Simmetrie

Un camaleonte che arrotola la lingua e mi inghiotte: è la fetta grigia di asfalto che percorro quotidianamente. Lunga ma ormai perfettamente memorizzata: al mattino nel viaggio di andata verso il lavoro mi sento un insetto che viene fagocitato.

Il camaleonte non mi digerisce e la sera mi sputa, riportandomi stancamente a casa, lungo la stessa lingua grigia; mi sento recuperare e avvolgere come in un gomitolo di lana che ritorna matassa.

È confortevole e protettivo; mi rilasso e mi perdo ad osservare i dettagli: i papaveri nei campi, le rose rampicanti sui muri di recinzione, le calle nei fossi, il glicine, l’acero rosso.

La vegetazione che spicca sopra il giallo dei campi e sotto l’azzurro, o il grigio, del cielo.

Osservo la componente umana: come sorbisce il gelato, se ha indovinato la pesantezza del vestiario, chissà dove sta andando, se ha già programmato le vacanze, cosa mangerà per cena.

Incedono passeggiando, o di corsa; alcuni spingono un passeggino, altri una carrozzella; c’è anche chi pattina o si destreggia sull’overboard.

Cerco elementi ricorrenti: c’è oggi la donna accovacciata lungo il ciglio che mentre aspetta (- ma cosa? – ) telefona?

Scruto intorno alla ricerca di novità.

Osservo la forma delle nuvole, le strisce nel cielo, i cerchi nel grano.

Esistono lungo il tragitto luoghi che non hanno un significato preciso ma che ecco, sono arrivata qua.

Quando manca appena un km a casa, mentre le mie figlie dal sedile posteriore mi investono di domande cosmiche e resoconti del quotidiano, passo su un ponticello. Guada il fiume Tesina e parallelamente corre un ponte ferroviario.

La simmetria del ponte stradale e quello per il treno trovano sponda nella simmetria, ortogonale, degli archi e, nella terza direzione, del cielo che si riflette sullo specchio d’acqua: alberi, nuvole, campate.

Il fiume, di sotto, scorre impercettibilmente, si intuisce appena il movimento.

La vista ogni sera mi imprime una foto, che dall’auto non riesco a scattare.

Ma dalla bicicletta si può.

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L’eccezione

Il 18 maggio 1988, oggi di 30 (trenta!!!) anni fa, moriva Enzo Tortora, noto ai più come ‘il presentatore di Portobello’.

Portobello era un varietà molto seguito agli inizi degli anni ‘80, quando gli apparecchi televisivi erano molto poco diffusi e i palinsesti ancora piuttosto scarni.

Io andavo a vedere la trasmissione da mia nonna, che era rimasta vedova da poco, e che aveva la tv a colori.

Non seguivo con molto interesse gli ospiti; solo una volta me ne è rimasto impresso uno, che presentava la sua invenzione: un materasso matrimoniale con uno scavo nella zona centrale dove i coniugi potevano alloggiare il loro braccio, e dormire comodamente avvinghiati.

Mi ero fatta un’idea un po’ appiccicosa del matrimonio, di conseguenza.

Quello che mi piaceva del programma era la sigla, un cartone animato disegnato da Bruno Bozzetto, con il famoso pappagallo che svolazzava qua e là e gracchiava il suo nome sulla base di allegre note di accompagnamento.

L’altro momento clou della trasmisisone era quello in cui gli ospiti dovevano tentare l’ardua impresa di far ripetere al pappagallo il suo nome.

Gli si avvicinavano guardinghi, gli proponevano cibarie o altre attrattive, ripetevano PO-RTO-BE-LLO con mille intonazioni.

Credo nessuno sia mai riuscito: il volatile rimaneva imperturbabile e i concorrenti, armati dei migliori propositi ed espedienti che si rivelavano sistematicamente fallimentari, se ne andavano sconfortati.

Era una trasmissione popolare, per famiglie e adatta un po’ anche ai bambini. Per la proprietà transitiva anche il presentatore era ritenuto un personaggio popolare, un bonaccione, al pari di quello che poteva essere il mago Zurlì.

Nel giugno dell’83 per Tortora iniziarono invece i guai: alcuni pentiti di mafia fecero il suo nome e lui fu arrestato.

Il suo nome è rimasto legato ad un clamoroso caso di mala giustizia italiana, perché alla fine dei processi si rivelò innocente ed estraneo ai fatti, ma la iniqua detenzione lo minó profondamente e si ritiene che la sua malattia e la prematura scomparsa (aveva appena 60 anni al momento della morte) fossero legate a doppio filo con le vicende giudiziarie subite.

Ho un ricordo nitido del periodo del suo arresto, ero rimasta molto colpita dal caso mediatico che ne era sorto.

Mi chiedevo come fosse possibile che un uomo di spettacolo, apparentemente ineccepibile, si fosse macchiato di crimini così gravi da finire in prigione.

Per fare un esempio ai più giovani, è come se Gerry Scotti venisse dichiarato colluso con la mafia e colpevole di omicidio; ma forse ancora non rende abbastanza chiara l’idea.

Una mattina mentre mi trovavo dalla nonna, che abitava sopra di me, alla radio passavano le ultime notizie sul caso; ricordo di averle espresso tutta la mia perplessità: non mi capacitavo proprio.

Lei mi rispose con una storia di vita vera, relativa alla figlia di una sua amica, famiglia benestante e apparentemente senza problemi. All’epoca in cui l’industria orafa era sulla cresta dell’onda, erano tra i più noti artigiani di Vicenza nel campo. Nonostante questa ‘levatura’ erano comunque amici di vecchia data dei miei nonni e la nonna li portava sempre come esempio.

Insomma ‘sta amica esemplare, che ricordo di aver visto forse un paio di volte in vita mia, tutta agghindata e ingioiellata, trucco e parrucco perfetti, aveva una figlia, Silvia. Forse aveva anche più di un figlio, ma questa Silvia era tristemente nota per essere caduta nella trappola della tossicodipendenza.

Non me lo aveva detto direttamente, aveva fatto tutto un preambolo lunghissimo su quanto fosse una ragazza normale, alle apparenze.

Così argomentava mia nonna per spiegarmi che, nonostante non le mancasse nulla, per motivi misteriosi era comunque scivolata in un abisso dal quale non so se sia mai uscita.

Diceva che sua mamma riteneva impossibile che proprio lei fosse coinvolta in certi giri, lei che non aveva commesso mai nessun misfatto. Eppure.

Non ho mai capito bene il nesso tra la spiegazione di mia nonna e l’errore giudiziario in cui venne invischiato Tortora.

Di base il tempo ha rivelato che anche la regola del sospetto – Nulla è ciò che sembra –  ha le sue eccezioni.

Il cielo sopra di me

Lana grezza sparpagliata: ecco come mi appariva il cielo l’altra mattina; di sottofondo la radio suonava gli Skunk Anansie e io guidavo verso il lavoro con una sensazione di stanchezza proveniente dall’allenamento della sera prima e non ancora recuperata.

Mentre nuotavo non mi ero resa conto di essermi affaticata così tanto; gli Skunk Anansie andavano coadiuvati da un buon caffè.

Alla sera il cielo non era più grigio, sembrava che qualcuno lo avesse ripulito con lo spazzettone: brillava di un rosa giallo luminoso sopra un azzurro tenue.

Come quando un pavimento appena lavato ritorna asciutto, restano chiazze umide qua e là.

Ieri mattina sembrava invece che qualcuno avesse trascinato su una tavola turchese una spugna imbevuta di colore bianco: all’esaurirsi dell’imbevitura il bianco, intenso come il latte della colazione, languiva e spiccava a contrasto.

E adesso, sopra un azzurro intenso, si spostano nuvole prima bianche e ora grigie, che non promettono una serata serena.

Di sottofondo da una fonte sonora imprecisata, un band di metallo pesante accompagnata dal rombo naturale dei tuoni, arriva a gran volume la domanda melodiosa:

“I wanna know: have you ever seen the rain?” Perchè se non l’hai mai vista sarai presto accontentato!

Tet a tet con la malavita

La cattedra di matematica del triennio del liceo scientifico era rimasta vacante per il pensionamento dell’insegnante di ruolo, così l’istituto superiore che frequentavo aveva aperto il carosello delle supplenze annuali.

Dopo un anno trascorso con una prof. delle cui capacità logico razionali nutro a distanza di anni stima pari a zero, memore di quel dibattito nel quale lei sosteneva che il quadrato non è un (caso particolare di) rombo, e per questo il mio compito andava valutato meno dell’ottimo, era arrivata una prof. altrettanto giovane e inesperta, ma molto più zelante.

Portava il nome di una nota marca di prosciutti, e a guardarle il viso paffuto si sarebbe creduto che in effetti discendesse proprio da quella dinastia.

Mi piaceva immaginarla mentre sbocconcellava il suo panino al cotto e lo masticava lentamente, con la stessa pacatezza e meticolosità con cui ci spiegava la trigonometria.

Era arrivata ad assumere la supplenza con un lieve ritardo rispetto all’inizio dell’anno scolastico, non certo per causa sua, ma quando si era resa conto di non essere al passo con lo svolgimento del programma ministeriale aveva organizzato un ciclo di incontri supplementari, al pomeriggio.

Nel corso dell’orario mattutino avrebbe svolto il regolare programma, mentre nelle ore extra avrebbe fatto esercitazioni, in modo da non penalizzare quelli che, per qualunque ragione, non avessero potuto frequentare nell’orario straordinario, lasciando a ciascuno piena libertà di scelta sull’opportunità di frequentare quelle lezioni supplementari, che alla fin fine venivano presenziate da tutti.

Si trattava comunque di poche ore, una a settimana, per un breve periodo.

Non avevo una reale necessità di partecipare a queste lezioni di recupero ma era un modo per uscire di casa e trascorrere del tempo con i compagni di classe; inoltre mi piaceva la matematica e svolgevo sempre con entusiasmo ogni compito aggiuntivo, lo trovavo divertente e stimolante come lo sono molti passatempi rompicapo o di enigmistica.

L’orario di ritrovo era previsto per le 14.00. Le lezioni mattutine terminavano alle 12.20 quindi non avevo moltissimo tempo per rientrare a casa, pranzare e rientrare a scuola.

E poi come sempre ero in ritardo.

Pertanto pedalavo alacremente per le vie del centro storico, in una zona a transito limitato e per giunta contro mano, ma a quell’ora c’ero solo io in giro per le strade e mi sentivo in diritto di farlo.

Sono quasi giunta a destinazione quando sento il rombo di un motorino che percorre lo stesso corso Fogazzaro, anch’esso contromano.

Ritengo che chi lo guida sia in piena contravvenzione: passi per me che sono in bicicletta, non mi ritengo tenuta a rispettare rigorosamente i sensi di marcia, mi assimilo un po’ ai pedoni quando mi torna comodo.

Ma lui? tanto più che col motorino ci metti un istante a fare il giro corretto….

Il rumore è sempre più vicino… Sembra che il tizio si stia avvicinando proprio a me.

Che sia un amico che non riconosco che mi vuole cogliere di sorpresa? Mentre mi interrogo su questi aspetti mi volto a guardare e vedo che ha il volto semicoperto da un fazzoletto.

E’ ovvio che non lo riconosco, non lo si può vedere in viso! Ma quanto vicino mi viene? perchè ok se vuoi salutarmi e fare la strada con me ma così rischi di farmi cadere.

Siamo spalla contro spalla, lui afferra lo zainetto che ho alloggiato nel cestino davanti al manubrio, lo solleva, accelera e in un istante è già più avanti di me che non lo vedo più, solo da dietro.

Resto spiazzata, basita, attonita; ma con una prontezza di riflessi immediata inizio a strillare più forte che posso.

Non ricordo di aver articolato parole tipo ‘aiuto’ o ‘al ladro’, solo un urlo di avvertimento di pericolo misto a spavento, e il sollievo di non essere caduta per il contraccolpo.

Non è stato inutile: una parrucchiera che aveva il negozio lungo la via accorre immediatamente al mio richiamo e lo vede dritto negli occhi.

Io esaurisco l’inerzia del mio velocipede e il fiato nei polmoni, accosto sul marciapiede un po’ abbacchiata, più per non aver capito cosa stava succedendo che per il reale valore dell’ammanco.

Lei, capello rasato sulla coppa e platinatissima, mi viene incontro, chiedendomi cosa è accaduto; in poche parole le illustro i fatti.

L’empatia è immediata, perchè proprio poche settimane addietro la stessa Sabrina aveva subito un borseggio; passeggiava a braccetto del suo fidanzato nella vicina città di Bassano del Grappa e un tizio le aveva strappato la costosa borsetta dalla spalla ed era fuggito a gambe levate.

Vuole aiutare me per farla pagare a quello, trasferisce la sua rabbia sul ladro di turno.

La sua reazione nel prendere la cornetta e comporre il 112 è istantanea tanto quanto lo è stata la mia nel mettermi a gridare.

La questura si trova a poche centinaia di metri, in linea d’aria.

Le forze dell’ordine escono immediatamente, nemmeno 5 minuti e sono sul posto (percorrendo le strade nel giusto verso, senza infrangere il codice della strada).

Sembra un episodio da telefilm: raccontiamo loro l’accaduto in maniera concitata, io per la partecipazione in prima persona, la parrucchiera che ha risvegliato l’onda emotiva del suo momento passato.

Non solo Sabrina è scattata fuori dal suo negozio con un tempo di reazione pressochè nullo (o forse stava sulla porta a fumarsi una sigaretta in attesa della prima cliente), ma è stata così istintiva da cogliere e memorizzare un fotogramma essenziale per il riconoscimento del tizio che, ignaro di tutto, stava frugando dentro il mio Invicta nero e turchese sopra un ponte a pochi passi di lì.

L’uomo che viaggiava a bordo del Ciao aveva un’estesa chiazza rossa su un lato del viso, come un angioma. Riferisce questo dettaglio ai due poliziotti i quali ci spediscono in questura per formalizzare la denuncia (io) e la testimonianza (Sabrina), mentre iniziano a perlustrare la zona attorno.

Trovano Gianni, questo il nome del malvivente a volergli conferire un’aura di solennità, ma solamente un tossico disperato in realtà, sul ponte dietro la chiesa che rovista nel mio zaino e trova ahimè poca roba di suo interesse.

Il poveraccio infatti non poteva trovare un portamonete, unica cosa che potesse interessargli, perchè ne viaggiavo sprovvista, sistematicamente.

Trovava invece: il libro di trigonometria che avevo minuziosamente ricoperto con una pagina pubblicitaria di Benetton, raffigurante una delle fotografie di Oliviero Toscani tanto in voga all’epoca; un quaderno a quadretti formato A4 con gli esercizi; un astuccio con alcune penne, anche colorate (credo che risalisse a quell’anno il mio acquisto di un super pennone biro a 10 colori intercambiabili); unico pezzo ‘di valore’ una calcolatrice del formato di una carta di credito, altrettanto sottile, che avevo trovato in omaggio in un fustino di detersivo per lavatrice: di valore per il ladro, che se la è tenuta, e di valore per me, che avrei dovuto convincere mia mamma a comperare un altro fustino di detersivo ‘di marca’ per poterne avere un’altra.

Si trattava di una calcolatrice che arrivava al massimo a fare la radice quadrata, oltre le quattro operazioni.

Di gran lunga più sconfortata sarei stata se avessi subito lo stesso scippo pochi anni più tardi e mi avessero sequestrato gli appunti universitari, unici ed irripetibili in quanto catture estemporanee del flusso di informazioni dal docente verso il mio quaderno, che avevano transitato giusto per un frangente nella mia testa, il minimo indispensabile per essere cifrate nero su bianco, pronte per essere recuperate qualche mese più tardi ed essere assimilate per esteso.

Mentre io e Sabrina formalizziamo la denuncia, i poliziotti perlustrano il quartiere e trovano il soggetto, lo riconoscono e lo accompagnano in questura.

Qui lo fanno accomodare in una stanza con altri tre o quattro; poi chiedono a me e a Sabrina di riconoscerlo tra questi, attraverso un vetro dal quale lui non può vedere noi.

Per lei l’individuazione è immediata, per me un po’ meno, perchè l’ho visto solo di sfuggita.

Mille dubbi mi attanagliano, se sia veramente lui, e se non sia meglio scagionare un colpevole piuttosto che accusare un innocente.

Di fatto però è veramente accaduto che uno mi abbia scippata pochi minuti prima, e con tutta probabilità si tratta proprio di lui, di quell’uomo di cui anche io di sfuggita ho notato la chiazza rossa che deturpa il volto.

Così confermo che quell’uomo, che adesso mi sembra una scimmia rinchiuso in una gabbia allo zoo, è stato lui a scipparmi.

Viene trattenuto, mentre io e Sabrina torniamo alle nostre attività: lei al suo negozio di parrucchiera, io a scuola, alla lezione di trigonometria.

Entro in classe trafelata con più di 30 minuti di ritardo; su una durata complessiva di un’ora, rende la cosa opinabilmente sensata, ma è indescrivibile il senso di trionfo che provo quando mi giustifico per il ritardo con un ‘scusate, sono stata scippata’.

Nei giorni che seguono l’aneddoto riempie le mie conversazioni e il racconto si arricchisce di dettagli e particolari ad ogni sciorinamento.

Un paio di giorni dopo sul giornale locale viene pubblicata la notizia: un trafiletto di 30 righe nella pagina della cronaca locale, in cui sono riportate per esteso le generalità mie (nome, cognome ed indirizzo), della parrucchiera e da ultimo anche di Gianni.

Grazie a questa reciproca presentazione, mi è possibile individuare le successive perfomances di Gianni, che durante l’estate viene colto in flagrante mentre si allontana da un’automobile, alla quale ha sottratto l’autoradio, e se la è infilata tra la cintura dei pantaloni e la pancia, coprendola con la maglietta, sperando di passare inosservato.

A questo punto consegue ai miei occhi la laurea di ladro di galline, ad honorem, e inizio a provare nei suoi confronti un indicibile senso di pietà, più che di rabbia.

Ho la certezza che si muove a piede libero, non sta certo in galera, e pur conscia del fatto che potrebbe sapere dove abito, non mi sento minimamente in pericolo, anzi mi aspetto da un giorno all’altro di ricevere la notizia della sua scomparsa per overdose.

Gli anni passano e di Gianni mi resta il ricordo dell’episodio dello scippo e del suo indirizzo, una via a cui passo spesso davanti.

Diversi anni più tardi, la bellezza di 6 anni, ricevo una raccomandata, con la quale vengo invitata a presentarmi in tribunale, ad una certa data e ora, per partecipare al processo in cui si sarebbe giudicato quanto accaduto.

Avevo trascorso delle giornate intere a fantasticare sul processo, e “giura di dire tutta la verità dica ‘lo giuro’ ” con la mano sulla bibbia, e gli avvocati con toga e parrucca bianca, e il giudice che batte col martelletto di legno per chiedere il silenzio, io sul banco dei testimoni a riferire i fatti, la parrucchiera a testimoniare, Gianni in veste di imputato a difendersi e negare di essere stato lui; e poi l’arringa dell’avvocato, e la sentenza con relativa condanna del colpevole, per il quale provavo addirittura un po’ di apprensione.

Tutto questo film era stato proiettato nella mia mente dal ricevimento della convocazione a quel venerdì mattina in cui, rinunciando alla lezione universitaria, mi ero recata presso il tribunale.

L’unico elemento che corrispondeva con il mio film era la presenza di Sabrina, sempre platinata ma con i capelli un po’ più lunghi; ha dovuto chiudere momentaneamente l’esercizio per venire a testimoniare.

Per il resto rimango molto delusa: nessuno con toga e parrucca, l’aula non è altro che un ufficio, nessun banco degli imputati nè men che meno uno scranno per il giudice.

Manca persino Gianni, la cui apparizione mi procurava angoscia e che temevo di guardare dritto negli occhi.

Il processo, con circa un’ora di ritardo rispetto all’orario previsto, si svolge formalmente in due battute in cui viene richiesto a me e a Sabrina di confermare la nostra identità; grazie e arrivederci.

Non ci viene chiesto nulla altro, nessuno ci propone di ricordare quel pomeriggio di sei anni prima e ricostruire i fatti.

Solo e semplicemente il nostro nome, cognome e la data di nascita; due persone che lavorano hanno dovuto sospendere la propria attività mentre l’imputato chissà cosa stia facendo e dove si trovi.

Lezioni di economia

Se io fossi un’automobile sarei quella versione che ti propongono ‘a partire da’; ovvero quattro ruote, un motore, il volante.

L’essenziale: no alzacristalli, no airbag, no tettuccio.

Su questo modello si fonda il mio schema genitoriale: hai fame? Mangi. Hai sete? Toh l’acqua! Hai sonno? Dormi.

Non importa a che ora: la fame è fame, la sete è sete, il sonno è sonno.

Mi è capitato di ascoltare altri genitori dettare regole tipo ‘no ai biscotti dopo le ore 18’, o ‘prima devi mangiare la carne poi le patate’ o ‘niente latte quando sei raffreddato’.

Giurin giurello, non me le sono inventate.

Io sono rimasta perplessa perché, ammetto tutta la mia ignoranza, che scopro di giorno in giorno più vasta, credo sempre di essere in difetto: non le studio tanto, non conosco le posologie di televisione e tablet, nè tutte le teorie in voga: mi fido del detto che i bambini si regolano da soli.

Davanti a un capriccio cerco di non sclerare e se vuoi mettere i moon boot ad agosto provo a dirti con le buone che bollirai, poi fai come ti pare.

Ci sono invece genitori che hanno preso il master avanzato, ne sanno veramente una più del diavolo su come insegnare ai figli la strada giusta.

Sono un po’ come le auto full-optional, talmente full che non sapevi nemmeno che oltre al navigatore satellitare e al parcheggio assistito potresti avere anche l’accendisigari wi-fi o regolare l’aria condizionata col bluetooth.

In materia di educazione economica domenica in gelateria ho trovato un luminare, un padre esemplare che insegnava ai propri figli come si fa col denaro, con esempi pratici e concreti che trasmettono il valore dei soldi.

Questo genio della didattica monetaria ha elargito una banconota da 5€ a ciascuno dei suoi figli. Quanti fossero non l’ho capito perché davanti alla vetrina c’erano spiaccicati cinque o sei nasini che sceglievano i gusti; forse non erano nemmeno tutti suoi, ma lui era generoso ed insegnava a tutti.

Io per restare nel mio modello essenziale avevo lasciato le piccole in disparte col papà, mentre facevo la fila; il gelato che scelgono ha pochissime variabili, biscotto, vaniglia, cioccolato.

Dopo il primo bambino che voleva la coppetta, no il cono, una pallina di pinguino e una di foresta nera; ah ma è cioccolato? No allora fragola. Paga, 2,70€, vieni in cassa per il resto.

Mi illudo che si levi dai maroni, no! Il secondo figlio prende il frappé, piccolo – medio – grande? Gusto?

Il frappé resta da pagare, non si capisce a chi competa, probabilmente l’adulto avrà detto ‘vi do i soldi per il gelato’ quindi non vale per il frappé.

Il terzo bambino prende fiordilatte e menta, ah aspè no… vaniglia e cocco.

Anche questo allunga i suoi 5€ e passa alla cassa per il resto.

La gelataia continua ad ogni apertura cassa a chiedere ‘il frappé lo tengo da qua?’.

La risposta è sempre no.

Mentre l’altra fila procedeva velocissima, senza dover scomodare la legge di Murphy, io ho perso il conto dei piccoli mangiatori di gelato.

Ad un certo punto si sono sfilati tutti da sotto la vetrina, riesco a vedere i gusti anch’io.

Ecco dai che tocca a me…. Nooo, c’è ancora lui! Ebbene sì anche lui con il suo cinquino a scegliere tra fragola e banana, aspè voglio anche un biscotto, aspè la panna montata.

Un altro po’ e io al posto del gelato prendevo una fetta di pandoro con la cioccolata calda!!!

La signora del giallo

Agatha Christie è l’autrice da cui ho iniziato a leggere i libri per intero.

Alle scuole elementari c’era una specie di biblioteca di classe ma credo di non essere mai andata oltre il primo capitolo delle ‘Piccole donne’ o di ‘Zanna bianca’ o delle ‘Avventure di Tom Sawyer’.

La mia nonna paterna era una accanita lettrice di romanzi gialli e di avventura, ed era la mia pusher.

Prima di partire per le vacanze estive andavo a salutarla e lei mi riforniva di libro adatti alla mia età; così le avventure di Miss Marple e di Hercule Poirot, un poco alla volta, sono entrate tutte nel mio background culturale.

E questi era impossibile non portarli a termine!

Diversi anni più tardi ho visto sullo scaffale della sala ‘Io uccido’ di Giorgio Faletti, e le ho chiesto come fosse, era il best seller del momento.

Mi rispose schifata “prenditelo e portatelo via, fallo sparire, non lo voglio più indietro”.

Insolito da parte sua che conservava gelosamente anche le edizioni economiche in una fornitissima biblioteca personale, e che amava rileggere anche più volte uno stesso libro.

L’ho ascoltata, portandolo via, e l’ho letto.

A me era piaciuto molto, tanto che poi Faletti è rimasto per molti anni il mio autore preferito, soprattutto col suo secondo ‘Niente di vero tranne gli occhi’.

Ma è innegabile che dal punto di vista stilistico è un modo tutto diverso di scrivere i gialli.

Ora a distanza di decenni ho ripreso in mano la Christie, con il suo romanzo più famoso ‘Dieci piccoli indiani’, che misteriosamente non mi era mai stato proposto come lettura.

Il filone del romanzo giallo rimane uno dei miei preferiti, e recentemente avevo individuato un valido prosecutore del genere in Donato Carrisi, salvo decidere di punto in bianco, dopo tre opere lette, di non volerlo più affrontare: più che giallo è un genere horror/splatter.

Ritornando alla Christie, ora mi è chiaro perché lei rimane un’icona di riferimento, una stella polare del romanzo giallo.

I gialli di Agatha Christie non riempiono le pagine di materia cerebrale che schizza dalle orbite, di vermi che sguazzano nella decomposizione dei cadaveri, di lame che affondano negli organi vitali, di colpi di rivoltella sparati davanti a una webcam collegata con il compagno di vita della vittima.

Per Agatha Christie la morte di un personaggio è una semplice operazione algebrica, un -1; le morti si susseguono numerose senza che venga versata una sola goccia di sangue.

Non usa descrizioni truculente per inorridire il lettore e mantenerlo attento: preferisce lasciare rimuginare i personaggi, a crogiolarsi nel dubbio, a ripercorrere le possibili piste, a ricostruire gli scenari da prospettive diverse.

Se l’assassino usa il veleno lei ti dirà come se lo è procurato e come lo ha somministrato, ma non indugia nella dinamica del trapasso che la sostanza provoca.

‘Dieci piccoli indiani’ è la traduzione politically correct di ten little niggers, dieci negretti.

La storia si svolge a Nigger Island, una località vacanziera dove tale U.N. Owen (leggasi unknown, sconosciuto) ha convocato dieci individui, dieci assassini mancati, dieci persone che hanno commesso un delitto solo indirettamente, pertanto sono sfuggite alla giustizia.

Una dopo l’altra queste persone muoiono tutte: per mano di chi?

Ad ogni morte sparisce una delle statuine di porcellana che si trovano nella hall dell’albergo.

Nella camera di ciascuno degli ospiti è appesa una filastrocca che narra come i dieci negretti, uno dopo l’altro, soccombano.

Ad ogni omicidio i superstiti diventano via via più guardinghi e sospettosi, ma è chiaro che non ne rimarrà nessuno (‘… and then there were none’ è infatti uno dei titoli alternativi dell’opera, da cui sono state tratte numerose rappresentazioni teatrali e cinematografiche).

La storia ha i suoi limiti, e alcuni passaggi sono forzati. Ma non è tanto il mistero la trave portante dell’opera, quanto il meccanismo del sospetto che va a cadere sull’uno o sull’altro personaggio, in virtù dei preconcetti.

Perché dovrebbe essere stato il dottore oppure non può essere stata una donna? O viceversa.

Dove sta il confine tra indizio e prova? Esistono persone al di sopra di ogni sospetto, o persone che più probabilmente di altre sono colpevoli? Che ruolo gioca la posizione sociale in questa gerarchia?

Romanzo scritto quasi un secolo fa (1939) che risulta quanto mai attuale.

Ibis rosso

Da bambina andavo allo zoo di Varallo Pombia, ogni estate in occasione della visita alla sorella di mia nonna che viveva a Divignano.

Nonostante fosse un’epoca in cui l’aria condizionata in auto non esisteva proprio io preferivo la parte di visita safari, in cui gli animali vagavano liberi.

Finestrini chiusi e una calura torrida, ma era talmente emozionante avere una scimmia sul cofano che non ci prestavo nemmeno attenzione, al caldo intendo.

Poi c’era la parte classica, e lì si potevano ammirare le tigri e i leoni ed altri animali pericolosi, stancamente rinchiusi nelle loro gabbie.

Vicino a dove abito c’è uno zoo, di dimensione molto più piccola, ma che è una valida meta per le gite a breve raggio.

Le mie bimbe si divertono e io ogni volta che ci torno osservo qualcosa di diverso.

Non ci sono le bestie feroci, quindi niente allarmismi alla Jannacci: non si vede di nascosto l’effetto che fa gridare aiuto aiuto è scappato il leone.

Quest’anno abbiamo organizzato la visita nell’immediato orario post prandiale, e sì c’era meno affluenza di visitatori ma abbiamo trovato tutte le bestie che schiacciavano la pennichella.

Quelle che erano già attive ci hanno offerto l’esibizione delle loro terga e ci hanno dimostrato 50 sfumature di defecazione.

Tra le cose che ho osservato:

I canguri: pensavo spiccassero i balzi con le sole zampe inferiori, invece quello che ci illustrava la sua arte scatologica faceva stancamente leva sulle zampe anteriori.

I cammelli: sono nel periodo della muta del pelo ed avevano un aspetto a chiazze terribile, da far rimpiangere l’umana attività equivalente, il cambio degli armadi.

Un pellicano, che Viola ha ribattezzato il pelo-cane, ci ha offerto lo spettacolo della pulizia del piumaggio: dapprima ha infilato il becco in profondità tra le ali e il petto, poi ha iniziato a sbattere forte le ali spiegate e a scrollarsi vivacemente, all’incirca come il parrucchiere mi fa fare con la testa dopo avermi tagliato i capelli.

Poi lo stesso pellicano ha infilato la testa nello stagno per bere: nonostante il becco lungo e la scarsa profondità, riusciva a ruotare il capo fino a riempire la parte inferiore, quella gonfiabile, di acqua.

Le antilopi: ricordavo già dalla precedente visita che i loro piccoli, è scritto sul cartello esterno al recinto, sono in grado di camminare autonomamente a poche ore dalla nascita; se penso a quanto dura l’emancipazione umana dai genitori, la cosa è strabiliante.

I pipistrelli: tutti appesi a testa in giù (ma non gli va il sangue alla testa???), hanno zampe uncinate e ali sottilissime, membrane quasi trasparenti, che ogni tanto spiegavano per cambiare posizione, ovvero zampa.

Sembra che gli sia indifferente l’uso di un lato, e quindi appendersi dal fianco, o delle zampe inferiori e stare a testa in giù.

Il rettilario lo salto a piè pari, non ci tengo nemmeno un po’ a visitarlo.

Ci sono poi degli animali che non popolano i luoghi comuni del mio bestiario e che faccio fatica anche ad osservare: i suricati, tanto per dire, non so bene a che mondo appartengano e mi impressionano un po’.

Ciò che non ricordavo assolutamente di aver mai visto invece, e che è stata la parte più gradevole della visita, è stato l’ibis rosso.

Dulcis in fundo, era l’ultimo recinto.

Due come loro

Più leggo e più mi rendo conto che divento esigente in materia: leggere un libro che non mi piace mi sembra una perdita di tempo, sprecato quando potrei leggere di meglio.

Ma come posso sapere se un libro mi piace? Devo iniziarlo!

Nel caso di ‘Due come loro’ è stato amore a prima riga: al termine della prima pagina avevo già deciso che il libro mi piaceva, tanto, e adesso che l’ho terminato posso confermare che non mi ha deluso, anzi è andato oltre le migliori aspettative.

Shapiro lavora come freelance per due datori di lavoro antitetici: entrambi gli forniscono ogni mese una lista degli aspiranti suicidi, corredata di luogo e data del fatto.

Il suo compito è quello di intervenire e persuadere o dissuadere il tizio dall’estremo gesto.

L’antitesi fra i due mandanti risiede proprio lì: se l’aspirante suicida si salva la missione viene compiuta per Dio; altrimenti punto per il diavolo.

Ecco spiegato chi sono i ‘due’.

Shapiro è entrato nel team perché a sua volta è stato un aspirante suicida, salvato in extremis.

Il problema che lo aveva condotto lì lo ha poi portato a lasciarsi con Viola, la sua ragazza, che ora sta con Pino Moneta.

Sulla lista un bel giorno compare proprio il nome di Moneta.

Shapiro fa precedere ogni suo intervento da un’analisi sulle ragioni che spingono l’individuo all’insano gesto, in modo da agire con cognizione.

Nel caso di Moneta non è del tutto imparziale, perché la sua dipartita significherebbe campo libero con Viola.

Ma davvero la sua mancanza sarebbe sufficiente a riconquistare la ex?

Lo stile è accattivante, il racconto procede come se si stesse guardando un film, ricco di dialoghi e di sceneggiature.

Marsullo è irriverente come John Niven nel romanzo ‘A volte ritorno’ ma il suo racconto è più umano: non è Gesù a tornare sulla terra ma un uomo a conferire ora con il rappresentante del bene, ora con quello del male.

Dio è un tipo che organizza un sacco di feste a tema, a cui partecipa sempre molta gente.

Il diavolo invece è più tipo da cena a due.

Tra i personaggi del romanzo spiccano Melinda, nuova leva da addestrare; e il dottor Poggini, uno psicoterapeuta dall’innovativo metodo ‘Facciamo le cose e intanto parliamo’: perché non sfruttare i momenti di analisi per i lavori di bricolage e le riparazioni domestiche? La vita non aspetta che riflettiamo, ma procede inesorabile.

Mi è capitato di non apprezzare un romanzo quando rilevo troppa presenza di fumo: per me le sigarette andrebbero bandite non solo dai luoghi pubblici, ma anche dai film e dai libri. In questo caso però rendono bene l’idea dell’ansia che tormenta il povero Shap.

Ha commesso un errore molto grave: togliersi la vita può ripararlo?

Tra i vari personaggi che si avvicendano nel tentativo ho sempre riscontrato motivazioni piuttosto deboli; ma probabilmente è così anche nella realtà, perché obiettivamente nessuna ragione è valida.

Il racconto tocca temi molto delicati in un modo assolutamente insolito, senza cadere mai nella retorica e valutando punti di vista alternativi senza esprimere giudizi.

L’ambientazione è Roma, inferno e paradiso al tempo stesso; a seguito di un incidente, descritto magistralmente in uno dei capitoli, Shapiro non guida più l’auto e si sposta esclusivamente in bicicletta, inseguimenti compresi.

Un romanzo intenso e leggero al tempo stesso, che si può leggere per sorridere e poi ci si ritrova ad inciampare su considerazioni profonde, dubbi esistenziali, domande interiori.

Una disamina sul bene e sul male condotta in una narrazione quotidiana surreale al punto giusto: come professa il dottor Poggini, intanto che si fanno le cose si parla; e intanto che si legge si riflette.

Introspezione post gara

Se c’erano 20 bambini, venivano disposte 19 seggiole; musica di sottofondo e tutti a scorrazzare; quando la musica veniva interrotta tutti dovevano sospendere la danza e correre a sedersi; chi restava senza la seggiola era fuori.

Poi la musica ripartiva, e si levava un’altra sedia, stesso copione a ripetizione: vinceva il gioco colui che al termine delle esclusioni si accaparrava l’ultima sedia.

Era un gioco molto popolare quando ero piccola.

Sullo stesso principio si basa il meccanismo della staffetta australiana nel nuoto: si ripetono i 50 stile a partire da una batteria completa e si esclude ad ogni ripetizione l’ultimo che tocca la piastra.

Per chi la disputa è una gara parecchio faticosa perchè richiede tanta capacità di gestione e di ripetere lo scatto con poco riposo.

Per chi la guarda è puro spettacolo! e poi dicono che il nuoto è uno sport che non riesce ad entusiasmare le folle.

Forse per animare un po’ la manifestazione e creare la suspense, non tanto nelle tribune ma direttamente in vasca, su questo stesso meccanismo hanno basato anche la gestione del tabellone elettronico la scorsa domenica a Spresiano: vasca ad 8 corsie, tabellone elettronico a 6 posizioni.

Quando concludi la distanza alzi gli occhi per vedere l’unica cosa che in quel momento ti interessa: il tempo con cui hai chiuso. Se hai dato il massimo non ti resta tanta lucidità per i giochi enigmistici: in alcune manifestazioni attrezzate con dispositivi all’avanguardia compaiono cognome e nome, e vai a colpo sicuro.

Io che mi chiamo con poche lettere ci sto per esteso.

Più comunemente invece si legge una sigla tipo P3 L5 che va interpretata come P:posizione 3 L:lane (corsia) 5.

Nell’istante dell’arrivo, se sei stato attento, hai una vaga cognizione di quale era la tua lane ma difficilmente conosci l’ordine di piazzamento.

Mettersi a cercare è un garbuglio, se poi le scritte scorrono è una rincorsa vana, come leggere la targa di un malvivente che scappa dopo una rapina.

Ho letto tutti i tempi, a valore crescente, senza trovare la mia lane, e ho dedotto di aver disputato un tempo maggiore dell’ultimo visualizzato, di essere rimasta senza la seggiolina alla fine della musica.

Un tempo inqualificabile, nemmeno degno di apparire sul display.

Me ne sono tornata in tribuna rassegnata, convinta di aver performato il peggior tempo di sempre, senza nemmeno riuscire a rapportare con coerenza le sensazioni provate a tanto disastro.

Ho ricevuto però una piacevole sorpresa: il mio tempo non era così pessimo, solo avevo perso l’istante in cui veniva visualizzato. Carpe diem e carpe tabellonem.

La soddisfazione, moderata per vero, è durata poco: piuttosto che peggio è meglio piuttosto, diceva mia mamma, ma è una magra consolazione.

Presto è subentrata l’analisi della prestazione nei dettagli cronometrici, considerando che su 100 metri ho percorso i primi 50 in un tempo di pochissimo inferiore ai secondi 50.

Il tuffo di partenza rende matematicamente la prima parte più veloce, si può dire che io abbia nuotato in negativo.

Il che significa due cose: la prima è che ho un livello di preparazione sufficiente ad arrivare al termine della gara senza schiattare; la seconda è che ho una fottuta paura di bruciarmi e ho fatto l’abitudine a risparmiare nella prima parte di gara. È giusto ‘cercare la nuotata’ ma dovrei riuscire a farlo nei primi metri, invece me la prendo comoda, un po’ troppo, la cerco proprio bene.

Dovrei provare a tirare a mille la prima metà e poi quel che viene viene; ma è un istinto di sopravvivenza primordiale: se ti dicono di lanciarti a folle velocità contro un muro con l’auto, garantendoti che il muro è di gommapiuma, il piede andrà comunque a cercare il freno.

È accaduto in altre occasioni che a 15 metri dall’arrivo mi sia calato il sipario, game over proprio; memore di quelle sensazioni negative non riesco più a spingere dall’inizio.

Mentre rifletto mi accomodo in tribuna in attesa della seconda gara: è quel momento in cui ti scevri di tutti gli orpelli della vita quotidiana, sovrastrutture dell’età adulta; in quel momento non sei la pettinatura che porti, non sei l’abito che indossi, non sei la casa in cui abiti, non sei la macchina che guidi, non sei il lavoro che fai nè ciò che hai o non hai studiato, non sei la mamma di o la moglie di, sei unicamente un valore astratto: il tempo che hai disputato.

Il crono è un risultato oggettivo: non dipende dalla valutazione di un giudice, dalla simpatia di un esaminatore, dall’affiatamento tra compagni di squadra; ed è un risultato meramente individuale che ti pone allo specchio e ti fa confrontare con te stesso.

Non esiste un parametro assoluto di bene o male, una soglia di riferimento globale con cui confrontarsi.

Esiste ciò che hai fatto negli anni precedenti, lo stato di forma attuale, la tattica che hai adottato, la concentrazione che hai profuso.

È un’autovalutazione, nessuno ti loderà o ti schernirà per un secondo in più o in meno, nè per dieci secondi di differenza: si tratta di un faccia a faccia con lo specchio, davanti al giudice più severo, quello che sa veramente cosa hai combinato e non ti concede sconti.

Disputo la stessa gara che facevo quando avevo 15 o 25 o 35 anni; ma mi rendo conto che adesso la affronto in maniera più prudente, allora mi ci buttavo con incoscienza.

Il tempo è aumentato perché il corpo risponde diversamente o perché la testa è cambiata?

Mi si avvicina un signore e mi saluta, sostenendo con certezza che ci conosciamo.

Lo scruto cercando qualche dettaglio nel suo viso che me lo riporti a galla nella memoria.

“Nuotavamo assieme” afferma.

Ma quando? Dove? È una vita che pratico questo sport.

Mi fornisce dei riferimenti vaghi, insufficienti a delinearlo.

Non si scoraggia, continua a parlare a ruota libera fino a che, dal suo soliloquio, emergono un paio di dettagli che mi accendono la luce.

Davanti a me rivedo quel ragazzo seduto al mio stesso tavolo di esame durante la prova scritta del corso per istruttori di nuoto, risento quelle stesse parole fluttuanti, la medesima parlantina.

Pronuncio quindi il suo nome, con intonazione interrogativa.

È come quando dopo tanto tempo ti restituiscono un libro che hai prestato: te lo ricordi nuovo ed ora ha le pagine un po’ ingiallite, gli angoli smussati e la copertina sgualcita. Ma è sempre quel libro.

Così quello che io definisco signore si rivela essere un mio (quasi) coetaneo, che non vedevo dal ‘92.

E cosi anche il 100 stile: sempre 4 vasche da 25 metri, anche se non ho più lo zelo di sbranare la gara dai primi metri.

Etimologia

Orrido deriva dal latino horridus, che proviene da horrere, rizzarsi, riferito ai peli del corpo.

L’ho imparato oggi, dal sito unaparolaalgiorno, che offre un interessante servizio: ogni giorno presenta una parola e ne eviscera il significato, con esempi e citazioni.

Quella di oggi è stata una parola premonitrice, oltre che onomatopeica.

Stasera ho accompagnato al parco giochi le mie piccole; come prima giostra hanno scelto lo scivolo.

Nei loro piani io avrei dovuto fare la sbarra umana, che bloccava la discesa ed alzava il braccio al loro passaggio.

Io invece puntavo la panchina.

Il primo giro si fa alla maniera classica, salendo dalla scala.

Una volta in cima Viola si appresta alla discesa e mi chiama:

“C’è una lucertola”

Pochi giorni fa mi aveva avvisata della presenza delle vespe parlando di ‘zanzara che fa il miele’.

Sofia poco dietro con la tenera supponenza da sorella maggiore la corregge:

“È un topo morto”.

Stuzzicata dal dubbio, lucertola o topo?, abbandono per un istante la velleità panchinara e mi avvicino allo scivolo.

Sulla parte finale, quella in cui la pendenza si rimette orizzontale e addolcisce l’arrivo a terra, giaceva stecchito un piccolo sorcio.

Orrido: mi si sono rizzati tutti i peli e l’ugola ha iniziato a vibrare fortissimo per esprimere tanto ribrezzo.