L’ultima prima volta

Per tutte le cose c’è una prima volta: i primi passi, le prime parole, il primo giorno di scuola.
Ma anche il primo bacio, il primo lavoro, la prima sbornia.
Qual è il primo film che abbiamo visto al cinema? La prima volta che abbiamo sciato? La prima volta che abbiamo incontrato quella persona?

La prima sera in discoteca? Il primo concerto? La prima notte fuori di casa? Il primo viaggio da soli? Il primo aereo che abbiamo preso?

Qualcuna ce la ricordiamo per noi stessi, qualcuna la viviamo in seconda persona, osservando i figli, perché la nostra è troppo remota.
Non posso ricordare quando ho mosso i miei primi passi, ma ricordo bene quando hanno iniziato a camminare Sofia e Viola.
Non ricordo le mie prime parole, e ricordo a stento le loro.
Ricordo bene quando ho iniziato a pedalare senza le rotelle alla bicicletta, e l’ho rivissuto con la stessa emozione quando a non dover più sorreggere la bici da dietro ero io, non mio nonno.
A guidare l’auto ho imparato da privatista, con mio papà abbarbicato alla maniglia lato passeggero con entrambe le mani, la sigaretta in bocca e i piedi che cercavano il pedale del freno dove non c’era.
Ho vissuto come una liberazione il giorno dell’esame di pratica: qualunque esaminatore sarebbe stato più rilassato e, nella peggiore delle ipotesi, mi avrebbe bocciata. Mio papà invece me lo riportavo a casa ed avrebbe ripetuto altre mille volte cosa avevo sbagliato.
La prima guida da sola l’ho fatta verso l’ufficio postale, pochi km che mi sono sembrati impegnativi come la Parigi – Dakar più che altro per l’ansia che mi aveva trasmesso chi mi aspettava a casa.
Avere un familiare come insegnante crea un rapporto squilibrato, ed è il motivo per cui non ho insegnato alle mie figlie a nuotare.
Viola, suo malgrado, si è ritrovata Sofia come maestra, perché a loro piace giocare ‘alla scuola’. Fatto sta che, Rottenmeier scansati, avere Sofia come maestra è peggio che avere mio papà sul sedile di fianco.
Eppure questo gioco dei ruoli se lo sentono proprio, a loro piace e lo fanno spesso.
Col risultato che Viola ha imparato, a 4 anni e mezzo, a distinguere le lettere.
A leggere? No, solo a distinguere le lettere.
Firma i suoi disegni col nome perché sa che quelle sono le lettere che lo compongono.
Copia le cose che trova scritte in giro, senza capirne esattamente il senso.
Qualche sera fa ha preso in mano una vaschetta di Philadelphia, la crema spalmabile.
Ha guardato con diffidenza i caratteri cubitali, non capiva la P e la H vicine.
Poi, una dopo l’altra, ha scandito le lettere
F-O-R-M-A-G-G-I-O    F-R-E-S-C-O
La sua prima lettura.
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Speciale San Valentino

L’inverno sta per concludersi, il vento ha spazzato via tutte le nubi, il sole timidamente si ripropone gagliardo: lì, al suo posto, con quei raggi fissi ed intensi, sembra ricordarti che lui c’è, c’è sempre stato, e ti sta aspettando.

Il cielo terso, la settimana volge al termine, tutto fila per il verso giusto.

No, non proprio tutto tutto, ma un motore che fa qualche bizza che mai sarà?

Il meccanico, consultato di prima mattina, tra il cinguettare degli uccellini e la temperatura dell’aria che spinge in su, mi rassicura:

“Ordino il pezzo, ci sentiamo nei prossimi giorni, intanto vai.”

Vai, e vai… allo stop mi si crea una piccola colonna dietro, forse pensano che io non sappia guidare, ma portano pazienza, finché lo spunto mi consente l’inserimento in carreggiata.

L’ottimismo è il profumo della vita, Gianni.

Sono sicura che appena potrò aumentare un po’ il passo queste incertezze nella marcia si scioglieranno, come la neve al sole di primavera.

Ed è così che appena varcato il telepass, l’unico effetto meteorologico che riproduco è la nebbia: una fumata bianca che pare sia stato eletto un nuovo Papa.

Procedo ai 10 km/h per un bel tratto, poi – galeotto fu il viadotto – la fumata bianca si dissolve e al suo posto, di bianco, si alza la bandiera.

Col metodo BillGates, spegni e riaccendi, una volta funziona; ma non basta a raggiungere lo svincolo.

Ferma, in corsia di emergenza, quattro frecce, e mille camion che mi sfrecciano a lato.

Se mi lasci non vale, provo a cantare. A San Valentino poi non mi pare una buona idea; ci sono coppie che per delicatezza attendono che siano trascorse le festività natalizie, prima di chiudere. Tu, cara la mia auto, non potresti attendere un paio di km che mi levo dall’autostrada? Ti avevo anche fatto un pieno di blu Diesel, irriconoscente!

Niente, chiamo il carro attrezzi.

E qui comincia l’avventura: come si chiama il carroattrezzi? Non di certo abbassando il finestrino e chiamandolo a gran voce.

No, per chiamare il carroattrezzi, da qui in avanti ca per gli amici, si compone il numero.

Giro di telefonate per trovare il numero ‘giusto’, mica ti risponde un tizio che ti rassicura ‘arrivo subito’.

Ti risponde Svetlana, a cui fai lo spelling della targa (D come Domodossola; oh Svetlana, tu sai dove è Domodossola? J come Jugoslavia; oh Svetlana, tu sai che esisteva la Jugoslavia?).

Poi ti arriva un sms.

Poi ti arriva una notifica per la richiesta di geolocalizzazione (autostrada Valdastico, direzione Rovigo, 500 m prima dello svincolo A4: mi pareva chiaro a sufficienza, no?).

Ed ecco che dietro di me si ferma un’altra auto, bianca e azzurra, col lampeggiante blu: scende una graziosissima poliziotta, mi chiede cosa faccio.

Se le rispondo che ho pensato a un picnic in corsia di emergenza rischio l’oltraggio a pubblico ufficiale.

– Sono in panne.

– E ha chiamato soccorso?

– Si certo, sto aspettando.

– Favorisca patente, libretto e assicurazione. Lei sa dove si trova?

– Beh esattamente no, ma starà arrivando.

Rispondo con riferimento al ca.

Invece la poliziotta chiedeva se IO so dove mi trovo IO.

Devo avere un aspetto disorientato, deduco.

– Non esca dall’auto, aspetti qua ferma!

Ora che mi ha dato istruzioni precise mi sento più tranquilla.

Passano minuti eterni come settimane di gennaio, il collega della poliziotta carina viene a bussare al finestrino:

– Ma quando arriva il ca?

Mi sorge il dubbio che pensino mi diverta e per questo ritardo l’intervento; ritelefono a Svetlana, che mi risponde un po’ scocciata: sono trascorsi appena 20 minuti, devo avere pazienza!

Finalmente appare lui, il ca: mi parcheggia davanti ed abbassa la pedana. Scende il tizio che lo manovra: mi ricorda molto un ex collega, soprannominato Husqvarna per la forte somiglianza con un taglialegna: berrettino, barba, buonumore. Il mio 3B.

Si procura il gancio dal bagagliaio e mi dice di assecondare col volante la salita sul suo mezzo. Issa l’auto e poi mi chiede: vuole scendere o resta su?

Sbircio dalla mia seduta alta, vedo solo camion in arrivo e un dislivello di più di un metro: rispondo come se mi avesse proposto il bunjee jumping che almeno fino al casello resto su.

Si ferma un paio di km dopo, appena prima della sbarra, mi chiede il casello a cui avevo fatto ingresso, per non incasinare il telepass.

Poi mi ripete:

“Adesso scende?”

E non è proprio una domanda, non concede riposte alternative.

Raccolgo tutte le mie cose ed esco dall’abitacolo, sulla piattaforma.

“Ma devo saltare giù?”

“Se vuole la prendo in braccio, purché pesi meno di 100 kg”

Ok mi ha convinta, anche se peso un po’ meno: balzo giù e finisco accovacciata.

Una volta a bordo concordiamo la destinazione da raggiungere; poi inizia la diagnosi, secondo lui è la turbina, ne è quasi certo.

Prosegue con la narrazione del suo lavoro, che la volante la vede spesso su quel tratto, fanno la spola, una volta sono rimasti in panne anche loro; lui mi aveva già vista stamattina, con quel fumo bianco che usciva dallo scarico, sapeva che lo avrebbero contattato, tempo di fare rifornimento e mi avrebbe raggiunta.

Mi porta fino all’officina, scarica l’auto e mi conferma la diagnosi: passa un dito sullo scarico, lo dimostra unto, lo ripulisce sull’asfalto.

Conclude serafico “è la turbina, senti che odor de costesina*”.

E odorando forzatamente se ne va, allegro come era arrivato.

* costesina: costina di maiale cotta alla brace, emana un tipico odore di carne grigliata

Scoperte sensazionali

UDITE UDITE!!!

Ho avuto la rivelazione di uno dei misteri più impenetrabili che affliggono l’umanità:

IL FENOMENO DEI CALZINI SPAIATI

ebbene ssiore e ssiori, i calzini ugnoli che si accumulano all’uscita della lavatrice / asciugatrice e che rimangono in attesa della loro anima gemella prima di ritornare nel cassetto o ai piedi, un po’ come Vladimiro ed Estragone in attesa di Godot o come Chuck Noland sull’isola deserta, speranzosi di ritrovare il compagno, ecco insomma questi qui

NON SONO PERSI, NO

non si sono mai infilati in qualche buco nero di antimateria dietro la macchina infernale

NO

è solo che

RULLO DI TAMBURI

loro non si riconoscono

cioè all’inizio erano uguali, stesso filato, stesso colore, stessa dimensione

poi una volta sono stati distanti durante la centrifuga, un’altra volta confinavano con maglie di colore diverso, insomma piccole esperienze difformi e loro si sono contraddistinti

sono ancora una coppia, anzi un paio come li chiamano al momento della vendita, ma non si riconoscono più, sembrano provenire da pianeti diversi

se vogliamo estendere la considerazione anche ai rapporti umani… fate voi

8 febbraio 2019 – giornata mondiale dei calzini spaiati

Lo strano caso del dr Jeckyll e di mr Jeckyll

Per distinguerle, a scuola, le due Anna, usavamo l’iniziale del cognome. Qualche anno più avanti mi sarei ritrovata io ad essere una della Elena da riconoscere, perché nell’epoca in cui sono nata il mio nome stava in testa alle classifiche di diffusione.

È stato così il mio primo approccio al fenomeno dell’omonimia: due persone con lo stesso nome, chiami uno e ti risponde un altro. Elena? Siiii … no non te, l’altra.

È fastidioso, ma fisiologico.

In alcuni casi, che io chiamo i cognonimi, ad essere uguale è il cognome.

Mi è capitato di essere in attesa di una chiamata, avere davanti 20 e più persone, e sentire pronunciare a voce alta il mio cognome e nome. Tocca già a me? Mi ero illusa! Non toccava a me. La distinzione in quel caso era stata possibile in base alla data di nascita.

E quando corrisponde anche la data di nascita? Il gioco si fa duro.

Se poi corrisponde anche il luogo di nascita i duri devono cominciare a giocare.

Eh si, perché non si tratta più di due Anna, o due Elena, nella stessa classe.

Si tratta di due codici fiscali uguali: un gran casino!

Il codice fiscale, sappiamo, è composto da 15 caratteri, ricavati da nome e cognome, data e luogo di nascita. Il sedicesimo, detto carattere di controllo, è la ‘somma’ dei precedenti 15: quindi non è una scappatoia per distinguere i casi di omocodia, che è appunto il nome del fenomeno per cui due persone possono avere il medesimo codice fiscale.

Il problema assume proporzioni via via più importanti se pensiamo a quanti ci chiedono, oggi, il codice fiscale: l’iscrizione a scuola, il datore di lavoro, la farmacia, il medico, le compagnie telefoniche, la banca, least but not last il fisco.

Come fa la banca a distinguere i due Mario Rossi nati a Roma nello stesso giorno dello stesso anno? Il biondo e il moro? Il pelato e il capellone? Quello con la felpa e quello con la camicia?

Tutti criteri labili.

Sarebbe stato più semplice se lo stato avesse previsto di assegnare a ogni nuovo nato un numero di serie, come con la partita iva. Ma se già molti a fatica ricordano il proprio cf, per molti versi mnemonico, con una serie di cifre il rischio di errore sarebbe altissimo.

Allora che si fa? Il nostro ministero ha ben pensato di aprire un grado di libertà nella formula del cf, e consentire di sostituire uno (o più) dei caratteri numerici (quindi nella data o nel luogo di nascita) con una lettera.

Purtroppo l’omocodia è un fenomeno piuttosto sconosciuto, tanto che sono frequenti i sistemi che rifiutano i codici che fanno eccezione alla regola standard.

Talmente sconosciuto che la scrittura assistita propone omicidio, e penso sia l’alternativa che qualcuno valuta quando gli viene rifiutato un servizio perché il suo cf non si presenta nella sua veste classica.

Spesso per ovviare a questo problema ci si adatta ad usare un codice che non è il proprio, con conseguenze imponderabili.

Il numero di casi, che si stima attorno ai 40000 in Italia, è destinato a crescere: gli stranieri hanno una sigla per indicare il luogo di nascita che è cumulativa: designa l’intero stato, non un particolare comune; spesso gli stranieri inoltre non hanno una data di nascita certa e ne dichiarano una simbolica, quale il capodanno.

Si aggiunga che la data di nascita non distingue il secolo ma solo le ultime due cifre, quindi una persona nata nel 2019 può avere il medesimo codice di una nata nel 1919.

Mi ritenevo fortunata ad essere riuscita ad accaparrarmi degli indirizzi email in cui lo username fosse composto solo di nome e cognome, ma devo rivalutare la fortuna, ben più importante, di avere un codice fiscale normale.

Sberle, schiaffi, carezze

“Qui devi girare, a sinistra”

Qui? Non diresti mai che lungo quella stradina c’è un impianto sportivo.

E invece.

E che impianto.

E che musica.

L’anno 2019 riparte, agonisticamente parlando.

E ho preso una sonora legnata, anzi due.

Una me l’ha data un tizio che si stava riscaldando a secco, slanciava le braccia attorno a sè ruotando il tronco. Colpa mia che non l’ho notato, gli sono passata vicina, troppo vicina, lui non mi ha visto e … SBADABENG, un manrovescio che ha coperto in pieno labbra e naso; niente di rotto, solo per 20 minuti mi sono sentita molto Francesca Dellera.

Ma trascorsi 20 minuti tutto apposto.

L’altra legnata, quella morale, è durata di più, e me l’ha suonata il cronometro, ben due volte nella stessa giornata.

E ha fatto molto più male.

Forse, e sottolineo forse, dovrei prendere in considerazione l’ipotesi che non è una legnata: non è il cronometro che mi dà schiaffi, sono io permalosa che me la prendo. Lui dice la verità, se io abbassassi le pretese andremmo d’accordo.

Gli schiaffi, per alcuni aspetti, sono la stessa cosa delle carezze, cambia solo la rapidità con cui la mano arriva sul viso.

Se per gli schiaffi l’impatto è violento, e ce li si ricorda, le carezze arrivano morbide, e vengono sottovalutate.

Come nel buio più totale anche un singolo lumino può sembrare un bagliore intenso, così faccio tesoro dei led che mi si sono accesi e rinfrancato l’autostima, che viaggiava parecchio rasente il suolo.

“Hai un bel delfino”

detta a me, che da agonista dicevano “quando nuoti a delfino fa’ finta di non conoscermi” non è un lumicino, è un faro nella notte scura; ancora di più se penso che appena tre giorni prima sono stata apostrofata da un’utente del nuoto libero con un “SIGNORINA??? Scusi ma se nuota così non ci stiamo insieme in corsia … e il nuoto… NON È MICA SUO”.

“Quanto mi piaci”

riferito a un selfie supportato da una valida resa dell’illuminazione, e che ritenevo l’unica cosa ben riuscita della giornata; per me che ogni mattina passo un certo numero di minuti a scendere a patti con la mia faccia, altro faro nella notte.

È molto di più di un generico “quanto sei bella” perché aggiunge valore con tutta la soggettività del caso.

“Dovresti tenere bassa la testa nella subacquea”

I consigli al volo che ricevi da altri partecipanti sono sempre preziosi.

Anche i massaggi.

“Che fatica…! brava tu, sei andata forte”

detto dalla vicina di corsia che ho staccato.

Non è vero, non sono andata forte, ma era la sua prima gara e capisco il suo punto di vista.

A volte abbiamo un’evidenza davanti agli occhi, qualcosa che riusciamo a vedere per il semplice fatto che ce l’abbiamo di fronte.

La stessa cosa, per chi la impersona, non è altrettanto evidente.

È paradossale, perché nel momento stesso in cui ci risulta lampante non riusciamo a renderci conto che chi indossa l’abito non se lo vede attorno.

Per questo certe frasi, che magari sembrano banali o scontate a chi le dice, o sceglie di non dirle perché teme di essere ridondante, a chi se le sente dire fanno un effetto stranissimo, e fanno enormemente piacere.

In spogliatoio mentre mi rivestivo osservavo una concorrente che al mattino aveva nuotato un 100 delfino in maniera strepitosa; al pomeriggio aveva disputato l’australiana arrivando ‘solamente’ seconda.

Forse era una mia impressione ma sembrava contrariata; dal canto mio invece la vedevo sull’Olimpo.

Non ho avuto il coraggio di dirle nulla.

Invece sono riuscita ad esprimere la mia gratitudine alla signora che ha mantenuto lo spogliatoio in condizioni impeccabili per la durata intera della manifestazione.

Dulcis in fundo:

“Leggo sempre i tuoi pezzi con piacere”

Questa mi ha riscaldato, oltre che illuminato.

Più che un faro, un faló in spiaggia nella notte di ferragosto, con musica e mohito a volontà.

Ad majora.

Colazione in America

Ci sono azioni che costano fatica, che interrompono l’inerzia di uno stato gradevole: alzarsi al suono della sveglia quando fuori è ancora buio, uscire dal tepore del piumone, affrontare l’impatto con il freddo pungente dell’aria invernale.

Mi capita di ascoltare alla radio i Supertramp, Breakfast in America o The logical song. Sono trascorsi parecchi anni da quando erano brani in auge: sono inossidabili.

Avevo una musicassetta con tutti i loro successi e risiedeva nel walkman che a sua volta risiedeva nella tascona frontale del mio montgomery a righe.

Pieni anni ‘90: inforcavo la bicicletta alle ore 7.00 per raggiungere la stazione ferroviaria e prendere il locale delle 7.28 per Padova, ferma a Lerino – Grisignano – Mestrino. Super affollato ma mi dava qualche minuto di anticipo sul regionale delle 7.50, che ferma solo a Grisignano.

Qualche minuto prezioso per guadagnare un posto a sedere a lezione, un pezzo di sedia e di banco da cui sperare di carpire qualche passaggio chiave delle dimostrazioni dei teoremi.

Per cinque anni, da ottobre a maggio, escluso febbraio, tutti i giorni: vita da pendolare.

Col freddo, col buio, anche con la pioggia e la neve: inforcavo la bici e via,

“When I was young, it seemed that life was so wonderful

A miracle, oh it was beautiful, magical”

e pedalavo, con l’aria fredda che si infilava tra gli alamari di quel bel montgomery a rigone verdi e azzurre.

“please tell me what we’ve learned

I know it sounds absurd

Please tell me who I am”

Canzone altroché profetica, forse per quello la ascoltavo con interesse.

Qualche mattina alzarsi era dura, raggiungere Padova era dura; preparare gli esami era impegnativo, richiedeva uno sforzo costante di concentrazione, ragionamento, memoria.

Più studiavo e più i dubbi crescevano: avrò capito correttamente? Mi ricordo quel passaggio? Per sfociare in un disperato ‘Non so nulla’.

La laurea poi è arrivata, e anche se non ho intrapreso una professione direttamente collegata al percorso di studi seguito, la laurea, quella laurea, resta mia: la mia laurea.

Non intendo il pezzo di carta, che non so nemmeno dove ho messo, intendo il raggiungimento di un obiettivo.

Ho imparato che conseguire gli obiettivi richiede impegno e sacrificio, ho imparato a ragionare quando non so su che specchio arrampicarmi, ho imparato a mettermi davanti ad un argomento nuovo, qualsiasi argomento, e lasciarmi avvolgere.

Questa mattina ho dovuto alzarmi presto per alcune commissioni da fare prima del risveglio del resto della famiglia; non sono uscita in bicicletta ma sono uscita quando ancora molti dormivano, dai bar vuoti arrivavano le luci fioche che invitavano gli avventori per un caffè.

Il cielo azzurro per pochi istanti ha assunto delle striature rosa che facevano da sfondo ai rami spogli.

Ecco, diciamo che io stamattina avrei volentieri dormito un’ora in più, ma mi sarei persa lo spettacolo.

Ricordami di te

Ad inizio anno capita di imbattersi in qualche collage dei video clip dei maggiori successi di 20 anni addietro: canzoni che 20 anni prima avevano scalato le vette delle classifiche, vecchi tormentoni rispolverati, pochi secondi per ciascuna in un montaggio della durata totale di qualche minuto.

E tu sei lì che guardi, ascolti, le riconosci tutte, riemergono e ti fanno rimbalzare tra i ricordi che gli si sono annodati.

Qualcuna ha retto bene: ti ritrovi ad esclamare ‘già 20 anni???’ e intanto è già partito lo spezzone successivo.

Quest’anno non mi è capitato di trovare una cosa simile, o non ancora; e dato che sono curiosa e abitudinaria, ho fatto una semplice ricerca in internet e ho individuato un sito che per ogni anno riporta la classifica dei 100 brani: più venduti? Più ascoltati? Non lo so, ed è ininfluente ai fini delle mie considerazioni.

Trattandosi di un sito tradizionale (non è YouTube nè Spotify nè similari) la lista è una vera e propria lista: una tabella di 100 righe in cui, per ciascuna riga, compare numero (la posizione di merito), il titolo, l’interprete.

Per tale ragione la riproduzione del brano non è immediata, ma sollecita le sinapsi: leggi le info e per buona parte avviene il play nel mio riproduttore mentale.

Fa un effetto strano: leggi, canticchi, gli occhi scorrono alla riga successiva, canticchi, scorri, canticchi e avanti così fino alla riga 100.

Quando sei alla fine ti senti risucchiato nello stato d’animo dell’epoca: ricordi le ambizioni, le illusioni, i momenti belli e anche quelli difficili.

Visto che il giochino era simpatico ho pensato di farlo anche per i 5 anni a precedere, e a suon di lustri indietro sono arrivata all’anno più prossimo a quello della mia nascita.

Ovviamente le canzoni di quando sono nata non si ricollegano a momenti contestuali, ma le prime 10 della lista sono ancora famosissime. Idem per quelle dei 5 e 10 anni che hanno preceduto il mio arrivo.

I primi ricordi contestuali si attestano attorno ai miei 10 anni: al termine della scuola elementare ero perfettamente integrata nel mercato discografico.

La cosa strana è che dai 20 anni fa andando a ritroso ad ogni coppia titolo / interprete mi parte in automatico il jingle, mentre dai 20 anni fa andando in avanti questo non accade.

E non perché io non conosca il brano, lo conosco benissimo: si tratta di canzoni che ho ascoltato ad libitum e pure di recente.

Lo conosco ma non mi viene l’attacco, non mi viene il ritornello, nè l’aria di una qualunque parte.

È come se il mio database sonoro mentale ad un certo punto fosse esploso e le canzoni non ci stanno più.

Se a qualcuno interessa farsi un tour delle classifiche degli anni passati il sito è http://www.hitparadeitalia.it

Aggiungi un posto (a tavola) che c’è un amico in più

I segnali premonitori, bisogna saperli cogliere.

Una sbarra del telepass che non si alza, è un avvertimento: ricordati che il tuo percorso si interrompe, ogni tanto.

Ricordati che il tuo tragitto non si snoda su una linea retta, infinita, uniforme; è piuttosto un susseguirsi di segmenti, una spezzata, contorta, un viluppo.

Imbocchi il casello di uscita e vedi che non si alza: immagini un ritardo nei riflessi, i suoi; realizzi che i riflessi pronti spettano a te, cali il piede destro sul pedale centrale, dapprima con fare leggero, poi man mano che la distanza tra te e la sbarra si riduce, in maniera sempre più convinta.

L’auto si reinventa Karolina Kostner, inizia a pattinare, si aspetta un partner collaborativo; quando l’impatto si rivela inevitabile la sbarra si dimostra invece barbiere di Siviglia, e pettina dolcemente il parabrezza.

Una settimana più tardi, altro casello, altra direzione, ingresso stavolta, lo scenario si ripete.

Ho il telepass scarico? No: ad avere problemi è il mio predecessore, anzi sta tre auto avanti. Cerca di produrre il biglietto per l’ingresso, schiaccia qua e schiaccia là, ma la fila è sempre ferma.

Ovviamente la fila parallela procede indisturbata, Murphy ha provato spesso a spiegarlo; non hanno ancora inventato un rilevatore di possessori di telepass a distanza.

Dopo 5 minuti di paziente attesa inizio a valutare una retromarcia, e scopro che dietro di me hanno calato la sbarra di sicurezza: sono in trappola, non mi resta che aspettare.

Se per il primo della fila nutrivo poca stima, al secondo che non riesce a produrre il biglietto mi ricredo; al terzo, più vicino e quindi più visibile, ben 20 minuti dopo, ho invertito completamente la mia visione: il problema è la sbarra, non i guidatori.

Finalmente l’ectoplasma dell’omino ANAS arriva e pure io, che non ho bisogno di biglietto, entro.

Al momento dell’uscita, memore dell’esibizione artistica della settimana precedente, mi pongo il dubbio che il rifiuto a sollevarsi si ripeta: e infatti.

Freno per tempo, scendo, citofono all’omologo ectoplasma del casello di ingresso, dichiaro ad alta voce il punto di partenza.

Una sbarra che non si alza, è una richiesta di amicizia.

Il mio rapporto con le sbarre si è evoluto: ogni giorno attendo l’appuntamento, so che mi riservano sorprese, potremmo salutarci al volo o anche abbracciarci.

Potrebbero offrirmi 20 minuti di relax, una conversazione con un citofono, il brivido dell’impatto e poi no.

Salva con nome: 2018

Un altro anno terminato, un nuovo anno comincia.
Di bilanci e buoni propositi se ne sono letti abbastanza.
Io ad esempio vorrei tornare a scrivere un po’ di più, e allora parto proprio da qui, da dove si stanno inserendo tutti: da un sunto dell’anno concluso. 
Il 2018 è stato un anno senza particolari impennate, nel bene e nel male.
È stato un anno che non ha visto da vicino perdite, nè arrivi; non ci sono state svolte epocali, non è iniziato nessun ciclo, non è terminato nessun percorso importante.
Un anno che rischia di essere dimenticato? Meglio allora fare mente locale e mettere a fuoco alcuni punti salienti, in modo da archiviarlo con le etichette al posto giusto.
Il 2018 ha visto l’addio di Viola al suo fidato ciuccio: come ho fatto a farle smettere il vizio? Semplicemente niente, da un giorno all’altro non lo ha più chiesto e io ho provveduto a farli sparire.
Un mese dopo appena abbiamo tolto le rotelle alla sua bicicletta: ora versiamo nel limbo in cui per partire ha bisogno di essere sorretta, poi è autonoma. Verrà anche il momento dell’indipendenza.
E Sofia? Sofia ormai ha raggiunto tutte queste tappe della prima infanzia, ed è ancora presto per quelle dell’adolescenza.
Però un giorno mi ha chiesto di provare a fare il nuoto sincronizzato e da alcuni mesi me la trovo tesserata FIN nella squadra che ‘gioca il derby’ con quella in cui nuoto io.
Per me? Dal punto di vista della salute sono partita con una brutta influenza e poi ad agosto mi sono bloccata nuovamente con la schiena, quindi non proprio perfetto; ma sono mali transitori, non ci diamo troppo peso.
Invece il mio appuntamento quinquennale con quel fastidiosissimo esame che è la colonscopia, che oltre ad essere invasivo a livello fisico mi prostra psicologicamente con terribili ricordi, ha dato il suo responso negativo; un lungo respiro di sollievo.
Ho cambiato anche occhiali, e riscontrato un inizio di presbiopia.
L’influenza di inizio anno mi aveva fatto perdere  un po’ di peso, che ho cercato di non recuperare; da fine settembre ho voluto fare di meglio e con piccole rinunce alimentari ritornare al mio peso forma: obiettivo in avvicinamento.
Sportivamente è stato un anno di delusioni, per l’aspetto tecnico; ma ho avuto anche modo di stringere nuove amicizie e consolidarne di esistenti, il che riporta l’ago della bilancia al suo posto.
Penso che alcuni eventi assumano il loro valore concreto a distanza di un tempo più lungo di pochi mesi, pertanto può benissimo essere che accadimenti che ad oggi non sembrano avere peso ne assumeranno più in là.
Per il 2019 non ho obiettivi prefissati nè richieste o aspettative… quel che arriva va benissimo, anche perché non ci sono alternative.

A chi mi legge un sereno 2019, e a chi non mi legge auguro di cominciare a farlo.

La fatturazione elettronica spiegata a mia nonna

Siete in vacanza in qualche posto esotico, vi state annoiando su una spiaggia deserta, siete in fila in qualche impianto di risalita sulle Alpi?
Allora questo post non fa per voi, continuate a rimirare il paesaggio!
Se invece state inanellando pranzi e cene e accumulando calorie per l’inverno, sicuramente uno dei vostri commensali ad un certo punto tirerà fuori l’argomento.
Questo è un vademecum per far vedere che ne sapete qualcosa anche voi, senza pretesa di esaurire l’argomento.
Dal 1/1/2019 entrerà in vigore l’obbligo di emettere la fattura elettronica.
Chi come me è nato prima del 1985 conserva probabilmente un chiaro ricordo di quel 31/12/1999 quando pareva che, allo scattare della mezzanotte, il millenium bug ci avrebbe riportato all’età della pietra.
Fino a quel giorno gli anni si esprimevano con le ultime due cifre e nessuno metteva in dubbio che si trattasse di un abbreviazione in cui si ometteva millenovecento.
Dal giorno dopo cosa avremmo detto? uno? zerouno? duemilauno?
I computer in particolare sarebbero andati in tilt.
Panico, lo stesso che un paio di anni dopo avrebbe serpeggiato per l’entrata in vigore dell’euro.
Tutto ovviamente sempre dal primo gennaio, che se alle 23.59 la bottiglia di spumante la potevi pagare ancora in lire, BUM dalla mezzanotte in poi solo in euro, e tutti pronti con la calcolatrice in mano a convertire al centesimo.
Ecco, versiamo in situazione analoga, quanto a fibrillazione ed ansia.
Che cosa è la fattura elettronica esattamente? Io per prima credevo che fosse un foglio di word, anzichè un pezzo di carta di formaggio, su cui si scriveva il prezzo di una prestazione, o di un bene.
La fattura elettronica, da qui in avanti fe per gli amici, è in realtà qualcosa di più.
Non è semplicemente un documento di testo elettronico, ma è scritto in formato xml secondo uno schema specifico.
Significa sostanzialmente che del logo e dell’impaginazione non gliene importa un granchè a nessuno, l’importante è che la fe contenga tutti gli elementi necessari (la data, l’intestatario, le modalità di pagamento…).
La fe non è una composizione artistica, non lascia spazio alla creatività.
Se pensavate che la cosa si esaurisse qua siete degli illusi.
La fe deve seguire un flusso ben preciso, non è un cane sciolto ma ha dei sentieri predefiniti da battere.
Prima di tutto la fe deve avere un destinatario, e non pensate di poter emettere fattura alla Rossi spa così, semplicemente scrivendo Rossi spa.
La Rossi spa dovrà dotarsi di una modalità univoca di riconoscimento, accreditata.
Questo nei mesi passati ha prodotto un censimento spontaneo delle attività commerciali e professionali.
Ok, adesso che avete prodotto la fattura e indicato il corretto destinatario, cosa pensate? di potergliela mandare? magari via mail, che, si sa, è posta elettronica e pare vada a braccetto con la fe.
Fermi tutti, non potete mandarla direttamente all’interessato, Rossi spa.
Dovete mandarla al SdI.
Non è un refuso, ho scritto ‘al SdI’ perchè si scrive proprio così.
SdI è un acronimo che sta per sistema di interscambio, quindi io scrivo SdI e voi leggete Sistema di Interscambio.
Cosa fa questo SdI?
Convalida, smista e notifica.
Pensatelo come un gigantesco giudice, elettronico chiaramente, che si legge tutti i vostri bei temini, le fatture prodotte in formato xml, e va a caccia degli errori.
Controlla se avete svolto bene i compiti: la somma degli importi non coincide col totale? bocciato! Vi siete dimenticati di mettere la descrizione di un bene? Come cantava Raf ‘no no … nooon passa!’.
Così il SdI vi manda una notifica di scarto (NS per gli amici) e voi sapete che dovete rifare tutto da capo.
Se invece siete stati bravi il SdI vi manda una RC (ricevuta di consegna) e la partita si può ritenere chiusa.
Tertium non datur? MAGARI.
Tertium datur ECCOME.
Esiste la MC, che è una ricevuta di consegna con impossibilità di recapito.
Il che significa che voi avete svolto bene il vostro compitino ma per qualche ragione oscura il cliente è irreperibile, elettronicamente parlando si intende.
A questo punto la procedura è grottesca: voi (fornitori che per semplicità vengono chiamati cedenti o prestatori) dovete telefonare al vostro cliente (committente o cessionario, sempre per farla semplice) ed informarlo che la fe è disponibile nel suo cassetto fiscale.
Aprire il cassetto fiscale è semplice come ricomporre il cubo di Rubik, ma non finisce qua.
Quando il cliente-committente-cessionario avrà aperto il suo cassetto fiscale e preso visione della fe, voi a vostra volta dovrete aprire il vostro cassetto fiscale e verificare la data, per avere la certezza che il ciclo si sia chiuso.
Oppure attendete che ve lo segnali il SdI, ma ad ora non è codificata una notifica di PV (presa visione).
Se poi emettete fe per una PA (pubblica amministrazione) questa ha facoltà di accettare o rifiutare la vostra fe, per cui il giro si allunga, e le possibili risposte si moltiplicano come i Gremlins se gli fate il bagno dopo la mezzanotte.

Tutto ciò nulla aggiunge e nulla toglie alla garanzia di riscuotere ciò che la fe rappresenta solo formalmente, ossia il denaro che ricompensa la cessione di un bene o la prestazione professionale.

Ed ora che avete spiazzato il vostro interlocutore, tagliatevi un’altra fetta di panettone e brindate al 2019.