Sberle, schiaffi, carezze

“Qui devi girare, a sinistra”

Qui? Non diresti mai che lungo quella stradina c’è un impianto sportivo.

E invece.

E che impianto.

E che musica.

L’anno 2019 riparte, agonisticamente parlando.

E ho preso una sonora legnata, anzi due.

Una me l’ha data un tizio che si stava riscaldando a secco, slanciava le braccia attorno a sè ruotando il tronco. Colpa mia che non l’ho notato, gli sono passata vicina, troppo vicina, lui non mi ha visto e … SBADABENG, un manrovescio che ha coperto in pieno labbra e naso; niente di rotto, solo per 20 minuti mi sono sentita molto Francesca Dellera.

Ma trascorsi 20 minuti tutto apposto.

L’altra legnata, quella morale, è durata di più, e me l’ha suonata il cronometro, ben due volte nella stessa giornata.

E ha fatto molto più male.

Forse, e sottolineo forse, dovrei prendere in considerazione l’ipotesi che non è una legnata: non è il cronometro che mi dà schiaffi, sono io permalosa che me la prendo. Lui dice la verità, se io abbassassi le pretese andremmo d’accordo.

Gli schiaffi, per alcuni aspetti, sono la stessa cosa delle carezze, cambia solo la rapidità con cui la mano arriva sul viso.

Se per gli schiaffi l’impatto è violento, e ce li si ricorda, le carezze arrivano morbide, e vengono sottovalutate.

Come nel buio più totale anche un singolo lumino può sembrare un bagliore intenso, così faccio tesoro dei led che mi si sono accesi e rinfrancato l’autostima, che viaggiava parecchio rasente il suolo.

“Hai un bel delfino”

detta a me, che da agonista dicevano “quando nuoti a delfino fa’ finta di non conoscermi” non è un lumicino, è un faro nella notte scura; ancora di più se penso che appena tre giorni prima sono stata apostrofata da un’utente del nuoto libero con un “SIGNORINA??? Scusi ma se nuota così non ci stiamo insieme in corsia … e il nuoto… NON È MICA SUO”.

“Quanto mi piaci”

riferito a un selfie supportato da una valida resa dell’illuminazione, e che ritenevo l’unica cosa ben riuscita della giornata; per me che ogni mattina passo un certo numero di minuti a scendere a patti con la mia faccia, altro faro nella notte.

È molto di più di un generico “quanto sei bella” perché aggiunge valore con tutta la soggettività del caso.

“Dovresti tenere bassa la testa nella subacquea”

I consigli al volo che ricevi da altri partecipanti sono sempre preziosi.

Anche i massaggi.

“Che fatica…! brava tu, sei andata forte”

detto dalla vicina di corsia che ho staccato.

Non è vero, non sono andata forte, ma era la sua prima gara e capisco il suo punto di vista.

A volte abbiamo un’evidenza davanti agli occhi, qualcosa che riusciamo a vedere per il semplice fatto che ce l’abbiamo di fronte.

La stessa cosa, per chi la impersona, non è altrettanto evidente.

È paradossale, perché nel momento stesso in cui ci risulta lampante non riusciamo a renderci conto che chi indossa l’abito non se lo vede attorno.

Per questo certe frasi, che magari sembrano banali o scontate a chi le dice, o sceglie di non dirle perché teme di essere ridondante, a chi se le sente dire fanno un effetto stranissimo, e fanno enormemente piacere.

In spogliatoio mentre mi rivestivo osservavo una concorrente che al mattino aveva nuotato un 100 delfino in maniera strepitosa; al pomeriggio aveva disputato l’australiana arrivando ‘solamente’ seconda.

Forse era una mia impressione ma sembrava contrariata; dal canto mio invece la vedevo sull’Olimpo.

Non ho avuto il coraggio di dirle nulla.

Invece sono riuscita ad esprimere la mia gratitudine alla signora che ha mantenuto lo spogliatoio in condizioni impeccabili per la durata intera della manifestazione.

Dulcis in fundo:

“Leggo sempre i tuoi pezzi con piacere”

Questa mi ha riscaldato, oltre che illuminato.

Più che un faro, un faló in spiaggia nella notte di ferragosto, con musica e mohito a volontà.

Ad majora.

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Colazione in America

Ci sono azioni che costano fatica, che interrompono l’inerzia di uno stato gradevole: alzarsi al suono della sveglia quando fuori è ancora buio, uscire dal tepore del piumone, affrontare l’impatto con il freddo pungente dell’aria invernale.

Mi capita di ascoltare alla radio i Supertramp, Breakfast in America o The logical song. Sono trascorsi parecchi anni da quando erano brani in auge: sono inossidabili.

Avevo una musicassetta con tutti i loro successi e risiedeva nel walkman che a sua volta risiedeva nella tascona frontale del mio montgomery a righe.

Pieni anni ‘90: inforcavo la bicicletta alle ore 7.00 per raggiungere la stazione ferroviaria e prendere il locale delle 7.28 per Padova, ferma a Lerino – Grisignano – Mestrino. Super affollato ma mi dava qualche minuto di anticipo sul regionale delle 7.50, che ferma solo a Grisignano.

Qualche minuto prezioso per guadagnare un posto a sedere a lezione, un pezzo di sedia e di banco da cui sperare di carpire qualche passaggio chiave delle dimostrazioni dei teoremi.

Per cinque anni, da ottobre a maggio, escluso febbraio, tutti i giorni: vita da pendolare.

Col freddo, col buio, anche con la pioggia e la neve: inforcavo la bici e via,

“When I was young, it seemed that life was so wonderful

A miracle, oh it was beautiful, magical”

e pedalavo, con l’aria fredda che si infilava tra gli alamari di quel bel montgomery a rigone verdi e azzurre.

“please tell me what we’ve learned

I know it sounds absurd

Please tell me who I am”

Canzone altroché profetica, forse per quello la ascoltavo con interesse.

Qualche mattina alzarsi era dura, raggiungere Padova era dura; preparare gli esami era impegnativo, richiedeva uno sforzo costante di concentrazione, ragionamento, memoria.

Più studiavo e più i dubbi crescevano: avrò capito correttamente? Mi ricordo quel passaggio? Per sfociare in un disperato ‘Non so nulla’.

La laurea poi è arrivata, e anche se non ho intrapreso una professione direttamente collegata al percorso di studi seguito, la laurea, quella laurea, resta mia: la mia laurea.

Non intendo il pezzo di carta, che non so nemmeno dove ho messo, intendo il raggiungimento di un obiettivo.

Ho imparato che conseguire gli obiettivi richiede impegno e sacrificio, ho imparato a ragionare quando non so su che specchio arrampicarmi, ho imparato a mettermi davanti ad un argomento nuovo, qualsiasi argomento, e lasciarmi avvolgere.

Questa mattina ho dovuto alzarmi presto per alcune commissioni da fare prima del risveglio del resto della famiglia; non sono uscita in bicicletta ma sono uscita quando ancora molti dormivano, dai bar vuoti arrivavano le luci fioche che invitavano gli avventori per un caffè.

Il cielo azzurro per pochi istanti ha assunto delle striature rosa che facevano da sfondo ai rami spogli.

Ecco, diciamo che io stamattina avrei volentieri dormito un’ora in più, ma mi sarei persa lo spettacolo.

Ricordami di te

Ad inizio anno capita di imbattersi in qualche collage dei video clip dei maggiori successi di 20 anni addietro: canzoni che 20 anni prima avevano scalato le vette delle classifiche, vecchi tormentoni rispolverati, pochi secondi per ciascuna in un montaggio della durata totale di qualche minuto.

E tu sei lì che guardi, ascolti, le riconosci tutte, riemergono e ti fanno rimbalzare tra i ricordi che gli si sono annodati.

Qualcuna ha retto bene: ti ritrovi ad esclamare ‘già 20 anni???’ e intanto è già partito lo spezzone successivo.

Quest’anno non mi è capitato di trovare una cosa simile, o non ancora; e dato che sono curiosa e abitudinaria, ho fatto una semplice ricerca in internet e ho individuato un sito che per ogni anno riporta la classifica dei 100 brani: più venduti? Più ascoltati? Non lo so, ed è ininfluente ai fini delle mie considerazioni.

Trattandosi di un sito tradizionale (non è YouTube nè Spotify nè similari) la lista è una vera e propria lista: una tabella di 100 righe in cui, per ciascuna riga, compare numero (la posizione di merito), il titolo, l’interprete.

Per tale ragione la riproduzione del brano non è immediata, ma sollecita le sinapsi: leggi le info e per buona parte avviene il play nel mio riproduttore mentale.

Fa un effetto strano: leggi, canticchi, gli occhi scorrono alla riga successiva, canticchi, scorri, canticchi e avanti così fino alla riga 100.

Quando sei alla fine ti senti risucchiato nello stato d’animo dell’epoca: ricordi le ambizioni, le illusioni, i momenti belli e anche quelli difficili.

Visto che il giochino era simpatico ho pensato di farlo anche per i 5 anni a precedere, e a suon di lustri indietro sono arrivata all’anno più prossimo a quello della mia nascita.

Ovviamente le canzoni di quando sono nata non si ricollegano a momenti contestuali, ma le prime 10 della lista sono ancora famosissime. Idem per quelle dei 5 e 10 anni che hanno preceduto il mio arrivo.

I primi ricordi contestuali si attestano attorno ai miei 10 anni: al termine della scuola elementare ero perfettamente integrata nel mercato discografico.

La cosa strana è che dai 20 anni fa andando a ritroso ad ogni coppia titolo / interprete mi parte in automatico il jingle, mentre dai 20 anni fa andando in avanti questo non accade.

E non perché io non conosca il brano, lo conosco benissimo: si tratta di canzoni che ho ascoltato ad libitum e pure di recente.

Lo conosco ma non mi viene l’attacco, non mi viene il ritornello, nè l’aria di una qualunque parte.

È come se il mio database sonoro mentale ad un certo punto fosse esploso e le canzoni non ci stanno più.

Se a qualcuno interessa farsi un tour delle classifiche degli anni passati il sito è http://www.hitparadeitalia.it

Aggiungi un posto (a tavola) che c’è un amico in più

I segnali premonitori, bisogna saperli cogliere.

Una sbarra del telepass che non si alza, è un avvertimento: ricordati che il tuo percorso si interrompe, ogni tanto.

Ricordati che il tuo tragitto non si snoda su una linea retta, infinita, uniforme; è piuttosto un susseguirsi di segmenti, una spezzata, contorta, un viluppo.

Imbocchi il casello di uscita e vedi che non si alza: immagini un ritardo nei riflessi, i suoi; realizzi che i riflessi pronti spettano a te, cali il piede destro sul pedale centrale, dapprima con fare leggero, poi man mano che la distanza tra te e la sbarra si riduce, in maniera sempre più convinta.

L’auto si reinventa Karolina Kostner, inizia a pattinare, si aspetta un partner collaborativo; quando l’impatto si rivela inevitabile la sbarra si dimostra invece barbiere di Siviglia, e pettina dolcemente il parabrezza.

Una settimana più tardi, altro casello, altra direzione, ingresso stavolta, lo scenario si ripete.

Ho il telepass scarico? No: ad avere problemi è il mio predecessore, anzi sta tre auto avanti. Cerca di produrre il biglietto per l’ingresso, schiaccia qua e schiaccia là, ma la fila è sempre ferma.

Ovviamente la fila parallela procede indisturbata, Murphy ha provato spesso a spiegarlo; non hanno ancora inventato un rilevatore di possessori di telepass a distanza.

Dopo 5 minuti di paziente attesa inizio a valutare una retromarcia, e scopro che dietro di me hanno calato la sbarra di sicurezza: sono in trappola, non mi resta che aspettare.

Se per il primo della fila nutrivo poca stima, al secondo che non riesce a produrre il biglietto mi ricredo; al terzo, più vicino e quindi più visibile, ben 20 minuti dopo, ho invertito completamente la mia visione: il problema è la sbarra, non i guidatori.

Finalmente l’ectoplasma dell’omino ANAS arriva e pure io, che non ho bisogno di biglietto, entro.

Al momento dell’uscita, memore dell’esibizione artistica della settimana precedente, mi pongo il dubbio che il rifiuto a sollevarsi si ripeta: e infatti.

Freno per tempo, scendo, citofono all’omologo ectoplasma del casello di ingresso, dichiaro ad alta voce il punto di partenza.

Una sbarra che non si alza, è una richiesta di amicizia.

Il mio rapporto con le sbarre si è evoluto: ogni giorno attendo l’appuntamento, so che mi riservano sorprese, potremmo salutarci al volo o anche abbracciarci.

Potrebbero offrirmi 20 minuti di relax, una conversazione con un citofono, il brivido dell’impatto e poi no.

Salva con nome: 2018

Un altro anno terminato, un nuovo anno comincia.
Di bilanci e buoni propositi se ne sono letti abbastanza.
Io ad esempio vorrei tornare a scrivere un po’ di più, e allora parto proprio da qui, da dove si stanno inserendo tutti: da un sunto dell’anno concluso. 
Il 2018 è stato un anno senza particolari impennate, nel bene e nel male.
È stato un anno che non ha visto da vicino perdite, nè arrivi; non ci sono state svolte epocali, non è iniziato nessun ciclo, non è terminato nessun percorso importante.
Un anno che rischia di essere dimenticato? Meglio allora fare mente locale e mettere a fuoco alcuni punti salienti, in modo da archiviarlo con le etichette al posto giusto.
Il 2018 ha visto l’addio di Viola al suo fidato ciuccio: come ho fatto a farle smettere il vizio? Semplicemente niente, da un giorno all’altro non lo ha più chiesto e io ho provveduto a farli sparire.
Un mese dopo appena abbiamo tolto le rotelle alla sua bicicletta: ora versiamo nel limbo in cui per partire ha bisogno di essere sorretta, poi è autonoma. Verrà anche il momento dell’indipendenza.
E Sofia? Sofia ormai ha raggiunto tutte queste tappe della prima infanzia, ed è ancora presto per quelle dell’adolescenza.
Però un giorno mi ha chiesto di provare a fare il nuoto sincronizzato e da alcuni mesi me la trovo tesserata FIN nella squadra che ‘gioca il derby’ con quella in cui nuoto io.
Per me? Dal punto di vista della salute sono partita con una brutta influenza e poi ad agosto mi sono bloccata nuovamente con la schiena, quindi non proprio perfetto; ma sono mali transitori, non ci diamo troppo peso.
Invece il mio appuntamento quinquennale con quel fastidiosissimo esame che è la colonscopia, che oltre ad essere invasivo a livello fisico mi prostra psicologicamente con terribili ricordi, ha dato il suo responso negativo; un lungo respiro di sollievo.
Ho cambiato anche occhiali, e riscontrato un inizio di presbiopia.
L’influenza di inizio anno mi aveva fatto perdere  un po’ di peso, che ho cercato di non recuperare; da fine settembre ho voluto fare di meglio e con piccole rinunce alimentari ritornare al mio peso forma: obiettivo in avvicinamento.
Sportivamente è stato un anno di delusioni, per l’aspetto tecnico; ma ho avuto anche modo di stringere nuove amicizie e consolidarne di esistenti, il che riporta l’ago della bilancia al suo posto.
Penso che alcuni eventi assumano il loro valore concreto a distanza di un tempo più lungo di pochi mesi, pertanto può benissimo essere che accadimenti che ad oggi non sembrano avere peso ne assumeranno più in là.
Per il 2019 non ho obiettivi prefissati nè richieste o aspettative… quel che arriva va benissimo, anche perché non ci sono alternative.

A chi mi legge un sereno 2019, e a chi non mi legge auguro di cominciare a farlo.

La fatturazione elettronica spiegata a mia nonna

Siete in vacanza in qualche posto esotico, vi state annoiando su una spiaggia deserta, siete in fila in qualche impianto di risalita sulle Alpi?
Allora questo post non fa per voi, continuate a rimirare il paesaggio!
Se invece state inanellando pranzi e cene e accumulando calorie per l’inverno, sicuramente uno dei vostri commensali ad un certo punto tirerà fuori l’argomento.
Questo è un vademecum per far vedere che ne sapete qualcosa anche voi, senza pretesa di esaurire l’argomento.
Dal 1/1/2019 entrerà in vigore l’obbligo di emettere la fattura elettronica.
Chi come me è nato prima del 1985 conserva probabilmente un chiaro ricordo di quel 31/12/1999 quando pareva che, allo scattare della mezzanotte, il millenium bug ci avrebbe riportato all’età della pietra.
Fino a quel giorno gli anni si esprimevano con le ultime due cifre e nessuno metteva in dubbio che si trattasse di un abbreviazione in cui si ometteva millenovecento.
Dal giorno dopo cosa avremmo detto? uno? zerouno? duemilauno?
I computer in particolare sarebbero andati in tilt.
Panico, lo stesso che un paio di anni dopo avrebbe serpeggiato per l’entrata in vigore dell’euro.
Tutto ovviamente sempre dal primo gennaio, che se alle 23.59 la bottiglia di spumante la potevi pagare ancora in lire, BUM dalla mezzanotte in poi solo in euro, e tutti pronti con la calcolatrice in mano a convertire al centesimo.
Ecco, versiamo in situazione analoga, quanto a fibrillazione ed ansia.
Che cosa è la fattura elettronica esattamente? Io per prima credevo che fosse un foglio di word, anzichè un pezzo di carta di formaggio, su cui si scriveva il prezzo di una prestazione, o di un bene.
La fattura elettronica, da qui in avanti fe per gli amici, è in realtà qualcosa di più.
Non è semplicemente un documento di testo elettronico, ma è scritto in formato xml secondo uno schema specifico.
Significa sostanzialmente che del logo e dell’impaginazione non gliene importa un granchè a nessuno, l’importante è che la fe contenga tutti gli elementi necessari (la data, l’intestatario, le modalità di pagamento…).
La fe non è una composizione artistica, non lascia spazio alla creatività.
Se pensavate che la cosa si esaurisse qua siete degli illusi.
La fe deve seguire un flusso ben preciso, non è un cane sciolto ma ha dei sentieri predefiniti da battere.
Prima di tutto la fe deve avere un destinatario, e non pensate di poter emettere fattura alla Rossi spa così, semplicemente scrivendo Rossi spa.
La Rossi spa dovrà dotarsi di una modalità univoca di riconoscimento, accreditata.
Questo nei mesi passati ha prodotto un censimento spontaneo delle attività commerciali e professionali.
Ok, adesso che avete prodotto la fattura e indicato il corretto destinatario, cosa pensate? di potergliela mandare? magari via mail, che, si sa, è posta elettronica e pare vada a braccetto con la fe.
Fermi tutti, non potete mandarla direttamente all’interessato, Rossi spa.
Dovete mandarla al SdI.
Non è un refuso, ho scritto ‘al SdI’ perchè si scrive proprio così.
SdI è un acronimo che sta per sistema di interscambio, quindi io scrivo SdI e voi leggete Sistema di Interscambio.
Cosa fa questo SdI?
Convalida, smista e notifica.
Pensatelo come un gigantesco giudice, elettronico chiaramente, che si legge tutti i vostri bei temini, le fatture prodotte in formato xml, e va a caccia degli errori.
Controlla se avete svolto bene i compiti: la somma degli importi non coincide col totale? bocciato! Vi siete dimenticati di mettere la descrizione di un bene? Come cantava Raf ‘no no … nooon passa!’.
Così il SdI vi manda una notifica di scarto (NS per gli amici) e voi sapete che dovete rifare tutto da capo.
Se invece siete stati bravi il SdI vi manda una RC (ricevuta di consegna) e la partita si può ritenere chiusa.
Tertium non datur? MAGARI.
Tertium datur ECCOME.
Esiste la MC, che è una ricevuta di consegna con impossibilità di recapito.
Il che significa che voi avete svolto bene il vostro compitino ma per qualche ragione oscura il cliente è irreperibile, elettronicamente parlando si intende.
A questo punto la procedura è grottesca: voi (fornitori che per semplicità vengono chiamati cedenti o prestatori) dovete telefonare al vostro cliente (committente o cessionario, sempre per farla semplice) ed informarlo che la fe è disponibile nel suo cassetto fiscale.
Aprire il cassetto fiscale è semplice come ricomporre il cubo di Rubik, ma non finisce qua.
Quando il cliente-committente-cessionario avrà aperto il suo cassetto fiscale e preso visione della fe, voi a vostra volta dovrete aprire il vostro cassetto fiscale e verificare la data, per avere la certezza che il ciclo si sia chiuso.
Oppure attendete che ve lo segnali il SdI, ma ad ora non è codificata una notifica di PV (presa visione).
Se poi emettete fe per una PA (pubblica amministrazione) questa ha facoltà di accettare o rifiutare la vostra fe, per cui il giro si allunga, e le possibili risposte si moltiplicano come i Gremlins se gli fate il bagno dopo la mezzanotte.

Tutto ciò nulla aggiunge e nulla toglie alla garanzia di riscuotere ciò che la fe rappresenta solo formalmente, ossia il denaro che ricompensa la cessione di un bene o la prestazione professionale.

Ed ora che avete spiazzato il vostro interlocutore, tagliatevi un’altra fetta di panettone e brindate al 2019.

Momenti di Natale

Mannaggia alle canzoncine campanellose che dal primo di dicembre mi hanno tintinnato nelle orecchie in loop.

Mannaggia alle renne che si sono mangiate lo scotch e così babbo natale si è ritrovato a chiudere i pacchi con la pritt.

Mannaggia alle cene troppo lunghe, che ti riportano alla realtà di certe conversazioni che per il resto dell’anno riesci ad evitare.

Mannaggia alla fatturazione elettronica e alle mille sorprese che riserva, altro che uova di Pasqua.

Mannaggia allo sfizio di insalata russa, e dei salami, e del bollito col kren, e dei pandori e dei panettoni e dei panforti.

Mannaggia agli auguri che mi sembrano sempre ridondanti, ma poi quando arrivano mi commuovono: davvero ti sei ricordato/a di me?

Mannaggia al mese di dicembre, gonfio di appuntamenti e con quella scadenza improrogabile del giorno 25, entro cui devi incastrare tutto.

Mannaggia alla scoperta che, se anche non riesci a fare tutto, non succederà assolutamente niente: pensi di schiantarti contro il muro ma poi ti accorgi che il muro non c’è.

Mannaggia a certi Natali brutti del passato, che di Natale non avevano un bel niente, che hanno rovinato la magia che Natale è un giorno speciale e poi ti accorgi che non è sempre così.

Mannaggia alla vita che continua, alla meraviglia dei bambini che scartano i pacchi ed esultano, che gridano che babbo natale si è accorto che loro hanno fatto i bravi.

Mannaggia ai foruncoli che non danno tregua al mio viso.

Mannaggia a questo Natale 2018, che è già passato.

Il verso giusto

A volte accade: riesci ad agganciare lo stato d’animo positivo, quello in cui qualunque cosa ti venga in mente si piega dalla parte giusta.

Non capita spesso questa manna dal cielo: talora si tratta di un bene effimero, il tempo di una canzone e vola via.

Sembra di pedalare una bicicletta con il pignone sdentato: a ogni giro dei pedali preghi che quel difetto non si presenti proprio al momento della spinta.

E poi a un certo punto il miracolo riesce, il dente mancante si nasconde alla catena e tu pedali leggero, il moto procede uniforme; imbocchi una leggera pendenza, la gravità ti aiuta, scendi e acquisti velocità.

Le cose riprendono a girare per il verso giusto, così, naturalmente, come si è sempre ritenuto normale facessero.

Invece chissà perché in certi momenti non volevano muoversi nella sequenza giusta, deviavano, prendevano tangenti.

Il vento gonfia la vela nel punto buono, la barca scivola, le mete più distanti sembrano facilmente raggiungibili.

Mentre tutto scorre (panta rei)

Dicembre. Dicembre 2018. Ultimo mese dell’anno, ora di ricomporre l’albero, e mi sembra ieri che l’ho riposto nel sottoscala.

Qualche sera fa ho aperto una scatola dal contenuto misterioso, ci ho trovato dentro alberelli, frutto di lavoretti scolastici, fatti con l’anima della carta igienica o con altri materiali di fortuna. Si sono ripresentati puntuali, non c’è che dire; se la stessa scatola l’avessi aperta ad agosto probabilmente avrei fatto proseguire al contenuto (o alla scatola intera?) il percorso verso il bidone del secco. Così si sono salvati, per ora.

Alcuni anni fa durante il periodo delle festività natalizie Sofia aveva preso l’abitudine di portarsi in doccia delle statuine del presepio, a cui faceva il bagnetto; pur di non spezzare questa catena coi suoi indiscutibili risvolti positivi (dai che è ora di lavarsi, c’è anche il katalìcammello) ho tenuto in doccia Baldassarre e Melchiorre fino al Natale successivo.

Giorni, settimane, mesi che si inanellano; la sensazione è quella di mantenere bassa la linea dei blocchi caduti alla base del tetris. Blocchi che scendono sempre più velocemente e non mi danno tempo di pensare. Pensieri che si affastellano, il tempo che corre, la vita che avanza, ogni tanto si inceppano, dimentico un dettaglio, poi recupero, e corro.

Fermate la giostra, vorrei scendere, vorrei guardare da ferma da giù.

Inizio un pensiero, non lo porto a termine, non lo riesco a completare, un altro prepotente lo scansa, e poi un altro ancora.

Non riesco a scrivere, principalmente perché non riesco a pensare: non scrivo nemmeno messaggi, a volte neanche rispondo.

La giostra gira, peccato fermarla, ma in corsa ho paura di cadere, continuo a girare con lei, sempre più veloce, vorticosamente.

Un anno, questo 2018, iniziato in modo bizzarro: ore 3.00 del primo gennaio mi fermano i carabinieri “Ma si è resa conto che è passata col rosso?”

Sì, me ne sono resa benissimo conto, ma io non volevo, stavo giusto discutendo che il semaforo non ha solo due fasi ma almeno tre, forse quattro, forza muoviti che sei in mezzo a un incrocio.

Però sono passata, guidavo io e sono l’unica responsabile delle mie azioni, niente scuse puerili.

Favorisco i documenti, la cosa finisce lì.

Tempo una settimana che gennaio è iniziato e un’influenza da cavalli mi stende a letto per dieci giorni.

Se il buongiorno si vede dal mattino, dicono.

Invece no, tutto sommato non ho particolari recriminazioni da fare all’anno che se ne va.

Mentre ci penso mi ritorna quella data siciliana di metà anno, tanto attesa quanto deludente, marcato spartiacque tra aspettative e realtà.

Rimugino, insisto. Sotto la coltre della mia disillusione pensieri positivi si aprono un varco, emergono boccioli di ricordi belli, di momenti di amicizia, di traguardi raggiunti in altri ambiti, di soddisfazioni estranee all’obiettivo.

Momenti spensierati trascorsi in compagnia; messaggi inaspettati, per l’arrivo ma soprattutto per il contenuto; Viola che spinge sui pedali di una bici senza rotelle, la mia mano allenta la presa della sella, le mie gambe rallentano la corsa, lei procede ugualmente, autonoma.

Scoprire che a volte basta un sorriso per iniziare un dialogo, che ad un dialogo si aggancia una conversazione, e da una conversazione può nascere un’amicizia; scoprire che alcune persone sono molto più sole di quanto ogni tanto mi capita di sentirmi.

HOT PARADE AUTUNNO 2018

I dischi che caratterizzano questo momento; non significa i migliori o che siano pezzi memorabili o particolarmente belli, semplicemente sono brani che in questo periodo della mia si ascoltano con maggiore frequenza e che hanno un nesso con la vita quotidiana.

Assolutamente in ordine di niente.

* Da zero a cento – Baby K

Tocca ascoltarlo da capo ogni volta che per qualche motivo viene interrotto: Viola chiede che lo carichiamo da YouTube e riproduce fedelmente (fedelmente a modo suo) le mosse delle ballerine, cantando i pezzi che ricorda “Andale andaleeee”

* Faccio quello che voglio – Fabio Rovazzi

Questo viene ascoltato in loop in auto quando a bordo ci sono le bambine; se invece siamo a casa tocca vedere il video integrale, in cui si può apprezzare per intero la storia che sta dietro le parole.

Più che un video musicale, un vero e proprio cortometraggio scritto e diretto per intero dallo stesso Rovazzi.

Pensatela come volete, il ragazzo ha talento. Non per cantare, ma ci sa fare. Ha già sbaragliato i suoi mentori J-Ax e Fedez, ha rimesso in pista personaggi come Morandi e Al Bano. Vedo una lunga strada tracciata davanti a lui, sta andando a comandare

* Tutto tua madre – J-Ax

La (non ancora) madre che lanciava il reggiseno a ogni concerto ce l’ha fatta, e ora ha un pargolo tutto suo. Io preferivo il J-Ax senza figli, ma ho sentito molti spendere parole molto positive per la nuova veste di musicista genitore.

* Torna a casa – Maneskin

Questi ragazzi mi sono piaciuti dal primo ascolto, da quando inneggiavano con voce graffiante a Marlena / spogliati nera / apri la vela / viaggia leggera.

Ora Marlena deve aver preso il largo, perché la richiamano: torna a casa / il freddo ormai si fa sentire.

Apprezzo la coerenza di dedicare più canzoni alla stessa donna, mi unisco al coro di appello: quindi, Marlena, da brava, torna a casa!!!

* Le tasche piene di sassi – Giorgia

Finché questo tripudio di S usciva storpiato in F dalla bocca di Jovanotti non lo potevo sopportare. Ora ne riscopro tutta la meraviglia.

Mi torna in mente, granitica, una scena. Ero in età di scuola elementare e all’epoca il tempo pieno era per pochi; io andavo a scuola solo al mattino, poi al pomeriggio praticavo diverse attività tra cui, per due pomeriggi a settimana, la ginnastica.

Fosse oggi avrebbe un nome più esotico, come minimo si chiamerebbe psicomotricità; allora era semplicemente ginnastica al palazzetto dello sport.

Martedì e giovedì pomeriggio, tra le 15,30 e le 16,30 credo.

Vabbè magari dedicherò un post a parte a quello che si faceva in quest’ora e a vari aneddoti correlati; in questa sede mi limito a ricordare che una volta è successo che all’uscita a prendermi non è arrivata mia mamma. Nè una zia, una nonna, una baby sitter improvvisata. Non è arrivato un bel niente di nessuno, per un tempo indefinito che a me è parso eterno.

“Sono sola stasera senza di te / mi hai lasciata da sola davanti al cielo / arriva subito / mi vien da piangere”

Poi da dietro la curva, con uno stile di guida che Shumaker levati, è arrivata la mamma.

Non ho mai saputo cosa fosse accaduto, se mi aveva dimenticata o solo avuto un contrattempo: lei è arrivata e questo mi basta!

* Bling bling – Gue Pequeno

“Euro cash grana soldi schei / un milione anche più / anche l’ultima marlboro”

Ci sono diversi modi di riferirsi al denaro, schei è tipico veneto, ma è un termine talmente diffuso che non se ne coglie quasi l’accezione dialettale.

E poi, inossidabile, il richiamo a Mango: Oro.

Il metallo prezioso che è riferimento per il valore di ogni bene, convertibile nelle summenzionate unità di misura.

Mango col suo oro come il metro depositato al Bureau international des poids et mesures di Parigi, Gue Pequeno che ci rappa sopra a me non dispiace affatto.

* Piovesse il tuo nome – Elisa

“Se in mezzo alle strade

O nella confusione

Piovesse il tuo nome io

Una lettera per volta vorrei bere”

E se il nome che piove fosse Pierferdinando, sai quante lettere dovrebbe bersi, una alla volta? E soprattutto se cade un tafernario tanto di nome in mezzo a mille persone… non c’è pericolo che faccia dei morti?

* Pem pem – Elettra Lamborghini

Tutta in spagnolo ma si capisce perfettamente che lui non la ama ma la invita a casa sua a fumar marjuana pemperepem

* Paracetamolo – Calcutta

Collega1 entra in ufficio dicendo che si sente la febbre, se abbiamo una Tachipirina; io ravano un po’ nella mia borsa e gli porgo una pastiglia greca, equivalente di una Tachipirina 500. Collega2 gli allunga una bustina di qualcosa che sostiene essere pari alla Tachipirina 1000. Collega1 accetta la seconda offerta e io intono “lo sai che la Tachipirina 500 se ne prendi due… diventa 1000?”. Collega3 allibito, mi chiede se mi sono diventata cantautrice. Cultura musicale pari a zero, accendo Spotify e li aggiorno.

* Nera – Irama

“Nera come la tua schiena”

Che però ora a novembre è sbiadita

* Voglio – Marco Mengoni

“Voglio dire al vero amore che non era vero”

Non potete immaginare che razza di trip mentali mi scatena questa frase: se non era vero allora non posso dirglielo, perché lo direi alla persona sbagliata. O a non essere vero era qualcos’altro, non l’amore? In tal caso… cosa???

* Shut Up – Black eyed peas

Vero, è una canzone di parecchi anni addietro, ma la stanno riproponendo insistentemente e a me piaceva tantissimo e mi piace tuttora!

Sopra a tutto il dialogo cantato che termina con lo sfogo gridato della voce femminile:

“It was the same damn thing

Same ass excuses

Boy you’re usless

Whhoooaaaa”