Tanti auguri a… La Settimana Enigmistica

Oggi la Settimana Enigmistica, il settimanale che vanta innumerevoli tentativi di imitazione, compie 85 anni.

E in 85 anni tutti questi tentativi sono falliti!

Non posso affermare di conoscere la rivista dal suo esordio, ed è diverso tempo che non mi ci diletto più, ma per tanti anni è stata mia fedele compagna nei periodi di ozio.

Ozio attivo, perchè tiene la mente impegnata.

Il mio approccio negli anni è cambiato: dapprima, appena faceva ingresso in casa, mi accaparravo gli ‘Unisci i puntini’, che mi davano l’illusione di essere in grado di disegnare.

Il giochino di fianco, quello di annerire gli spazi col puntino invece l’ho sempre trovato noioso.

Evidentemente ho sempre manifestato propensione per la definizione della forma che per il mero contenuto.

Poi è stata la volta dei cruciverba, quelli centrali, gli schemi grandi, meglio sopra tutti il Bartezzaghi, ma anche il Ghilardi.

Partivo dalle parole periferiche di due lettere, semplici sigle, per indovinare, aggiungendo piano piano vocaboli più lunghi, la parola centrale che occupava a tutta larghezza lo schema.

Un motivo per cui le imitazioni della rivista non hanno mai riscosso il successo della SE secondo me risiede proprio nella precisione e nella sagacia delle definizioni.

La definizione non ti lascia mai perplesso: puoi saperla o non saperla (molto più spesso la seconda), ma a posteriori non è mai ambigua; quando scopri la risposta ti batti la fronte ed esclami “Ma come ho fatto a non pensarci?”.

Anche il fatto di pubblicare le soluzioni nel numero successivo stimola il lettore a sforzarsi di trovare da sè una soluzione, e poi a comprare il numero dopo.

(Oppure puoi cimentarti sui numeri precedenti e consultare le soluzioni in tempo reale, ma a quel punto sei già un lettore assiduo).

L’impaginazione e la grafica si sono mantenute immutate negli anni, salvo l’uso dei colori nelle pagine interne da qualche anno a questa parte.

All’inizio era tutto rigorosamente in bianco e nero, solo si alternavano i tre colori di copertina, rosso verde e blu, a segnare lo scandire delle settimane, e a riconoscere a distanza il numero attuale dai precedenti.

Immutati nel tempo anche gli elementi ricorrenti nelle vignette dei rebus, che ho imparato a risolvere con parecchia fatica.

A tempo perso mi dedicavo alla ricerca delle 25 differenze tra due vignette apparentemente uguali, che quando arrivavo a 18 iniziavo a vaneggiare e notare difformità su dettagli identici; o al confronto tra disegni diversi ma con 7 particolari in comune.

Ho imparato ad apprezzare la fantasia poetica degli autori delle sciarade, dei lucchetti, delle zeppe e degli anagrammi.

E poi qua e là le vignette, che io supponevo essere barzellette e le raccontavo: memorabile la battuta ‘Mamma, mamma! Papà arriva’ che io avevo raccontato appunto a mia mamma, ritenendo che lei dovesse mettersi a ridere a crepapelle.

Invece non avendole spiegato che si trattava di una barzelletta raffigurata, lei si ostinava a non capire.

Un altro gioco che non lasciavo incompiuto era il bersaglio, con cui passavi da una parola all’altra con le regole più diverse.

Oppure, ma in una fase ancora primordiale, lo schema in cui si cancellano le parole in tutte le direzioni fino a lasciare poche lettere che formavano una parola risolutiva.

Ma il gioco che in assoluto amo di più, che se mi capita in mano un numero qualunque vado subito a cercare, sono gli incroci obbligati: definizioni semplici di parole che non sai dove mettere.

Un mix di fortuna ed intuito, complice qualche lettera straniera, o una definizione inequivocabile, che porta ad una soddisfacente risoluzione; perché le regole intrinseche di ogni gioco le apprendi solo giocando.

IMHO – La strada verso casa *

Ci tengo a precisare che si tratta di un post datato 2014 e del suo epilogo!

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Non mi vergogno a raccontare che sto leggendo l’ultimo libro di Fabio Volo, “La strada verso casa”.

Penso che a vergognarsi piuttosto dovrebbero essere quelli che proclamano a gran voce “Io i libri non li leggo” o peggio “A me non piace leggere”. Ecco, queste sono debolezze che non andrebbero sbandierate.

Per giudicare qualcosa, nel bene o nel male, bisogna conoscerlo: mi piace esprimere le mie critiche con cognizione di causa, non per sentito dire (motivo per cui mi sono sciroppata anche centocinquanta sfumature di colori di Christian Gray).

Fabio Volo, è innegabile, è un fatto di costume, di cui si parla un po’ in tutti gli ambiti, anche quello letterario; un po’ come era per la trasmissione televisiva del Grande Fratello, nessuno la guardava, tutti la schernivano, però Pietro Tarricone tutti sanno chi era.

Leggere non è un hobby esclusivamente di alto livello, a volte si possono anche lèggere cose leggére, per alternare gli stili e per capire le differenze.

Così come cerco di seguire un’alimentazione sana ma, pur conscia dei limiti nutrizionali di una pizza, me ne concedo spesso e volentieri, altrettanto consapevole dei limiti dell’autore in questione come scrittore, mi piace svagarmi e leggerne le ‘opere’.

Raggiunto un livello ‘insuperabile’ a Candy Crush che mi richiede troppa concentrazione, come riempitivo di alcuni momenti morti preferisco dedicarmi a uno svago meno complesso.

Ad essere onesta ho letto anche tutte le precedenti ‘opere’ e “Un posto nel mondo” mi era piaciuto veramente tanto, forse perché letto in un contesto particolare. Delle antecedenti poco ricordo, se non che erano molto brevi; delle successive ricordo il penultimo “Le luci della sera” (??? forse… ho rimosso persino il titolo) che mi ha fatto ripromettere solennemente di non comprare mai più un suo libro, buono più per spessorare un mobile traballante che per altri scopi.

E infatti questo non l’ho comprato, no, non arrivo (più) a tanto.

In realtà mi è capitato anche con altri autori di arrivare ad un limite per cui mi sembrava che il filone fosse esaurito.

Nel caso di Volo, non posso che confermare, anche se c’è una ripresa rispetto a “Le luci della sera” (o forse sono i 15 € risparmiati che mi rendono più indulgente).

Lo sto leggendo con spirito critico, nell’intenzione di esaminare alcune questioni che mi pongo qualora volessi scriverlo anche io un libro, un giorno, si sa mai: che tempi verbali usare, chi è il narratore, come si susseguono i fatti nella storia, come si sviluppa l’intreccio, come vengono descritti i personaggi.

A voler analizzare una grande opera, sarebbe troppo complesso come punto di partenza: Fabio Volo va benissimo, nella sua semplicità e povertà lessicale.

Sono giunta circa a metà dell’opera (quindi ho iniziato bene?): finirò di leggerlo perché non è mia abitudine lasciare le cose a metà.

A questo punto della lettura riesco ad esprimere alcune considerazioni, che potrebbero essere smentite nel prosieguo.

Non farò rivelazioni sulla storia, ma qualche riferimento è comunque necessario.

Dopo un inizio scoppiettante, l’incedere è divenuto lento, ho la sensazione che stia ‘menando il can per l’aia’ per raggiungere il numero di pagine previsto dall’editore: colmo di dettagli superflui, ininfluenti sulla storia e fine a sé stessi, manca solo che mi imbatta in una cassiera del supermercato che fa il conto della spesa e nella descrizione vi siano dettagliatamente elencati tutti i prodotti che passano dal carrello all’essere imbustati.

E poi non puoi scrivere di ogni volta che il protagonista si accende una sigaretta: dovrebbero vietare il fumo anche nel libri, non solo nei locali pubblici!

Vengono affrontati temi delicati ed attuali per persone della nostra età (nostra = mia e di Volo e di molte delle mie conoscenze), quali la malattia e la perdita dei genitori, o la separazione dal coniuge in presenza di figli: il modo in cui li affronta però lascia molto a desiderare, pare più un pretesto per buttare là frasi ad effetto, ma nel complesso non trasmette nessuna sensazione, non crea empatia, non porta a riflettere.

Il mio presentimento è che Volo non sappia esattamente di cosa sta parlando, non abbia mai vissuto nessuna delle situazioni da vicino, forse ne ha sentito parlare da qualche conoscente ma nemmeno se ne è interessato più di tanto, non ha provato a calarsi nei panni di chi ci passa e fondamentalmente non riesce a ricostruire nel lettore lo stato d’animo. Buono per chi ha la fortuna di non conoscere certi problemi, così sentirne parlare da distante ha un effetto catartico.

Tanto per essere chiari, se sei tanto preoccupato per tuo padre che è all’ospedale in fin di vita, e questo pare l’argomento centrale della storia, non ti viene in mente di fare tutte quelle cose che fa il protagonista del libro.

Pare quasi che abbia ‘indovinato’ alcune situazioni, e ci abbia ricamato attorno un paio di pagine, per poi portare avanti il suo vero racconto, che è quello di una storia di sesso.

No, non è vero, non è una storia di sesso, sono molteplici storie di sesso, descritte nei minimi dettagli e con un linguaggio da caserma. L’apoteosi del trash quando lui (Marco, il protagonista) crea una play list con canzoni che risalgono alla sua giovinezza, da regalare alla sua bella (quella tra molte di cui si dichiara sinceramente innamorato) e la intitola ’80 Voglia Disco Party’.

Ma l’autore non si limita a narrare secondo il punto di vista del protagonista: qua e là si cala negli altri personaggi e avanza qualche pensiero esterno al personaggio centrale; lo trovo disonesto, scorretto: o narri tutto secondo il pensiero del protagonista, e di quello che pensano gli altri personaggi vieni a conoscenza solo se lo dicono esplicitamente, oppure fai il narratore super partes e parli un po’ di questo e un po’ di quello: manca un equilibrio tra i personaggi, non c’è ‘democrazia’.

Quindi anche di altri personaggi narra scene di incontri sessuali con la stessa dovizia di particolari.

E poi, come se non bastasse, ci sono frequenti descrizioni di momenti di autoerotismo, o masturbazione come la chiama lui nella più elegante delle accezioni, tratte dal passato del protagonista.

Insomma tra pippe e cicche la storia procede lenta in un contesto grave ma con estrema leggerezza, e a me questo divario suona grottesco, stride come un’unghia che perde la presa del gessetto e scivola sulla lavagna.

Poi vabbé a me il protagonista non piace, non mi ci riconosco, ha un sacco di pessime abitudini che non condivido. E’ un cazzone, per dirla col suo vocabolario, un perdigiorno, un eterno adolescente, un Peter Pan.

Il romanzo, fino al punto attuale, non è realistico: ho capito che per scrivere una bella storia bisogna staccarsi dal contingente, ma possibile che a questo mondo nessuno abbia reale necessità di lavorare? tutti i personaggi del libro hanno un lavoro ma lo trattano più come un hobby che un’esigenza con tempi da rispettare quotidianamente.

Altra curiosità tecnica: come usa i tempi? uhm… male. Grammaticalmente corretti, per carità, ma mi capita in più punti di non capire se quanto sta narrando si riferisce all’attualità o al passato, e a quale passato (dieci o venti o trenta anni prima?), e sono costretta a rileggere l’ultimo periodo.

Un altro punto che mi incuriosisce è: come l’autore affronta la diffusione dei social network nella realtà contemporanea. Un libro scritto di recente e che parli di una situazione attuale non può prescindere dalla diffusione ormai capillare di facebook; un insieme di personaggi completamente avulsi da questa realtà sarebbe anacronistico. E infatti Volo non si esime dal raccontare alcuni aneddoti legati al meccanismo di ritrovamento di vecchie conoscenze, ma anche in questo caso sono storie isolate, fine a se stesse.

Mancano completamente le descrizioni dei luoghi in cui si svolge: una città italiana che per sottinteso suppongo sia Milano, e poi Londra e poi Parigi. Ma ci fosse uno, dico uno solo, scorcio, una fotografia descrittiva del paesaggio, niente di tutto ciò.

Nessun riferimento alla realtà contemporanea in modo da localizzare il romanzo nel tempo: che so un fatto storico, o di cronaca, realmente avvenuto giusto per capire se si stia parlando di quest’anno o di qualche anno fa.

Tutto quanto detto ovviamente secondo la mia modesta opinione.

Il resto magari quando avrò completato la lettura.

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Ok… Terminato! La mia ipotesi della spesa al supermercato era lungimirante… c’era di peggio!
Lui cerca di affrontare temi complessi con linguaggio ‘comune’… Ma a dire le parolacce son capaci tutti, non ne vedo un vanto.
Questo stile minimale con cui cerca di parlare di problemi spinosi lo rende molto fruibile ma poco encomiabile…
Passo ad altro!

R.I.P. Tullio

La scorsa settimana è morto Tullio De Mauro.

Quello del trio Solenghi-Lopez-Marchesini? No, quello è Tullio Solenghi.

Quindi oltre al pupazzo orso bianco di Sofia esistono altri Tullio, è un nome più comune di quanto potessi immaginare.

Tale Tullio De Mauro era un linguista.
E qui la mia ignoranza si fa plateale: oltre a non sapere chi fosse, non so nemmeno di cosa si occupi un linguista.
Vado per ipotesi: è uno che teorizza sul linguaggio, sulle espressioni idiomatiche, sui modi di dire.
Allora anche io apporto i miei 2 cents alla scienza della linguistica: ecco a seguire le espressioni che mi irritano come lo stridere delle unghie sulla lavagna, espressioni che io eliminerei dalla lingua italiana.

  • Non è per …

Non è per cattiveria / non è per pigrizia / non è per mancanza di buona volontà… e così via.

Excusatio non petita, accusatio manifesta.

Se vai escludendo una causa in particolare, ahimè, temo che proprio quella sia LA causa; altrimenti se non è quella la ragione, devi dirmi dirmi anche tutti gli altri motivi per cui non è.

  • Intanto

Intanto lo appoggio qui / intanto facciamo così …

Niente è più definitivo di ciò che è provvisorio; ogni cosa ha un suo posto, e collocarla al primo tentativo nella sua sede non ha un costo diverso che metterla intanto in un altro posto; e, per esperienza, intanto è un avverbio di lunga, lunghissima durata.

  • Di corsa

Come risposta alla domanda ‘come va?’ fa cadere le braccia, per dire un eufemismo.

Se ti chiedo come va mi aspetto di sentirmi rispondere BENE, o male se c’è confidenza; poi si possono aggiungere dettagli sulle ultime attività svolte, se lo si desidera.

Ma ‘sempre di corsa’ non mi interessa, sempre eufemisticamente parlando.

Tra l’altro mi capita spesso di osservare queste persone che dichiarano di correre tanto, ferme in capannello a conversare.

Forse si scambiano consigli tra runners, mah.

  • Non ho avuto tempo

Tempo, comunque vadano le cose lui passa.

Questa è la menzogna più infida che io conosca: ognuno di noi ha giorni di 24 ore, settimane di 7 giorni, mesi di 30 o 31 giorni, fatto salvo per febbraio.

Quindi non si tratta di non avere tempo, ma di impiegarlo diversamente.

La giustificazione non ho avuto tempo copre la più fastidiosa, ma onesta, ho fatto dell’altro: viene adoperata quando si vuole glissare sul giudizio di priorità dell’altro da fare.

  • Se fossi io al posto tuo / suo

Avete mai fatto caso in fase di decollo di un aereo che la hostess vi spiega dove sono le uscite di sicurezza, gesticolando e sorridendo, indicando il sentiero luminoso e simulando l’utilizzo della mascherina di ossigeno? secondo voi, nel momento della necessità, vi ricordate esattamente dove tirare il cordino per gonfiare il giubbetto salvagente o dove sono i tubicini per insufflare?

Non siamo mai al posto di un altro, perchè il freddo, la fame, la rabbia, la sete, la stanchezza, la fatica che prova un altro in certi frangenti non sono ipotizzabili e includibili a secco nel nostro quadro mentale.

  • Ti chiamo domani / sarà per un’altra volta / ci sentiamo per un caffè / dai che ci organizziamo…

Il problema di queste locuzioni è che io ci credo! se uno mi dice ‘ti chiamo domani’ e poi non lo fa, io mi preoccupo. Se non hai intenzione di chiamarmi non dirmi niente che va bene lo stesso!