Fase 2,5

Ho avuto un iniziale momento di rifiuto, in cui mi sono uniformata al divano.

Mi sono trasformata in runner, mio malgrado, quando essere un runner era più azzardato che arruolarsi da brigatista rosso.

Ho scoperto l’interval training: ho familiarizzato con i TABATA, gli AMRAP, gli EMOM.

Ho sperimentato i plank, gli squat, i jumping jack, lo skip nelle loro variegate forme.
Ho rivisitato il concetto di push up, che per me era solo un capo di biancheria, e scoperto che gli affondi bulgari non si vendono in gioielleria.
Sono passata a chiamare crunch gli addominali.
Ho odiato il mountain climber per poi farci pace, una volta passata alla guerra coi burpees.

Ho inspirato ed espirato al ritmo dettato dalla voce suadente dell’insegnante di pilates o di ginnastica posturale.

Ho stretto amicizie su Instagram e Facebook con i personal trainer, ho seguito le loro dirette in differita, studiato i loro video, ricercato gli esercizi su YouTube e su Wikipedia per poi poterli riprodurre senza crearmi traumi o lesioni.

Ho preso in prestito il tappetino e gli elastici a Sofia. Ho provato a variare i ritmi di lavoro e riposo per capire quali fossero più efficaci.
Efficaci per cosa? Boh, lo scopriremo, perché non so ancora bene che senso abbia avuto tutto questo.

Adesso finalmente so che presto potrò tornare semplicemente a nuotare.

Patientia nostra

Diversi anni orsono lavoravo per un’azienda che aveva tra i clienti un produttore di acqua minerale.

L’azienda cliente faceva capo ad un uomo anziano, padre di 5 figli maschi, tutti attivamente impiegati all’interno dell’azienda stessa, con mansioni differenti.
Alcuni dei figli non erano propriamente pronti ad ereditare il peso della gestione di un’impresa importante, si dedicavano ad attività collaterali e cercavano di improntare la loro esistenza su altri binari.
Uno di questi, per fare un esempio, girava i locali organizzando il karaoke.
Altri invece profondevano tutti i loro sforzi nell’ambito dell’attività familiare, con maggiori responsabilità.

Ciononostante il vecchio – di cui ricordo benissimo il cognome, ma non il nome – che chiameremo Alfredo, non si arrendeva a lasciar governare la baracca ai figli, ed era costantemente presente su tutti i fronti.
Un jolly: seguiva il lato tecnico, quello commerciale, le relazioni con i fornitori e con i clienti, girava incessantemente per lo stabilimento a sorvegliare l’andamento della produzione.

Alfredo veleggiava tra gli 80 e i 90 anni, con un’invidiabile forma fisica, che lui attribuiva alla pratica dello yoga e ovviamente ai poteri miracolosi della sua acqua.

Gli piaceva dare sfoggio delle sue abilità e doti atletiche, dimostrando di saper mantenere a lungo posizioni innaturali.
Era un uomo ciarliero e tendente al buonumore, che prendeva le situazioni dal loro lato migliore.

Gli piaceva anche sottolineare il fatto di avere ben 5 figli, e si gongolava per il fatto che fossero tutti maschi.

Il caso ha voluto che l’azienda presso la quale lavoravo io gli avesse fornito un macchinario comandato da un pc a bordo.
Un pc touch screen sul quale era stato implementato un pannello comandi.
Si badi bene, sto parlando dell’anno 2002 e sto parlando di un pc, un personal computer di tipo industriale ma basato su sistema operativo Windows.
E, lo ripeto, sto parlando di un touch screen: una tecnologia ora scontata, allora innovativa.

Il caso ha voluto anche che, per una serie di incomprensioni a livello progettuale, per l’insufficienza della fase di test, per una sequenza di eventi rispondenti alla legge di Murphy, uno di questi pulsanti presenti sul pannello operatore non funzionava a dovere.

O meglio, funzionava esattamente come gli era richiesto di fare: se premuto attiva il meccanismo, se rilasciato il meccanismo si arresta.

Solo che non era questo che si desiderava: l’obiettivo era ‘se premuto vai, se premuto nuovamente stop’.

Di fatto il funzionamento di tutto lo stabilimento era legato alla pressione di questo pulsante, pertanto serviva un cristo che schiacciasse il bottone ad oltranza. Fino a che non fossimo intervenuti, sul posto, con la modifica risolutiva.
E dato che il posto non era esattamente raggiungibile, perché collocato in una regione insulare, l’attività di emergenza – mantenere il pulsante pigiato – si prospettava a tempo non determinato.

Ora, a me è rimasto impresso il racconto dei colleghi che narravano del vecchio Alfredo nelle sue posizioni yoga a mandare avanti la baracca col dito pigiato sul bottone, a oltranza.

Quando mi domando ‘quo usque tandem’ durerà una misura insensata come quella in atto, mi viene in mente il vecchio Alfredo e la sua acqua minerale …

PASSEROTTO (NON) ANDARE VIAAAA

Qualche settimana fa mi sono iscritta a un gruppo – Io scatto dalla mia finestra – in cui vengono pubblicate fotografie prese dalla propria abitazione verso il mondo circostante.
L’idea è quella di ricostruire il mondo esterno tramite il contributo di ognuno; il risultato è sorprendente perché veramente ci sono dei panorami mozzafiato che io patisco un po’ il cantiere, fermo, che ho davanti a casa mia.

Oggi dopo pranzo ho lasciato la porta di ingresso spalancata perché la primavera entrasse in casa mia.
Ogni mio desiderio è un ordine, sulla soglia si è presentato un passerotto.
Ah finalmente ecco lo scatto della riscossa, il RISCATTO: finalmente anche io ho la possibilità di una foto coi fiocchi, pazienza se sarà uno scatto dalla porta anziché dalla finestra.

Il temerario si avventura oltre la soglia, e si introduce a tutti gli effetti in casa mia. Poi prende di mira una vetrata che non si può aprire e inizia a sbatterci contro.

Provo a chiamarlo, sbriciolo un biscotto tracciando un percorso verso l’uscita ma non c’è intesa: lui inizia a salire le scale, con le zampe salta da uno scalino all’altro e scivola un po’.

Mi viene l’idea di chiudere tutte le porte delle camere al piano sopra e lasciare aperta solo una finestra ma mentre sto ancora pensando il volatile, più rapido di me e del mio pensiero, ha già raggiunto in volo la camera di Viola.

Chiudo la porta e spalanco la finestra, mi metto sul terrazzo a chiamarlo ma niente, non mi ascolta, anzi sembra faccia l’esatto opposto di quel che gli dico.

Si nasconde sotto il letto, sbatte un po’ contro il muro, si rifugia su una trave sul soffitto.
Scagazza.

Lo lascio un po’ solo e se ne va.
O almeno io non lo trovo più.

Cronache dal Covid

“Quarantena? Ma perché la chiamano così se i giorni di isolamento sono 14? Deca-tetra-ena sarebbe il termine appropriato.”

Così si scherzava in ufficio verso la fine di febbraio, quando il ciclone Covid stava per travolgere l’Italia, anzi il mondo intero, in un lockdown senza precedenti.
Nessuno credo si aspettasse una situazione come la attuale. Perché se c’è qualcuno che se la sarebbe immaginata, o quel qualcuno o si chiama Stephen King, oppure quel qualcuno ha bisogno di un bravo psicanalista.

Io stessa molte volte, dovendo fare delle scelte, di fronte ad azioni che hanno ripercussioni sul futuro cerco di prevedere più scenari e poi concludo con una decisione dettata dal ‘facciamo così’ adducendo la spiegazione “perché non sai mai cosa può succedere”.

Ecco, sul ‘cosa’ resto vaga, non so e basta; non mi immagino catastrofi o scenari apocalittici, giusto una black box, potrebbe anche essere la vincita alla lotteria (di cui non ho comprato alcun biglietto).
Non acquisto un anno di servizi pagando anticipatamente, perché anche se sono convinta di volerne usufruire, non si sa mai. Resto cauta, ma agnostica.

Chi avrebbe potuto figurarsi uno scenario come l’attuale? Chi l’avrebbe mai detto? Io no.

Ma ora che ci siamo dentro, che l’incredibile è diventato ordinaria quotidianità, ora che stiamo vivendo, su scala mondiale, una realtà che nemmeno a inventarsela, ora?

Devo innanzitutto premettere che appartengo ad una fascia privilegiata della popolazione, che non ha subito – almeno ad ora, del doman non v’è certezza – ripercussioni gravi dal punto di vista nè sanitario nè economico; che dispone di tutto ciò che è necessario, e anche di buona parte del superfluo; che si ritrova in un’abitazione confortevole e spaziosa, con una famiglia che ama.
Con due figlie che non vedevano l’ora di poter stare a casa, meglio ancora di dover stare a casa.

D’un tratto però mi ritrovo io catapultata su un’isola spazio temporale.
Per lo spazio è chiaro: ognuno a casa sua, si esce al massimo per 200 m.
Ma il limite più importante lo vivo a livello di tempo: è stato nettamente reciso il passato, e non riesco a intravvedere un segno di continuità col futuro.

Il passato mi fa male: se ci penso, se riaffiorano tutte quelle cose che stavo facendo e che sono state bruscamente interrotte, mi sento stupida.
Stupida ad aver costruito, pianificato, progettato, perché tutto quello che quotidianamente mi impegnava era da ritenersi superfluo.
Superfluo accompagnare le figlie a scuola, superfluo allenarsi, superfluo andare in gita a Venezia o in montagna o a Gardaland, superfluo uscire a cena con gli amici, superfluo festeggiare un compleanno.
Tutti i miei sentimenti erano superflui: l’emozione per una gara, la rabbia per le piccole ingiustizie, la stanchezza per giornate lunghe ed impegnative, l’allegria di una serata in compagnia a ballare.

Se penso al futuro ho paura: quando? come? e se non se ne uscisse? e se ne si uscisse per lo stretto necessario, col terrore continuo di avvicinarsi al prossimo?

Che poi, per le distanze che uso mantenere io normalmente, sarebbe il problema minore. Ma é per il prossimo mio: l’altro giorno ho appena abbassato la mascherina per poter pagare con il riconoscimento facciale sul telefono; se avessi puntato una pistola quella dall’altra parte del banco sarebbe stata meno terrorizzata.

Non mi resta che godere del qui e ora: una quotidianità priva di ricordi e di ambizioni, vuota di sguardi ad un orizzonte impercettibile.

Una quotidianità fatta di figlie che si alzano quando vogliono e appena scendono mi vengono incontro e mi abbracciano, mentre prima le vedevo qualche istante al volo ed imbronciate per la levataccia.

Una quotidianità fatta di campanelli che suonano e corrieri che consegnano pacchi, spesso sbagliando ‘ah no mi scusi… era per Alessandro’.

Una quotidianità fatta di ricerca della concentrazione sul lavoro, che non è facile inserirsi in un ambiente nuovo con lo smart working, ma si cerca di fare del proprio meglio.

Una quotidianità fatta di appuntamenti fissi delle ragazze: la merenda, Fumbleland su Rai yo-yo, chissà che imparino un po’ di inglese, la sessione di allenamento via Zoom assieme a tutta la squadra.
Sentirle, mentre attendono l’inizio della fase di lavoro, che si mostrano cani, gatti, conigli e uova di Pasqua ti riempie la casa di allegria.

Una quotidianità fatta di allenamenti a secco, serviranno o no io ci metto l’anima poi si vedrà se al prossimo 50 stile le trazioni con gli elastici sono state efficaci.

Una quotidianità fatta di consegne a domicilio: il pesce al martedì, il messicano del sabato, la pizza e il gelato quando lo si vuole.

E se durante la settimana c’è il tele lavoro da ufficio, nel
weekend ci sono i lavori domestici, quale occasione migliore per tutto il decluttering per cui non si trova mai il tempo? E per sbizzarrirsi in cucina? E per riordinare e sistemare e pulire a fondo, che difficilmente si riesce a farlo?

Nei primi giorni di lockdown mi svegliavo di notte in preda al panico: qualcosa mi disturbava il sonno, aprivo gli occhi, ricordavo la quarantena, la reclusione, e non dormivo più.
Ora come una cosa che non puoi cambiare l’ho metabolizzata, dormo serena.
Accetto quel che è, consapevole che certi momenti sono un po’ un regalo.

Le relazioni col prossimo, pure a distanza, stanno per essere riscritte come su un quaderno nuovo. Non è vero che la lontananza le uccide: è vero che restano quelle che hanno un senso e la lontananza o la prossimità, nel senso fisico, diventano dettagli di scarso rilievo.

Quando si ripartirà? Non lo so, nessuno lo sa. Riprenderemo ad alzarci molto presto al mattino, a correre avanti e indietro per la città, ad organizzare, prenotare, ricevere ospiti a cena, uscire per una passeggiata o un aperitivo.
Ritorneremo a sottoporci a visite ed esami clinici, perché non è che esiste solo il Covid, e le altre malattie non sono andate in vacanza.
Ritorneremo a calzare un paio di scarpe e mantenerle addosso per l’intera giornata.

Ritorneremo a prenderci cura di noi stessi, ad andare dal parrucchiere, dall’estetista, dal massaggiatore, al ristorante ma anche più semplicemente a fare la spesa dove ci piace, a prendere il giornale senza correre il rischio di essere insultati, a gettare le immondizie senza passare per ‘furbetti’.

Ritorneremo a fare gite, a praticare sport, ad essere liberi, anche di rimanere a casa sul divano, quando lo desideriamo.

Nel frattempo viviamo. Confinati ma viviamo.

PANDEMIA: SUGGERIMENTI UTILI (aka CONSIGLI NON RICHIESTI)

  1. Restare concentrati su ciò che si fa: per chi come me ha la fortuna di lavorare ancora, è un ottimo sistema di mantenere la mente funzionante e lontana dal catastrofismo imperante. Se siete in ferie, o qualche altra forma di congedo non meglio definita, trovatevi un’attività casalinga che vi impegni il più possibile.
  2. Mantenere la normalità: anche se ci hanno tolto tutto, anche se non usciamo quotidianamente per andare al lavoro, anche se la palestra è chiusa, anche se andare a comperare il giornale è diventata un’attività ai limiti della legalità, anche se non abbiamo più una routine da sostenere, rimaniamo noi stessi. Vestiamoci, pettiniamoci, mettiamoci in ordine. Prima di tutto rimanere se stessi.
    Noi siamo qualcuno a prescindere di tutto ciò che facciamo ogni giorno.
  3. Individuare il lato positivo della questione: io ad esempio dormo sicuramente di più.
  4. Peace and love! Non appigliamoci ad ogni pretesto per scaricare la tensione: non è colpa di nessuno, non vale la pena di prendersela col governo che emette decreti come fuochi d’artificio, con le insegnanti che cercano di sperimentare loro malgrado la didattica a distanza, con il vicino che esce a pisciare il cane, con coloro che hanno contratto il virus perché potevano stare più attenti.
    Inutile scatenarsi in filippiche contro questo o quell’altro. Se trascinati in diatribe, levarsene.
  5. Non prendiamo i canali social come una pattumiera in cui riversare il nostro livore: piuttosto che scrivere un messaggio negativo o polemico o allarmistico meglio tacere.
  6. Cercare di tenere il morale alto: cacciare via le lacrime, l’ansia, il panico perché non servono a nessuno, anzi fanno male a noi stessi per primi.
  7. Diffondere pensieri positivi e di produzione propria. Inutile rigirare video, audio, memes scritti da altri di cui nemmeno si conosce l’origine; meglio raccontare del profumo di primavera che entra dalle nostre finestre, della forma che assumono le nuvole, dell’aria che si scalda, del colore del cielo sopra la nostra testa.
  8. Non reagire a qualsiasi hashtag come delle marionette: ore 18 tutti a cantare, ore 21 tutti a pregare… a che ora andremo tutti a pagare / vagare / cagare?
  9. Non prendere niente per oro colato. Niente. Verificare sempre l’autenticità della fonte o l’autorità di un ordine.
    E anche se la fonte è fidata e l’ordine proviene da chi di dovere mantenere il buon senso, ragionare con la propria testa: non ci si butta dal ponte nemmeno se lo grida il presidente della repubblica.
  10. Mantenere i contatti, quelli veri. Ora più che mai, adesso che i mezzi di comunicazione a distanza sono rimasti gli unici disponibili facciamone buon uso.
  11. Ultimo ma non ultimo… Lavarsi le mani!

Per distrarsi un po’

Quando, ormai due mesi fa, sono arrivata sul nuovo posto di lavoro ho trovato sulla scrivania un cioccolatino ad attendermi.

Non sono particolarmente golosa di cioccolato, anzi lo dovrei evitare, ma l’ho trovato un gesto di benvenuta molto incoraggiante.
Ho lasciato il cioccolatino sulla scrivania per i momenti di calo degli zuccheri o di sconforto in generale.

Anche il solo atto di rimirare un bene di conforto a volte può essere un sostegno, e infatti il guardare questo quadrato incartato con una bella carta dorata mi tirava su il morale. Poi in qualsiasi momento avrei potuto scegliere di mangiarlo.

Chi passava di lì si stupiva della mia resistenza alla forte tentazione.

Questa mattina ci sono arrivata vicino, l’ho preso tra le mani e con un piccolo senso di rivalsa ho scoperto che qualcuno aveva resistito meno di me, perché si era assaggiato il cioccolatino in questione.
Qualcuno che non aveva avuto la pazienza di scartarlo ma aveva rimosso un pezzetto di incarto e rosicchiato l’interno.

Ridendo ho chiesto chi fosse stato ma, nel momento stesso, ho realizzato che questo qualcuno non era un umano, e che quei trucioli che parevano residui di gomma da cancellare altro non erano che la parte di incarto asportata.

I colleghi hanno predisposto una eco trappola, una specie di parco divertimenti per attirare e stanare l’intruso con l’idea di accompagnarlo all’aperto.

Vi terrò aggiornati

Silenzi

Silenzi tetri, guardinghi, che si ha paura di interrompere. Silenzi carichi di odio, di sfida, di strategia del non dire.

Silenzi pesanti, che incutono timore, che generano ansia, che snervano.

Silenzi che per quanto si cerchi di evitarli ritornano precisi, come una molla dopo lo scatto.

Silenzi densi, appiccicosi, maleodoranti.

Silenzi tristi, lugubri, velenosi.

Silenzi sereni, aperti ad ogni discorso.

Silenzi che non attendono altro che essere rotti, come fogli bianchi su cui scrivere o tele su cui disegnare a tinte variegate.

Silenzi gioviali, che lasciano spazio alle opinioni altrui.

Silenzi che preludono a conversazioni musicali, armoniche, liete.

Silenzi eterei, profumati, circonfusi di essenza al mentolo.

Non è difficile distinguerli, eppure si presentano nella medesima veste.

Più biondo di chi?

Domenica mentre molti erano in montagna a sciare o in altre località amene a trascorrere la festività io recuperavo un po’ di faccende arretrate, tra cui gli approvvigionamenti alimentari, chè il frigo faceva l’eco. In due parole ero al supermercato.

Appena la scala mobile dal parcheggio sotterraneo sbuca dentro il negozio noto tre giovani, due donne e un uomo, con casacca azzurra recante il logo di una organizzazione umanitaria mondiale, che parlano tra loro.

Una delle ragazze si stacca dal gruppetto e mi si piazza di fronte, apostrofandomi con ‘signora, lei che è più bionda di me… ha pochi minuti?’.

La risposta sincera è che non li ho (e la considerazione è che questa tizia bionda non lo è nemmeno un pochino) ma devo aspettare il marito col carrello, pertanto mi fermo in silenzio, come se la cosa mi interessasse.

La tizia incalza anche lo sventurato sopraggiunto, chiedendogli se è mio marito.

Quindi si rivolge a me domandando che lavoro faccio.

Trattengo a stento un bel “Ma che te ne importa?” ma questa ripete la domanda.

Resto vaga ‘lavoro in ufficio, sono impiegata’ rispondo. Molto vaga.

Lei allora sottopone la stessa domanda al consorte, che ricicla la risposta.

Quindi insiste con ‘avete più di 25 anni vero?’.

Mi serve questo assist su un piatto d’argento, sembra che avere meno di 25 anni possa salvarmi dalla televendita, è un rigore a porta vuota; in coro rispondiamo NO, dobbiamo ancora compiere i 25 anni.

Non mi spiego il perché ma passa già alla domanda successiva, aggiungendo un ‘ma li portate bene’ che ha inflitto il colpo di grazia alla mia capacità di tollerare i venditori pedanti.

Il suo ‘Se volete vi posso spiegare velocemente…’ viene troncato dal mio ANCHE NO, quello che normalmente scatta dopo 3 secondi quando vengo contattata telefonicamente per le proposte commerciali.

Quindi di persona ho resistito di più, me ne compiaccio.

Questa sera entro nel centro sportivo per accompagnare Viola alla lezione di nuoto e di nuovo tre giovani, sempre due donne e un uomo, sempre con la stessa casacca. Non sono gli stessi di domenica, ma la composizione del gruppetto è analoga e la pettorina è inequivocabilmente della stessa fondazione.

Avanzo brandendo le mani in segno di NO e mi lasciano stare.

Mentre attendo mia figlia mi piazzo a pochi metri di distanza da loro. Scende un tipo dalle scale con una specie di pagliaio in testa, e una delle ragazze, dai capelli castani, ne interrompe l’andatura chiamandolo ‘ehi, lei che è più biondo di me…’ ma questo tira dritto senza lasciare spazio ad altre domande inutili.

In conclusione mi chiedo se ci sia qualcuno tra i lettori, più o meno biondo di me, che sappia come va a finire questo siparietto?

Arendelle, qual è il tuo segreto?

Realizzato molto bene, ma la storia ahimè un po’ sciappa. Se poi alla poltrona di fianco sta una donna che si sarà alzata all’incirca 250 volte la poesia se ne vola via.

Io mi calo nella finzione, cerco di lasciarmi portare dalla storia ma, interiezione di disappunto a scelta, se la storia è ambientata tra i ghiacci (FROZEN, non a caso) e tutti i personaggi sono vestiti di abiti di tulle, la verosimiglianza fatica a reggere.

Elsa ad un certo punto si sfila anche il vestito per domare il mare, e si leva pure gli stivali. Mi aspettavo di vederla nuotare ma niente da fare: surfa, cavalca, piroetta ma nuotare no, pare brutto.

Poi, una volta attraversato il mare meglio di Mosè, che si era limitato a separare le acque, le tornano ai piedi un paio di calzature: sandali! Sissignori, un paio di sandali quasi inesistenti, che per pattinare sul ghiaccio sono l’ottimale.

Avevo freddo io per lei.

Poi ci stupiamo che i bambini a carnevale, con temperature prossime allo zero, non vogliano coprire il costume con il giubbetto.

Ora che mi sovviene, anche mia nonna mi domandava dove andavo ‘spadina’ quando ad aprile me ne uscivo con la maglia leggera e senza nulla sopra.

Deve essere che sto invecchiando. Ma io ho freddo!

Maleficient 2

Dopo il film di Cenerentola e il film de La bella e la bestia la mia cultura cinematografica sulle principesse prosegue con Maleficent 2, il sequel dello spin off della favola La bella addormentata.

Da che sono diventata madre la mia frequentazione delle sale di proiezione si è convertita da cineforum settimanale a semel in anno licet Space Village, con tanto di pop corn; da Tarantino forever a Disney and Pixar only.

Che poi la fiaba classica non è garanzia di film adatto ai bambini, a volte le scene splatter, o la noia mortale, si camuffano bene anche nei cartoni animati.

Ricordo che durante Inside Out ci sono stati dei buoni quarti d’ora a rischio appisolamento, e che Sofia voleva uscire già a metà del Piccolo principe.

Maleficent pertanto era un rischio, che ho deciso di correre.

Mi sbagliavo: niente di cui temere, almeno sotto l’aspetto scene di paura; quanto a scorrevolezza della storia alcune lacune, ben colmate da effetti speciali e scene movimentate.

In breve Aurora (la bella addormentata) e Filippo decidono di sposarsi, ma le due consuocere attaccano briga ancor prima che finiscano i titoli di testa.

Malefica, galeotto anche il nome, sembra la cattiva; ma è presto chiaro l’equivoco, la perfida Ingrith è la vera strega.

Anche dovendo attribuire l’epiteto di addormentato si capisce presto che quello che dorme più di tutti è Filippo, che non si rende conto di quanto sta accadendo, mentre Aurora sa destreggiarsi bene tra le due donne in guerra.

Nel ruolo di Malefica una smagliante Angelina Jolie che grazie al trucco e al fotoritocco sembra ancora quella di Tomb Raider; nei panni di Ingrith una Michelle Pfeiffer che accusa invece tutti i segni del tempo che la separano dalla Catwoman che è stata.

Il film si rivela una copia del primo, del quale a onor del vero ho solo letto; girone di ritorno a campi invertiti di una partita tra le stesse squadre, creature della brughiera contro umani.

Alla fine il bene trionfa sul male e forse ci sarà un terzo set.