Ritmi latini di altri tempi

Non guardo la televisione, ma non è anticonformismo, semplice fase della vita.
Sono cresciuta a pane e BimBumBam, il simpatico contenitore pomeridiano per cartoni animati, capeggiato dal pupazzo Uan. Lo guardavo mentre ero dalla nonna, chè i miei genitori lavoravano tutto il giorno.
A casa la sera si guardava poca tv ma SuperGulp, che piaceva anche a loro, era imperdibile; per il resto non c’erano tante discussioni, non avevo facoltà di scegliere io i programmi serali.
Così quando mi sono sposata ho ripreso possesso del telecomando, fino a che non sono nate le bimbe.
Ogni sera c’era Enrico Papi con Sarabanda, il lunedì tardi facevano Zelig e l’estate veniva scandita dalle tappe del FestivalBar, che si concludeva a settembre all’Arena di Verona. Non era tanto la gara canora a coinvolgere il pubblico, quanto la possibilità di vedere esibirsi i cantanti del momento. Bei ricordi.
Al mio rientro dal lavoro ogni sera trovavo ad attendermi Gerry Scotti e le letterine, Ullalla-ullalla-ullalla-là / Passaparola / Noi siamo qua.

Mi piaceva immedesimarmi nel gioco finale, cercavo di rispondere tempestivamente ad ogni domanda di cui si sapeva la lettera iniziale della risposta, una per ogni simbolo dell’alfabeto. 

Quando il concorrente non la conosceva poteva saltare la risposta per darla al giro successivo, se avanzava del tempo. La parola magica per procedere era appunto Passaparola.

Il particolare della trasmissione che porto ancora vivo nella memoria è lo stacchetto sulle note di una canzone della mosca tze tze:

“Yo romperé tus fotos / Yo quemaré tus cartas / Para no verte más”
traducibile in 

“straccerò le tue foto / brucerò le tue lettere / per non vederti più”.

Sulla prima frase riportata la letterina di turno (o Alessia Fabiani, o Ilary Blasi, o Silvia Toffanin…) faceva una mossa come se stesse affettandosi l’avambraccio con la mano opposta, che io riconducevo al tagliare a pezzi le foto della persona da non vedere.

Non erano ancora i tempi delle canzoni spagnole monopolio dell’estate: Alvaro Soler forse andava alla scuola materna, Enrique Iglesias non soffriva al corazon, Luis Fonsi era nei pensieri della sua mamma.

La canzone mi prendeva molto e quel particolare di affettare le fotografie come una soppressa mi sembrava suggestivo come una macumba da praticare a chi non si desiderava rivedere mai più.

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Questo pezzo partecipa per gli #aedidigitali al tema della settimana #passa-la-parola.

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Ricetta di una canzone d’estate!

Disclaimer: a me l’estate piace! So che non è così per tutti, ma abbiate pazienza, a furor di popolo in genere è apprezzata, se avrete voglia di leggere ve lo dimostro.

L’estate è la stagione più calda dell’anno e alle nostre latitudini, in contrapposizione con inverni rigidi, è vissuta come una benedizione (o come una condanna per alcuni).

L’estate è il periodo in cui chiudono le scuole, si sospendono le attività, si va in vacanza.

Ci sono alcuni luoghi comuni che imperano nella musica italiana; nei testi delle canzoni possiamo trovare alcuni motivi fondamentali legati all’estate, che ritornano tra un brano e l’altro, trasversalmente nel genere e nel tempo.
Ricetta per una canzone sull’estate:

  • 100 gr di desiderabilità, perché si Cerca l’estate tutto l’anno
  • 100 gr di improvvisazione, e all’improvviso eccola qua; Ritorna senza avvisare
  • Una dose massiccia di ciclicità: E ancora un’altra estate arriverà, L’estate è tornata e chiede di te; Un anno è già passato / La spiaggia si è ristretta ancora un metro / Ricordo di un futuro già vissuto da qualcuno, Torneranno i cinema all’aperto e i riti dell’estate, È il solito rituale
  • Versare tutto in un contenitore per vacanze balneare (no, canzoni per le vacanze in montagna non ne ho trovate): Giuni Russo quest’estate vuole divertirsi per le vacanze; Max Gazzè va al mare voi che fate?; J-Ax si tuffa nel mare nazionalpopolare; Raphael Gualazzi ha voglia di cantare, di gridare, di ballare in riva al mare;
  • Aggiungere un nuovo amore, ingrediente fondamentale: puó essere il campionato di calcio Un’estate / Un’avventura in più; oppure un amore classico come quello di Alex Britti Forse è l’estate o forse è pazzia ma so che stanotte diventerai mia; anche la Bertè riconosce Nuove avventure, discoteche iluminate piene di bugie.

Avevo un collega, alcuni anni fa, che inseriva a questo punto della ricetta una variante: diceva che la morosa è bello averla d’inverno, quando non sai come riempire i fine settimana e allora ti può anche star bene di rimanere a casa, sul divano, a guardare un film. Però d’estate no, d’estate è bello essere liberi di uscire con gli amici e divertirsi.

  • In estate le giornate si allungano e la notte, che si restringe e regala temperature più miti, acquista maggiore importanza: per le Vibrazioni è emblema di un’intera storia stringimi ancora come quella volta in spiaggia con la luna in una notte d’estate; alla bella d’estate di Mango basterebbe tornare fin qui / Come onde di notte sulla spiaggia.
  • Un pizzico di vento non manca mai: Prima che il vento porti via tutto a Jovanotti, questo vento Agita anche Loredana Bertè, o il generico Vento d’estate di Niccoló Fabi.
  • Non dimenticare di amalgamare la fugacità: somiglia a un gioco, è stupenda ma dura poco; sta finendo e un anno se ne va; porta via con sé, anche il meglio delle favole; in spiaggia di ombrelloni non ce ne sono più; i Negramaro auspicano che potesse non finire mai.

A questo punto l’impasto è pronto, gli amori estivi sono destinati a concludersi insieme con la fine della stagione più calda: La mia strada della vacanza, segnerà la tua lontananza; è il solito rituale / ma ora manchi tu; Bella d’estate vai via da me.

La cottura è completa quando si ritorna alla normalità con un sentimento misto di malinconia e gioia: Un’estate fa che mi regalerà un autunno malinconico; e che settembre ci porti una strana felicità; Eppure non partiamo mai, ci allontaniamo solo un po’ / Davanti il tuo ritorno alla normalità.

Gustare il periodo di stacco goduto prima di  iniziare un nuovo percorso di crescita:
Sto diventando grande, lo sai che non mi va; Diamo alla vita un’ora perché al ritorno sembri nuova.

(Di seguito i titoli dei brani da cui sono tratti i versi:

Tra le granite e le granate – Francesco Gabbani

Un’estate fa – Mina

L’estate addosso – Jovanotti

Un’estate al mare – Giuni Russo

Vento d’estate – Max Gazzè & Niccoló Fabi

Estate italiana – Gianna Nannini & Edoardo Bennato

L’estate di John Wayne – Raphael Gualazzi

L’estate sta finendo – Righeira

Azzurro  – Adriano Celentano

Notte di mezza estate – Alex Britti

In una notte d’estate – Le vibrazioni

Bella d’estate – Mango

Estate – Negramaro

Il mare d’inverno – Loredana Bertè

Lento veloce – Tiziano Ferro

Vorrei ma non posto – J-Ax).

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Con questo pezzo partecipo al tema #estate per la settimana proposto dagli #aedidigitali

40 anni che ‘Ti Amo’

È uscita lo scorso 31 marzo la raccolta “40 anni che ti amo” di Umberto Tozzi: la canzone del guerriero di carta igienica circola da 4 decadi, e per l’occasione ne esce una versione in duetto con Anastasia, voce femminile che adoro e che valorizzerebbe, vero, anche i pezzi di Gigi d’Alessio.
Durante lo zapping alla radio mi imbatto in un’intervista al cantante, uno che all’apparenza non gli dai 5 lire, e invece eccolo lì, inossidabile più di Raffaella Carrà. Uno che pensando a Gloria nuda sul divano fa stelle di cartone, e che canta gli innamorati sui freddi gradini (o grappini?) di un bar.

Si dichiara onorato che una sua canzone (Gloria appunto) sia stata reinterpreta da Laura Braningan, quella di FlashDance.

Racconta del brano inedito cantato con Eros Ramazzotti, parla del loro incontro in modo pacato, come se fossero due amiconi di paese.

Una persona semplice, questo mi è sembrato il buon Umberto, il capellone biondo dalla voce roca e graffiante e dai versi improbabili, artista del falsetto.

Rievoca che è stato tacciato di maschilismo, per la donna che stira cantando da abbracciare, e si giustifica dicendo che lui pensava a suo padre, a quando rientrava a casa e abbracciava sua madre.

Ci penso, a quanto l’ho ascoltato: in duetto con Raf e la ‘Gente di mare’; in terzetto con Morandi e Ruggeri a dire che ‘Gli altri siamo noi’; a quanto la notterosa/sembraesplosa ha riecheggiato nella mia testa nelle occasioni di fine giugno a Riccione, che cade sempre in concomitanza con i campionati italiani di nuoto master, quando per una sera tutto si tinge di questo colore (e i commercianti vendono ogni tipo di gadget in tinta per partecipare degnamente).

Ho persino visto un suo concerto, l’unico in vita mia.

È proprio vero che certi fenomeni escono sulle lunghe distanze, mi sa che di eternità si è macchiato un pochino anche lui.

(In foto uno dei cappellini rosa venduti a Riccione).

Traslochi

Oggi voglio fare un ‘regalo’ ai miei lettori; uno di quei regali che chi lo riceve scarta e cerca di mascherare il commento ‘potevi anche tenertelo’ sviando in ‘ma non dovevi disturbarti!’

Oggi pubblico qui quello che avrebbe voluto essere il Capitolo I di un ipotetico mio libro, che però non ha mai proseguito oltre.

Chissà, magari da qualche commento potrei trarre ispirazione per il seguito; oppure potrei capire che ho fatto bene a fermarmi.

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“Mettilo lì” dice Martina indicando un’area della superficie esatta della base dello scatolone che Franco, visibilmente sudato, sta sorreggendo.“Quante volte ti ho detto di prepararli più leggeri” sbuffa Franco, andandosene direttamente verso la porta di uscita a cercare qualche altro carico da portare dentro la casa nuova.

Si tratta del terzo trasloco nell’arco degli ultimi due anni, finalmente quello che, almeno nelle previsioni plausibili, si può chiamare definitivo.

Un trasloco è sempre un momento di rivoluzione, e non solo in senso fisico, per lo spostamento di materiale che inevitabilmente comporta. Ci si ritrova costretti a mettere in discussione tutto: abitudini personali, oggetti stipati nel fondo degli armadi, collocazione di utensili di uso quotidiano. Perfino i percorsi quotidiani, la strada che porta al lavoro, o a scuola, vanno ripensati e analizzati durante il primo periodo di insediamento; altrimenti si corre il rischio di imboccare una via che in realtà conduce nella direzione opposta a quella che si intende raggiungere.

Tutto stravolto: il cassetto delle posate non è più il primo a destra ma diventa quello sotto al fornello; il pulsante per accendere la luce principale va spinto verso l’alto e non verso il basso; quella maglia che si conservava per occasioni speciali, che si era riposta in una custodia e che si usava raramente, pertanto in un angolo recondito, si rivela inutilizzata ormai da parecchi anni. Ci si era quasi dimenticati di averla, ad essere onesti ce ne si era dimenticati del tutto, e adesso eccola lì a renderci conto di quanti anni sono passati.

Dispiace buttarla, nonostante ci si renda conto che non la si utilizzerà più e che occupa un po’ di spazio inutilmente; ma lo spazio che richiede è poco e i ricordi che porta con sé sono molto importanti.

Certo, ad applicare le stesse considerazioni a tutte le cose ci si ritroverà con la casa nuova piena di carabattole vecchie e soprattutto inutilizzate; magari qualcuno potrebbe riutilizzarla, qualcuno di meno fortunato che però potrebbe non apprezzarla per il suo valore inestimabile…

“Io vado a prendere gli altri scatoloni” grida Franco, ridestando Martina dai suoi pensieri e riportandola al presente “e voglio sperare che non siano tutti così pesanti, altrimenti ne risentirà la mia schiena e dovremo interrompere il lavoro”.

“Sono pesanti perche sono compatti” si giustifica Martina “con un solo giro porti tante cose, si tratta in realtà di ottimizzazione”.

“Porto un ultimo carico e poi andiamo a mangiare un boccone, che è ora di pranzo. Ho bisogno di introdurre energie e soprattutto di bere una bella birra fresca” conclude Franco, uscendosene e richiudendo la porta.

In effetti alcuni dei pacchi che Martina ha assemblato sono parecchio pesanti, se ne rende conto. Si tratta perlopiù di pacchi di fotografie, di libri o di dischi. Ma se si potesse pesare come un grave il carico di emozioni e di ricordi che ciascun elemento, foto o canzone che sia, porta con se, quei pacchi sarebbero veramente insostenibili.

Quante informazioni archiviate solo nella nostra memoria scaturiscono dall’ascolto di un brano, quante situazioni si ricollegano ad un’immagine. E pensare che tutto sta dentro pochi decimetri cubi, qualche litro di capacità per una vita intera di pensieri.

Purtroppo quello stesso carico non è apprezzabile dall’esterno: chi vede una fotografia vede solo ciò che gli appare. È un modo veloce di trasferire i propri stati d’animo a chi ci circonda; talmente veloce che tralascia tutti i dettagli; chi propone lo scatto agli occhi degli amici suppone di riuscire a condividere le proprie emozioni, perché gli sembrano evidenti, invece gli sta trasmettendo un semplice telegramma.

Oppure si può venire tratti in inganno e vedere le cose come il fotografo ha voluto presentarcele o come il soggetto ha voluto farci credere che fossero.

Dallo scatolone che Franco ha appoggiato spunta una foto. Martina la prende per riporla in bell’ordine insieme alle altre.

Si tratta di un primo piano di un bicchiere: sopra un tavolino di formica di un bar, colorato in foggia di marmo di granito rosso, uno snifter quale unico soggetto. Dentro il bicchiere una dose smisurata di calvados. Quella foto risaliva ad una recente vacanza trascorsa in un villaggio turistico spagnolo: l’aveva scattata Franco per documentare agli amici quanto fosse alle prime armi la cameriera del bar, che non conosceva le quantità corrette da versare e nel dubbio di poter scontentare i clienti eccedeva.

Proprio qualche giorno prima Franco l’aveva cercata per mostrarla a Roberto ed eccola lì, orfana del suo album.

Per Martina quella foto significava tutt’altro, le riportava alla mente una magnifica serata di musica e di canzoni cantate in compagnia.

Era partita per essere una gara tra gli ospiti della struttura, una sorta di karaoke; nel pomeriggio i villeggianti avevano indicato un titolo a loro scelta, un pezzo da cantare davanti a tutti gli altri.

Gli stessi partecipanti erano giudici di chi si esibiva, avrebbero dovuto esprimere il loro apprezzamento con gli applausi; gli organizzatori avrebbero valutato a orecchio e decretato il vincitore.

Anche la sera precedente c’era stata una esibizione che metteva gli ospiti in competizione fra loro, si trattava di una gara di ballo; Martina e Franco avevano partecipato ed era stato un clamoroso fiasco.

Martina sperava che la musica li avrebbe guidati a sentimento e fatti volteggiare in modo automatico; sperava che il ritmo della canzone e il loro affiatamento avrebbe creato seduta stante una sintonia tra passi e movimenti e che avrebbero potuto magari non vincere ma comunque fare una figura decorosa.

Invidiava quella coppia che danzava sulla stessa pista e interpretava ‘Demasiado corazon’ alla perfezione: un uomo di circa 45 anni, completamente glabro, sembrava la personificazione della stabilità, quasi una statua, ma con le sue braccia precise induceva la compagna trentenne, una bionda col nasino all’insù e un tatuaggio tribale sul braccio destro, a srotolarsi e riavvolgersi come uno yo-yo. Ogni volta che lei ritornava tra le sue braccia, lui, rispettando perfettamente lo scandire del tempo, riusciva a farle fare una volata o a farla rotolare a terra e poi rialzarla tempestivamente per farla allontanare di nuovo.

Franco invece sembrava non essere investito dello stesso vigore, pareva che non sapesse da che parte affrontare Martina, e ad ogni strofa doveva spremersi le meningi per farsi venire in mente una figura da simulare; ma la musica procedeva più rapidamente della sua fantasia coreografica e si erano ritrovati a rimanere pressoché fermi per la maggior parte della durata della canzone, e per il resto avevano abbozzato qualche movimento scomposto e per nulla sincronizzato.

Martina avrebbe voluto volteggiare come quell’altra concorrente, ma da sola non lo poteva fare. Aveva la sensazione di stare partecipando ad una corsa di biciclette dove il suo mezzo aveva le ruote sgonfie, tanto Franco intraprendeva azioni contrastanti con quelle che lei si aspettava.

Nella coppia che poi aveva vinto, anche gli sguardi tra i due facevano parte della coreografia, si potrebbe quasi dire che ballavano anche con gli occhi: lui occhi viscerali che fendevano lei trafitta e inerme quando l’abbracciava; lei civettuola e provocatoria quando si allontanava.

Franco invece era rimasto per tutta la durata della gara di ballo con uno sguardo da bambino sperduto, Martina aveva cercato di guardarlo con aria di motivazione per convincerlo nella prima esibizione, poi si era sforzata di mantenere un’espressione impassibile che almeno non lasciasse trapelare la sua vergogna.

Le sarebbe piaciuto riscattare quella sera con una esibizione migliore, ed ecco che già le si presentava l’occasione. Aveva scelto il titolo, ‘I will survive’ di Gloria Gaynor. Quando capitava la possibilità di cantare davanti ad altri, cosa che le piaceva moltissimo, era il suo cavallo di battaglia. Conosceva bene il testo e lo sentiva anche un po’ suo, espressione concisa del suo carattere. Aveva comunicato quel titolo agli organizzatori nel pomeriggio e poi se ne era andata con Franco a visitare una città che si trovava a qualche decina di chilometri dall’albergo. Gli organizzatori non avevano quindi potuto comunicarle che non possedevano la base di quella canzone perché normalmente gli ospiti preferivano i brani in italiano e solo di quelli avevano le basi.

Per tutto il tragitto si era esercitata a cercare l’intonazione giusta e a ricordare le strofe nella sequenza corretta. Poi una volta fatto ritorno al villaggio la serata era iniziata e non aveva più tempo di pensare e preparare un altro brano.

Sconsolata si era messa a guardare da un angolo e ad ascoltare gli altri partecipanti. Per prima si era esibita una ragazza coi capelli rossastri raccolti in due trecce, che aveva cantato ‘Il tempo di morire’ di Lucio Battisti; un’esibizione che ricordava le recite di Natale della scuola materna. Poi era stata la volta di un paio di amici che avevano intonato un brano di Vasco: più che le note si sforzavano di riprodurre i versi del cantante modenese. Qualche altro ospite si era alternato sul palco allestito per l’occasione; non erano stati poi tutti pessimi anzi… una emula di Loredana Bertè aveva cantato ‘Il mare d’inverno’ con una voce così graffiante che aveva convinto molti ascoltatori ad applaudire per lei; se non fosse che chi si trova in vacanza è l’ultimo pensiero che vorrebbe affrontare quello del mare in inverno.

Ad un certo punto si era presentato un altro concorrente; inizia ad intonare ‘Che coss’è l’amor’ di Vinicio Capossela. Canta da solo la prima strofa; una canzone meno nota al pubblico rispetto a quelle che erano andate in scena prima, ma molto ritmata. L’interprete di turno, un uomo sulla cinquantina non alto di statura e un po’ cicciottello, era molto spigliato davanti al pubblico; si calava nella parte e sembrava di vederlo mentre cantava, proprio nei luoghi descritti nella canzone, a cercare qualcosa; mentre cantava si piegava per intonare meglio e pareva che fosse lui a camminare tutto crocchio.

Poi all’improvviso un guasto: un black out generale che costringe l’impianto a sospendere la musica. Si accendono le luci di emergenza e con il supporto delle stelle e della luna piena la serata potrebbe ancora proseguire, ma senza le basi musicali.

È a questo punto che Martina coglie l’occasione al volo: un segno del destino sembra collegare la mancanza della sua base per il brano di Gloria Gaynor e l’improvvisa mancanza della base di questo ragazzotto, che tutti al villaggio avevano ribattezzato Pomo.

Dapprima intona una strofa a volume bassissimo, poi una seconda a volume normale, duettando di fatto con il concorrente di turno; non capisce come, il testo sembra sorgerle spontaneo da qualche recondita area di memoria nel suo cervello. Quando Pomo si accorge di stare ospitando una seconda voce, le si avvicina rincuorato dopo l’empasse della perdita della base.

Si crea una magia tra i due: in qualche modo sono riusciti a non interrompere il brano. Le loro voci iniziano a modularsi sulla stessa lunghezza d’onda; iniziano a spartirsi le strofe con cenni di intesa, senza sovrapporsi e creando anche una buona alternanza, creando quasi una sorta di dialogo con il testo della canzone, una serie di domande e risposte.

La mancanza della base si rivela a questo punto provvidenziale perché consente loro di ripetere qualche strofa a piacimento, per raggiungere l’apogeo con un ensemble di voci sul finale.

Al termine della canzone uno scroscio di applausi: l’esibizione aveva veramente coinvolto tutti i presenti, anche quelli che non conoscevano la canzone nei giorni successivi continuavano a ripetere il motivetto.

Il primo premio era stata poi assegnato ad un partecipante bambino che aveva astutamente presentato ‘Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte’ ma i vincitori morali erano sicuramente stati Martina e Pomo.

Franco era tornato con un altro carico e aveva decretato che era senz’altro giunta l’ora di pranzo.

 

 

 

Addio Freddy

Il 24 novembre 1991, esattamente oggi di 25 anni fa, scompariva Freddy Mercurie.

Adoro i Queen, di cui lui era cantante, penso di conoscerne tutte le canzoni, anche perché a un certo punto hanno smesso di scriverne quindi mi hanno lasciato tutto il tempo per studiarle.

I Queen, che io sappia, sono l’unico gruppo che si autoreferenzia da una canzone all’altra, un po’ come fa nei suoi film Quentin Tarantino, uno dei miei registi preferiti: citano le fat bottom girls, a cui hanno dedicato una canzone, anche in I Want to ride my bycicle.
Tra le loro canzoni non saprei quale indicare come preferita: forse Bohemian Rapsody che ha i toni dell’opera lirica, inizia con la descrizione di un atto criminale in due semplici righe

“Mama, just killed a man

Put the gun against his Heidi 

Pulled the trigger now he’s dead”

L’omicidio, azione scellerata ed ingiustificabile, è in realtà semplicissimo da commettere: la durezza del risultato non ha nulla a che fare con la facilità con cui si svolge l’azione.

Nella canzone l’uomo, condannato a morte, si rivolge alla madre, colei che incondizionatamente lo ama, e la saluta, dicendole che se domani non lo vedrà tornare “vada avanti, come se nulla importasse”, spostando magistralmente tutto il dramma dalla vittima al carnefice.
O forse Somebody to love, che contiene la più lapalissiana delle verità “each morning I get up I die a little”, enunciato vero a prescindere, si invecchia un giorno dopo l’altro.
O forse We are the champions, che dopo una gara ci sta sempre bene (‘no time for loosers’!).
O forse I want it all che riassume benissimo i miei desideri (‘I want it all and I want it non ‘).

O forse Living on my own (da solista) con l’incipit ‘sometimes I feel I wanna break down and cry’ che richiama frequenti miei stati d’animo.

Ma probabilmente quella che mi si addice di più, che descrive perfettamente il mio modo di essere penso sia Don’t stop me now, perchè quando mi faccio prendere la mano viaggio inarrestabile come un treno in corsa, dritta verso la meta ‘I’m a satellite on my way to Mars’. 

Tanti auguri a… Eros Ramazzotti

Oggi 28 ottobre compie gli anni Eros Ramazzotti: sebbene non sia uno dei cantanti che annovero tra i miei preferiti, devo dargli atto che alcuni dei suoi pezzi per qualche motivo fanno da tassello nel mosaico della colonna sonora della mia vita; e poi oggi è il suo compleanno: facciamogli ‘sto auguri!

Lo ricordo dagli esordi, da quella sua presentazione a Sanremo giovani dove, con la chitarrina in mano cantava le sue speranze in “Terra promessa”.

Noi dodicenni dell’epoca attendevamo le esibizioni fuori concorso delle chiome bizzarre dei Duran Duran o i ciuffi degli Spandau Ballet, gruppi anglosassoni dalla carica esplosiva (i primi, i Wild Boys; un po’ meno i secondi, più melodici); e lui, Eros, col suo capello rasato, la faccia del bravo ragazzo, le note tutte italiane ha convinto il pubblico ed ha vinto la sezione delle promesse emergenti.

Per i due anni successivi lo abbiamo ritrovato nella sezione big con Storia Importante e Adesso Tu: canzoni molto più pessimiste della prima (come ammette lui stesso …è più facile sognare che guardare in faccia la realtà…).

Da qui inizia la sua carriera; tra i pezzi salienti ricordo Musica E’, base dei lenti alle festine di compleanno del liceo.

Poi il suo album ‘In ogni senso’ in cui tutti i brani contenevano da qualche parte questa stessa locuzione; è di quel periodo la sua esportazione all’estero.
Mi trovavo in vacanza con la famiglia in Francia e la struttura che ci ospitava organizzava degli spettacoli ogni sera; una sera era il turno del karaoke e non so con quale faccia tosta sono salita sul palco, proclamando in un francese che definire maccheronico è un complimento:

“Noi” (avevo trascinato sul palco anche mia sorella) “non sappiamo che canzone cantare…. ma se ce lo suggerite voi, noi cantiamo”.

E tutti, avendo capito che eravamo italiane, acclamavano E-ROS E-ROS.

Loro si riferivano all’ultimo album, di cui io conoscevo poco i testi, e così mi sono messa a cantare Terra Promessa davanti a un centinaio di persone che mi guardavano come una marziana; dopo un tepido appaluso ho abbandonato il palco.

Diversi anni dopo mi sono ritrovata ancora a karaokizzare Eros, con ‘Fuoco nel fuoco’.
Mi trovavo in trasferta lavorativa presso un cliente, un produttore di acque minerali; famiglia atipica la proprietà, con il padre super salutista che praticava lo yoga ogni mattina, e 5 figli maschi di cui uno solo lo aiutava in azienda, gli altri si dedicavano ad altre attività.

Tra questi ve ne era uno che organizzava esibizioni canore amatoriali nei ritrovi locali, e mi aveva condotta nel suo studiolo di registrazione.

Un po’ di panico quando mi ero resa conto di trovarmi in una stanza insonorizzata con una persona di cui non mi erano chiare le intenzioni, ma i miei acuti su ‘Che cosa cerchi tu da meeeee’ devono essere stati abbastanza fastidiosi da persuaderlo a liberarmi prima di mettere in atto piani B.

Eros ha cantato assieme a voci straniere che io adoro; la sua voce lineare e un po’ piatta, e la sua pronuncia romanissima, che è tutto un libbro, una staggione e l’Ammerica, fanno da contraltare alle potenze esplosive e alle tonalità graffianti di Tina Turner ed Anastacia, in riuscitissimi duetti.

Riuscitissime le immagini dello sbando nelle curve del cuore, e dei confinanti di cuore divisi dallo steccato dell’orgoglio: l’orgoglio come palizzata, magari protetta dal filo spinato, con enormi falle tra un’asse e l’altra.

(Anche con Ricky Martin che vabbè, ha una voce piuttosto parallela a quella di Eros ma anche l’occhio vuole la sua parte).

Infine la strofa ‘un momento così, chissà quando poi tornerà’ è stato il mio leit motiv in momenti in cui, tutto sommato, per quanto rilevassi dei fattori che mi infastidivano, mi rendevo conto che il bilancio era decisamente positivo, e che valeva la pena di godersi l’attimo.

Fai da te

Sebbene io collezioni figure da cioccolatino, amo le figure retoriche: dietro nomi altisonanti, spesso di derivazione greca, si nascondono delle magie, dei veri e propri giochi verbali con cui io mi diverto molto.

La paronomasia, detta anche bisticcio di parole, è l’accostamento di parole simili nel suono ma con significato diverso.

Esempi classici riportati da tutti i siti, Wikipedia, Treccani e via dicendo sono:

– chi dice donna dice danno;

– il troppo stroppia (ma non era storpia?);

traduttore traditore (deve essere l’avvento del T9, io non lo avevo mai sentito).

Mi son chiesta: e nella musica? le canzoni ne pullulano certamente; mi son messa a riflettere e ascoltare tutto ciò che passava alla radio. 

Ho avuto meno fortuna di quel che credevo:

– accoccolati ad ascoltare il mare: in posizione di raccoglimento si ascolta meglio; 

– le seeeereeee neeereee: ma potevano essere anche le peeeereeee;

– abbi dubbi: in effetti non sono sicura di aver visto giusto;

Poi mi è venuto in mente Daniele Silvestri, le cui canzoni sono ricche di paronomasie, ne ha fatto un modus cantandi:

– quali ali di colibrì libri nell’aria;

– conto quanto Kunta Kinte e in quanto a Kunta Kinte canto;

Mi pareva quasi di rubare le caramelle a un bambino, e anche mi ha fatto ripensare a Matteo Marzotto:

– conta chi canta e se anche un conte vuol cantare / il testo è un pretesto.

E lì mi sono arenata o forse inabissata.

Ho pensato: faccio il contrario! Penso io a una paronomia, vedrai che da una o dall’altra parte trova il suo uso.

Chi fà da sè fa per tre e questo è quanto la mia fantasia distorta ha prodotto:

– Infilando il maglione ho provato un magone;

– Giunta al tuo cospetto nutro il sospetto;

– Che davanti allo specchio sia tutta spocchia;

– Durante un ascolto sciolto;

– Provare un banale desiderio di banane;

– Lavo l’uva;

– Star soli al sole;

– Far l’amore tra le more;

– Mangiare aglio per sbaglio;

Ma in quale ordine?

– È l’essenza della sequenza!

 

Ma che musica maestro!

In fila alla cassa del supermercato dietro di me c’è una donna anziana. In sottofondo una canzone del momento. 

Mentre attendiamo il nostro turno mi confida che ha dichiarato guerra alla musica: “vorrei che la vietassero nei negozi”.
Cioè non che la abbassassero o cambiassero genere: no, proprio che la spegnessero.

Abbiamo trovato quella che fermerà la musica!
Io sospendo il mio canto sommesso e l’impercettibile danza, perché puoi fare il cieco, ma prova a fare il sordo quando ti insegue una musica!

Potrei spiegarle che musica è la danza regolare di tutti i tuoi respiri su di me; o esortarla a ballare a piedi nudi con la musica alla radio.
Potrei dirle che salvarla sull’orlo del precipizio è quello che la musica può fare.
Esortarla a sopravvivere rocking rolling con la musica rocking rolling al silenzio che c’è.

Vorrei dirle che quando la musica è finita gli amici se ne vanno.

Vorrei convincerla che è la musica, la musica ribelle, che ti vibra nelle ossa, che ti entra nella pelle.

Ma non posso pensare di farle piacere una cosa (la musica) sperando che proprio la musica stessa sia il mezzo, lo strumento di persuasione.

E se lei fosse abbastanza scaltra, e le piacesse la musica, magari quella straniera, mi potrebbe sempre rispondere ‘Enjoy the silence’, e mi chiuderebbe la bocca.

Esegesi di una canzonetta

In omaggio a Luca Carboni, che ieri ha compiuto 54 anni, recupero questo mio post dello scorso anno, sul significato del testo della canzone ‘Luca lo stesso’:

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Mi sono venuti tutti i dubbi del mondo, perché mi è stato detto che sono troppo cinica: allora l’ho ascoltata per bene e ho letto il testo completo.

E mi spiace deludervi, care fans di Carboni, ma questa canzone non è un’ode all’amata che si ricordi di come si sono innamorati. No.

(Non è il plagio di ‘Silvia rimembri ancora…’).

È un interrogativo sul significato della parola amore, che finché si è giovani non ha ambiguità, è monovalente.

Invecchiando poi, assume tante connotazioni diverse fino a snaturarsi dal suo significato reale, fino ad arrivare a valere l’esatto opposto.

Gli estremisti in genere (nella canzone patrioti o animalisti convinti) sono persone disposte ad uccidere per far valere la causa da cui sono animati, per la quale professano amore

Addirittura ‘un figlio può nascere anche da due che si odiano’, e per antonomasia l’odio è l’opposto dell’amore, atto procreativo per eccellenza.

Una parola che dovrebbe avere un significato cristallino, invece può anche arrivare ad uccidere (e anche dare la felicità).

Luca rimpiange i bei tempi dominati dall’entusiasmo del neofita (‘vorrei che fossimo ancora così stupidi’) e chiede (a Silvia?) di amarlo ancora adesso con lo stesso significato nativo della parola: benché questa abbia assunto mille nuove e diverse connotazioni (‘detta con un altro suono oppure con un’altra età’), lui è ‘sempre Luca lo stesso’. 

Tenta di trasferire alla parola amore la stessa immutabilità della persona a cui la parola è associata.

Della serie che siccome lui non cambia e la parola in origine era associata a lui, cerca di ridare alla parola la stessa forza che aveva in origine.

L’apoteosi di questo sbando lessicale è quando afferma di aver persino fatto la ricerca in Google (‘digitata sul web’) per trovarne il significato… e non voglio nemmeno provare a vedere cosa propone in prima pagina il motore di ricerca!

Però: siamo proprio convinti che lui sia rimasto ‘lo stesso’?

Ho perso il telecomando 

Da alcuni anni ho smesso di guardare la tv; non ho dovuto fare nessuno sforzo di volontà, non ho avuto crisi di astinenza, nessun rimpianto.

Semplicemente a casa mia la televisione è diventata monopolio altrui e io non ne sento la mancanza.

Mi stupisce leggere sui social tanti dibattiti sul GfVip: io manco sapevo che facessero il GfVip.

Però non ho nulla contro la TV e a riprova di questo vado a citare 10 programmi che mi sono rimasti nel cuore (in ordine cronologico sparso).

Zelig: le prime edizioni, con Bisio simpatico umorista che faceva roteare la Hunzicker sulle note di Demasiado corazon.

Mai Dire TV: la Gialappa’s Band che andava a rovistare nel trash delle emittenti locali e riportava il tarantolato imitatore del passo MoonWalker, quando Michael Jackson era ancora un cantante con i capelli ricci e la pelle nera.

TV delle ragazze: presentato da Serena Dandini, con le parodie degli spot; fantastica Angela Finocchiaro che veniva gettata dall’elicottero, in omaggio alla Nuvenia.

Avanzi: evoluzione del precedente; memorabile Francesca Reggiani, l’impiegata delle poste che faceva sportello dalle 8 alle 8; e Sabina Guzzanti nei panni di Moana Pozzi  che chiedeva “Loche… Ti Tocchi?”

Quelli della notte: condotta da Renzo Arbore, trasmessa in tarda serata; “tu nella vita comandi fino a quando ci hai stretto in mano il tuo telecomando” (e infatti io ho perso lo scettro).

Ai confini della realtà: inquietante serie di telefilm fantascientifici; ero rimasta traumatizzata da un episodio in cui un bimbo troppo intelligente viene soppresso (ora so che posso dormire sonni tranquilli, ma al tempo mi sentivo toccata da vicino).

Sex and the city: visto tutto, dal primo episodio all’ultimo; non ho ancora capito se mi sento più affine a Miranda o a Samanta.

Quo vadiz: varietà ideato e condotto da Maurizio Nichetti, con Sidney Rome, tutto ambientato in una farsesca ricostruzione dell’epoca romana, dai costumi alle scenografie, sembrava in qualche modo di studiare la storia.

Being Erica: altra serie di telefilm, di origine canadese, passata ingiustamente in sordina; la protagonista, Erica, si ritrovava proiettata nel suo passato o nel futuro per rivivere momenti importanti della sua vita e poi analizzarli.

Lost: ecco, questa è la serie più inquietante dei tempi nostri; se ne ‘Ai confini della realtà’ si parlava di fantascienza, qui non è dato sapere di cosa si parlasse. Lost significa perso, e gli autori avevano veramente perso il filo del discorso. Rigoroso seguire anche le interruzioni pubblicitarie perchè si sa mai che qualche tessera del mosaico potesse comparire là.

X-Factor: eh, lo so che non è finito, infatti mi sta facendo riprendere possesso dello scettro. Mi piace un sacco perché riporta in auge brani che ormai avevo dimenticato; perché fa emergere la passione dei concorrenti, nei quali mi immedesimo; perché trovo divertenti i siparietti tra i giudici.

Sono 11? Vabbè, teniamo!