A quel paese 

Un tornado mi ci ha condotta: un ciclone di eventi della vita, una spirale dalla forza crescente che ha stravolto la mia routine.

Fino ad appena 5 anni fa di questo comune a cinque miglia dalla mia città conoscevo solo la pizzeria, quella che adesso nemmeno si trova più lì.

Mi era capitato di venirci alcune volte per mangiare, per il resto lo confondevo con quello situato dal lato opposto lungo la statale che conduce a nord-est.

Per me, nata e cresciuta in una città che già di per sè metropoli non é, i comuni della prima fascia urbana avevano tutti lo stesso sapore: quello del contesto sub-urbano, dei quartieri residenziali, del casolino.

Erano già una decina di anni che non abitavo più fisicamente in città, ma il luogo che avevo stabilito come residenza non era il posto in cui vivevo: per me il punto di ritorno era sempre là, dove ero nata e cresciuta.

Ci andavo quasi tutti i giorni: a trovare i miei genitori, a salutare la nonna, dopo il lavoro.

Poi una nuvola all’orizzonte: la salute della nonna ormai 90enne ha iniziato a vacillare, e in poco tempo si è spenta.

Succede, è nell’ordine naturale degli eventi.

Subito dopo anche la salute dei miei genitori ha iniziato a vacillare, quasi contemporaneamente per i due. I miei spostamenti da casa (dove abitavo) verso casa (natale) si sono infittiti, è come se io in quel periodo avessi avuto due dimore, quella di residenza e quella natìa.

Poi un fuoco d’artificio: la dipartita di papà, la nascita di Sofia e subito dopo l’addio a mamma. E nello stesso periodo la perdita del lavoro, la ricerca strenua di uno nuovo, un ulteriore cambiamento professionale frutto di una precisa scelta. In mezzo a questi eventi anche l’alluvione che dalla casa natale si è portata via tutto; quindi il trasloco di nuovo in città, di nuovo a casa dei miei.

Forse in poche righe sembra tutto più semplice, più compatto, più veloce, ma per me è stato come essere travolta da un ciclone.

Nella lista delle cause di stress lutti, traslochi, nascita dei figli, perdita del lavoro occupano posizioni importanti: io le ho vissute tutte insieme, un en-plein, la tombola delle fatiche della vita.

Per ragioni pratiche decidiamo di trasferirci in uno di quei paesi che non avevo mai considerato.

Non sono pervenuta qui con un atterraggio di quelli che meritano gli applausi dei passeggeri sui charter, ma ci sono stata catapultata, sparata.

Così il mio arrivo in un paese a me nuovo, dove tutti si conoscono da 7 generazioni e dove io non conosco nessuno. Sono stordita dagli eventi precedenti, non so bene chi sono, dove vado, cosa faccio.

Il paese è un piccolo centro abitato, un comune a pochi chilometri dal capoluogo, dove tutto è a portata: il mini market essenziale ma fornito come un ipermercato, le scuole dell’infanzia e dell’obbligo, la gelateria (esercizio commerciale fondamentale nella mia ottica), il municipio.

La mia conoscenza della geografia locale inizia con il jogging mattutino attraverso i quartieri residenziali, ordinatissimi, quasi pettinati e lungo l’argine del fiume.

Iscrivo Sofia alla scuola materna, un po’ alla volta i volti degli altri genitori mi rimangono impressi, mi ritornano familiari.

La pro-loco organizza numerosi eventi: il palio delle contrade, la festa della befana, la sfilata delle maschere a carnevale, la dolce questua di Halloween.

Gli abitanti della via istituiscono la cena annuale prendendo spunto dalla data che alla via dà il nome, e diventa una bella festa, un appuntamento fisso di inizio estate.

Il mercato rionale da cui mi rifornisco di frutta e verdura mi attende ogni sabato e sa già cosa comprerò; il camioncino del pesce il giovedì sera si ricorda che io non prendo il fritto ma il fresco; tante persone che iniziano a diventare volti noti, persone che mi conoscono e mi salutano, appuntamenti che si ripetono.

A poco a poco scopro che alcuni abitanti del posto sono arrivati solo pochi anni prima di me: riscopro vecchie conoscenze dai tempi dell’asilo o dal primo posto di lavoro.

Nel giro di pochi anni, pur essendo sempre straniera, mi ritrovo a non sentire più quella forza centripeta che la città esercitava su di me, e mi ritrovo qui, a quel paese che mi contiene come una guaina modellante, che a volte lo sento stretto ma mi dà delle certezze, mi fa sentire parte di un sistema, mi regala un po’ di stabilità, mi fa sentire di nuovo a casa mia.

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Stephen King in On Writing suggerisce di scrivere con la porta chiusa e rileggere con la porta aperta: grazie al tema #paeseditutti proposto da #aedidigitali per questa settimana sono riuscita, dopo un anno di incubazione, a chiudere la porta e sviluppare questo.