Il grande Cocomero

Ogni tanto faccio le scoperte dell’acqua calda. Anche Cristoforo Colombo ha scoperto l’America e questa stava lì già da un pezzo.

Io ad esempio ho scoperto, dopo anni di frequentazione di un locale, che il proprietario e una delle ragazze che servono ai tavoli sono i genitori della piccola Elena; cioè chi fosse la madre lo avevo capito bene, mater semper certa, ma il padre è stata una rivelazione tardiva.

Un’altra volta ero a cena con alcune amiche in un disco-ristorante che aveva come ospite il dj Albertino: alla faccia come somiglia a Linus, considero.

Bella forza, sono fratelli, è scritto su Wikipedia, mica un segreto di stato.

Adesso scopro che il grande Cocomero non è il titolo di un film; o meglio: il film ha preso spunto dal mito del grande Cocomero dei Peanuts, un personaggio immaginario che nella notte di Halloween sorge nell’orto di cocomeri che giudica più sincero e porta i regali ai bambini di tutto il mondo.

Che poi nella versione originale non sono cocomeri ma zucche, ma che ne sapevamo noi italiani delle zucche e di Halloween al tempo in cui sono state disegnate le strisce dei Bagigi?

Italiani pizza spaghetti mandolino e una cucurbitacea vale l’altra!

Halloween è il periodo dell’anno in cui torna l’ora solare, le giornate si accorciano terribilmente. È un caposaldo nel ciclo dell’anno e nell’avvicendarsi delle stagioni, e come tale merita di essere celebrato; chi sceglie il Capodanno, chi il primo giorno di primavera, chi l’inizio dell’anno scolastico.

Linus ha scelto Halloween: si piazza nell’orto confidando che sia il più sincero e attende Lui. Immancabilmente rimane deluso.

Certo che a stilare la graduatoria degli orti, o delle zucche, o dei cocomeri sinceri ci vuole fantasia.

Ma è solo un pretesto, come il lunedì per la dieta, o settembre per la palestra.

Io ad esempio ogni giorno quando faccio rientro dal lavoro e vado a riprendere le bimbe mi attendo di trovarle festose, serene, tranquille.

A modo loro lo sono, ma dopo tre minuti delle loro guerriglie, dei loro dispetti, dei loro strilli mi rendo conto che anche per quella sera il grande Cocomero ha scelto un orto più sincero del mio.

#aedidigitali

#ilgrandecocomero

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Fai uno squillo quando arrivi

Se il nome che l’autrice del libro, Stella Pulpo, ha dato al suo blog è ‘Memorie di una vagina’ non avrei dovuto aspettarmi di più, ma io sono fiduciosa e concedo il beneficio del dubbio un po’ a tutti.

Il romanzo racconta di Nina, pugliese trapiantata a Milano, con un ex fidanzato ingombrante.

Alessandro, questo il nome dell’ex, si cala una droga che gli cancella la memoria, proprio nel periodo in cui lei rientra a Taranto per le ferie estive.

Da qui lo spunto per un revival dei tempi passati, sia in termini di vicende personali che come contesto storico.

Brillante come idea, ma assolutamente mal dipanata.

Il racconto indugia eccessivamente sull’uso di sostanze stupefacenti, non come denuncia, ma come abitudine normale. Ad ogni altra pagina la descrizione delle caratteristiche organolettiche e sensazionali dei vari tipi di cannabis in circolazione.

Questo per le pagine dispari; le pagine pari invece occupate dai racconti degli incontri ravvicinati con l’uomo del capitolo, con terminologie che non leggevo stampate dall’ultima copia di Cioè che ho comperato, nel lontano 1987 e forse prima.

Apprezzabili le descrizioni di Taranto e dintorni, del calore della terra pugliese, del rammarico comprensibile di chi è costretto ad abbandonare un contesto naturale meraviglioso per trasferirsi per il lavoro in pianura padana, peggio di tutto a Milano. Lasciare gli affetti, gli amici, le abitudini per ricominciare tutto da capo.

Lodevole anche il focus sul problema Ilva, sul chi resta e non ha alternativa, sull’accettazione forzata di un insalubre posto di lavoro.

Molto simile a Da domani mi alzo presto, ma in versione a tinte forti, e per giunta privo di lieto fine.

Scrittura fluente che mi ha permesso di arrivare all’ultima pagina, nonostante avessi la sensazione di sprecare il mio tempo mentre leggevo.

AlLioy

Ho frequentato il liceo scientifico della mia città, il L.S. Statale Paolo Lioy.
Noto a molti come iLLLLioy.

Il naturalista vicentino che ha dato il nome all’istituto aveva questo cognome che inizia per L.
Il Liceo Lioy, una sovrabbondanza di L che qualcuno storpiava in Lì o Lì, tanto per dare l’idea delle alternative che offre.

All’inizio lo confondevo con il Lloyd, famoso istituto bancario, o con l’Henry Lloyd, il giubbotto che andava di moda in quegli anni.
Altre cose.

Illllioy (la L può indifferentemente leggersi com prolungamento dell’articolo Il o come iniziale appesantita del nome) si trova in pieno centro storico a Vicenza, a fianco del cugino Liceo Classico Pigafetta, che gli studenti spesso storpiavano in figa-petta.

Esiste un altro liceo scientifico a Vicenza, molto più moderno, il Liceo Quadri, nella zona est della città.
Il Lioy invece era (è?) una specie di museo, non tanto per l’edificio, in buono stato di conservazione, ma per il corpo docente attempato e soprattutto per una certa mentalità rigida che vige(va?).

Il primo incontro dei professori del Lioy è avvenuto una mattina di settembre, prima che iniziasse la scuola. Ero andata nella sede centrale dell’istituto per vedere la formazione delle classi e raccogliere la lista dei libri di testo; davanti al piazzale antistante l’ingresso, sulla via di transito che conduce dritta al corso principale, una scritta a caratteri cubitali, fatta con la stessa sostanza con cui si tracciano le strisce pedonali: TAVERNA ROJA.

Meditavo sui locali della zona: vero che avevo appena 14 anni e non li conoscevo tutti, ma a mio sapere lì intorno c’era la Cantinassa, una paninoteca sotterranea del centro. Potevano averla rinominata in taverna? sì ci stava! potevano definirla Roja anche solo a scopo pubblicitario? un po’ azzardato ma ci stava.

(* Roja è la scrofa, femmina del maiale).

Invece no, non era il pub ad essere reclamizzato, ma qualche studente poco soddisfatto dell’esito degli esami di riparazione si era vendicato.

Sopra la scritta passeggiava avanti e indietro un donnone di forma piramidale, che a gran voce chiedeva l’intervento dell’ufficio igiene e della polizia municipale: la professoressa Taverna.

Oltre a lei al Lioy insegnava tale professoressa Righetto, titolare della cattedra di francese, nota anche alle classi anglofone per quella sua pettinatura molto barocca, fatta di lunghissimi capelli raccolti in torrioni svettanti sopra il capo, sostenuti da trecce e fermagli, che rimanevano in bilico durante le sue lezioni, e credo che una parte della sua severità dipendesse anche dallo sforzo di reggere quell’impalcatura.

Tra gli insegnanti del mio corso posso citare il famigerato Chiantella, storia e filosofia, l’unico sulla faccia della terra che interrogava con il libro aperto. Il suo mito era l’Europa unita, e solo di quella ci parlava. Per lui tutti i concetti fondamentali avevano la maiuscola. Ma come lo diceva lui sembrava che avessero la A maiuscola: quindi passi per l’Amore con la A maiuscola, ma quando parlava della conoscenza con la (A) maiuscola scoppiavamo tutti in risatine.

Dell’Andreoli e dei suoi consigli a praticare training autogeno ho già avuto modo di raccontare.

L’edificio dell’istituto era troppo piccolo per ospitare tutte le classi, quindi il biennio veniva disperso nelle sedi staccate: la scuola media di contrà Riale, l’istituto delle suore Canossiane, la scuola elementare di piazzale Giusti, la palestra dei padri Filippini.

A volte era necessario recarsi presso la sede centrale, così parte delle ore di lezione veniva impiegata per gli spostamenti.

Il triennio era ospitato per intero nella sede dell’istituto, nella centralissima piazza San Lorenzo; le classi terminavano le lezioni tra le 12 e le 13, e nel piazzale antistante, dove la scritta ‘Taverna Roja’ ha campeggiato sbiadita per anni, si formavano dei capannelli, popolati anche dai ‘cugini’ del Pigafetta e da amici provenienti da altri istituti. Il sabato in particolare era il giorno più festoso, era tutto un organizzazione di ritrovi pomeridiani, serali e domenicali.

Il ricordo migliore di quegli anni è legato a colui che ha coordinato tutta la classe per la durata del triennio: il prof. Pontarin, insegnante di italiano. Gli piaceva tenere lezioni intense, svincolarsi dai libri di testo, raccontare la letteratura a modo suo.

Insisteva molto sull’importanza dell’incipit di un tema, quella che ho scoperto poi chiamarsi Captio Benevolentiae.

“Sin dai tempi più antichi l’uomo…”: ma cosa ne sai tu dei tempi più antichi? c’eri?

Oppure “apro il mio vocabolario alla parola xxxx” (sostituire xxxx con il termine chiave della traccia): ma perché devi aprire il vocabolario? chiedeva.

Adesso ogni volta che leggo i post che iniziano citando Wikipedia mi viene in mente lui.

“In quanto” non si dice, ripeteva allo sfinimento: “in quanto” significa PERCHE’; scrivi PERCHE’.

Quando si usciva interrogati, se si iniziava a rispondere con un “Allora…” ti bloccava subito: allora è conclusivo, non può iniziare un discorso. Il malcapitato ripartiva con “Dunque” per essere subito interrotto: anche dunque è conclusivo.

Così toccava censurare tutta la prima parte di riscaldamento del discorso per poter iniziare a rispondere ai suoi quesiti.

Sarei curiosa di ascoltare i suoi commenti sarcastici di fronte al dilagare di locuzioni come ‘piuttosto che’ usato per continuare un elenco e di ‘quant’altro’ per concluderlo.

Pontarin faceva una cosa che oggi sembra inammissibile anche per il secolo scorso, eppure era così: fumava in classe. Ovvero entrava in classe con la sigaretta accesa, attraversava l’aula e si dirigeva verso la finestra, la apriva e terminava la sua cicca. Poi andava a sedersi in cattedra ed iniziava la lezione.

Robe del paleolitico, invece erano gli anni ’90.

A lui devo parecchie incazzature, per avermi spronata a dare il massimo anche quando sarebbe bastato uno sforzo inferiore per conseguire risultati comunque sufficienti.

Col senno di poi gli riconosco il merito di avermi svelato che lo stesso rigore che mi faceva prediligere le discipline scientifiche può essere applicato, con soddisfazione, anche a quelle umanistiche.

Oggetti smarriti

O sono fortunata o faccio selezione alla fonte, di fatto non sono vittima di nessuna chat diabolica in cui arrivano pletore di messaggi privi di interesse.

Ne arrivano sì ma in numero modesto.

Così ogni tanto mi collego a qualche gruppo di mia spontanea volontà.

Anni fa seguivo uno dei tanti gruppi fb di auto-aiuto per mamme, quelli che il Signor Distruggere prende di mira.

Si trattava per la maggior parte dei post di questioni inerenti la maternità, e tra mille di scarso interesse ogni tanto ne usciva uno di utile.

Uno su mille ce la fa.

Ad esempio ho scoperto procedure abbreviate per le pratiche inps o sanitarie.

Molti post erano banali, altri erano frivoli ma simpatici: ce ne era un po’ per tutti i gusti.

È stato in quel periodo che ho scoperto l’esistenza dei sequeri.

Io ero rimasta al vecchio detto popolare che recita

Ciò che man non prende / Canton di casa rende

Ovvero se non è passato un ladro per casa, se hai perso qualcosa prima o poi lo ritroverai.

Già ci era arrivato Lucrezio che col suo

Ex nihilo nihil fit

aveva anticipato di secoli la legge di conservazione della massa di Lavoisier

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma

Si, ma dove sono finiti (scegliere a piacere tra i calzini, le chiavi, il telecomando, la bolletta della luce… )?

È qui che la scienza lascia spazio al paranormale e si quaeris miracula ovvero se desideri un miracolo, poi storpiato in sequeri, fatti aiutare da Sant’Antonio.

Esiste una formulazione dotta di una litania tutta in latino per invocare il santo padovano che andrebbe ripetuta 13 volte, la cosiddetta tredicina, al termine delle quali l’oggetto smarrito verrebbe rinvenuto.

Io mi sono accontentata di imparare la dicitura popolare

“Sant’Antonio dalla barba bianca

Fammi trovare il (calzino, mazzo di chiavi, portafoglio…) che manca”.

Pare incredibile ma cercando e ripetendo il mantra… l’oggetto si trova.

Fondamentale è cercare attivamente il pezzo, poi ‘sta filastrocca aiuta a mantenere la calma, più che altro.

La uso tantissimo con le bambine che quando perdono qualcosa vanno in panico e iniziano a frignare.

Allora intervengo io che recitando i sequeri e alzando un cuscino del divano faccio la magia e recupero la macchinina / tassello del puzzle / pallina che manca.

Mi portano in trionfo, a me e a Sant’Antonio.

Anche Viola ha imparato il testo della magia, e la vuole dire lei.

È in una fase di apprendimento del linguaggio in cui racconta un mucchio di strafalcioni divertenti, da aspetta che lo pulo (sta per pulisco), a no io non vieno (per dire non vengo), a non capiscio (in luogo di non capisco), a lo tieno (per dire lo tengo) o lo toglio (per dire lo tolgo).

La lingua italiana è proprio dispettosa in materia di coniugazione dei verbi nei casi corretti di tempo e di persona.

Sentirla pronunciare la formula magica mi fa sorridere, anche se la adatta al caso suo sacrificando la rima.

Si aggira per la stanza ripetendo

Sattattonio della babba bianca

Fammi trovare… la macchina!

Sattattonio della babba bianca

Fammi trovare… la macchina!

Ma poi dopo un po’ mi arriva delusa tra le braccia, rassegnandosi che

NON È SALTELLATA FUORI!

Dal mio terrazzo

La prima ad arrivare è una Lancia Musa color perla da cui scende un uomo che apre il bagagliaio e si cambia le scarpe: indossa le calzature antinfortunistiche, l’elmetto e si avvia verso il cantiere infondo alla strada. Subito dopo una berlina argento si protrae fino al nuovo tratto di strada, parcheggia esattamente davanti all’edificio in costruzione e viene raggiunto dall’uomo con l’elmetto bianco.

Si scambiano un rapido saluto ed iniziano ad aggiornarsi sull’andamento dei lavori.

Nel parcheggio dove sosta la Musa arriva un’altra utilitaria da cui scendono una mamma con due figli e un cagnolino: lei li sprona in continuazione, profondendo un’energia che potrebbe governare una mandria di cento buoi; invece sono solo due bambini della scuola primaria e anche piuttosto ubbidienti.

Anche il cagnolino è agitato.

Poi come in quei filmati in cui gli spalti si popolano, a ritmo accelerato, all’appropinquarsi dell’inizio dello spettacolo, la via prende ad animarsi: quella che esce il levriero afghano per i bisogni, quello che ritira la posta con gran calma e fumando la sigaretta, quella che si avvia in bicicletta verso il turno di lavoro pomeridiano, con le auricolari e una conversazione fitta in corso, quella che accompagna il figlio al calcio.

Una ragazza con lo zainetto in spalla suona il campanello in attesa che la sua amica le apra per studiare assieme: per un attimo ritorno ai miei 16 anni e ai pomeriggi di studio collettivo a cui ho raramente partecipato, perché negli orari in cui tutti facevano i compiti io ero in piscina ad allenarmi.

Anche lei ha le auricolari, ma ascolta la musica, non parla con nessuno.

Spremo la situazione avversa, quella del mio mal di schiena, cercando di estrarne tutti i vantaggi possibili, tra i quali un’ora di sole sul terrazzo.

È quasi un centrifugato quello che tento di ottenere: assorbo i raggi luminosi e mi lascio irradiare da quel calore che resta nelle ore centrali della giornata autunnale.

Dall’abitazione in cui sono entrati la donna con i figli arriva continuamente la voce materna che li incita all’azione, e ogni tanto qualche abbaiare nervoso.

Un anziano raggiunge la via con una bicicletta da donna, scende e la appoggia col pedale sul marciapiede; dal cestino afferra uno spruzzino, di quelli che si usano per concimare le orchidee, e inizia a pompare diserbante sulle erbacce che infestano il lotto che separa la mia abitazione dal cantiere. Con lo spruzzino.

Una vespa mi si avvicina, costringendomi ad un movimento repentino che mi fa sobbalzare: la schiena dolorante reclama l’immobilità.

“Mi manca solo questa!” esclamo riferendomi ad una puntura che schivo.

L’uomo con lo spruzzino alza lo sguardo e trova appiglio per il suo rammarico: le erbe infestanti sono più rapide a ricrescere che lui a sterminarle.

Sorrido, tra me e me, al pensiero di un bambino che cerca di svuotare il mare con un secchiello.

Lui finisce di spruzzare lungo tutto il marciapiede e poi si addentra nel campo con il falcetto, senza disturbare le galline che razzolano tranquille, cercando di ridurre l’erba alta.

Una telefonata che attendevo da tempo mi raggiunge tardiva.

La madre con i due figli risale in auto, per accompagnarli a qualche attività pomeridiana.

Il sole smette di riscaldarmi, un cimice mi si insinua nella maglietta, è ora di rientrare in casa.

Fai bei sogni

Due lustri generosi sono trascorsi da quando Luca non lavora più alla Midal, più di 10 anni che non vede Arianna tutti i giorni.

Non ci sono più quegli intensi buongiorno, la pausa caffè insieme, lo scambio di occhiate nei corridoi.

Nemmeno Arianna lavora più in quell’azienda, e la loro relazione inappropriata si era dissolta già nel giro di qualche mese, dopo lo scambio arido di poche email di circostanza.

La loro attrazione puramente fisica non aveva trovato l’energia per sopravvivere alla distanza quotidiana.

Poco avevano da dirsi finché trascorrevano gran parte della giornata insieme, niente dopo il distacco.

Frequentano ambienti diversi e scarse sono le probabilità di incontrarsi per caso.

Luca ha rimosso anche ogni contatto dai social network e cancellato il numero di Arianna dalla rubrica.

Nonostante tutto qualche notte ancora Arianna gli torna a fare visita nei sogni; la trova seduta dietro al bancone di un bar con il suo compagno, o nel tavolo del ristorante a fianco al suo, o al centro commerciale a fare la spesa.

Una volta è addirittura scesa dall’auto che aveva accidentalmente tamponato.

Qualunque sia la situazione, l’espressione di Arianna è invariabile: assente, con lo sguardo diretto oltre, non lo fila di pezza.

Queste presenze incorporee disturbano assai la giornata seguente, che Luca trascorre a ripensare al sogno, cercando di interpretare cosa il suo subconscio cerchi di comunicargli.

Se almeno fossero sogni a sfondo erotico lo accetterebbe, ma così è un disturbo bello e buono.

Decide pertanto di rivolgersi alla Sdream, esperti in interferenze oniriche.

Telefona per un appuntamento che gli fissano al pomeriggio successivo.

Gli studi della Sdream si trovano al terzo piano di un vecchio palazzo nel centro storico della città.

Dopo la ricerca di un parcheggio non troppo distante, Luca raggiunge l’edificio; sceglie di non avvalersi dell’ascensore e preferisce la scala, angusta e polverosa.

Quando arriva al portone di ingresso, in lieve affanno, un’avvenente receptionist gli apre e lo fa accomodare.

“Deve essere la stessa che mi ha fissato l’appuntamento al telefono” considera.

Dopo una breve attesa il dottor Pesadillo esce dal suo studio accompagnando il cliente precedente e accoglie Luca con calore.

Ad alcune domande volte ad approfondire la conoscenza segue la presentazione del catalogo completo delle offerte della Sdream:

“Vede signor Borsini” gli dice chiamandolo per cognome “la sua esigenza è piuttosto comune.

I pensieri diurni sono affrontabili, con la razionalità e il buon senso; ma quelli notturni ci colgono disarmati, inermi, indifesi.

I nostri retini cefalici, indossati la sera prima di appoggiare la testa sul cuscino, sono in grado di catturare tutte le presenze oniriche indesiderate. Funzionano come una sorta di antispam: se i suoi gangli si attivano secondo un determinato flusso, gli elettrodi neutralizzano il passaggio di quegli impulsi, impedendo ad argomenti selezionati di formare pensieri notturni”.

Continua Pesadillo:

“Lei ci dovrà fornire le parole chiave per attivare questo antispam: amori irrisolti, amicizie interrotte, professori esigenti che l’hanno tartassata quando andava a scuola, situazioni di pericolo che teme maggiormente. In base alle sue preferenze e alla sua conformazione cranica noi calibreremo la sua personale Sdream-cap e ogni #fantasma del suo passato o timore ancestrale ne rimarrà intrappolato tra le maglie. Al mattino successivo sarà sufficiente risciacquare la cuffietta sotto l’acqua corrente e tutti i suoi peggiori incubi finiranno giù per lo scarico.

Il pacchetto base include le persone scomparse e il ritardo agli appuntamenti importanti; l’opzione esame di maturità la vendiamo bene, sono in tanti a temere di doverla sostenere nuovamente; il suo cruccio maggiore qual è?”

“Arianna” risponde Luca conciso.

“Per i soggetti specifici, che non ricadono nelle definizioni comuni di ex, fidanzata o moglie che sia, avremo bisogno di una messa a punto più raffinata, pertanto i costi subiranno un lieve rincaro.

Ci dovrà portare una foto della sua generica ossessione, perché il filtro in questo caso si basa sull’immagine: tanto migliore sarà la risoluzione, tanto più preciso sarà il blocco. Possiede qualche foto di questa Arianna?”

“Sì” risponde Luca, passando in rassegna mentale dove può aver archiviato la foto dell’ultima cena aziendale a cui avevano partecipato entrambi “ma non è molto recente”.

Pesadillo lo scruta con aria paterna, e dopo un breve silenzio sospira: “Allora Borsini… Vede… è contro i miei interessi ma…”

Fa una nuova pausa, inspira profondamente un paio di volte e poi spiega:

“Se lei già da molto tempo questa Arianna non la vede più, credo che l’investimento migliore sia quello di attendere. Perché prima o poi le capiterà di ritrovarla veramente, intendo in carne ed ossa e non solo nei sogni. Negli anni che sono trascorsi la persona è cambiata, questo è inevitabile, così come anche lei ha qualche chilo in più e qualche capello in meno, immagino che se ne renda conto. Capiterà che se la trova veramente di fianco al banco degli affettati, e in un nano secondo tutta il suo affannoso rimpianto si trasformerà in incredulità: si chiederà se veramente era infatuato di questa donna, con quel viso segnato dall’insonnia e le spalle più curve dell’ultima volta che l’ha vista. E vedrà che magicamente si asterrà dal presentarsi più in sogno. Poi ritorni qui che vediamo di mappare quelli che sono i veri incubi. Questi in fin dei conti sono bei sogni”.

Questo racconto partecipa per #aedidigitali al tema #fantasmi prescelto per la settimana

La sala d’attesa

Siamo esseri umani, ovvero macchine strabilianti ma imperfette, che ogni tanto richiedono manutenzione o revisione.

È così che mi ritrovo a camminare come il Gabibbo da una settimana; un bel mattino mi alzo e i movimenti che fino alla sera prima mi erano naturali ora diventano impossibili: flessuosa come un tronco di pino.

Provo a resistere sperando che, come è arrivato, il dolore alla zona lombo-sacrale se ne vada.

Ricevo anche dei complimenti volanti dal finestrino di un’auto mentre incedo semi claudicante: valgono il doppio! da quanto tempo uno sconosciuto non mi valorizzava così espressamente, pensa se mi vedeva in forma, si sarebbe fermato a chiedermi un autografo.

Tronfia di questo sottovaluto l’infiammazione e cerco di comportarmi con naturalezza, svolgendo tutte le attività fisiche che sono solita.

Risultato: blocco ulteriore.

Da Gabibbo passiamo a Bibendum, l’omino Michelin.

Dopo quattro giorni di sopportazione mi arrendo e vado dal medico.

La cosa che mi indispone di più dell’andare dal medico condotto è l’attesa: intendo sia il tempo materiale che essa comporta ma soprattutto la condivisione di otto metri quadri di stanza con dieci individui che sani non sono, altrimenti non sarebbero lì.

Il mal di schiena non è contagioso, altrettanto non si può dire dell’influenza o del raffreddore: il rischio è di andare con un problema e tornare con due, come al discount.

E poi, ancor più dei bacilli, temo le vecchie!

Non sto parlando dei veri anziani, che generalmente dal medico mandano qualcuno a ritirare la ricetta; sto parlando delle vecchie, quelle che magari anagraficamente hanno appena 10-20 anni più di me.

Quelle che ne sanno una più del fornaio su chi ha sposato chi, e chi lavora dove.

Quelle che si lamentano di quanto bisogna aspettare e ti intimano di fare presto.

Quelle che guardano quanti minuti sta dentro ciascun paziente che le precede; che fanno proporzioni matematiche tra l’ora di arrivo e la durata della visita; che se c’è un informatore (ma loro lo chiamano rappresentante) lo stalkerizzano per tutta la sua permanenza.

Il caso ha voluto che invece la compagnia durante l’attesa del mio turno fosse prevalentemente maschile, anche se il risultato è stato lo stesso: chi lavora dove, ma quanti ne mancano ancora? da che ora siete qua voi? fino all’immancabile ‘lei è un rappresentante?’.

Di vecchia ce ne era solo una, e io lo sapevo che sarebbe stata la mia consolazione, che avrebbe sfoderato qualche meraviglia per darmi materia a scrivere un post del mio blog.

Si alza dalla sedia già quando entra in studio la paziente che la precede, ma non posso biasimarla per questo perché ho dovuto fare altrettanto, tanto sono rapida nei movimenti.

Mentre attende si avvicina al tavolino dove stanno sparpagliate tutte le riviste di cultura che è normale trovare in una sala d’attesa: Gente, Chi, Novella 2000.

Ne sorteggia una, la prende in mano, inizia a sfogliarla.

Poi si rivolge all’assemblea, cioè gli altri pazienti in attesa, e ci interroga con il dubbio più amletico della storia del giornalismo: ma perché parlano sempre di gente bella e ricca in vacanza, e di noialtri poareti non scrivono mai niente?

E così facendo mostra a noi ‘signori della giuria’ la foto del lato B di una qualche starlette sdraiata al sole in barca: varda qua, tutto in mostra!

Il mio sipario mentale cala sull’ipotesi della foto delle chiappe vizze di questa signora che reclama i suoi 15 minuti di notorietà.

Mandami una cartolina!

Sopra la scrivania che usavo per studiare avevo appeso un foglio di compensato a cui puntinavo tutte le cartoline che ricevevo durante l’estate.

Non erano molte, ma ciascuna di esse occupava un posto specifico, sul quadro e nei miei pensieri. Un cartoncino raffigurante una qualche località di mare o di montagna. Alcune erano fotografie a pieno campo, altre erano dei collage delle prese migliori, che rendevano l’idea del posto come gli scatti degli invitati ai matrimoni tutti assieme: non si capiva nulla!

Poi c’erano quelle spiritose, che camuffavano località poco amene.

Ma la parte più importante era dietro: quella frase ad effetto che voleva sintetizzare la piacevolezza di un soggiorno lontano con il desiderio di rivedersi.

Di ritorno dalle vacanze ero impaziente di aprire la cassetta delle lettere e separare le bollette della luce e del gas, destinate ai miei genitori, dalle cartoline, destinate a me. Alcune arrivavano anche molto dopo, a settembre inoltrato.

Comporre il patchwork con tutte le cartoline era un bel modo per iniziare l’anno scolastico, e tra un esercizio di matematica e una pagina di letteratura buttare lo sguardo ai tramonti surreali e ai Ciao sovraimpressi era rigenerante; non tanto per quelle viste anni ’70 delle spiagge ma per la consapevolezza che qualcuno aveva pensato a me.

Mandare una cartolina comporta infatti alcuni passaggi (la selezione, la scrittura, la ricerca del francobollo e della buca dove impostare) che inevitabilmente ti riportano alla mente il destinatario.

Pochi minuti di lavoro quando spedisci, un anno di gratitudine quando ricevi.

Ora non so se tra i più giovani o i più anziani si usa ancora mandare la cartolina.

Per quelli della mia generazione i social network e le app di messaggistica istantanea hanno surclassato questo costume: perché mandare un cartoncino anonimo che vedrai tra un mese quando posso postare una foto personale su Instagram che vedrai appena ti colleghi?

Non fa una piega!

Anzi la stessa foto la vedranno tutti i miei amici, o coloro a cui lo consento, come è più corretto chiamarli; e posso postare più foto al giorno, fornendo tutti i dettagli della mia vacanza.

Non fa una piega.

Questo passaggio dal tu-per-tu alla grande scala però sacrifica l’elezione, annulla il ti ho pensato, priva le amicizie di un tassello.

Certo che si resta amici anche senza mandarsi le cartoline ma quando alzi gli occhi dalla versione di latino vedrai solo il muro o qualche fotografia, magari migliore dei panorami sbiaditi e con gli angoli arricciati dall’umidità, ma dietro di esse non ci sarà nessun ci vediamo presto a ristorarti dalle fatiche.

Dentro l’acqua

Il primo romanzo di Paula Hawkins, La ragazza del treno, mi era piaciuto ma secondo me non era all’altezza del successo mondiale che ha riscosso.

Quest’anno la stessa autrice è ritornata con un nuovo thriller, super reclamizzato: torrette di esposizione dedicate negli angoli libreria dei supermercati, in primo piano ovunque. E io ci sentivo puzza di bruciato.

Ma è difficile che un romanzo intitolato ‘Dentro l’acqua’ possa puzzare di bruciato, no?

L’acqua, mio ambiente ideale, è stato l’elemento vincente: lo leggo.

Dalle prime pagine si capisce subito che non si capisce niente.

Uno alla volta i personaggi raccontano la loro versione di una storia che piano piano converge.

Ogni personaggio parla in prima persona, ognuno segue il suo filo logico e il suo punto di vista.

Capitolo dopo capitolo si scopre il tema: in un villaggio che sorge attorno ad un fiume si sono verificate le morti di alcune donne.

Esiste un legame tra i decessi? Suicidi o disgrazie o omicidi?

E se si tratta di omicidio, qual è il movente? Chi è il colpevole?

Tema comune agli eventi, successi a distanza di anni e anche di secoli, è l’annegamento, un tipo di morte di cui leggevo le descrizioni come si guardano le scene di un film horror: con le mani davanti agli occhi nonvogliovedere, dimmiquandofinisce.

In una spirale vorticosa, ogni personaggio si avvicina alla realtà mescolando memorie appannate e corrose dai racconti con fatti recenti, tentando di nascondere alcune verità scomode per proteggere le persone amate.

Fino all’ultima pagina permane il mistero, e anche oltre…