, la testa canuta: ad ogni nuovo pezzo cambiava movimenti, infaticabile.

Mentre lui ballava, e non ha smesso per tutta la durata della nostra cena, un uomo molto più giovane ma decisamente meno aitante, riprendeva la scena. A vederlo da dove sedevo io pareva fissasse una sigaretta elettronica mantenuta a circa 50 cm dal naso, invece era uno smartphone.

Strano modo di fumare, avevo pensato in primis, ma anche riguardarsi due ore di sirtaki non mi sembra sensato.

Quando ho preparato le valigie avevo le gocce di sudore che colavano: aprire il cassetto delle magliette pesanti mi ha provocato orrore, ho infilato solo un capo per sicurezza, ad occhi chiusi… e per fortuna, perché qui, soprattutto la sera, è parecchio fresco!

L’appartamento che abbiamo affittato è spazioso e moderno, ma poco adatto a preparare anche una semplice pastasciutta: già al primo giorno ho fuso uno dei contenitori semplicemente appoggiandolo sul fuoco appena spento del fornello in vetro ceramica.

Thassos la verde, spostandosi tra le spiaggie il panorama è costante: colline verdi e mare; capre, cavalli e tanta polvere; la sera che siamo risaliti dalla cava di marmo avevomo l’auto che emanava spruzzi simili al borotalco ad ogni chiusura di portiera.

La sera dopo aver cenato i ristoranti propongono un omaggio: un ouzo o un po’ di frutta, in genere. In uno ci siamo visti servire quattro mini gelati, tipo magnum in scala ridotta. Viola ha subito scelto quello ricoperto di nero; abbiamo proposto a Sofia di scegliere prima di servircene.

No, grazie. Rifiuta.

Dai Sofia non lo vuoi? È un gelato, prendilo.

No grazie.

Insistiamo ma niente, non lo vuole.

Ci serviamo e ne lasciamo uno sul piatto, il suo.

Il gelatino è proprio buono, Sofia assaggialo.

Prima ancora che lei potesse rifiutare nuovamente interviene Viola, che ha ormai terminato il suo, ancora poca polpa attorno allo stecchino.

NON LO VUOLEEEE ribadisce in soccorso della sorella, e per sicurezza agguanta il gelato residuo, prima che Sofia possa cambiare idea.