Tirana

"Che cosa è quel pomodorone?" chiede Sofia indicando una gigantesca panchina rinchiusa in una gabbia rossa a forma di cuore, inserito nel contesto della scritta I love Tirana, al posto della parola love.
Le altre lettere sono realizzate ad altezza d'uomo.

Entriamo nel pomodorone e un uomo già presente con la figlia ci avvisa che la sua bimba ha la chicken pox, potrebbe essere ancora contagiosa.
Non capisco immediatamente ma vedo la bimba da vicino e trattandosi di varicella ringrazio in cuor mio una volta in più di aver vaccinato le bimbe e di aver salvato gli unici 15 giorni di mare che facciamo all'anno dalla clausura in nuvolette di talco mentolato per alleviare il prurito.

Mi aspettavo che la città di Tirana avesse l'aspetto di una capitale, invece è una città abbastanza grande, paragonabile alle nostre città maggiori, ma non una metropoli.

Dopo la sosta nel pomodorone dirigiamo verso il bazari iri, che nessuno capisce cosa sia quando chiediamo indicazioni.
Attraversiamo una zona esclusivamente pedonale; ai lati della via e nel parco più avanti gli anziani si radunano all'ombra delle piante, seduti su secchi di vernice rovesciata o su una coperta distesa a terra, giocano a carte, a domino, alcuni a backgammon.

Fuori dalla zona pedonale altri stanno seduti su piccoli sgabelli ad esercitare l'antichissimo mestiere dei lustrascarpe.

Le bimbe iniziano già a manifestare stanchezza, per il caldo e il cammino, e ci rifugiamo una decina di minuti dentro un centro commerciale: esattamente identico a tutti i nostri centri commerciali, stessa aria condizionata a mille, stessi negozi.

Le donne mi sorprendono per la loro indifferenza al calore: con 40 gradi all'ombra sono truccate di tutto punto, rossetto compreso, camminano su tacchi alti e sembrano non avvertire la temperatura, quasi si stringono negli scialli o indossano abiti interi.
Alcune, mussulmane suppongo, hanno dei 'confortevolissimi' saii neri che le coprono da capo a piedi.

Il fenomeno dell'accattonaggio è ben presente, sono diversi i bambini che ci vengono appresso supplichevoli di denaro.

Mi sembra di distinguere tratti somatici comuni nei nativi del posto: fronte alta, naso adunco, forma del viso triangolare, orecchie sporgenti. Gli uomini sono di costituzione magra e ossuta ma piuttosto panciuti.
Per certo noi veniamo riconosciuti come turisti perché ogni volta che ci sediamo e ordiniamo da bere e da mangiare attendiamo che prima tutti gli altri avventori abbiano digerito.

Raggiungiamo con un po' di fortuna il bazari iri, ossia il mercato, che è un'esposizione ortofrutticola coperta di medie dimensioni. La piazza è adornata con delle statue di paglia che rappresentano cicogne.

Lì sentiamo un muezzin cantare, ci spostiamo verso la moschea che è la più antica della città. La moschea dà su una enorme piazza, attorno alla quale ci sono edifici di interesse pubblico. Nella piazza ci sono zampilli che formano una fontana a terra e molti bambini che ci giocano sopra, incuranti del fatto di bagnarsi.
Ascolto alcuni turisti parlare e … sono italiani. Li saluto, perché individuo una caratteristica in comune, e perché di base sono social nella realtà, ma a questi non sembra ci sia niente di insolito che ci accomuna, infatti ricambiano il mio saluto a stento.

Le batterie di Viola e Sofia sono esaurite, un po' in groppa e un po' in spalla le riportiamo indietro.
La città è per buona parte un cantiere in costruzione, pertanto siamo costretti a numerose deviazioni dal percorso. Per il resto i palazzi dell'epoca fascista stanno ancora lì, in mezzo a numerosissime postazioni di controllo. La parte centrale, quella che siamo riusciti a visitare, è uno strato di novità.

Ricorrenze

Tre anni sono trascorsi da quella domenica di un'estate in cui le temperature non sono mai esplose.
Le ferie le avevamo spese in giugno, perchè ad agosto dovevamo essere pronti al tuo arrivo, che aspettavo in verità almeno un paio di giorni dopo, ma ero rassegnata ad attendere anche una settimana oltre la data presunta.
E invece quella domenica mattina avevo iniziato il travaglio, ma chi lo sapeva che si trattava di questo?

Alla domanda 'saprò riconoscere il momento?' la ginecologa aveva sorriso con malcelata compassione, certo che sì.
Allora avevo consultato l'onnisciente, Google, e avevo trovato questa indicazione: 'se state a porvi la domanda significa che potete aspettare'.
Pertanto no! non poteva trattarsi di travaglio, assolutamente.

Cosa facciamo oggi pomeriggio? andiamo finalmente al parco a vedere il teatrino estivo? ogni domenica c'era stato un impedimento diverso.
E se mi prendono queste fitte al parco? Beh dai, durano poco poi passano. Se capitano, mi metto in un angolo tranquilla e supero il momento.
Però fermi tutti: sono di durata crescente e si presentano ad intervalli regolari, io sono a termine di gravidanza, forse prima di andare al parco un giretto al pronto soccorso è opportuno.

Ed è così che il teatrino è saltato anche quella domenica perchè 'signora la teniamo dentro' e dopo aver subìto i tentativi maldestri di una novizia per infilarmi l'ago cannula, sono stata fatta sedere su una poltrona per i tracciati.
Insieme a me un'altra donna, a cui mancava ancora un mese al termine, accompagnata dalla madre, che non taceva un minuto.
Ad un certo punto la figlia le dice "Mamma, guarda che la signora ha le contrazioni, parla piano!".
Chi io? macchè contrazioni, solo qualche fitta.

"Bene signora!" – dice la capa – "la portiamo su! ma dove va? si sieda che la accompagnamo".
Che noia tutto questo essere chiamata signora, vabè, ma posso camminare benissimo con le mie gambe. Niente da fare.

Arrivo in una saletta dove mi dicono di cambiarmi; penso che manchi ancora tantissimo, d'altronde non ho ancora avuto il tempo di prendere in mano il libro e attaccarmi alle cuffiette, preparativi per trascorrere l'eternità che dicono che ci vuole, ore e ore e ore, per qualcuna giorni interi, di sto famigerato travaglio.

L'ostetrica di turno inizia a compilare una scheda, mi fa mille domande sullo stato di salute della mia famiglia in generale, io cerco di rispondere con precisione ma il compito rimane a metà: ecco una contrazione terribile, fortissima, eterna che mi squarcia e mi fa sentire Bruce Banner quando si trasforma nell'incredibile Hulk.

E' come se una potenza superiore dal mio interno stesse per esplodere. Lancio un urlo così forte da poter dar voce a tutte le riproduzioni del dipinto di Munch distribuite sul pianeta.

Da quel momento non so quanto sia trascorso, io non ho più provato lo stesso dolore esplosivo, solo credevo il traguardo lontanissimo, quindi misuravo le forze;
arrivava un sacco di gente: medici, infermiere, ostetriche e tutti mi stavano attorno, chi mi toccava la pancia, chi mi misurava la pressione, chi regolava le flebo, chi ti controllava il battito.

"Dai dai che sta nascendo, respira respira spingi spingi respira dai che la vediamo, c'è la testa".
Si vallo a raccontare a tua sorella che lo so che mancano ore.

SCIUP
Eccola!

Ma come? già? e non potevate dirmelo prima? pensavo che sarebbe durato secoli e mi sono persa questo momento, non me lo sono gustata abbastanza!

Alle ore 16.30 di domenica 17 agosto 2014, Viola, sei venuta al mondo.

Oddio che piccola, la prima cosa che ho pensato.

Dopo averci sistemate ci hanno avvolte in un due lenzuola, uno grande per me e uno tutto ripiegato per te, e ci hanno messe in una saletta.

La prima cosa che tu hai pensato è stata di cagarci addosso, giusto per stabilire le priorità.

Mentre davo indicazioni al tuo papà che selezionava dal mio cellulare i destinatari della notizia meravigliosa (no a quelli dei serramenti no, sì a Fiorenza puoi mandarlo, anche se non era al corrente le farà piacere sapere) ti stringevo tra le braccia e ti guardavo estasiata, grata per aver appena vissuto l'esperienza più intensa e memorabile della mia vita.

 

 

 

 

Paura di volare?

Finalmente si parte!

In aeroporto a Verona mi parlano tutti in inglese, credendomi straniera, e si scocciano perché dimostro di capire meglio l'italiano.

Il volo è in ritardo di una buona mezz'ora ma l'importante è che le ferie abbiano avuto inizio!

"E perché è in ritardo mamma?"
Improvviso una delle mille spiegazioni a tutti i perché che domandano i bambini, e le mie figlie non sono da meno, e mi accorgo di una signora che sta ascoltando attentamente, anzi mi ha talmente presa sul serio che mi chiede di ripetere.

Una volta imbarcati assistiamo al teatrino delle procedure di emergenza: la prima volta che ho volato mi sembravano difficilissime, ora mi rendo conto che sono indicazioni piuttosto banali.
Konrantine, lo stewart, in compenso è guardabilissimo. Sembra un modello di Armani che esegue la sua coreografia per Amici guidato dalla voce della hostess. Tra l'altro sono seduta nelle prime file e posso sentire anche il suo profumo.

Il decollo è sempre un momento adrenalinico e dalle espressioni di Viola ho la conferma che la paura di volare non è insita nella natura umana: non nasciamo con la paura di prendere un aereo, via velocissimi mamma grida tutta contenta, è un condizionamento che acquisiamo con l'esperienza.

L'aeromobile è climatizzato in maniera piuttosto spinta, sembra di essere nelle corsie dei freschi all'Auchan. Quando scendiamo finalmente il tepore.

E poi un'altra mezz'ora per il noleggio, che all'auto fanno un servizio fotografico degno di un matrimonio.

Ma ormai sopporto tutto con calma zen: siamo in vacanza!

Un gioco da ragazze

Questa è la storia di Elena Saboori, 25 anni, studia Economia e vorrebbe imparare a nuotare.

Beh che ci vuole? Un po' di impegno, magari non andrà alle Olimpiadi ma può farcela, sì…

Ah… Aspetta, dimenticavo … Riformulo: Elena Saboori ha 25 anni, studia Economia e vorrebbe imparare a nuotare per partecipare alle prossime Olimpiadi di Tokyo 2020.

Ah ah ah… impossibile! Non ce la può fare… Invece io scommetto di sì, voglio credere che ce la farà!

Alla presentazione di Elena manca un dettaglio: vive in Afghanistan. 
In tutto il paese si contano 30 piscine (circa il numero di impianti che si trova in una provincia italiana di medie dimensioni) e solo una di queste consente l'accesso alle donne. 

Per poter competere Elena deve prima imparare a nuotare, ma chi glielo può insegnare? Le leggi talebane vietano alle donne di praticare sport, non esiste un'insegnante donna che le possa trasmettere i rudimenti. Niente paura, su YouTube si trova tutto, ci sarà pure un qualche tutorial che spiega come si fa, basterà aprire Google e digitare 'Aranzulla & crawl' no?

Elena non si perde d'animo e si guarda qualche video. Poi cerca di mettere in pratica ma si accorge che non è così semplice: una cosa è vedere i fotogrammi, un'altra è fare i conti con galleggiamento, spinta, propulsione, respirazione. Allora Elena aggiusta il tiro: non vuole più semplicemente imparare a nuotare ed andare alle Olimpiadi, ma vuole anche insegnare a nuotare alle altre donne, capisce che saper nuotare è anche una questione di sopravvivenza.

I rischi aumentano, gli attacchi terroristici si fanno più probabili, la sfida diventa incredibile. Anche perché, come se non bastassero le difficoltà descritte fino a qui, queste donne mica possono andare a nuotare con semplici costumi, no: devono essere coperte da testa a piedi, braccia-schiena-gambe comprese.

Ihsan Taheri, presidente della federazione natatoria afghana, loda il coraggio di Elena e sta dalla sua parte.

Hanno contattato un'azienda brasiliana per creare dei costumi adatti, nel frattempo le nuotatrici devono indossare calze nere e un top a maniche lunghe in lycra, sotto un normale costume intero.

A questo punto la mission impossible non mi pare più 'andare alle Olimpiadi', mi sembra che le difficoltà siano ben altre.

Se ce la farà, Elena sarà la prima nuotatrice nazionale afghana.

Io tifo per lei, non fosse altro che perché è mia omonima!

Giù dal chiodo!

Da quando è nata Viola non avevo più corso. Non sono una runner, non mi infiltrerei mai nella nebbia e nel buio invernali, ma quando arrivavano i mesi estivi, di sospensione dell'attività natatoria, qualche corsetta me la facevo.

Poi, complici le notti insonni, avevo lasciato perdere.

Un giorno di luglio mentre ripongo un paio di sandali vedo le mie Mizuno abbandonate che mi strizzano l'occhio; il pensiero delle mie gambe poco toniche, scacciato poche ore prima, ritorna prepotente.

Potrei soffermarmi sulla fatica di alzarsi alle 6.00, ma preferisco raccontare di quanto sia bello uscire di casa quando ancora tutti dormono; calzare le scarpe, sentirle aderire perfettamente al piede; muovere i primi passi pian pianino avviando il riproduttore mp3 e infilando le auricolari nelle orecchie.
Vedere gli stormi degli uccelli comporre le formazioni a V nel cielo e le anatre nuotare nel Tesina.
Osservare i fiori rigenerati nella notte, con petali ben distesi; chè una sera mi ero fermata per fotografarli, ma non erano più così freschi.

Fiori selvatici dai bordi delle strade e fiori coltivati che si inerpicano sulle reti di recinzione, vorrei fotografarli tutti.

Guardare i colori del mattino, la luce ancora tenue, il sole che sta salendo, il cielo azzurro e rosa.
Incontrare le solite faccie di chi corre nel senso di marcia opposto o porta a spasso il cane, o semplicemente cammina.

Salire sull'argine, individuare un tracciato poco disconnesso, percepire la rugiada della notte che filtra attraverso i calzini. Ritrovarsi immersi completamente nella natura, invisibili da tutte le case. Evitare le lumache, quelle senza la casetta che sembrano foglie accartocciate.

Attraversare il ponte e ritrovarsi sul tratto di argine più largo, su un sentiero più agevole.

Scendere dall'argine direttamente in centro al paese, incrociare i ciclisti del mattino e le prime automobili che si recano al lavoro.
Svoltare per la via in cui si trova lo studio medico e sorridere al pensiero dei bisticci che tra poche ore avranno luogo tra i pensionati per il posto in coda.

Ritrovarsi lungo il viale della Forall con l'insegna luminosa che riporta ora e temperatura.
Col sole in faccia arrivare fino in fondo al viale, accecata dal riverbero, senza vedere nulla tranne il sole e la strada, e fingere di essere sul ponte di Brooklyn a correre la maratona.

Immaginarsi la folla che acclama il mio arrivo, battere il cinque ad un cespuglio di lavanda che sporge da una recinzione.
Passare attraverso le vie lambite dalle irrigazioni mattutine.
Svoltare l'ultimo angolo, con la consapevolezza di essere ormai arrivata a casa. Attraversare un incrocio bislacco ma tanto a quest'ora non c'è nessuno.
Vedere casa, estrarre il telecomando con 400 m di anticipo.
Scendere la rampa del garage, togliere le scarpe e pensare: domani ancora.
E poi, una volta ferma, quando il tenue scirocchino creato dalla mia modesta velocità smette di asciugare il sudore, sentirlo imperlarsi, rigare la fronte, solcare la gote.
Domani ancora.

Un penny per i miei pensieri refrigeranti

If I share with you my story

won't you share your dollar with me?

Tranquilli, non è una richiesta di denaro, mi basta condividere con voi una storiella refrigerante che mi è tornata in mente a pranzo qualche giorno fa.

Si parlava di climatizzatori, in particolare di guasti ai climatizzatori, di questo caldo ostile (ostile ai più, io lo apprezzo), di sopravvivenza alle temperature elevate, di alternative ai climatizzatori.

Uno dei commensali se ne esce raccontando di aziende che commercializzano ghiaccio e a me la cosa è rimasta impressa perchè proprio la stessa mattina alla radio avevano raccontato di tre imprenditori della zona che hanno fatto fortuna grazie al ghiaccio.

Un altro dei commensali schernisce l'attività menzionata, perchè tanto il prodotto arriva a destinazione già tutto sciolto; io non gli dò peso perchè questo collega è disprezzo-uno-stile-di-vita.

Qualunque sia l'argomento lui ha da ridire, che non si fa così, che solo in Italia, che altrove è meglio, che lui aveva uno zio che.
Aveva appena terminato una filippica sull'uso delle cinture di sicurezza, che lui ha l'esenzione, ma sui sedili posteriori a cosa serve, ma quelli che vanno in moto non la usano, ma negli altri paesi non è obbligatoria.

Penso che ognuno di noi abbia nella sua cerchia di conoscenze un simile elemento, colui che sa tutto ma quando gli chiedi di aiutarti sguiscia come un'anguilla e arrangiati.
Si capisce perché io non presti tanta attenzione alle conversazioni, che partono sempre per la tangente con un tale partecipante, così ho iniziato a pensare a quanto impiega a sciogliersi il ghiaccio.

Mi sono tornati in mente due episodi, esempi pratici che sciolgono, in ogni senso, il dubbio fisico su cui stavo ragionando.

Il primo risale a qualche decade fa, quando andavo in vacanza in campeggio con i miei genitori. I campeggi di allora non sono nemmeno lontani parenti di quelli di adesso, villaggi super attrezzati.

I campeggi di allora lo erano nel vero senso della parola: picchettavi la tenda, gonfiavi il materassino, dormivi nel sacco a pelo e mangiavi su tavolini improvvisati quanto traballanti.

La corrente elettrica non raggiungeva tutte le piazzole e comunque noi ne facevamo tranquillamente a meno: lampada e fornellino alimentati a bomboletta di gas, nessun elettrodomestico (no televisione, no asciugacapelli, ovviamente no telefoni); il frigorifero si riduceva ad un contenitore termico che evitava che le pietanze si deteriorassero in poche ore.

Pochi giorni fa ho letto un post nostalgico dai toni ah-come-era-bello-il-campeggio. Anche no, ma casomai ne parlerò in un altro momento.

Il frigorifero dicevo era uno scatolone dalle pareti isolanti in cui creavi il fresco con le buste refrigeranti, da portare ogni 24 ore al market dove te le riponevano nel freezer dei surgelati e il giorno dopo non le trovavi più, perchè qualcuno le aveva scambiate con le tue, già fresche, e ti aveva lasciato lì, forse, le sue, calde. Forse.
Così i campeggi più all'avanguardia vendevano dei blocchi di ghiaccio da un paio di kg, che tenevano sì fresco ma poi ovviamente si scioglievano e il formaggio che volevi mantenere per la sera te lo trovavi a galleggiare insieme alla mortadella e buon appetito.

Le vacanze con i miei genitori non erano mai ripetitive, ogni anno si cambiava meta, stessa spiaggia stesso mare solo nella canzone. Di conseguenza io non ho mai avuto 'gli amici del mare' ma nemmeno il piacere di consolidare i percorsi che dalla piazzola portavano alla spiaggia, ai bagni, al market.
Mi assegnavano piccole mansioni tipo vai a lavare i piatti, a prendere acqua con la tanica (no, l'acqua corrente non faceva parte delle comodità), a comperare un litro di latte; e io, che quando veniva distribuito il senso dell'orientamento ero da qualche altra parte, forse a nuotare, mi perdevo, immancabilmente.
Impiegavo ore per cercare la piazzola, e non sapevo nemmeno come fare a chiedere indicazioni: peregrinavo fino a che, per esclusione, la trovavo.

Questo scenario per dire che io lo so bene che il ghiaccio a blocchi impiega parecchio a sciogliersi, che quella volta che mi hanno spedita al market a prendere il cubone sono riuscita ad arrivare con ancora metà del blocco compatto, e il resto liquefatto lungo il tragitto, tipo Pollicino, così capivo se da quel sentiero ci ero già passata.

Il ghiaccio a pezzetti si scioglie più in fretta, ma se è tanto, comunque impiega parecchio tempo.
Anni fa, appena una decina in questo caso, nella squadra di nuoto c'erano alcuni elementi che amavano organizzare festicciole estive in campagna.
Chiamavano tutti gli amici, e gli amici degli amici, ognuno portava qualcosa e si metteva un po' di musica.
Tra gli ospiti, a volte in veste di organizzatore altre di invitato, vi era tale Matteo; anche Matteo è un personaggio caratteristico, uno di quelli che in tutte le compagnie ce n'è uno. Lui è quello che arriva sempre dopo, che non si affretta per rispettare gli orari o gli impegni presi.
Così quella volta che era invitato ha chiesto cosa doveva portare quando tutti ormai si erano presi la loro parte di incarico e se ognuno porta per due / tre volte il quantitativo che mangerebbe va a finire che viene avanzato un mucchio di cibo.
"Matteo porta il ghiaccio per mettere le bibite in fresca" il compito che gli viene assegnato.
E ovviamente non è che puoi procurartelo la mattina per portarlo la sera, no: lo prendi subito prima, giusto quando sei di strada.
Ma Matteo non è, come dicevo, uno che si anticipa; arriva alla Auchan in orario di chiusura e pensa di trovare il ghiaccio senza nemmeno aver verificato se sia presente in assortimento.
Spiacenti non abbiamo ghiaccio da vendere, si sente rispondere, ma essendo in orario di chiusura il banco del pesce gli propone di tirarsi su quello che durante il giorno ha mantenuto arzille le triglie e le orate.
A Matteo non par vero: ghiaccio disponibile e a prezzo zero, fantastico.

Se non che quando gli invitati vedono una buona quantità di ghiaccio tritato fino non pensano più ormai alle bibite da refrigerare: come Homer Simpson quando vede le ciambelle perde la testa, ci sono due o tre che pensano bene di farsi un cocktail.

Cosa c'è di meglio in una calda serata estiva di un mohito al gusto di branzino?

La malizia è nelle orecchie di chi ascolta

Una sera del mese scorso ero a casa di amici; Sofia giocava con due coetanee e si erano inventate una coreografia sulla base di

Come il crimine senza regole

Come le ragazze con il grilletto facile

Entriamo senza pagare

Come i calciatori di serie A

Confesso che un po' strideva cantato da loro, bambine di 7-8 anni, e il doppio senso è schizzato a galla come una bollicina di aria.

Però no dai, che senso avrebbe? Se il paragone è col crimine, il grilletto è quello della pistola, altrimenti non si spiega.
(A onore del vero nei locali si paga all'uscita, non all'ingresso, e anche questo non si spiega).

Poi qualche giorno fa ho letto un post in cui una mamma racconta che sua figlia al centro estivo ha avuto la soffiata da un amichetto che il grilletto non è quello della pistola.

Tra i commenti qualcuno considera
che aveva avuto più difficoltà a spiegare ai propri figli un altro verso, di un brano dello scorso anno

E ancora un'altra estate arriverà

E compreremo un altro esame all'università

(Per questa stessa canzone ho già raccontato di come ho spiegato a Sofia che io non lanciavo reggiseni ai concerti).

Anche a Sofia un'amica ha detto che Rovazzi non è un gran cognome ma… mamma te lo dico in un orecchio… è un gran coglione, me lo ha detto la mia amica al centro estivo.
Questi centri estivi sono veramente una manna per l'esegesi dei testi della musica leggera, devo considerare di frequentarli anche io!

Ai miei tempi sempre al centro estivo avevo sentito un bambino cantare "sono solo canzonette" ma invece di chiedere 'non mettetemi alle strette' questo invocava 'non toccatemi le tette'.

I bambini hanno i radar per individuare i doppi sensi o le parolacce nei testi: Viola canta a squarciagola il pezzo di 'Andiamo a comandare' in cui J-Ax chiede a Rovazzi 'Che cazzo fai?'.

Sempre Viola, nemmeno tre anni, età in cui alcuni bambini ancora non parlano, nell'incipit di Molto interessante dove Fabio De Luigi raccomanda 'No parolacce' lei ripete il monito con aria furbetta, prima di considerare 'si ma… hai rotto le balle'.

Invece di Levante che canta 'Sei un pezzo di me…' non se ne curano proprio, non colgono la possibilità di prolungare il verso, e poi essere un pezzo di qualcun altro è un bellissimo complimento, cosa può nascondersi dietro? A me piace un sacco, a loro non interessa.

Il testo di una canzone è una zona franca: non sto commettendo turpiloquio, sto riportandone fedelmente i versi. Vaffanculo di Masini docet.

Dal canto mio preferisco i testi espliciti, che i doppi sensi spesso mi lasciano dei grandi interrogativi.

Ricordo che da piccola qualche volta li intravedevo dove proprio non c'erano, tipo Fiordaliso che alle mie orecchie voleva depilarsi (e non defilarsi) per i fatti suoi.
Oppure non li riuscivo a cogliere per niente, che ancora oggi non mi è chiaro quale pensiero stupendo avesse Patti Pravo.
E il kobra cosa sarà mai se non un serpente?

Tornando al recente, l'illuminazione che gli usurai dei cervelli deboli cantati da Biagio fossero gli psicanalisti mi ha inorgoglito un bel po', e compensato di tante incomprensioni passate.

Però certi paragoni mi suonano veramente misteriosi:

E non cerchiamo un simbolo

A volte per l'amore, a volte un sigaro

È soltanto un sigaro

(Nek – Freud)

Bene… E le altre volte, cos'è?

Oppure

Beviamoci su che qualcosa qui non funziona

Siamo come i tori a Pamplona, Pa-Pamplona

Cioè? Come sono i tori a Pamplona?

La malizia è negli occhi di chi guarda

"A-G-A… mamma? Cosa è scritto sulla tua maglietta?" mi chiede Sofia accarezzando le paillettes che ornano la parte alta della T-shirt che indosso.

Mi rendo conto solo in quel momento che sul fronte della mia maglietta è ricamata una scritta intellegibile, che vado a leggere per Sofia: AGAIN.

Ho acquistato questo capo di abbigliamento invece della canotta che cercavo e non ho trovato; però mi piaceva il modello, aperto sulla schiena. Non avevo nemmeno fatto caso a cosa rappresentasse il disegno. Sì perché sotto la scritta paillettosa c'è pure un disegno, aspetta, cosa dice? PLAY.

PLAY AGAIN: gioca ancora, rifallo.
Che può avere tante interpretazioni però a essere onesti tutte le altre sono palliativi, il senso è abbastanza chiaro, è istintivo come veniva istintivo a Sofia accarezzare le paillettes per testare se erano reversibili.

Di primo acchito mi vengono in mente le magliette A-Style, dove campeggiava una A con due pallini, una specie di dieresi sbilenca, che in forma stilizzata rappresentava senza troppa fantasia un accoppiamento da tergo.

Marchio molto diffuso anche tra i giovanissimi, bambini compresi; aveva suscitato qualche blanda polemica ma nessuno più di tanto faceva caso al significato: il giusto marketing aveva saputo fare accettare il doppio senso senza tanti moralismi.

Poi mi è venuto in mente un altro caso, meno noto e più gustoso; lo prendo da distante, mettetevi comodi in poltrona e preparatevi la birra e i pop-corn.

La mia nonna materna era rimasta vedova in età relativamente giovane; dopo un primo periodo di smarrimento aveva preso a riorganizzarsi. Per cominciare aveva fatto la patente, proprio lei che non aveva mai guidato l'auto, a 60 anni si era iscritta alla scuola guida e aveva conseguito l'ambita licenza di guidare.

Ricordo che la sera rimanevo da lei e mi divertivo a rispondere ai quiz, tranne le ultime tre domande sul motore che mi parevano fuori luogo ed inutili; aveva fatto parecchie guide e dopo un paio di tentativi di esame era riuscita ad ottenere il famoso foglietto rosa che si piega in tre parti.

Aveva anche iniziato a viaggiare: era andata in Australia per sei mesi ospite di sua sorella, che era emigrata molti anni prima.
Ogni anno a marzo e a novembre trascorreva un paio di settimane in qualche località del Mediterraneo, con gruppi organizzati di pensionati, con cui aveva allacciato diverse nuove amicizie.

Una volta aveva finto di aver conosciuto un nuovo uomo, e voleva presentarlo a suo fratello. In realtà era una sorpresa, si trattava della sorella che dall'Australia era venuta in Italia in vacanza. Aveva organizzato un pranzo con tutti i parenti e … CARRAMBACHESORPRESA… ecco il mio nuovo fidanzato invece era Fulvia! E giù lacrime, abbracci, improperi tutto insieme.

In quell'occasione le avevo chiesto perché non si trovasse davvero un altro uomo e mi aveva dato una risposta concisa ma eloquente: non ci penso nemmeno!

Tra le amicizie nate durante i viaggi c'era Lidia, una signora nativa di Trieste il cui cognome rivelava origini austriache o forse slovene. Anche Lidia era vedova, e anche Lidia era una a cui piaceva ridere e scherzare.
Fisicamente erano abbastanza simili, si distinguevano per il colore degli occhi, una verdi e l'altra azzurrissimi.

Al contrario di mia nonna che aveva preso la patente per pura sfida ma non aveva confidenza alcuna con la guida, Lidia guidava senza problemi.

Così mia nonna si faceva scarrozzare: al mercoledì d'estate andavano a Sottomarina e ritornavano la sera rosse come dei gamberi, e i loro occhi chiari risaltavano ancora di più.

Anche Lidia aveva di che acquisire da mia nonna, che dal lato suo vantava ottime abilità in cucina e nel cucito; veniva a trovarla spessissimo e si faceva spiegare come tirare la sfoglia o girare i bigoli col torchio, poi avanzava sempre qualche ingrediente e così tra un esercizio culinario e l'altro preparavano pranzi a otto portate.

Oppure andavano in gita dal strassaro, e Lidia guidava; compravano metri e metri di stoffa e poi mia nonna le insegnava a tagliare i pezzi dai cartamodelli e cucire gonne e camicie.

El strassaro (tradotto in italiano Lo straccivendolo) è un negozio di tessuti.
Ma così, in italiano intendo, non lo conosce nessuno: parola mia che ho provato a cercarlo chiedendo indicazioni per 'un grande magazzino di tessuti'. Sguardi allibiti: qua? Mai sentito! Dopo alcuni aggiustamenti della definizione 'aaaahhhh … el strassaro!' e ci ero davanti.

Comunque è un enorme ricettacolo di tessuti, un iper discount di stoffe per usare un termine moderno, un mezzo self-service dove si spendono pochi soldi ma è richiesta tanta pazienza.

Insomma, vengo al dunque: un pomeriggio sono lì entrambe alla macchina per cucire e mia nonna spiega a Lidia come attaccare la manica alla spalla, le fa vedere sulla camicia che indossa quale è la corrispondenza.
Vedi? E le tocca la cucitura. Questa!
Ma aspetta un po'… che camicia è questa?
Lidia orgogliosa le risponde che l'ha confezionata lei con la stoffa che avevano acquistato alcuni mesi prima.
"Ma fammi vedere un po' " dice mia nonna; guardano meglio da vicino il tessuto, una stoffa bianca con dei piccoli disegni neri.
In quel momento entro in casa io (la nonna abitava nell'appartamento sopra a quello in cui viveva la mia famiglia) e le sento ridere a crepapelle.
"Ah ah ah… vieni qua… guarda! Guarda che camicia si è fatta Lidia" e giù che sganasciano.

Mi avvicino e osservo la camicia, bella dico. Poi guardo da vicino: i disegnini neri rappresentavano donnine nude in varie pose.

Lidia aveva tagliato e cucito quella stoffa senza mai accorgersi di nulla.

La storia di Piero (che però si chiama Vittorio, o Giancarlo)

Se ‘ascoltare i discorsi altrui’ fosse uno sport io potrei ambire alla medaglia d’oro: campionessa olimpica di fatti degli altri.

Una sera della scorsa settimana dopo una nuotata mi stavo rivestendo. Lo spogliatoio era occupato da un gruppo di gestanti che avevano appena terminato il corso di acquagym pre-parto. Sorvolo sui dettagli di questa attività di cui, brevemente, nutro scarsa considerazione.

Però vedere tutte ‘ste pancione che si ungono di crema e si rivestono mi mette una certa allegria. Due di loro si erano attardate e si stavano scambiando pareri sulla pesantezza del vestiario del neonato necessaria tra settembre e ottobre.

Io ero lì con loro, nello spogliatoio comune, e non potevo non sentire i loro discorsi. Una delle due ha terminato la vestizione e ha salutato l’altra che ancora doveva oliarsi la pancia.

Questa ragazza, che chiameremo Jessica, è rimasta da sola, o meglio senza altre gestanti con cui conversare.

Jessica ha lunghi capelli rossi, proprio come Jessica Rabbit; ha un fisico minuto ma molto tonico. Per raccogliere ciò che le cade a terra non si china ma fa lo squat.

L’ho sentita affermare che il suo bimbo nascerà molto grande, perché nella sua famiglia lei e le sorelle sono nate oltre i 4 kg. La cosa non sembra preoccuparla, se non per la taglia dei pagliaccetti.

Dato che è rimasta da sola mi faccio coraggio, le chiedo timidamente quando è prevista la nascita.

Mi risponde ottobre, e inizia una serie di considerazioni su come vola il tempo e come si sono rivoluzionate le cose in questo ultimo semestre.

Ah, allora la conversazione ha ingranato, mi sbilancio già a chiedere il nome del nascituro (sono una velocista inside).

Jessica tergiversa giusto un istante per creare la suspence.

Una signora dei corsi di acquagym cosiddetta normale (cioè non riservata alle gestanti), di alcuni anni più di me, si introduce nel nostro dialogo e avanza l’ipotesi di Pietro, perché adesso si chiamano tutti così, e poi va a finire che lo chiamano Piero.

Jessica riprende la parola e risponde sommessa:

Jaian Karma.

Adesso per voi che leggete è facile, ma io non so nemmeno in verità se l’ho scritto correttamente.

Rimango lì perplessa, inebetita, come un equilibrista che si accorge di non avere la rete sotto e cerca comunque di mantenere il controllo.

Mi pare di aver capito Giancarla ma non oso chiedere di ripetere. Annaspo a vuoto, non so proprio cosa dire, non posso nemmeno dire che mi piace perché non ho capito.

Eppure le avevo sentito dire chiaramente che era un maschio, che su 40 donne che fanno il corso tutte sono in attesa di un maschio e che si vede che il mondo ha bisogno di uomini veri.

Mi rincuoro, avendo due figlie femmine, di tutta questa disponibilità e considero tra me che comunque, per fortuna, anche nelle generazioni precedenti qualche esemplare si è salvato.

La signora pierofobica, un metro più indietro, si avvicina e mi sorpassa sul rush finale, soffiandomi di diritto la medaglia d’oro: eeeeeeeeeehhhhhh?

Jaian Karma, scandisce Jessica paziente.

Niente, così come non ho capito io non ha capito nemmeno lei, se lo fa ripetere quattro volte, esattamente il numero che serve anche a me per metabolizzare la risposta.

Quando Jessica ottiene un feedback positivo, della serie che abbiamo afferrato il suono ma non osiamo ripetere, però le nostre espressioni sembrano rassegnate alla comprensione della assonanze, aggiunge la traduzione: è un nome indù che significa animo vittorioso, “Dato che è nato in ambiente sportivo…”

Prima ho evitato di demolire le varie attività con cui riempiono la vasca le persone che non nuotano, ma adesso penso che definire ‘sport’ la ginnastica in acqua per gestanti mi pare veramente eccessivo.

Ma Jessica continua il suo discorso “… dato che è nato in palestra…”.

Aaaaahhhhh …. Ora ricollego tutto: lo squat, il tempo che passa in fretta, e galeotta la canzone che ha vinto Sanremo!

Silent party 

Agorafobia è la paura degli spazi aperti, della piazza, agorà.

Io allora ho il problema opposto, agorafilia, cioè mi sento appagata, gratificata di fronte ad uno spazio aperto esteso: mi piace la piazza. 

Agoramania direi piuttosto: appena mi è possibile ne approfitto per andare nella piazza più grande della mia città, la piazza dei Signori.

Uno dei lati lunghi è interamente costeggiato dalla basilica palladiana, mentre lungo uno dei lati corti si ergono due colonne: una volta ho sentito una guida turistica spiegare che un tempo venivano utilizzate per le pubbliche esecuzioni, ma non ho trovato nessun riscontro quindi prendetela col beneficio del dubbio.

Alla base delle colonne ci sono degli scalini, sui quali spesso la gente si siede a mangiare il gelato, leggere il giornale, conversare, mentre i bambini si arrampicano e saltano giù.

Non ci sono attività particolari da svolgere ma a me anche solo rimanere lì a contemplare dà un senso di libertà. 

Devo aver trasmesso questa passione alle mie figlie che scorrazzano avanti e indietro fino a stancarsi e sfinire me.

La scorsa settimana a lato della piazza si ergeva un tendone a fianco di un palco sopraelevato.

Il tendone era stato allestito per noleggiare le cuffie audio entro cui un dj dal palco trasmetteva una sequenza di brani.

Ho scoperto così il silent party, ovvero: dietro pagamento ti prestano un paio di cuffie entro cui viene diffusa una musica; fuori tutto silenzio, dentro le tue orecchie musica.

L’intento immagino è quello di creare l’ambiente di una discoteca senza scassare i timpani al resto del mondo.

E a me, che andare in discoteca mi piace parecchio, dovrebbe sembrare una figata.

Invece come dicevano i Trettrè… ammè me para ‘na strunzata!

Primo perché se devo ascoltare musica in cuffia non vedo il senso di pagare 6€: me la porto da casa, quella che piace a me.

Alla base delle colonne di cui parlavo poco fa ad esempio c’era una ragazza di origine nordafricana che indossava auricolari di proprietà e un paio di occhiali scuri, anche se il sole era calato da un po’. Stava in piedi sul secondo gradino, e si atteggiava come una modella che dovesse fare un servizio fotografico: in effetti pochi metri più in là un suo connazionale riprendeva tutte queste movenze sensuali con uno smartphone sorretto da un’asta per selfie. Però aveva tutta l’aria di essere una ripresa a scopo personale, a partire dal physique du rôle che proprio mancava, sia alla modella che al fotografo / regista.

Ritornando al silent party, se il senso è quello che tutti ascoltino la medesima musica, obiezione vostro onore! La programmazione prevede tre tipi di ascolto (classica, rock, pop e non pensare di fare l’intellettuale raccontando che ascolti la classica perché le cuffie si illuminano di un colore diverso a seconda dell’opzione che scegli).

Secondo motivo per cui secondo me ha poco senso, è perché se esco di casa è anche per socializzare, e con le cuffie nelle orecchie è la morte di ogni conversazione. (Alla ballerina sulla colonna a cui la musica era necessaria per simulare armonia nelle movenze.)

Anche in discoteca non si conversa? E chi l’ha detto? Ti sgoli, dici poche cose, ma le orecchie sono attive.

Anche il cellulare ti estrania? No, le orecchie sono libere, e se anche sbirci una notifica ogni tanto non perdi completamente il contatto con il mondo.

Senza contare che il silent party, visto dal di fuori, appare decisamente grottesco, così come lo era la ragazza sulla colonna.

Quelli che ballavano erano visti come pazzi da quelli che non sentivano la musica.

Friedrich Wilhelm Nietzsche

Ecco, non vedo perché il mio diritto ad ascoltare la musica deva essere tassato!