La tomba di Omero

Giuseppe, o come dicevan tutti Beppe, raccontava della sua vacanza a Mykonos, o forse era Santorini, o magari era Rodi, non fa differenza, rievocando il momento della visita alla tomba di Omero.

Erano anni che precedevano questa sventurata estate del Covid, ma probabilmente risaliamo anche a prima delle torri gemelle, non fa differenza.

Perché Giuseppe, o come dicevan tutti Beppe, si trovava sull’isola per divertirsi: far tardi nei locali, bere aperitivi al tramonto, ballare sulla spiaggia attorno ai falò. Della mitologia greca e della storia antica se ne interessava fino a quel punto, quel punto molto prossimo allo zero.

Però qualcuno, di cui lui si fidava, o forse solo che gli era parso un tipo carismatico di una birra più avanti di lui, gli aveva suggerito la visita culturale alla tomba di Omero.
Che poi vuoi mettere? Torni dalla vacanza e tutti ti credono un cazzaro e tu invece no, cali l’asso dalla manica, hai anche visitato dei luoghi di interesse storico.

Da che parte è la tomba di Omero? È su per il monte. E allora parti con lo scooter 50cc che per quella settimana è il tuo unico mezzo di trasporto.
A Beppe piaceva fare l’effetto sonoro, riferendo la sua avventura.
Meeeeeeeee meeeeeee meeee

Chi è stato in Grecia nei mesi estivi sa: sa le temperature, sa la puzza che si leva da certe aree di sosta, sa il vento, sa le condizioni delle strade.

Meeeeeeeee meeeeeee meeee

In giro non trovi mai un cane, mai uno a cui chiedere indicazioni, perché qua dopo eterni chilometri non si vede nulla, nulla di interesse ma nemmeno di poco rilievo: nulla se non sterpi e mare.

Meeeeeeeee meeeeeee meeee

Sperare che il carburante basti altrimenti tocca farla in discesa sfruttando la forza di gravità.

Meeeeeeeee meeeeeee meeee

Ad un certo punto ecco un cristiano a cui chiedere indicazioni: excuse me… Omero’s Thomb???
Anche l’inglese ti sfodera Giuseppe, o come dicevan tutti Beppe!

E quello gli fa segno di proseguire salendo, aggiungendo che la visita merita assolutamente, very nice.

Meeeeeeeee meeeeeee meeee
Ancora nulla
Meeeeeeeee meeeeeee meeee
Nulla
Meeeeeeeee meeeeeee meeee
Nulla

Mah aspetta forse … ecco…

Meeeeeeeee meeeeeee meeee

Ci siamo: Omero’s Thomb, la tomba di Omero.

Beppe a questo punto del racconto riferiva la sua profonda delusione con un “erano quattro sassi e basta, capisci? Non sapendo cosa altro fare, ci ho pisciato sopra”.

E ridiscendendo dava indicazioni entusiaste a coloro che incrociava, omero’s Tombe that way, very nice.

Meeeeee meeeee meeeee ma molto più divertito.

Cosa si aspettasse di diverso da una tomba non l’ho mai saputo.

So che ogni volta che profondo più energie a visitare un luogo del piacere che ne traggo ripenso alla tomba di Omero.

Oggi è accaduto con il Dolmen di Avola.

Il mio nome è Bond… Jack Bond

Il 2020 si sta rivelando un anno bisesto fantasioso.
Dopo la pandemia e il lockdown adesso sono anche rimasta non proprio a piedi, ma quasi.
L’importante è che non è successo nulla ma visto che per dei mesi non ho potuto usufruire delle strutture sanitarie ieri sera ho pensato di vedere se erano ancora lì, esattamente dove le ricordavo.

Per farla molto breve ho subito un tamponamento a catena e ho deciso di andare a farmi controllare, perché poi le botte escono a distanza che non sai wnemmeno chi ringraziare.
Allora batti il ferro finché è caldo e fatti un giro in pronto soccorso.
Avevo anche dei programmi alternativi per la serata ma vuoi mettere?
E così con il mio codice che più bianco non si può da fare invidia al dash, al dixan, all’ace gentile e anche a quello sgarbato mi sono messa pazientemente in attesa.
Dopo un primo test di ingresso e un secondo adoxe ha ci rt e un pre triage e un triage vero e proprio mi sono accomodata.
Nemmeno quattro ore più tardi sono salita al livello pro e finalmente ho avuto accesso alla sala d’attesa vera e propria.

Qui, inaspettatamente, solo dopo mezz’ora sento chiamare il mio cognome. Mica il numero, per rispettare la privacy, il mio cognome, forte e chiaro.
Rispondo all’appello e mi catapulto nell’ambulatorio. La gentile dottoressa e l’infermiera mi scrutano dubbiose: lei è?
Il mio nome è Rigon, Elena Rigon.

La mia risposta dissipa immediatamente ogni dubbio: un caso di cognonimia! al mio posto un uomo, in attesa da 45 minuti prima di me, a cui cedo il posto.

Respinta alla sala d’attesa riprendo la conversazione con una vecchia conoscenza ritrovata li per caso. Assieme a noi alcuni altri pazienti, tra cui un uomo anziano, accompagnato dalla figlia, per una specie di gastroenterite / influenza intestinale a cui viene fatto il tampone per il Covid.
Solo un paio d’ore più tardi una gentile infermiera viene a prendersi il signor B., chiamato anch’esso per cognome, per portarlo a fare le lastre.

Io ho scritto tutto questo per arrivare a descrivervi la faccia della figlia, che cercava di capire in quale modo potesse aver senso un’esame radiologico per il padre, che manifestava tanti sintomi sì, ma che in nessun modo si potevano ricondurre a fratture o traumi ossei.

Lei però non è intervenuta: quando rimani in attesa delle ore, e viene il tuo turno, non discuti.
La perplessità dei due, padre e figlia, si è fatta solida attraverso le loro espressioni, tanto che l’infermiera ha avuto il riflesso di chiedere ‘ma lei è Francesco B.?’ e così si è chiarito che invece Giovanni B. non necessitava di raggi X.

La prossima volta che vi dovesse capitare di recarvi per qualunque motivo al ps, state attenti a non accettare la prima colonscopia che chiamano solo perché ha un cognome simile al vostro.

Con un ritmo fluente di vita nel cuore

Nella settimana appena terminata ho lavorato tutti i giorni in presenza, mi sono allenata 3 giorni in piscina macinando vasche per un totale che supera i 10 km, ho persino mangiato in pizzeria in compagnia di amici.

Non si può dire che la vita sia ripartita a pieno regime, mancano ancora tante cose, siamo distanti dalla normalità, ma è già un buon passo avanti.

Un segnale importante me lo ha dato spia della riserva carburante, che é tornata ad accendersi.

Non ho ben capito cosa ci faccia tanta gente ancora con la mascherina, pur trovandosi all’aria aperta e a distanza superiore ai tre metri.
Ad ogni modo ognuno è libero di indossare i DPI che ritiene più opportuni: mascherina, guanti, ma anche caschetto e calzature antinfortunistiche che non si sa mai.

Personalmente mi sento rinata, sto repentinamente dimenticando quel che è stato, le lunghe giornate senza vedere altre facce nè sentire altre voci che quelle dei miei familiari.

Per me, che ho costantemente bisogno di socializzare, che potrei intavolare conversazione anche con i sassi e i fili d’erba, trascorrere la settimana in mezzo alle persone è una boccata di ossigeno.

Mi metto a parlare con chiunque incontro, mi sento come quando a dieta racimoli col cucchiaio tutti i chicchi di riso previsti dalla razione da 80g, sperando di saziarmi con briciole di socialità.

In realtà credo sia una situazione piuttosto comune: alcune domeniche fa mentre pedalavo con Sofia consideravo ad alta voce che in quel giorno ci sarebbe dovuta essere la sua prima comunione.
Una signora mai vista in precedenza, che stava andando a gettare il pattume, si è inserita nella conversazione chiedendo a quando erano state rinviate le cerimonie.

Stamattina ho intravisto una signora abbarbicata a una transenna: il ponticello che congiunge la piscina ai campi da tennis è stato reso inagibile e hanno disposto delle barriere per impedire il transito. Da un lato del ponte il divieto era più morbido, aperto ad interpretazioni, in pieno stile italico. La signora che entrava da quel lato lo ha violato senza grossi problemi.
Dall’altro lato però una coppia di transenne affiancate si è rivelata troppo larga e la signora, diversamente atletica, è riuscita a disporsi a pancia in giù in appoggio sulla parte superiore, ma non riusciva più nè a scendere nè a salire, come Aldo Ballio sulla scogliera in Tre uomini e una gamba.

Scesa dall’auto ho visto questa strana forma di yoga e mi sono fatta qualche scrupolo ad intervenire: uno potrebbe sempre risponderti di farti gli affari tuoi, che sta abbracciando la sbarra perché si sente sola o ha carenza di ferro.
Nel dubbio ho chiesto se le servisse aiuto e lei lo ha accettato volentieri.
Forse se non facevo la domanda avrebbe trascorso la giornata a rosolarsi come una braciola sulla graticola.

L’ho abbracciata per fornire il sostegno necessario a completare l’opera di scavalcamento e una volta raggiunta la terra, in segno di riconoscenza, al grazie ha aggiunto lo stampo di un bacio, un po’ come il Papa quando atterra, solo che la destinataria ero io.

Cosa resterà?

Cosa resterà di questo anno ‘20?
Cosa resterà di mille regole astruse, spesso incompatibili tra loro, sempre incompatibili con la vita quotidiana?

Le prime a sparire saranno le autocertificazioni, quelle in cui ogni 14 giorni dichiari che stai bene.
Anzi l’esercente di turno lo compila al posto tuo, te lo legge in faccia che stai bene.

Le altre autocertificazioni, quelle che effettui uno spostamento al fine inderogabile di effettuare uno spostamento (necessario) sono già morte da un pezzo.
Si sono evolute più veloci della luce, ogni 8 ore ne usciva un modello contenente la modifica su una riga.
Hanno bruciato le tappe: un’esistenza breve e intensa.

Il metro di distanza, in caso di attività fisica addirittura due o anche tre, sta facendo la fine dei miei rientri serali da minorenne: contrattavi un orario e poi di volta in volta ci aggiungevi 5 minuti. Il metro di volta in volta si accorcia di 5 cm. Siamo già molto prossimi a bucare la mia bolla di sicurezza personale.

I pannelli di plexiglas, immancabili negli scoop giornalistici, che lo immaginano ormai anche a letto tra marito e moglie, presto perderanno lucentezza, in quei rari casi in cui sono stati realizzati: già me li vedo tappezzati di adesivi appiccicati a casaccio.

Le strisce sul pavimento, applicate in maniera artigianale, si staccheranno e voleranno via: troveremo pezzetti di nastro giallo e nero ai bordi delle strade, li confonderemo con grossi calabroni schiattati.

Le file ordinate di persone fuori dai negozi, dalle banche, dai supermercati, dalla posta, al primo giorno di pioggia si faranno solubili.
Gli ingressi da un lato uscita dall’altro si confonderanno al primo che dimentica una cosa uscendo e inverte la marcia.

Le mascherine, già ritenute superflue all’aperto, ma che ancora penzolano sotto il mento ai più, finiranno come il casco appeso al braccio di certi scapestrati in motorino.
In un paese dove ancora c’è gente che fuma o che non allaccia la cintura di sicurezza alla guida, incurante dei danni concreti e immediati che reca a se stesso, figuriamoci quanto facile diventa ricordarsi di portarsi dietro un accessorio inutile e fastidioso.

I termoscanner che ti rilevano una temperatura corporea di 33 • vengono adoperati con malcelata sufficienza dal malcapitato addetto.

I guanti monouso (ha ha ha, mi fa troppo ridere monouso: cioè li usi una volta sola: chi mi spiega quando inizia e quando finisce la volta?) beh quelli comunque appartengono già al museo (degli orrori: pensa a tenerli addosso qualche ora, quando li levi …).

Le canzoncine della durata di 40 secondi per aiutare il lavaggio delle mani? Dai chi le canta ancora?

Resisteranno i flaconi di gel, quelli si: agli ingressi troveremo ampia disponibilità di quei dispenser che non riescono ad erogare e che non sono stati consumati; oppure resisterà la presenza di quei gel oleosi che ti impiastrano le mani e non vedi l’ora di lavartele per davvero.

Resisteranno come le bandiere arcobaleno con la scritta PACE, rimaste appese dai primi anni del nuovo secolo, stinte al punto di non distinguere più i colori.

Resisteranno gli arcobaleni disegnati dai bambini, a cui avete raccontato che andrà tutto bene e chissà se lo credevate davvero: sono ancora tutti esposti ‘sti disegni, come i babbi Natale ancora appesi al terrazzo al 25 di gennaio.

Ho il presentimento che resisteranno anche tutti gli aumenti, applicati per far fronte all’emergenza covid, che ad emergenza conclusa ci si dimenticherà di far rientrare.

Addio o… ciaone?

Ho sempre creduto che addio significasse ‘a mai più rivederci’. Esiste anche un’interpretazione più morbida, secondo cui è un saluto un po’ altisonante con cui si raccomanda il prossimo all’onnipotente.

È una parola che a me, comunque, non piace: se addio significa, come ho sempre inteso, ci rivedremo al cospetto di, è adatta solo in caso di dipartita definitiva.
È il saluto da riservare al decuius.
E questo è il caso che esula dalle mie riflessioni.

In tutti gli altri casi ‘chi non muore si rivede’.
Pertanto mi rivolgo a tutti coloro che si stanno struggendo in questi giorni per la fine inconsueta dell’anno scolastico / accademico / sportivo di questo bizzarro 2020: sursum corda!

Non esiste addio, almeno sotto questo aspetto, èandatotuttobene.

La scuola finisce, molti si ritroveranno a settembre, forse un po’ più distanziati, forse attraverso una lastra di plexiglas, forse dietro una mascherina, forse ancora dallo schermo di un computer.
Ma si ritroveranno!

Qualcuno ha concluso un ciclo e ne inizierà uno nuovo: ripartirà dalla prima di un nuovo percorso di studi, ripartirà con una diversa attività sportiva, tenterà di inserirsi nel mondo del lavoro.

Per inclinazione il mio sguardo è sempre in avanti, verso ciò che mi attende, verso quel che sarà.
Se immaginiamo ogni transizione come l’attraversata di un lago con una barca a remi, possiamo vogare volgendo le spalle alla riva che dobbiamo raggiungere o a quella da cui ci allontaniamo.
A prescindere da quale sia la voga più efficace, il mio modo di affrontare la vita che scorre è quello di guardare avanti.

Non si tratta di cinismo o di irriconoscenza: è semplicemente più comodo rivangare il passato, che si conosce; guardare all’ignoto puó essere spaventoso. Ma spesso riserva sorprese migliori.

Addio è ipocrisia: spesso lo diciamo a persone che non rivedremo più per mancanza di occasioni.
Può trattarsi di un compagno di scuola, un collega di lavoro, una persona in genere con cui abbiamo un rapporto quotidiano che viene a cessare.
Ecco, vorrei insistere su questo aspetto: cessa di essere quotidiano.
Magari quella persona abita a pochi isolati da casa nostra; magari invece si trasferisce in un’altra città o in un’altra regione.
Nel primo caso nulla ci impedisce di frequentare quella stessa persona in altri momenti della giornata.
La vicinanza ridotta ai momenti di svago può rivelarsi anche migliore: tempo di qualità, anziché quantità di tempo.

Nel secondo caso i mezzi di comunicazione oggi sono talmente potenti che riescono a mantenere vivi i rapporti nonostante le distanze, se questo è ciò che desideriamo.

Se invece non è ciò che desideriamo, ovvero mantenere vivo il rapporto ci richiede energie che non siamo disposti a dedicare… beh allora inutile farla tanto lunga con gli addii: ciaone può bastare.

RICOMINCIAMO: LA FASE 2 DEL NUOTATORE

Dodici settimane: tanto è durata l’impossibilità di entrare in vasca.

La sera del 9 marzo ho preso la sacca del nuoto e sono partita alla volta della piscina, appena prima dell’inizio della storica diretta televisiva che ha dichiarato il lockdown; sono andata all’ allenamento ma già subodoravo che sarebbe stato l’ultimo.

I mezzi di comunicazione raggiungevano il bordo vasca ed ero in costante aggiornamento sul progresso dei decreti: gustatelo, questo allenamento, perché per un pezzo non potrai più nuotare!
Tanto tuonò che piovve.

Inizialmente doveva trattarsi di quattro settimane, e nella mia testa immaginavo che sarebbero potute essere quattro settimane di stop completo, dal nuoto e da qualunque attività motoria: uno scarico completo, un tapering totale.

Presto però, ben prima delle quattro settimane, il mio corpo ha avvertito l’impellenza di muoversi, di creare delle situazioni di fatica: crisi di astinenza da attività fisica.

Inizialmente scettica mi sono avvicinata alla ginnastica, nome con cui io definisco tutto ciò che avviene al di fuori dell’acqua.

Per il resto del mondo assume molti nomi, come il diavolo che si può chiamare Satana, Belzebù o Mefistofele.
Per i non nuotatori esistono la psicomotricità, il risveglio muscolare dei club vacanze, la Zumba, il CrossFit, la ginnastica dolce e ciascuna è ben diversa dall’altra.

Il diavolo a cui mi sono rivolta io si potrebbe chiamare interval training o functional workout.
È un mondo fatto di esercizi dai nomi accattivanti come push up, jumping jack, mountain climber, squat, burpees.
Tutti rigorosamente in inglese perché detti così sembrano quasi dei tranquilli passatempo.

Nei giorni di pioggia, in cui ero costretta a rimanere dentro casa, il diavolo si chiamava pilates, quel famoso stretching che per mancanza cronica di tempo non eseguo mai; quell’attività che sembra semplice per il fatto di essere statica, ma non lo è per nulla.

Con l’aiuto di questi esercizi sono riuscita a far lavorare il sistema cardiovascolare, e con l’aiuto degli elastici a riprodurre molti dei movimenti del nuoto.

Però quando a metà maggio il governatore della mia regione ha nominato in conferenza stampa la riapertura delle piscine ho esultato come se avessero estratto il mio numero alla lotteria di capodanno.

Trepidante, il 25 maggio, dopo dodici settimane di assenza ho potuto finalmente ritornare a nuotare. Non posso parlare di 12 settimane di inattività, non lo sono state: il tapering non ha avuto luogo.

Ho atteso il momento dell’ingresso in acqua con sonni agitati, come accadeva ai tempi di scuola quando ritornava settembre e iniziava il nuovo anno.
Mi chiedevo come sarebbe stato, cosa avrei provato.

Eppure il bisogno base, quello di muoversi, lo avevo soddisfatto: perché tanto gaudio nel ritornare in acqua?

La primissima sensazione, che avevo dimenticato, è stata la spinta di Archimede. Lavorare in acqua è differente perché ci si muove a peso ridotto e la sensazione è un po’ quella di volare: passeggiare sulla luna anziché camminare per le vie del centro.

Forse per volare bisogna aggiungerci un po’ di energia, ma ho riscoperto l’appoggio pieno che si riceve dall’acqua, che è come stare su un materasso morbido.

Dopo il sostegno ho riscoperto il piacere di sentirsi avvolti, come un ritorno al liquido amniotico.

Avvolti e sostenuti: entrare in acqua ad allenarsi è la sensazione di una coccola.
Non il duro del pavimento attenuato appena da un tappetino, ma fluttuare in un dolce abbraccio.

Presto però la nuotata zen si è rivelata insoddisfacente e a breve giro è emersa la consapevolezza che il nuoto è uno sport insidioso: basta stargli lontana una sola settimana per ricadere al livello base. Figuriamoci dodici: la velocità che con tanta dedizione avevo affinato si è dispersa, tocca ripartire a lavorare sui gesti.

Non mi è mancata solo l’acqua, mi è mancata proprio la piscina, con la riga nera che divide la corsia a metà e la T che indica dove virare. Mi è mancata la socialità delle parole che si possono scambiare tra una serie e l’altra. Mi è mancato quel senso di completezza della giornata che provo quando sfilo la cuffia e gli occhialini.

Per me che sono un’insoddisfatta di natura, la ciliegina sulla torta sarà il ritorno alla competizione.

Non mi interessano le dispute a distanza: io voglio proprio quegli assembramenti che si formano prima della partenza, quei momenti di condivisione dei riti, quegli abbracci che anche dopo anni, a centinaia di km una dall’altra, ognuna chiuso fra quattro mura mi hanno fatta sentire vicina a chi vive la stessa mia passione, mi hanno regalato quel senso di identità e di appartenenza ad un mondo che pur essendosi eclissato per 12 settimane non ha smesso un solo minuto di pulsare.

Fase 2,5

Ho avuto un iniziale momento di rifiuto, in cui mi sono uniformata al divano.

Mi sono trasformata in runner, mio malgrado, quando essere un runner era più azzardato che arruolarsi da brigatista rosso.

Ho scoperto l’interval training: ho familiarizzato con i TABATA, gli AMRAP, gli EMOM.

Ho sperimentato i plank, gli squat, i jumping jack, lo skip nelle loro variegate forme.
Ho rivisitato il concetto di push up, che per me era solo un capo di biancheria, e scoperto che gli affondi bulgari non si vendono in gioielleria.
Sono passata a chiamare crunch gli addominali.
Ho odiato il mountain climber per poi farci pace, una volta passata alla guerra coi burpees.

Ho inspirato ed espirato al ritmo dettato dalla voce suadente dell’insegnante di pilates o di ginnastica posturale.

Ho stretto amicizie su Instagram e Facebook con i personal trainer, ho seguito le loro dirette in differita, studiato i loro video, ricercato gli esercizi su YouTube e su Wikipedia per poi poterli riprodurre senza crearmi traumi o lesioni.

Ho preso in prestito il tappetino e gli elastici a Sofia. Ho provato a variare i ritmi di lavoro e riposo per capire quali fossero più efficaci.
Efficaci per cosa? Boh, lo scopriremo, perché non so ancora bene che senso abbia avuto tutto questo.

Adesso finalmente so che presto potrò tornare semplicemente a nuotare.

Patientia nostra

Diversi anni orsono lavoravo per un’azienda che aveva tra i clienti un produttore di acqua minerale.

L’azienda cliente faceva capo ad un uomo anziano, padre di 5 figli maschi, tutti attivamente impiegati all’interno dell’azienda stessa, con mansioni differenti.
Alcuni dei figli non erano propriamente pronti ad ereditare il peso della gestione di un’impresa importante, si dedicavano ad attività collaterali e cercavano di improntare la loro esistenza su altri binari.
Uno di questi, per fare un esempio, girava i locali organizzando il karaoke.
Altri invece profondevano tutti i loro sforzi nell’ambito dell’attività familiare, con maggiori responsabilità.

Ciononostante il vecchio – di cui ricordo benissimo il cognome, ma non il nome – che chiameremo Alfredo, non si arrendeva a lasciar governare la baracca ai figli, ed era costantemente presente su tutti i fronti.
Un jolly: seguiva il lato tecnico, quello commerciale, le relazioni con i fornitori e con i clienti, girava incessantemente per lo stabilimento a sorvegliare l’andamento della produzione.

Alfredo veleggiava tra gli 80 e i 90 anni, con un’invidiabile forma fisica, che lui attribuiva alla pratica dello yoga e ovviamente ai poteri miracolosi della sua acqua.

Gli piaceva dare sfoggio delle sue abilità e doti atletiche, dimostrando di saper mantenere a lungo posizioni innaturali.
Era un uomo ciarliero e tendente al buonumore, che prendeva le situazioni dal loro lato migliore.

Gli piaceva anche sottolineare il fatto di avere ben 5 figli, e si gongolava per il fatto che fossero tutti maschi.

Il caso ha voluto che l’azienda presso la quale lavoravo io gli avesse fornito un macchinario comandato da un pc a bordo.
Un pc touch screen sul quale era stato implementato un pannello comandi.
Si badi bene, sto parlando dell’anno 2002 e sto parlando di un pc, un personal computer di tipo industriale ma basato su sistema operativo Windows.
E, lo ripeto, sto parlando di un touch screen: una tecnologia ora scontata, allora innovativa.

Il caso ha voluto anche che, per una serie di incomprensioni a livello progettuale, per l’insufficienza della fase di test, per una sequenza di eventi rispondenti alla legge di Murphy, uno di questi pulsanti presenti sul pannello operatore non funzionava a dovere.

O meglio, funzionava esattamente come gli era richiesto di fare: se premuto attiva il meccanismo, se rilasciato il meccanismo si arresta.

Solo che non era questo che si desiderava: l’obiettivo era ‘se premuto vai, se premuto nuovamente stop’.

Di fatto il funzionamento di tutto lo stabilimento era legato alla pressione di questo pulsante, pertanto serviva un cristo che schiacciasse il bottone ad oltranza. Fino a che non fossimo intervenuti, sul posto, con la modifica risolutiva.
E dato che il posto non era esattamente raggiungibile, perché collocato in una regione insulare, l’attività di emergenza – mantenere il pulsante pigiato – si prospettava a tempo non determinato.

Ora, a me è rimasto impresso il racconto dei colleghi che narravano del vecchio Alfredo nelle sue posizioni yoga a mandare avanti la baracca col dito pigiato sul bottone, a oltranza.

Quando mi domando ‘quo usque tandem’ durerà una misura insensata come quella in atto, mi viene in mente il vecchio Alfredo e la sua acqua minerale …

PASSEROTTO (NON) ANDARE VIAAAA

Qualche settimana fa mi sono iscritta a un gruppo – Io scatto dalla mia finestra – in cui vengono pubblicate fotografie prese dalla propria abitazione verso il mondo circostante.
L’idea è quella di ricostruire il mondo esterno tramite il contributo di ognuno; il risultato è sorprendente perché veramente ci sono dei panorami mozzafiato che io patisco un po’ il cantiere, fermo, che ho davanti a casa mia.

Oggi dopo pranzo ho lasciato la porta di ingresso spalancata perché la primavera entrasse in casa mia.
Ogni mio desiderio è un ordine, sulla soglia si è presentato un passerotto.
Ah finalmente ecco lo scatto della riscossa, il RISCATTO: finalmente anche io ho la possibilità di una foto coi fiocchi, pazienza se sarà uno scatto dalla porta anziché dalla finestra.

Il temerario si avventura oltre la soglia, e si introduce a tutti gli effetti in casa mia. Poi prende di mira una vetrata che non si può aprire e inizia a sbatterci contro.

Provo a chiamarlo, sbriciolo un biscotto tracciando un percorso verso l’uscita ma non c’è intesa: lui inizia a salire le scale, con le zampe salta da uno scalino all’altro e scivola un po’.

Mi viene l’idea di chiudere tutte le porte delle camere al piano sopra e lasciare aperta solo una finestra ma mentre sto ancora pensando il volatile, più rapido di me e del mio pensiero, ha già raggiunto in volo la camera di Viola.

Chiudo la porta e spalanco la finestra, mi metto sul terrazzo a chiamarlo ma niente, non mi ascolta, anzi sembra faccia l’esatto opposto di quel che gli dico.

Si nasconde sotto il letto, sbatte un po’ contro il muro, si rifugia su una trave sul soffitto.
Scagazza.

Lo lascio un po’ solo e se ne va.
O almeno io non lo trovo più.

Cronache dal Covid

“Quarantena? Ma perché la chiamano così se i giorni di isolamento sono 14? Deca-tetra-ena sarebbe il termine appropriato.”

Così si scherzava in ufficio verso la fine di febbraio, quando il ciclone Covid stava per travolgere l’Italia, anzi il mondo intero, in un lockdown senza precedenti.
Nessuno credo si aspettasse una situazione come la attuale. Perché se c’è qualcuno che se la sarebbe immaginata, o quel qualcuno o si chiama Stephen King, oppure quel qualcuno ha bisogno di un bravo psicanalista.

Io stessa molte volte, dovendo fare delle scelte, di fronte ad azioni che hanno ripercussioni sul futuro cerco di prevedere più scenari e poi concludo con una decisione dettata dal ‘facciamo così’ adducendo la spiegazione “perché non sai mai cosa può succedere”.

Ecco, sul ‘cosa’ resto vaga, non so e basta; non mi immagino catastrofi o scenari apocalittici, giusto una black box, potrebbe anche essere la vincita alla lotteria (di cui non ho comprato alcun biglietto).
Non acquisto un anno di servizi pagando anticipatamente, perché anche se sono convinta di volerne usufruire, non si sa mai. Resto cauta, ma agnostica.

Chi avrebbe potuto figurarsi uno scenario come l’attuale? Chi l’avrebbe mai detto? Io no.

Ma ora che ci siamo dentro, che l’incredibile è diventato ordinaria quotidianità, ora che stiamo vivendo, su scala mondiale, una realtà che nemmeno a inventarsela, ora?

Devo innanzitutto premettere che appartengo ad una fascia privilegiata della popolazione, che non ha subito – almeno ad ora, del doman non v’è certezza – ripercussioni gravi dal punto di vista nè sanitario nè economico; che dispone di tutto ciò che è necessario, e anche di buona parte del superfluo; che si ritrova in un’abitazione confortevole e spaziosa, con una famiglia che ama.
Con due figlie che non vedevano l’ora di poter stare a casa, meglio ancora di dover stare a casa.

D’un tratto però mi ritrovo io catapultata su un’isola spazio temporale.
Per lo spazio è chiaro: ognuno a casa sua, si esce al massimo per 200 m.
Ma il limite più importante lo vivo a livello di tempo: è stato nettamente reciso il passato, e non riesco a intravvedere un segno di continuità col futuro.

Il passato mi fa male: se ci penso, se riaffiorano tutte quelle cose che stavo facendo e che sono state bruscamente interrotte, mi sento stupida.
Stupida ad aver costruito, pianificato, progettato, perché tutto quello che quotidianamente mi impegnava era da ritenersi superfluo.
Superfluo accompagnare le figlie a scuola, superfluo allenarsi, superfluo andare in gita a Venezia o in montagna o a Gardaland, superfluo uscire a cena con gli amici, superfluo festeggiare un compleanno.
Tutti i miei sentimenti erano superflui: l’emozione per una gara, la rabbia per le piccole ingiustizie, la stanchezza per giornate lunghe ed impegnative, l’allegria di una serata in compagnia a ballare.

Se penso al futuro ho paura: quando? come? e se non se ne uscisse? e se ne si uscisse per lo stretto necessario, col terrore continuo di avvicinarsi al prossimo?

Che poi, per le distanze che uso mantenere io normalmente, sarebbe il problema minore. Ma é per il prossimo mio: l’altro giorno ho appena abbassato la mascherina per poter pagare con il riconoscimento facciale sul telefono; se avessi puntato una pistola quella dall’altra parte del banco sarebbe stata meno terrorizzata.

Non mi resta che godere del qui e ora: una quotidianità priva di ricordi e di ambizioni, vuota di sguardi ad un orizzonte impercettibile.

Una quotidianità fatta di figlie che si alzano quando vogliono e appena scendono mi vengono incontro e mi abbracciano, mentre prima le vedevo qualche istante al volo ed imbronciate per la levataccia.

Una quotidianità fatta di campanelli che suonano e corrieri che consegnano pacchi, spesso sbagliando ‘ah no mi scusi… era per Alessandro’.

Una quotidianità fatta di ricerca della concentrazione sul lavoro, che non è facile inserirsi in un ambiente nuovo con lo smart working, ma si cerca di fare del proprio meglio.

Una quotidianità fatta di appuntamenti fissi delle ragazze: la merenda, Fumbleland su Rai yo-yo, chissà che imparino un po’ di inglese, la sessione di allenamento via Zoom assieme a tutta la squadra.
Sentirle, mentre attendono l’inizio della fase di lavoro, che si mostrano cani, gatti, conigli e uova di Pasqua ti riempie la casa di allegria.

Una quotidianità fatta di allenamenti a secco, serviranno o no io ci metto l’anima poi si vedrà se al prossimo 50 stile le trazioni con gli elastici sono state efficaci.

Una quotidianità fatta di consegne a domicilio: il pesce al martedì, il messicano del sabato, la pizza e il gelato quando lo si vuole.

E se durante la settimana c’è il tele lavoro da ufficio, nel
weekend ci sono i lavori domestici, quale occasione migliore per tutto il decluttering per cui non si trova mai il tempo? E per sbizzarrirsi in cucina? E per riordinare e sistemare e pulire a fondo, che difficilmente si riesce a farlo?

Nei primi giorni di lockdown mi svegliavo di notte in preda al panico: qualcosa mi disturbava il sonno, aprivo gli occhi, ricordavo la quarantena, la reclusione, e non dormivo più.
Ora come una cosa che non puoi cambiare l’ho metabolizzata, dormo serena.
Accetto quel che è, consapevole che certi momenti sono un po’ un regalo.

Le relazioni col prossimo, pure a distanza, stanno per essere riscritte come su un quaderno nuovo. Non è vero che la lontananza le uccide: è vero che restano quelle che hanno un senso e la lontananza o la prossimità, nel senso fisico, diventano dettagli di scarso rilievo.

Quando si ripartirà? Non lo so, nessuno lo sa. Riprenderemo ad alzarci molto presto al mattino, a correre avanti e indietro per la città, ad organizzare, prenotare, ricevere ospiti a cena, uscire per una passeggiata o un aperitivo.
Ritorneremo a sottoporci a visite ed esami clinici, perché non è che esiste solo il Covid, e le altre malattie non sono andate in vacanza.
Ritorneremo a calzare un paio di scarpe e mantenerle addosso per l’intera giornata.

Ritorneremo a prenderci cura di noi stessi, ad andare dal parrucchiere, dall’estetista, dal massaggiatore, al ristorante ma anche più semplicemente a fare la spesa dove ci piace, a prendere il giornale senza correre il rischio di essere insultati, a gettare le immondizie senza passare per ‘furbetti’.

Ritorneremo a fare gite, a praticare sport, ad essere liberi, anche di rimanere a casa sul divano, quando lo desideriamo.

Nel frattempo viviamo. Confinati ma viviamo.