Ambiguità del silenzio 

Esistono due tipi di silenzio.
Il primo è il silenzio vuoto, quello di quando non c’è veramente nulla da dire, e magari non c’è nemmeno chi lo dovrebbe dire.

È il silenzio imbarazzante di due persone, o più, che esauriscono gli argomenti e si guardano in faccia, poi guardano in giro, poi iniziano a pensare cosa dire, qualunque cosa, mentre la mente annaspa, turbina a vuoto come una pompa a secco.
Questo silenzio si può paragonare al coperchio di una pentola vuota e fredda: messo lì perché quello è il suo posto, ma senza alcuna funzione attiva.
Poi c’è il silenzio pieno: pregno di significati, di cose non dette, di rabbia, di amore, di gratitudine, di disistima, di gioia e di dolore.

È un silenzio assordante nel suo frastuono, è il coperchio di una pentola di fagioli che bolle.

È versatile nelle sue funzioni: può tacere un’ingiustizia o confermare un’evidenza.
Eppure i due si somigliano come due gocce d’acqua, gemelli omozigoti.

Ma dentro sono profondamente diversi: l’uno privo di qualità, privo di aggettivi, privo di qualunque aspetto.

L’altro così malizioso, elegante, assertivo, rispettoso, poliedrico.

Dubbi sessisti *

Come accade di frequente colgo uno stralcio di conversazione tra i passanti; mentre cammino vengo superata da una bici guidata da un uomo che porta il figlio sul seggiolino (al cinema, scopro poco dopo). 

Capto le sue parole ma prima di comprenderne il senso sono costretta a ripeterle tra me e me, come se fossero passate in fast forward…

Le riproduco in slow forward e ne esce un ‘…i maschietti il calcio, le femminucce la pallavolo…’. Premesso che si qualifica come la più grande cagata sessista in tema di educazione dei figli, seconda solo a ‘il gelato al cioccolato è per maschi, le femmine prendono quello al gusto fragola’, un dubbio sorge spontaneo e non mi abbandona: e il nuoto? È da maschi o da femmine?

Hai voluto la bicicletta? Ora pedala!

I traguardi più ambiti nascondono insidie che trascuriamo fino a che non li raggiungiamo.

Sottovalutiamo tutti i lati B di una questione che rincorriamo, fino a che non ci sbattiamo contro: un paio di scarpe nuove in vetrina non ci faranno mai male ai piedi, continueranno ad esercitare attrattiva sul nostro desiderio compulsivo di shopping fino a che, ahimè, dopo poche ore che le indossiamo capiamo che non possiamo portarle per tante ore.

Quando è nata Sofia ero bramosa di tutti quei traguardi che ogni genitore si pone: non vedo l’ora che cammini, non vedo l’ora che mangi autonomamente, non vedo l’ora che parli.
Salvo poi scoprire che quando cammina vuole comunque stare in braccio, ma pesa di più; e che quando mangia autonomamente diventa estremamente esigente e fa uno tsunami di cibo nel raggio di due metri.

Ma il dialogo conserva un fascino al quale è difficile opporsi, perchè apre le porte all’interattività.
Si passa da un rapporto monodirezionale ad uno bidirezionale; si passa dall’interpretare il pensiero altrui all’apprenderlo.
Con la differenza che l’interpretazione spesso finisce con l’assomigliare troppo al nostro pensiero, mentre la comprensione riserva delle sorprese.

Ieri sera mentre accompagnavo a letto Viola lei mi parlava, una raffica di discorsi, elementari ma completi.
“Questo è il mio letto. Io salto sopra il letto, salto nelle poccianggere. Anche Sciofia ha un letto. Anche Sciofia salta sul letto”. Poi sospende i salti perché devo infilarle il pigiama.
Allora mi chiede “Mamma, mi levi le codine?” E aggiunge “tieni i elastici, domani li porti a Lorena; Lorena mi fa le codine”.

Sono in fase di ascolto, mi sto crogiolando di piacere come se fossi distesa su una spiaggia assolata a respirare la brezza marina.
Come è normale che avvenga, Viola accetta di buon grado da altri cose che per me è impossibile farle accettare: se le dico di scendere dall’auto non vuole, ma se glielo dice Sofia scende subito. Se le dico di togliere i guanti e il berretto dentro un ambiente chiuso non vuole, ma se glielo suggerisce un estraneo lo fa subito. Così, tanto per dialogare le chiedo ‘ma perché le codine che ti fa Lorena non può fartele la mamma?’.

E come una pallonata a cannone sulla vetrina dei cristalli arriva la risposta

“È vecchia”.

Ci si dimentica

Il problema è che ci si dimentica.

Ci si dimentica, da adulti, di essere stati bambini.

Ci si dimentica, da insegnanti, di essere stati studenti.

Ci si dimentica, da dottori, di potersi ritrovare pazienti. 

Ci si dimentica di avere avuto i bimbi piccoli, di aver perso tante notti di sonno a causa loro, di aver passato le giornate a cambiare i pannolini, di aver gestito capricci interminabili.

Ci si dimentica di aver sofferto, per un amore non corrisposto, per un’amicizia terminata.

Ci si dimentica della fatica di trovare un lavoro.

Ci si dimentica dove si sono messe le chiavi dell’auto, ci si dimentica dove si è parcheggiata l’auto… e ci si dimentica la torta in forno!

Amicizie pirotecniche

Diffido delle relazioni umane nate come fuochi d’artificio: temo che si esauriscano con i tre botti ciechi finali entro un tempo molto breve, e che lascino poco oltre il ricordo di qualche battuta.
Preferisco di gran lunga quelle nate quasi dall’indifferenza, dalla scoperta casuale di un’affinitá, di una sintonia di vedute e che si alimentano di piccoli gesti, segni quasi impercettibili di dimostrazione di stima e di rispetto reciproci.
Quelle in cui un malinteso non può aprire una voragine, ma viene presto colmato, superato e dimenticato.
Quelle in cui dopo lustri ti ritrovi a chiederti ‘quando è stata la prima volta che ci siamo incontrati?’ e non riesci a venirne a capo.

Stasera il pollo lo metti tu

“… e questi hanno una intera linea di produzione, la Chicken Tonight, ribadisco Chicken Tonight, di prodotti per guarnire il pollo. Tu compri la scatola, e io mi aspetterei di trovarci il pollo dentro, dato che compro Chicken Tonight, e invece il pollo lo devi mettere tu!”

Così argomentava, tra il divertito e il basito, il commerciale per la zona anglofona di un’azienda per cui lavoravo.

Era stato in visita presso un potenziale cliente per proporre un impianto di imballaggio, ed era rimasto perplesso dal nome scelto per il prodotto: se chiamo Chicken Tonight una confezione di qualunque cosa, va da sè che dentro quella scatola presumo di trovarci un pollo.

Questo mi è venuto in mente oggi, al supermercato, nell’angolo libreria. Mi sono avvicinata per vedere i titoli esposti, ed osservare la classifica dei best-seller.

Ho tutto da imparare, magari per osmosi mi viene trasmesso quell’X-factor che rende uno scrittore speciale.

Verso metà classifica c’era Mazzariol con suo fratello che rincorre i dinosauri, intorno alla terza posizione si assestava l’ultimo racconto di Harry-Potter, e al primo posto troneggiava Fabio Volo con il suo ‘A cosa servono i desideri’.

Edizione con copertina rigida, prezzo al pubblico 10,20 €.

Mi sorprende che sia lui il più venduto, e sono talmente sorpresa che apro il libro a metà per sbirciare, un po’ come quando smetto di seguire un profilo e poi vado a controllare periodicamente se ha postato qualcosa di interessante.

Oh bella… una pagina bianca!

Cioè non bianca bianca… una frase scritta in alto e poi alcune righe, nel senso di tratti orizzontali continui.

Sfoglio e ne trovo un’altra, e poi un’altra, e poi un’altra… Fermi tutti: è l’intero libro!

Cerco di capire il senso: che frasi sono scritte a inizio pagina? Sono domande, spunti di riflessione, bozze di pensieri da completare. 

Quale è stata la situazione in cui ti sei sentito più felice? Quale parte del mondo vorresti visitare almeno una volta nella vita? E altre domande di questo registro.

Vado all’inizio del libro per capire meglio, spero di trovare una spiegazione a questa parodia, qualche pagina di incentivo a comprare un solo quaderno al prezzo di 10, invece trovo una serie di citazioni da altri autori.

Stasera il libro te lo scrivi tu, pollo!

Let it snow, let it snow, let it snow

La nevicata di questa notte ha steso un manto bianco sulle nostre strade, e stamattina al risveglio abbiamo trovato una distesa di poltiglia, acqua e neve.

Ho preferito accompagnare a scuola Sofia con l’auto, per evitare che rimanesse tutto il giorno con i piedi zuppi, dato che non possiede un paio di scarponcini adatti alle camminate nelle intemperie. Non ha le galosce, in due parole.

La viabilità fino a scuola è risultata nei limiti ma poi, come prevedevo, trovare parcheggio non è stato così immediato: i mezzi di pulizia stavano rimuovendo la neve dal piazzale e accumulandola ai bordi, così mentre la domanda di parcheggio aumentava l’offerta diminuiva; perchè è ovvio che ci sono più persone che si spostano in auto col brutto tempo ed è ovvio che se mi metti un mucchio di neve dove c’è il posto auto io faccio fatica a piazzarcela, dato che non ho un SUV.
Botta di fortuna trovo un posto libero! Non un posto qualsiasi, inventato al momento, ma un vero e proprio parcheggio, di quelli che col bel tempo hanno tutte le qualità di un posto auto.

Ho infilato al volo l’auto, rimanendo indietro di circa mezzo metro, causa cordoli di materiale ghiacciato sul davanti.
Sofia è scesa al volo, tutta elettrizzata dal poter camminare pattinando fino al portone di ingresso, e dovevo rimanere all’erta per controllare che non scivolasse o che finisse sotto un’auto.

Mentre la richiamavo e recuperavo le borse spunta dal nulla un tizio, dalla spiccata somiglianza con un alta carica comunale locale, che mi apostrofa così: 

“Non è un bel posto per lasciare l’auto: riduce il passaggio!”.
Me lo ha detto col tono di chi sorprende un cittadino permettere al proprio cane di depositare le deiezioni sul marciapiede senza rimuovere l’opera d’arte.

Mentre io avevo lasciato l’auto (non una merda, l’auto) in parcheggio (non sul marciapiede, in parcheggio).
Valuto di spostarla per farlo contento ma ritengo che questo crei più pericolo che beneficio, quindi la lascio dove è, accompagno Sofia al portone e ritorno immediatamente per spostarla: causava talmente tanto intralcio che non ho trovato uno, uno solo, che mi cedesse spazio per levarmi dai piedi.

Così ho atteso con pazienza lo smaltimento della colonna di auto che si era formata dietro e che mi impediva di uscire, quella generata dai più furbi, quelli che arrivano con l’auto fin più avanti che più avanti non si può e la lasciano lì “un attimo”: ma a loro il fantomatico parcheggiatore, il paladino delle carreggiate, non aveva buoni suggerimenti da dare?

Gatto di Shroedinger for Dummies

Sto progressivamente perdendo la capacità di formulare pensieri compiuti.

Questo non significa che penso al nulla, anzi, sono numerosi gli spunti di riflessione che mi si presentano ogni giorno, però nessuno di questi raggiunge uno stadio sufficientemente evoluto per definirsi una pezza del mio patchwork.

Eppure ritengo che comunque abbiano un pizzico di interesse, anche considerati singolarmente.
L’unione fa la pezza, è il caso di dire.

Si parla molto in questi giorni di violazione della privacy, spionaggio informatico, intercettazione di messaggi elettronici non pubblici, tanto per iniziare con un argomento.
Alcune trasmissioni radiofoniche colgono la palla al balzo per chiedere ai radioascoltatori se siano mai stati spiati o abbiano a loro volta spiato.
Per me è una ferita ancora aperta, e un argomento troppo caldo per poterlo affrontare.
Dico solo che mi ha lasciato la sensazione, fuorviante, che ciò che dico e scrivo possa essere utilizzato contro di me, analizzato, esondare dal mio controllo.
Come se io mi trovassi inconsapevolmente al centro del grande fratello.
Così non è, non ci sono moltitudini di lettori pronti ad analizzare ogni parola che scrivo.
Ai più non importa proprio niente, ma mi fa bene per mantenermi in riga, la legge di Murphy dice che al momento sbagliato proprio una persona che non avrei mai pensato potrebbe usare contro di me ciò che scrivo, e chiedermene il conto.

Ho letto poi un post sul blog della Lucarelli in cui si riporta il teatrino che ha avuto luogo nella trasmissione di Barbara D’Urso, con protagonista Ylenia, la ragazza che ha rischiato di essere bruciata dal suo fidanzato e che ora lo difende, in contrasto con la madre.
Mi fermo qui, la spirale di trash e di ignoranza è vorticosa, e travolge numerosi commentatori della celebre blogger.
Sembra non ci sia fine alla stupidità.
Non saprei nemmeno chi definire più osceno in tutto ciò.

Poi finalmente la mia attenzione è stata catalizzata da un altro argomento: forse mi confondo, ma ultimamente sento nominare spesso il gatto di Schroedinger.
Allora mi sono dilettata in alcune ricerche perché, lo ammetto, non conoscevo affatto la storiella.
E non è banale: è un paradosso con cui si vorrebbe spiegare l’indeterminazione nella fisica quantistica.
Ahi… mal di testa… io ne dovrei sapere qualcosa?
La fisica quantistica e il relativismo erano programma di quinta al liceo.
Purtroppo la cattedra di matematica e fisica era rimasta vacante quando sono arrivata al triennio, così si sono succeduti negli anni insegnanti diversi.

In terza ho avuto la professoressa Rita M., una bellezza mediterranea a cavallo tra Maria Grazia Cucinotta e Sconsolata, proprio a metà.
Un’insegnante molto giovane che ha dimostrato abbastanza presto di non saperne certo una pagina più del libro.
Non voleva concedere a un quadrato la dignità di rombo a tutti gli effetti, figuriamoci se poteva sbilanciarsi oltre la mera formula ‘spazio-fratto-tempo’ per descrivere la velocità.

Poi in quarta è stata la volta di un professore più anziano, che era già stato insegnante di mia madre, la quale lo portava in palmo di mano per le sue capacità comunicative.
Lui insegnava esclusivamente fisica, la matematica (trigonometria quell’anno) era appannaggio di una prof col cognome di una nota marca di prosciutti.
A me, del programma di ottica di quell’anno, è rimasto solo questo insegnamento:
“Come si fa a far tacere tre donne in auto? Semplice, si ingrana la retromarcia!”

Quello di quinta, che si chiamava David M., era un novizio dell’insegnamento.
Sul fronte matematico devo dargli atto che ci ha spiegato bene come affrontare lo studio di funzione, e infatti con l’esame di Analisi I all’università ho avuto vita facile per i primi 15 giorni, quando hanno riassunto tutto il programma di quinta liceo in un libricino di 50 pagine fitte fitte, intitolato Analisi Zero.

Però si perdeva, frequentemente interrotto e imbarazzato dalla simpatica irriverenza di alcuni ragazzi, che lo sfidavano con domande tipo ‘professore? A ‘prugnette’ come è messo?’.

Così della fisica quantistica, già piuttosto complessa di suo, e col senno di poi più affine alla filosofia che alla scienza esatta, mi è rimasto abbastanza poco.

Quindi ‘sto gatto di Schroedinger?
Dicevo mi sono documentata un po’ e ora provo a spiegarlo a voi, che magari già conoscete la storiella, così come lo spiegherei a mia nonna.

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Per farti capire che non si può affermare con certezza nulla nemmeno nella scienza, nonna, ti faccio questo esempio: prendi una scatola di metallo.
No, non di cartone, di metallo nonna.
Ma non preoccuparti, è un esperimento mentale, nessuno lo ha mai messo in pratica.
Dentro la scatola devi mettere una particella di uranio, materiale radioattivo.
Poi metti un contatore Geiger.
Dove lo trovi? sempre nella tua fantasia nonna.
A questo punto metti una fiala di cianuro.
Devi fare in modo che quando la particella di uranio decade, il contatore Geiger rileva il fenomeno e sprigiona il cianuro dalla fiala.
Ferma nonna, non è finita qui.
Nella stessa scatola rinchiudi un gatto.
Bene, ci sei?
No nonna, non chiamare la protezione animali, è un esperimento mentale.
Nessun animale viene maltrattato.
Ora diamoci un’ora di tempo, durante la quale la particella ha il 50% di probabilità di decadere e ammazzare il gatto.
Quindi dopo un’ora cosa ne sappiamo noi sullo stato di salute del gatto?
Per sapere se è vivo o morto non ci resta che aprire la scatola e osservare.
Insomma, tutto sto esperimento per guardare le soluzioni alla fine.
Hai capito? ci sono casi nella quantistica che non sono deterministici come nella meccanica tradizionale, che se io in un’ora percorro 60 km spazio-fratto-tempo uguale velocità 60 km orari.

Dopo un’ora non hai fatto 60 km, ma ancora non sai se il gatto è vivo o morto.
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Io in verità non ho capito ancora molto dell’utilità di questo esperimento.
Ma poi, quando mi sono coricata, appena prima di addormentarmi ho chiesto se Viola era ben coperta.
E la risposta è stata ‘un’ora fa lo era, adesso non si sa, se vuoi puoi scendere a controllare’.

E senza scomodare nessun gatto.

Gennaio

Gennaio profuma di quaderno nuovo appena uscito di cartoleria.

Gennaio è un libro a a cui non hai ancora fatto la piega sul dorso.

Gennaio è il mese dei buoni propositi.

Gennaio è il reset del contachilometri dell’automobile dopo aver fatto il pieno: non hai la macchina nuova, ma riparti a verificare i consumi da zero, ottimisticamente.

Gennaio è il primo tratto dopo la boa in una gara in mare, quello in cui ricominci a vedere il traguardo, l’estate.

Gennaio è un mese invernale, ma si ricomincia a vedere la luce, e per questo gli perdoni anche le intemperie.

Il catalogo Ikea

La mia idea di arredamento è l’esposizione mobiliare, ovvero i mobili e nulla di più.

Mi rendo conto che la cosa è poco praticabile, ma tenderei almeno a conservare tutto il necessario dentro gli armadi e le credenze, creando un’impressione di vuoto, di spazio disponibile.

In poche parole odio i soprammobili, le suppellettili, le masserizie.
Da quando sono nate le mie figlie questo ideale rimane un’utopia perchè dove io creo lo spazio, il vuoto, loro riempiono con i giocattoli, o con gli oggetti che trovano in giro e trasformano in giocattoli.
Ho rinunciato a rimuovere dalla parete un calendario settimanale, dove ogni foglietto indica un giorno diverso con un suo colore e Sofia sposta la freccia.

Anzi spostava perchè ormai è da un pezzo che è martedì e forse in una delle mie incursioni notturne potrei provvedere.
Quando vivevo con i miei genitori mi ritrovavo a combattere analoghe battaglie, senza poter sperare di eliminare nottetempo le inutilità e passare inosservata.
Alcune di queste sono rimaste esposte per così tanto tempo che un po’, lo ammetto, le conservo nel cuore.
La passione materna per i rompicapo precedeva l’avvento del cubo di Rubik, e per casa circolava un cubetto di legno, di pari dimensioni del famoso collega, ma smontabile anziché snodabile. E mai più rimontabile, per i comuni mortali.

Mentre mamma si dilettava a ricomporre il cubo si poteva trascorrere qualche minuto di svago con la dama cinese in versione solitario, mangiando (simbolicamente) al salto le palline disposte a croce, fino a rimanere con una sola. Più facile a giocarsi che a spiegarsi.

Anche questo gioco era di legno, ma alcune palline erano andate perse e sostituite con biglie di vetro (quelle che si usano in spiaggia sulla sabbia).
Oppure, per dilettarsi senza spremere le meningi, fare oscillare una lunga molla di acciaio tra una mano e l’altra, a cascata. Anti stress elicoidale.

O ruotare un quadretto di vetro che tra due sottili lastre azzurre racchiudeva ermeticamente acqua, sabbia finissima e polvere magnetica, e ad ogni rotazione componeva un paesaggio diverso, marino e montano insieme.

Aristotele spiegava la fisica dei gravi dicendo che la natura ha horror vacui, paura del vuoto.
Così mia mamma: mai che rimanesse vuoto un angolo di casa o la parte superiore di uno stipetto!

Sulla credenza in sala campeggiava un cestino simile a quello da cui spuntano i serpenti degli incantatori, nel quale conservava monete di infimo taglio (le 5£ e 10£ prima, le 50£ e le 100£ bonsai più avanti negli anni) adatte ai giochi d’azzardo casalinghi; dal coperchio a punta sbucava una scultura in ceramica che riproduceva una mano, molto verosimilmente. A prima vista sembrava avessimo anche noi Mano per maggiordomo, proprio come la famiglia Addams.
Ma perchè limitarsi alle sculture altrui quando con un foglio di compensato, traforo e tanta pazienza si può costruire un gabbiano e sospenderlo dalle ali, incernierate al torso con filo da pesca, dando l’impressione che si librasse in volo? 

Il gabbiano aveva l’imbarazzo della scelta di quale arcobaleno puntare, uno tra i vari che mamma aveva dipinto sulle tende di ogni stanza.
Ma la suppellettile più singolare, il portafortuna a cui ho continuato a credere anche dopo che aveva perso una gamba, era l’ekeko: una statuina di gesso proveniente dal sud America che andava imboccata con una sigaretta per mantenerlo scaramanticamente attivo, e portare abbondanza nella casa in cui era conservato.