Rome swim Rome

Ho un’ora di anticipo sul treno di rientro, eppure non sono per nulla impaziente di girare la pagina finale di questa estate 2022.

Estate che mi è scivolata come sabbia tra le dita mentre a testa bassa ho continuato a provare di recuperare il disastroso tempo dei regionali.

Ho segnato l’iscrizione agli europei a maggio con un tempo di 30”50, che risaliva a febbraio 2021 e che non avevo mai più ripetuto.
Era un’iscrizione azzardata, che speravo mi ponesse al fianco di gente più forte di me che potesse darmi lo stimolo, mi facesse da lepre.

Niente, mi è andata male, sono finita in seconda batteria, quella che precede le papabili prime 10, ma in corsia centrale. Avrei potuto essere laterale tra le top 10 e invece no.

O forse non è stata sventura: a fianco da un lato una sconosciuta assente. Dall’altro colei che a Riccione, solo due mesi prima, si era presa l’argento staccandomi di nemmeno di due decimi.

Due decimi che mi erano rimasti sullo stomaco.

Migliore prestazione stagionale, prima di ieri, un 30”84, gli altri tempi tutti sopra il 31” fino ad un disastroso 31”81 (fratello minore del 32”) disputato appunto ai regionali.

Immagino che per i più parlare di decimi di secondo, addirittura di centesimi, di soglie psicologiche, di partenze reattive e arrivi decisi sia come discutere del sesso degli angeli o fare le treccine alle bambole.

Inezie, differenze minime, polvere di segatura, le cotiche del prosciutto che il salumiere leva e butta nello sfrido: un peso lordo minimo sacrificabile rispetto alla coscia intera.

Io per quel 31”81 ci ho pianto.
La rabbia e lo sconforto mi hanno tenuto compagnia per mesi.
Lo so che i problemi sono altri, che c’è il caro energia, la fame nel mondo, i bambini malati. Lo so.

Ma non posso farci nulla, quel tempo, quel risultato (e anche molti altri della stagione) mi pesava come un macigno, tanto da mettere in dubbio la sensatezza di iscrivermi al campionato europeo.

I master, a differenza dei nuotatori giovani, non hanno limite all’iscrizione, basta pagare. Per le competizioni di un certo livello esiste un tempo minimo, a portata di qualunque nuotatore di livello medio alto.

Ma appunto aveva senso investire tempo, energie e denaro in una avventura così?

Solo che gli europei proprio sotto casa sono un evento. Solo che chissenefrega del risultato, già esserci è un risultato.
Esserci significa nuotare nelle stesse vasche, nelle stesse strutture, con le stesse procedure osservate per i pro.
Pazienza che il foro italico è stato riservato agli uomini, le donne a Pietralata.

Esserci significa che il nome, la performance, il ranking, rimangono ufficiali negli archivi della LEN, la Ligue European de Natacion.

La volta precedente che avevo preso parte a un europeo era stata a Kranji nel 2007: nel 50 stile mi ero piazzata al 14 posto, avevo 15 anni di meno e avevo fatto 29”54.

Ritrovarsi all’11 posizione di partenza, prima delle escluse dalla top 10, con un tempo lungimirante di 30”50, aveva lanciato la sfida io vs me stessa.

Volevo rientrare nella top 10.
Così la boutade ‘ma si tanto è un 50’ si è trasformata in una sfida tranquilla: allenamenti seri fino a fine luglio, allenamenti ancora in vasca fino a ferragosto (compreso), allenamenti quotidiani tra le onde e le meduse da metà a fine agosto.

Poi ancora allenamenti in vasca: a casa e sul posto di gara.

La vasca di Pietralata non è suggestiva come quella del foro italico (che meraviglia la vasca interna: 50 m di lunghezza, profondità abissale, fondale in marmo, mosaici alle pareti) ma ha un enorme pregio, anzi due.

Il primo, forse legato anche allo stato di forma fisica, è di avere un’acqua leggera.
Il secondo è di avere sul fondo dei segni orizzontali intermedi.
Oltre alla classica linea nera longitudinale di mezzeria della corsia, oltre alle T che decretano la presenza del muro, da entrambi i lati, ci sono altre tre linee trasversali.

Una a metà vasca e le altre due a 15 metri dai bordi.
Una manna: la prima arriva che sei appena tuffata. La seconda non dista molto, e ti informa che sei già ai 25.
La terza è la più dura, ma la vedi. Il senso di fatica e pesantezza si acuisce ma l’occhio, quello che chiede la sua parte, la vede.

Ho parlato di soglia psicologica prima, riferendomi ai crono: stare sotto al 30”, stare sotto al 31”.
Ma anche in termini di distanza la psicologia fa la voce grossa. Quando non sei ancora ai 15 metri finali ma li vedi, e hai la percezione di essere in avvicinamento, ti sembra un po’ meno in salita.
Se poi di fianco, anzi un metro dietro, hai quella che ti ha soffiato l’argento agli italiani, allora sì che riesci a gettare il cuore oltre l’ostacolo.

Partenza decisa (è stato rilevato anche lo stacco al via, 0,68; non so se sia buono, non ho riferimenti, non mi è mai capitata una misura precisa, e chissà quando si ripeterà; lo prendo per buono), arrivo di cattiveria, con la mano giusta stavolta, senza allunghi inutili.

Vittoria sulla batteria, tempo al display pari a quello di iscrizione, poi ufficializzato con 6 centesimi di più, in omaggio: 30”56.

Già va bene, poi si disputa anche la batteria finale e tirando le somme sono tra le prime 10, anzi meglio ancora: sono 8ava.

Certo che non è niente di fantasmagorico, per il podio mi ci sarebbe voluto un motorino: le prime 3 fanno tempi che non facevo nemmeno da M30 e men che meno da agonista.
Avessi anche ripetuto il mio miglior tempo di sempre, di quando avevo 10 o 15 anni di meno, non sarei potuta arrivare meglio che quarta.

Avevo consultato le start list, le avevo cercate in rete, questa è gente che non bluffa, fortissime e consce delle loro possibilità.

Ma chiudere così la categoria M45, ad un secondo da quella che ero 15 anni addietro, ad un tempo inferiore a quello con cui avevo gareggiato a Palermo nel 2018, primo anno di categoria quindi in teoria il più vantaggioso, è un bel modo di guardare avanti.

Il problema è che tutto il mio pensare al 2 settembre come obiettivo dell’estate ha spostato quello che è la realtà. Lunedì è il 5 settembre e si ritorna al lavoro.

Ufficiale e gentiluomo

Poco dopo le 6.00 il richiamo dall’altoparlante ci annuncia che siamo prossimi a terra. Con qualche contorsionismo ci disincastriamo dal Tetris della cabina e raggiungiamo il bar, dove tira un vento gelido di aria condizionata polare.

Poco alla volta tutti si risvegliano; chi ha usufruito del passaggio ponte si attarda un po’, raccoglie le proprie cose sparpagliate attorno. Qualcuno approfitta degli ultimi attimi di sonno, coprendosi testa e orecchie per attutire il disturbo del via vai.

Si vede già terra, eppure lo sbarco si farà ancora attendere.

Verso le 7.00 iniziano a chiamare gli automobilisti, suddivisi per garage.

Quelli più prossimi alla discesa defluiscono ai piani inferiori, gli altri attendono pazientemente sulle scale.

Ogni tanto si apre un nuovo garage e la folla si riduce, permettendo di discendere un altro piano.

Sull’ultima rampa sta disteso un uomo. La testa avvolta in un indumento, i piedi scalzi dalla pianta nerissima.

Indossa un paio di jeans sdruciti e una t-shirt consunta, che non copre le braccia macilente.

Attorno a lui bottigliette vuote, qualche effetto personale e tanta, tanta confusione.
Lui dorme, profondamente.

Gente che va e viene, bambini, cani, schiamazzi.

Tutti in piedi, lui disteso, dorme profondamente.

Bisticci di bambini assonnati, chiamate urgenti alla reception, risate da relax post vacanziero.
Lui dorme.

Passa un uomo dell’equipaggio, tenta di svegliarlo blandamente, gli dice che stiamo attraccando a Olbia, mentre siamo a Livorno.

Lui dorme, profondamente.

Scompiglio per l’annuncio errato tra gli astanti. Una famiglia in difficoltà a svitare il tappo della sua bottiglia di acqua.

Lui dorme.
Ormai dovremmo esserci, tra poco scenderanno tutti, sono ormai le 8.00.

Arriva un altro uomo dell’equipaggio, più alto in grado, prova a chiamarlo in modo perentorio.

“Signore, signore! Deve svegliarsi, siamo arrivati”

Niente, nessun segno di vita.

Una donna avvisa che già un collega aveva tentato la missione, senza successo.

Il tizio in uniforme bianca, con la spallina blu e le stelle dorate, i capelli neri raccolti in un codino, la barba che sa di pulito, non capisce.

“Un collega? Chi?”

La donna paziente gli risponde che non sa, un altro dell’equipaggio.

Nuovo tentativo più deciso del precedente: “Signore si deve svegliare” che però non sortisce alcun effetto.

L’uomo in uniforme inizia a spazientirsi e la tensione si fa palpabile.

Si accovaccia e prova a muoverlo, meditando a voce alta di chiamare la sicurezza.

Il tizio disteso accenna un lieve rotolamento, protesta da sotto la giacca che gli fa da turbante e mascherina.

Di nuovo un richiamo: “Signore deve svegliarsi”

L’altro prende forza e ribatte a voce impastata “ma io vivo qua” senza aprire gli occhi.

Disappunto tra i presenti, mormorii.
L’uomo in uniforme sta per rialzarsi e chiamare rinforzi.
Poi qualcosa lo attrae, ritorna abbasso e chiede “Ma tu… mica se’ Joseph???”

Ed è lui!
Carramba che sorpresa! L’uomo che dormiva si alza lentamente in piedi, con aria stralunata, la barba incolta, i capelli rasati, un occhio semi chiuso, peserà 50 kg.

“Joseph, che bello rivederti! Vieni vieni con me, che fai qua?”

I due si abbracciano e sembrano sinceramente felici di vedersi.

Il contrasto tra le due figure, il barbone e l’ammiraglio, si fonde: ora non sono più i ruoli che rappresentano, ora sono loro due, sono amici che non si vedono da un sacco di tempo.
Hanno recuperato ciascuno la propria dimensione umana.

“Vado a trovare i nipoti e tu?”

“E io ci lavoro! Vieni dai che ti faccio vedere un po’ in giro! Dove hai parcheggiato la macchina? Ti offro da bere!”

Il pubblico, non pagante, si scambia incredulo occhiate coi lucciconi mentre Joseph e l’ammiraglio si allontanano.

Sardegna 2022

Cosa riporto a casa da questa vacanza?

Rigorosamente in ordine random:

  • la sigla del tg1 delle 8,00 che riecheggia dalle finestre del vicino;
  • una cavigliera da ragazzina che ho trovato sul fondale mentre nuotavo;
  • un bel po’ di sabbia, sospinta dal vento incessante, e rimasta appiccicata agli asciugamani;
  • il monito che dentro un barattolo con la dicitura ‘zucchero’ potrebbe nascondersi altro (mamma come è salato questo the);
  • gli abitanti del centro che siedono sulla soglia di casa a fare salotto, direttamente sul ciglio della strada;
  • il sapore del sale chehaisullapelle chehaisullelabbra che dopo i primi 5 minuti di nuoto ti arriva fino in gola e hai voglia a sciacquare quando esci: non va più via;
  • che se vuoi la pasta senza formaggio devi precisarlo;
  • le seadas, il mirto, il pecorino, il pane carasau, il porcellino, i malloreddus, le sappuedas, il melone verde, l’acqua smeraldina e i tappi delle bottiglie che a Viola non piacciono;
  • il materasso del letto che pare un tagadà;
  • le visite alle miniere di Serbariu e al sito archeologico di Barumimi, la preparazione e la cortesia delle guide che ci hanno accompagnato, la totale mancanza di indicazioni stradali per raggiungere i luoghi;
  • il ballo della scopa che partiva in spiaggia appena si liberava un posto e tutti correvano a riaccaparrarsi la posizione migliore;
  • le folate improvvise che rovesciano gli ombrelloni e la gente che corre a riprenderli; noi siamo riusciti a rompere il nostro al secondo giorno: non male considerato che ci sono suppellettili in terracotta che resistono per millenni;
  • le figlie che socializzano con i coetanei (in misura diversa! ) e spariscono; poi ritornano (sempre in misura diversa);
  • l’esercente che non vuole rovinare il layout del suo plateatico e ci chiede di cambiare tavolino;
  • gli oleandri, le alghe, le meduse, l’acqua limpidissima su fondale bianco e sabbioso, un paesaggio insolitamente verde;
  • i reticoli di strade fittissimi con le auto parcheggiate ovunque;
  • la gelateria fantasma, sparita nel nulla dopo che avevo convinto il resto della famiglia ad una tappa;
  • il vento che mi pettina alla Mirko dei bee-hive e che quando si ferma rivela un caldo torrido quasi africano.

Una vita come tante

Sapevo in parte cosa mi attendeva, anzi proprio perché lo sapevo ho voluto affrontare questa sfida.

Avevo letto numerose recensioni, avevo capito che si trattava di un libro lungo (oltre le 1000 pagine) e ho voluto approfittare delle vacanze estive per affrontare una lettura unica anziché tanti libri di media dimensione.

E poi ero incuriosita dall’immagine di copertina.

Sapevo che il contenuto era sventurato e non farò spoiler raccontando brevemente che si narra di quattro amici legati da sentimenti profondi. Uno di questi, Jude St. Francis, ha avuto un’infanzia tormentata, oltremodo difficile. A causa di ciò assume nel resto della sua esistenza dei comportamenti autolesionistici.
Gli altri tre amici gli vanno, seppur in misura diversa, in soccorso.

La storia copre l’arco delle loro esistenze dai tempi del college in poi, e questo giustificherebbe la mole di pagine.

Avevo già afferrato che si trattava di storie tristi, dure, difficili.

A nessuno di loro manca la disponibilità economica ed è anche fastidioso leggere tanto spreco di possibilità che la vita offre: vero è che i soldi non fanno la felicità ma tanto valeva aggiungerci anche un po’ di povertà a tutte ste sofferenze, visto tanto impegno per inventarsi le sfighe una dietro l’altra.

Temevo a dire il vero un po’ di accanimento, una tendenza a rimestare nel torbido, una serie di pagine per stomaci forti.

Invece mi sono ritrovata di fronte a tanta ripetitività, a storie narrate “dietro a un finestrino”, a lasciar immaginare anziché coinvolgere.

Da un autore mi aspetto che mi prenda e mi conduca anima e corpo dentro la situazione: non dirmi che piove ma portami sotto l’acqua e fammi inzuppare i vestiti, fammi uscire fradicio dalle tue righe, fammi rimpiangere di non avere un ombrello.

Invece tutta una serie di allusioni, di sottintesi, di riferimenti vaghi.
Tante liste di nomi, di giorni della settimana e di mesi che si succedono, di compleanni.
Tanti, tantissimi, giorni del ringraziamento.

Stephen King ha scritto un saggio, intitolato On Writing, nel quale dispensa consigli di scrittura.
Ricordo bene che uno di questi consigli invitava a tagliare le parti in eccesso. Raccontava che durante la stesura di un suo romanzo aveva trascorso delle settimane a scrivere una digressione molto dettagliata su un personaggio. Poi si rese conto che non faceva parte della storia e che anzi era superflua, che la vita di questo personaggio interessava solo a lui. Così la taglió, senza nulla togliere al romanzo.

Avrebbe fatto bene anche Hanna Yanagihara a fare altrettanto.

Top Gun Maverick – I miei 2 cents

Dicevano che era un gran film; dicevano che aveva effetti speciali; dicevano che Tom Cruise è inossidabile, che a 60 anni è rimasto tale e quale a quello del primo film, quando ne aveva appena 26.

Mi permetto di levarmi dal coro.

Il film, come ogni sequel, fa rimpiangere il primo.
Gli effetti, confermo, ci sono, e sono più o meno l’unico ingrediente.

Tom Cruise ha 35 anni in più. Si vedono, forse non tutti, ma si vedono. Per non farlo sfigurare troppo è stato selezionato un cast di basso profilo, per cui se andate a vedere il film per gustarvi l’occhio lasciate perdere. Vale anche per la componente femminile.

Maverick veste ancora lo stesso giubbotto e gli stessi occhiali a goccia; alla sua età ancora non ha imparato a infilarsi un casco prima di salire in sella a una moto.

La storia d’amore è stata inserita a forza, senza corteggiamento, nè scene di sesso, nè lieto fine. Solo un furtivo incontro guastato dalla presenza dei figli.

Il lessico ha subito, rispetto al primo film, troppa innovazione: quando mai adoperiamo il verbo brieffare per dire ragguagliare?

Anche la colonna sonora è rimasta la stessa, Highway to the Danger Zone, potete leggerlo canticchiando così vi sentirete già al 50% calati nella parte di spettatori.

Unica nota positiva: ho apprezzato la presenza di personaggi femminili (uno a dire il vero, forse una quota rosa) perfettamente integrati nella squadra, senza che si cadesse nei soliti stereotipi per cui a un certo punto ‘la donna non ce la fa’. Si è un po’ superato insomma il concetto che Venusia esce, spara due tette e poi è costretta a battere in ritirata e lasciare correggere il tiro a quel superdotato di missili che è ufo robot.

“Non conta l’aereo signore… conta il pilota!!!”

La tomba di Omero

Giuseppe, o come dicevan tutti Beppe, raccontava della sua vacanza a Mykonos, o forse era Santorini, o magari era Rodi, non fa differenza, rievocando il momento della visita alla tomba di Omero.

Erano anni che precedevano questa sventurata estate del Covid, ma probabilmente risaliamo anche a prima delle torri gemelle, non fa differenza.

Perché Giuseppe, o come dicevan tutti Beppe, si trovava sull’isola per divertirsi: far tardi nei locali, bere aperitivi al tramonto, ballare sulla spiaggia attorno ai falò. Della mitologia greca e della storia antica se ne interessava fino a quel punto, quel punto molto prossimo allo zero.

Però qualcuno, di cui lui si fidava, o forse solo che gli era parso un tipo carismatico di una birra più avanti di lui, gli aveva suggerito la visita culturale alla tomba di Omero.
Che poi vuoi mettere? Torni dalla vacanza e tutti ti credono un cazzaro e tu invece no, cali l’asso dalla manica, hai anche visitato dei luoghi di interesse storico.

Da che parte è la tomba di Omero? È su per il monte. E allora parti con lo scooter 50cc che per quella settimana è il tuo unico mezzo di trasporto.
A Beppe piaceva fare l’effetto sonoro, riferendo la sua avventura.
Meeeeeeeee meeeeeee meeee

Chi è stato in Grecia nei mesi estivi sa: sa le temperature, sa la puzza che si leva da certe aree di sosta, sa il vento, sa le condizioni delle strade.

Meeeeeeeee meeeeeee meeee

In giro non trovi mai un cane, mai uno a cui chiedere indicazioni, perché qua dopo eterni chilometri non si vede nulla, nulla di interesse ma nemmeno di poco rilievo: nulla se non sterpi e mare.

Meeeeeeeee meeeeeee meeee

Sperare che il carburante basti altrimenti tocca farla in discesa sfruttando la forza di gravità.

Meeeeeeeee meeeeeee meeee

Ad un certo punto ecco un cristiano a cui chiedere indicazioni: excuse me… Omero’s Thomb???
Anche l’inglese ti sfodera Giuseppe, o come dicevan tutti Beppe!

E quello gli fa segno di proseguire salendo, aggiungendo che la visita merita assolutamente, very nice.

Meeeeeeeee meeeeeee meeee
Ancora nulla
Meeeeeeeee meeeeeee meeee
Nulla
Meeeeeeeee meeeeeee meeee
Nulla

Mah aspetta forse … ecco…

Meeeeeeeee meeeeeee meeee

Ci siamo: Omero’s Thomb, la tomba di Omero.

Beppe a questo punto del racconto riferiva la sua profonda delusione con un “erano quattro sassi e basta, capisci? Non sapendo cosa altro fare, ci ho pisciato sopra”.

E ridiscendendo dava indicazioni entusiaste a coloro che incrociava, omero’s Tombe that way, very nice.

Meeeeee meeeee meeeee ma molto più divertito.

Cosa si aspettasse di diverso da una tomba non l’ho mai saputo.

So che ogni volta che profondo più energie a visitare un luogo del piacere che ne traggo ripenso alla tomba di Omero.

Oggi è accaduto con il Dolmen di Avola.

Il mio nome è Bond… Jack Bond

Il 2020 si sta rivelando un anno bisesto fantasioso.
Dopo la pandemia e il lockdown adesso sono anche rimasta non proprio a piedi, ma quasi.
L’importante è che non è successo nulla ma visto che per dei mesi non ho potuto usufruire delle strutture sanitarie ieri sera ho pensato di vedere se erano ancora lì, esattamente dove le ricordavo.

Per farla molto breve ho subito un tamponamento a catena e ho deciso di andare a farmi controllare, perché poi le botte escono a distanza che non sai wnemmeno chi ringraziare.
Allora batti il ferro finché è caldo e fatti un giro in pronto soccorso.
Avevo anche dei programmi alternativi per la serata ma vuoi mettere?
E così con il mio codice che più bianco non si può da fare invidia al dash, al dixan, all’ace gentile e anche a quello sgarbato mi sono messa pazientemente in attesa.
Dopo un primo test di ingresso e un secondo adoxe ha ci rt e un pre triage e un triage vero e proprio mi sono accomodata.
Nemmeno quattro ore più tardi sono salita al livello pro e finalmente ho avuto accesso alla sala d’attesa vera e propria.

Qui, inaspettatamente, solo dopo mezz’ora sento chiamare il mio cognome. Mica il numero, per rispettare la privacy, il mio cognome, forte e chiaro.
Rispondo all’appello e mi catapulto nell’ambulatorio. La gentile dottoressa e l’infermiera mi scrutano dubbiose: lei è?
Il mio nome è Rigon, Elena Rigon.

La mia risposta dissipa immediatamente ogni dubbio: un caso di cognonimia! al mio posto un uomo, in attesa da 45 minuti prima di me, a cui cedo il posto.

Respinta alla sala d’attesa riprendo la conversazione con una vecchia conoscenza ritrovata li per caso. Assieme a noi alcuni altri pazienti, tra cui un uomo anziano, accompagnato dalla figlia, per una specie di gastroenterite / influenza intestinale a cui viene fatto il tampone per il Covid.
Solo un paio d’ore più tardi una gentile infermiera viene a prendersi il signor B., chiamato anch’esso per cognome, per portarlo a fare le lastre.

Io ho scritto tutto questo per arrivare a descrivervi la faccia della figlia, che cercava di capire in quale modo potesse aver senso un’esame radiologico per il padre, che manifestava tanti sintomi sì, ma che in nessun modo si potevano ricondurre a fratture o traumi ossei.

Lei però non è intervenuta: quando rimani in attesa delle ore, e viene il tuo turno, non discuti.
La perplessità dei due, padre e figlia, si è fatta solida attraverso le loro espressioni, tanto che l’infermiera ha avuto il riflesso di chiedere ‘ma lei è Francesco B.?’ e così si è chiarito che invece Giovanni B. non necessitava di raggi X.

La prossima volta che vi dovesse capitare di recarvi per qualunque motivo al ps, state attenti a non accettare la prima colonscopia che chiamano solo perché ha un cognome simile al vostro.

Con un ritmo fluente di vita nel cuore

Nella settimana appena terminata ho lavorato tutti i giorni in presenza, mi sono allenata 3 giorni in piscina macinando vasche per un totale che supera i 10 km, ho persino mangiato in pizzeria in compagnia di amici.

Non si può dire che la vita sia ripartita a pieno regime, mancano ancora tante cose, siamo distanti dalla normalità, ma è già un buon passo avanti.

Un segnale importante me lo ha dato spia della riserva carburante, che é tornata ad accendersi.

Non ho ben capito cosa ci faccia tanta gente ancora con la mascherina, pur trovandosi all’aria aperta e a distanza superiore ai tre metri.
Ad ogni modo ognuno è libero di indossare i DPI che ritiene più opportuni: mascherina, guanti, ma anche caschetto e calzature antinfortunistiche che non si sa mai.

Personalmente mi sento rinata, sto repentinamente dimenticando quel che è stato, le lunghe giornate senza vedere altre facce nè sentire altre voci che quelle dei miei familiari.

Per me, che ho costantemente bisogno di socializzare, che potrei intavolare conversazione anche con i sassi e i fili d’erba, trascorrere la settimana in mezzo alle persone è una boccata di ossigeno.

Mi metto a parlare con chiunque incontro, mi sento come quando a dieta racimoli col cucchiaio tutti i chicchi di riso previsti dalla razione da 80g, sperando di saziarmi con briciole di socialità.

In realtà credo sia una situazione piuttosto comune: alcune domeniche fa mentre pedalavo con Sofia consideravo ad alta voce che in quel giorno ci sarebbe dovuta essere la sua prima comunione.
Una signora mai vista in precedenza, che stava andando a gettare il pattume, si è inserita nella conversazione chiedendo a quando erano state rinviate le cerimonie.

Stamattina ho intravisto una signora abbarbicata a una transenna: il ponticello che congiunge la piscina ai campi da tennis è stato reso inagibile e hanno disposto delle barriere per impedire il transito. Da un lato del ponte il divieto era più morbido, aperto ad interpretazioni, in pieno stile italico. La signora che entrava da quel lato lo ha violato senza grossi problemi.
Dall’altro lato però una coppia di transenne affiancate si è rivelata troppo larga e la signora, diversamente atletica, è riuscita a disporsi a pancia in giù in appoggio sulla parte superiore, ma non riusciva più nè a scendere nè a salire, come Aldo Ballio sulla scogliera in Tre uomini e una gamba.

Scesa dall’auto ho visto questa strana forma di yoga e mi sono fatta qualche scrupolo ad intervenire: uno potrebbe sempre risponderti di farti gli affari tuoi, che sta abbracciando la sbarra perché si sente sola o ha carenza di ferro.
Nel dubbio ho chiesto se le servisse aiuto e lei lo ha accettato volentieri.
Forse se non facevo la domanda avrebbe trascorso la giornata a rosolarsi come una braciola sulla graticola.

L’ho abbracciata per fornire il sostegno necessario a completare l’opera di scavalcamento e una volta raggiunta la terra, in segno di riconoscenza, al grazie ha aggiunto lo stampo di un bacio, un po’ come il Papa quando atterra, solo che la destinataria ero io.

Cosa resterà?

Cosa resterà di questo anno ‘20?
Cosa resterà di mille regole astruse, spesso incompatibili tra loro, sempre incompatibili con la vita quotidiana?

Le prime a sparire saranno le autocertificazioni, quelle in cui ogni 14 giorni dichiari che stai bene.
Anzi l’esercente di turno lo compila al posto tuo, te lo legge in faccia che stai bene.

Le altre autocertificazioni, quelle che effettui uno spostamento al fine inderogabile di effettuare uno spostamento (necessario) sono già morte da un pezzo.
Si sono evolute più veloci della luce, ogni 8 ore ne usciva un modello contenente la modifica su una riga.
Hanno bruciato le tappe: un’esistenza breve e intensa.

Il metro di distanza, in caso di attività fisica addirittura due o anche tre, sta facendo la fine dei miei rientri serali da minorenne: contrattavi un orario e poi di volta in volta ci aggiungevi 5 minuti. Il metro di volta in volta si accorcia di 5 cm. Siamo già molto prossimi a bucare la mia bolla di sicurezza personale.

I pannelli di plexiglas, immancabili negli scoop giornalistici, che lo immaginano ormai anche a letto tra marito e moglie, presto perderanno lucentezza, in quei rari casi in cui sono stati realizzati: già me li vedo tappezzati di adesivi appiccicati a casaccio.

Le strisce sul pavimento, applicate in maniera artigianale, si staccheranno e voleranno via: troveremo pezzetti di nastro giallo e nero ai bordi delle strade, li confonderemo con grossi calabroni schiattati.

Le file ordinate di persone fuori dai negozi, dalle banche, dai supermercati, dalla posta, al primo giorno di pioggia si faranno solubili.
Gli ingressi da un lato uscita dall’altro si confonderanno al primo che dimentica una cosa uscendo e inverte la marcia.

Le mascherine, già ritenute superflue all’aperto, ma che ancora penzolano sotto il mento ai più, finiranno come il casco appeso al braccio di certi scapestrati in motorino.
In un paese dove ancora c’è gente che fuma o che non allaccia la cintura di sicurezza alla guida, incurante dei danni concreti e immediati che reca a se stesso, figuriamoci quanto facile diventa ricordarsi di portarsi dietro un accessorio inutile e fastidioso.

I termoscanner che ti rilevano una temperatura corporea di 33 • vengono adoperati con malcelata sufficienza dal malcapitato addetto.

I guanti monouso (ha ha ha, mi fa troppo ridere monouso: cioè li usi una volta sola: chi mi spiega quando inizia e quando finisce la volta?) beh quelli comunque appartengono già al museo (degli orrori: pensa a tenerli addosso qualche ora, quando li levi …).

Le canzoncine della durata di 40 secondi per aiutare il lavaggio delle mani? Dai chi le canta ancora?

Resisteranno i flaconi di gel, quelli si: agli ingressi troveremo ampia disponibilità di quei dispenser che non riescono ad erogare e che non sono stati consumati; oppure resisterà la presenza di quei gel oleosi che ti impiastrano le mani e non vedi l’ora di lavartele per davvero.

Resisteranno come le bandiere arcobaleno con la scritta PACE, rimaste appese dai primi anni del nuovo secolo, stinte al punto di non distinguere più i colori.

Resisteranno gli arcobaleni disegnati dai bambini, a cui avete raccontato che andrà tutto bene e chissà se lo credevate davvero: sono ancora tutti esposti ‘sti disegni, come i babbi Natale ancora appesi al terrazzo al 25 di gennaio.

Ho il presentimento che resisteranno anche tutti gli aumenti, applicati per far fronte all’emergenza covid, che ad emergenza conclusa ci si dimenticherà di far rientrare.

Addio o… ciaone?

Ho sempre creduto che addio significasse ‘a mai più rivederci’. Esiste anche un’interpretazione più morbida, secondo cui è un saluto un po’ altisonante con cui si raccomanda il prossimo all’onnipotente.

È una parola che a me, comunque, non piace: se addio significa, come ho sempre inteso, ci rivedremo al cospetto di, è adatta solo in caso di dipartita definitiva.
È il saluto da riservare al decuius.
E questo è il caso che esula dalle mie riflessioni.

In tutti gli altri casi ‘chi non muore si rivede’.
Pertanto mi rivolgo a tutti coloro che si stanno struggendo in questi giorni per la fine inconsueta dell’anno scolastico / accademico / sportivo di questo bizzarro 2020: sursum corda!

Non esiste addio, almeno sotto questo aspetto, èandatotuttobene.

La scuola finisce, molti si ritroveranno a settembre, forse un po’ più distanziati, forse attraverso una lastra di plexiglas, forse dietro una mascherina, forse ancora dallo schermo di un computer.
Ma si ritroveranno!

Qualcuno ha concluso un ciclo e ne inizierà uno nuovo: ripartirà dalla prima di un nuovo percorso di studi, ripartirà con una diversa attività sportiva, tenterà di inserirsi nel mondo del lavoro.

Per inclinazione il mio sguardo è sempre in avanti, verso ciò che mi attende, verso quel che sarà.
Se immaginiamo ogni transizione come l’attraversata di un lago con una barca a remi, possiamo vogare volgendo le spalle alla riva che dobbiamo raggiungere o a quella da cui ci allontaniamo.
A prescindere da quale sia la voga più efficace, il mio modo di affrontare la vita che scorre è quello di guardare avanti.

Non si tratta di cinismo o di irriconoscenza: è semplicemente più comodo rivangare il passato, che si conosce; guardare all’ignoto puó essere spaventoso. Ma spesso riserva sorprese migliori.

Addio è ipocrisia: spesso lo diciamo a persone che non rivedremo più per mancanza di occasioni.
Può trattarsi di un compagno di scuola, un collega di lavoro, una persona in genere con cui abbiamo un rapporto quotidiano che viene a cessare.
Ecco, vorrei insistere su questo aspetto: cessa di essere quotidiano.
Magari quella persona abita a pochi isolati da casa nostra; magari invece si trasferisce in un’altra città o in un’altra regione.
Nel primo caso nulla ci impedisce di frequentare quella stessa persona in altri momenti della giornata.
La vicinanza ridotta ai momenti di svago può rivelarsi anche migliore: tempo di qualità, anziché quantità di tempo.

Nel secondo caso i mezzi di comunicazione oggi sono talmente potenti che riescono a mantenere vivi i rapporti nonostante le distanze, se questo è ciò che desideriamo.

Se invece non è ciò che desideriamo, ovvero mantenere vivo il rapporto ci richiede energie che non siamo disposti a dedicare… beh allora inutile farla tanto lunga con gli addii: ciaone può bastare.