Colazione in America

Ci sono azioni che costano fatica, che interrompono l’inerzia di uno stato gradevole: alzarsi al suono della sveglia quando fuori è ancora buio, uscire dal tepore del piumone, affrontare l’impatto con il freddo pungente dell’aria invernale.

Mi capita di ascoltare alla radio i Supertramp, Breakfast in America o The logical song. Sono trascorsi parecchi anni da quando erano brani in auge: sono inossidabili.

Avevo una musicassetta con tutti i loro successi e risiedeva nel walkman che a sua volta risiedeva nella tascona frontale del mio montgomery a righe.

Pieni anni ‘90: inforcavo la bicicletta alle ore 7.00 per raggiungere la stazione ferroviaria e prendere il locale delle 7.28 per Padova, ferma a Lerino – Grisignano – Mestrino. Super affollato ma mi dava qualche minuto di anticipo sul regionale delle 7.50, che ferma solo a Grisignano.

Qualche minuto prezioso per guadagnare un posto a sedere a lezione, un pezzo di sedia e di banco da cui sperare di carpire qualche passaggio chiave delle dimostrazioni dei teoremi.

Per cinque anni, da ottobre a maggio, escluso febbraio, tutti i giorni: vita da pendolare.

Col freddo, col buio, anche con la pioggia e la neve: inforcavo la bici e via,

“When I was young, it seemed that life was so wonderful

A miracle, oh it was beautiful, magical”

e pedalavo, con l’aria fredda che si infilava tra gli alamari di quel bel montgomery a rigone verdi e azzurre.

“please tell me what we’ve learned

I know it sounds absurd

Please tell me who I am”

Canzone altroché profetica, forse per quello la ascoltavo con interesse.

Qualche mattina alzarsi era dura, raggiungere Padova era dura; preparare gli esami era impegnativo, richiedeva uno sforzo costante di concentrazione, ragionamento, memoria.

Più studiavo e più i dubbi crescevano: avrò capito correttamente? Mi ricordo quel passaggio? Per sfociare in un disperato ‘Non so nulla’.

La laurea poi è arrivata, e anche se non ho intrapreso una professione direttamente collegata al percorso di studi seguito, la laurea, quella laurea, resta mia: la mia laurea.

Non intendo il pezzo di carta, che non so nemmeno dove ho messo, intendo il raggiungimento di un obiettivo.

Ho imparato che conseguire gli obiettivi richiede impegno e sacrificio, ho imparato a ragionare quando non so su che specchio arrampicarmi, ho imparato a mettermi davanti ad un argomento nuovo, qualsiasi argomento, e lasciarmi avvolgere.

Questa mattina ho dovuto alzarmi presto per alcune commissioni da fare prima del risveglio del resto della famiglia; non sono uscita in bicicletta ma sono uscita quando ancora molti dormivano, dai bar vuoti arrivavano le luci fioche che invitavano gli avventori per un caffè.

Il cielo azzurro per pochi istanti ha assunto delle striature rosa che facevano da sfondo ai rami spogli.

Ecco, diciamo che io stamattina avrei volentieri dormito un’ora in più, ma mi sarei persa lo spettacolo.

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