Aggiungi un posto (a tavola) che c’è un amico in più

I segnali premonitori, bisogna saperli cogliere.

Una sbarra del telepass che non si alza, è un avvertimento: ricordati che il tuo percorso si interrompe, ogni tanto.

Ricordati che il tuo tragitto non si snoda su una linea retta, infinita, uniforme; è piuttosto un susseguirsi di segmenti, una spezzata, contorta, un viluppo.

Imbocchi il casello di uscita e vedi che non si alza: immagini un ritardo nei riflessi, i suoi; realizzi che i riflessi pronti spettano a te, cali il piede destro sul pedale centrale, dapprima con fare leggero, poi man mano che la distanza tra te e la sbarra si riduce, in maniera sempre più convinta.

L’auto si reinventa Karolina Kostner, inizia a pattinare, si aspetta un partner collaborativo; quando l’impatto si rivela inevitabile la sbarra si dimostra invece barbiere di Siviglia, e pettina dolcemente il parabrezza.

Una settimana più tardi, altro casello, altra direzione, ingresso stavolta, lo scenario si ripete.

Ho il telepass scarico? No: ad avere problemi è il mio predecessore, anzi sta tre auto avanti. Cerca di produrre il biglietto per l’ingresso, schiaccia qua e schiaccia là, ma la fila è sempre ferma.

Ovviamente la fila parallela procede indisturbata, Murphy ha provato spesso a spiegarlo; non hanno ancora inventato un rilevatore di possessori di telepass a distanza.

Dopo 5 minuti di paziente attesa inizio a valutare una retromarcia, e scopro che dietro di me hanno calato la sbarra di sicurezza: sono in trappola, non mi resta che aspettare.

Se per il primo della fila nutrivo poca stima, al secondo che non riesce a produrre il biglietto mi ricredo; al terzo, più vicino e quindi più visibile, ben 20 minuti dopo, ho invertito completamente la mia visione: il problema è la sbarra, non i guidatori.

Finalmente l’ectoplasma dell’omino ANAS arriva e pure io, che non ho bisogno di biglietto, entro.

Al momento dell’uscita, memore dell’esibizione artistica della settimana precedente, mi pongo il dubbio che il rifiuto a sollevarsi si ripeta: e infatti.

Freno per tempo, scendo, citofono all’omologo ectoplasma del casello di ingresso, dichiaro ad alta voce il punto di partenza.

Una sbarra che non si alza, è una richiesta di amicizia.

Il mio rapporto con le sbarre si è evoluto: ogni giorno attendo l’appuntamento, so che mi riservano sorprese, potremmo salutarci al volo o anche abbracciarci.

Potrebbero offrirmi 20 minuti di relax, una conversazione con un citofono, il brivido dell’impatto e poi no.

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