Oggetti smarriti

O sono fortunata o faccio selezione alla fonte, di fatto non sono vittima di nessuna chat diabolica in cui arrivano pletore di messaggi privi di interesse.

Ne arrivano sì ma in numero modesto.

Così ogni tanto mi collego a qualche gruppo di mia spontanea volontà.

Anni fa seguivo uno dei tanti gruppi fb di auto-aiuto per mamme, quelli che il Signor Distruggere prende di mira.

Si trattava per la maggior parte dei post di questioni inerenti la maternità, e tra mille di scarso interesse ogni tanto ne usciva uno di utile.

Uno su mille ce la fa.

Ad esempio ho scoperto procedure abbreviate per le pratiche inps o sanitarie.

Molti post erano banali, altri erano frivoli ma simpatici: ce ne era un po’ per tutti i gusti.

È stato in quel periodo che ho scoperto l’esistenza dei sequeri.

Io ero rimasta al vecchio detto popolare che recita

Ciò che man non prende / Canton di casa rende

Ovvero se non è passato un ladro per casa, se hai perso qualcosa prima o poi lo ritroverai.

Già ci era arrivato Lucrezio che col suo

Ex nihilo nihil fit

aveva anticipato di secoli la legge di conservazione della massa di Lavoisier

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma

Si, ma dove sono finiti (scegliere a piacere tra i calzini, le chiavi, il telecomando, la bolletta della luce… )?

È qui che la scienza lascia spazio al paranormale e si quaeris miracula ovvero se desideri un miracolo, poi storpiato in sequeri, fatti aiutare da Sant’Antonio.

Esiste una formulazione dotta di una litania tutta in latino per invocare il santo padovano che andrebbe ripetuta 13 volte, la cosiddetta tredicina, al termine delle quali l’oggetto smarrito verrebbe rinvenuto.

Io mi sono accontentata di imparare la dicitura popolare

“Sant’Antonio dalla barba bianca

Fammi trovare il (calzino, mazzo di chiavi, portafoglio…) che manca”.

Pare incredibile ma cercando e ripetendo il mantra… l’oggetto si trova.

Fondamentale è cercare attivamente il pezzo, poi ‘sta filastrocca aiuta a mantenere la calma, più che altro.

La uso tantissimo con le bambine che quando perdono qualcosa vanno in panico e iniziano a frignare.

Allora intervengo io che recitando i sequeri e alzando un cuscino del divano faccio la magia e recupero la macchinina / tassello del puzzle / pallina che manca.

Mi portano in trionfo, a me e a Sant’Antonio.

Anche Viola ha imparato il testo della magia, e la vuole dire lei.

È in una fase di apprendimento del linguaggio in cui racconta un mucchio di strafalcioni divertenti, da aspetta che lo pulo (sta per pulisco), a no io non vieno (per dire non vengo), a non capiscio (in luogo di non capisco), a lo tieno (per dire lo tengo) o lo toglio (per dire lo tolgo).

La lingua italiana è proprio dispettosa in materia di coniugazione dei verbi nei casi corretti di tempo e di persona.

Sentirla pronunciare la formula magica mi fa sorridere, anche se la adatta al caso suo sacrificando la rima.

Si aggira per la stanza ripetendo

Sattattonio della babba bianca

Fammi trovare… la macchina!

Sattattonio della babba bianca

Fammi trovare… la macchina!

Ma poi dopo un po’ mi arriva delusa tra le braccia, rassegnandosi che

NON È SALTELLATA FUORI!

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La voce dell’innocenza

È iniziato l’autunno ma le giornate sono ancora lunghe: mi godo questi ultimi giorni di transizione verso la stagione invernale, godo della luce che a breve lascerà spazio alla tenebra, godo del lieve tepore che ancora il sole ci regala.

Sabato pomeriggio ho voluto spremerlo fino in fondo questo spicchio di mezza stagione, mi sono trattenuta ad oltranza a passeggiare con le mie bimbe, sorbendo il gelato, odorando quel lieve profumo dell’osmanto odoroso che arriva randagio dai giardini, osservando le diverse fogge con cui si veste la gente: il piumino coi sandali, la mezza manica con l’anfibio, tutto è lecito.

E poi i colori, nitidi e precisi, non più scontornati dall’afa; ancora gli abiti estivi con le loro tinte pastello che si mescolano col nero marrone del guardaroba invernale.

Una luce ottimale che risalta la realtà come il filtro Ludwig.

In questo poutpourrì di cittadinanza mi piace stare ferma e lasciare passare la gente, osservarla, ascoltarla.

La chiesa di San Gaetano si affaccia in maniera anonima sul corso Palladio, via principale di Vicenza, completamente pedonale: nessun sagrato, nessuno slargo, solo una scalinata di accesso di quattro bassi gradini che costeggia la via per una ventina buona di metri.

Wikipedia dice che

La facciata è arretrata rispetto al piano stradale, inserendosi armoniosamente tra i palazzi vicini ai quali è collegata da due brevi ali avanzanti.

In pratica si forma una nicchia che Viola e Sofia ritengono ideale per fermarsi a giocare: salgono assieme e poi si danno il via per scendere i gradini a salti, uno alla volta; non fanno schiamazzi, o comunque non superano il livello sonoro ambientale.

Loro giocano e io le osservo, armeggiando con lo smartphone per scattare un’istantanea a quell’attimo di armonia ed intesa.

Arriva una suora, col velo bianco e l’abito grigio; la sua espressione è lievemente piccata, non so se per la fatica a salire i gradini o per il disappunto verso i bambini che giocano.

È comunque quanto di più distante da uno sguardo materno ed amorevole, le manca solo il ringhio.

Aggrappata al corrimano risale il dislivello e spinge con poca decisione una delle porte di ingresso.

Viola la osserva: ha smesso di saltare mentre la suora faceva i gradini e adesso mi guarda interrogativa.

Non è ‘con aria interrogativa‘ che mi guarda, scandisce proprio la domanda, precisa: “ma dove va?”.

Io e Sofia, che è al mio fianco alla base della scalinata, ridacchiamo sommesse, sperando che la Sorella, quella con la S maiuscola intendo, non abbia sentito Viola, sorella con la s minuscola.

La suora spinge nuovamente le porte che rimangono ferme.

Viola rincara chiedendomi “Ma dove va? Non vede che è chiuso?”

La suora profonde un pochino più di energia e finalmente le porte si aprono, inghiottendo la sua figura grottesca.

Viola dà le spalle alle porte e non si è resa conto che ormai la suora è entrata, quindi continua la sua indagine: “Non lo vede che è chiuso il museo?”

Ce l’abbiamo fatta!

Sono un esemplare atipico, per molti aspetti della mia vita. Me lo sento dire piuttosto spesso: “eh, ma tu non fai testo”.

Probabilmente risiedo oltre il 3 sigma, quel frammento di gaussiana che ai fini rappresentativi va scartato dal campione.

Nel ruolo di madre ad esempio non mi rifletto in nessuna delle colleghe-mamme.

Non sto qui a precisare cosa osservo di incongruo, anche perché non ho ancora capito cosa sia giusto o sbagliato, nè forse esiste una divisione.

Il rapporto madre / figlio non è un cliché a cui rispondere, ma una relazione tra due esseri umani legati da un vincolo molto molto speciale.

Anche essere sorelle, o fratelli, è una relazione speciale, ma non mi sono mai imbattuta in gruppi fb in cui la gente chiedesse pareri su questioni improbabili.

Non ho mai letto libri che spieghino come essere una brava sorella, nè sentito organizzare convegni a tema.

Ogni caso è a sè, e così tra genitori e figli.

Quanto la faccio lunga… torno al dunque.

Le mie figlie hanno iniziato a frequentare l’asilo nido molto presto, a pochissimi mesi di vita, e io sono rientrata al lavoro.

Lavoro sicuramente per necessità ma anche perché ritengo che sia un modo per tenere la mente attiva e rimanere dentro il giro della normalità adulta: isolarsi con un bambino per alcuni può essere meraviglioso, a me spaventa un po’.

Fatico ad immaginare una giornata, anzi una sequenza di giornate, ad esclusivo tu-per-tu con un piccolo; e non oso pensare al poi, quando i figli crescono e ci si trova a reinserirsi nella quotidianità, un autobus in corsa dal quale preferisco non scendere.

Pure per il bambino non è il top ritrovarsi 24/7 con la stessa figura di riferimento, specie se quella figura sono io.

Ho anche ripreso tutte le mie attività (gli allenamenti, una pizza con le amiche ogni tanto…) in tempi molto rapidi.

Non è un vanto e nemmeno motivo di vergogna, è quanto è accaduto.

Tutto questo preambolo per dire che adesso che Viola ha iniziato la scuola materna non ci siamo arrivate da un rapporto simbiotico ed esclusivo durato tre anni, ma eravamo già abituate al distacco giornaliero, anche prolungato.

Nonostante ciò il passaggio c’è stato: un nuovo ambiente, con bambini diversi, insegnanti sconosciute, routine da assimilare.

La mia pregressa esperienza in tema di inserimento è stata pessima: Sofia ha iniziato la frequenza a gennaio, è stata catapultata in un gruppo ormai formato dal precedente settembre, la accompagnava una mamma destabilizzata da un tornado di eventi.

Sofia non ha pianto i primi due o tre giorni, ma poi il momento del saluto è stata un’agonia per tutti i tre anni, con tragediette in due atti tutte le mattine.

Con Viola siamo partite bene: abituata ad andare al nido accompagnata dal papà, alla materna ce la porto io.

Ho tempi leggermente più larghi al mattino e questo le consente di prepararsi con comodo; il che significa che mi fa impazzire con i vestiti che non vuole mettere senza che io perda la calma.

Ha tutto un suo rituale da seguire, che parte con il saluto dalla finestra a Sofia, prosegue con la spremitura di abbondante dentifricio sullo spazzolino e dintorni per poi passare a sfilarsi il pigiama ed alternare gli indumenti a super-mega-coccole con rincorsa da metà sala: pronti via, la maglia e poi una super-mega-coccola; pronti via i pantaloni e poi una super-mega-coccola; pronti via i calzini e poi una super-mega-coccola. Una coreografia che si ripete ogni mattina, e guai a contrariarla: gli antiscivolo con le scarpe non vanno? No, ma proviamo lo stesso. No, non vanno, si arrende ogni volta.

A volte avanza anche un po’ di tempo per mezzo cartone animato o un piccolo ballo sulle note di ‘andiamo a comandare’.

Da parte mia ho anche imparato qualcosa eh…! Tipo che se lei vuole l’elastico per capelli viola, in realtà le va bene anche quello azzurro, basta che sia lei a sceglierlo.

Le specifiche dettate dai treenni non corrispondono necessariamente a ciò che significano in realtà: sono solo dei piccoli tiranni che si inventano qualche capriccio;

basta far credere loro di assecondarli, ecco il trucco.

I primi due tre giorni il distacco è stato duro: con tutta quella confusione di genitori presenti non vedeva ragione valida per cui proprio io dovessi andarmene.

Poi un po’ alla volta le presenze adulte si sono rarefatte e abbiamo consolidato una nostra routine.

Una volta giunta sulla soglia della scuola materna lei vuole salire in braccio, anche se ha camminato per tutto il tragitto e siamo ormai arrivate. Riponiamo il giacchino nell’armadietto e andiamo a cercare la sua maestra.

Il passaggio avviene da braccio a braccio ed è anticipato dalla deposizione del ciuccio e da due baci che lei dice di volermi dare, in realtà glieli do io.

Poi si lancia tra le braccia della maestra; lo fa come un vero e proprio tuffo: prende fiato, chiude gli occhi, trattiene un po’ il respiro, e mi fa ciao con la manina.

Il suo gesto dà l’idea di voler minimizzare l’urto, l’impatto con la giornata, nella quale immergersi.

Io evito di indugiare, mi volto e me ne vado.

In realtà anche io trattengo il respiro e mi tuffo oltre il salone, sforzandomi di non guardarmi alle spalle. Percorro il corridoio quasi in apnea fino al portone di uscita, salutando i volti che incrocio e ricacciando giù un po’ di magone; risalgo in auto riponendo l’ennesimo oggetto di transizione che ha voluto a tutti i costi portarsi dentro per poi cedere e riconsegnarmelo all’atto del saluto. Un poco mi si stringe il cuore al momento del distacco.

Butto tutto sul sedile posteriore: pupazzi, giochini, succhietti; poi se li ritroverà la sera quando torno a prenderla, che mi corre incontro esultante a braccia aperte, e il mio cuore torna ad allargarsi.

Raccomandazioni 

“Stai attenta Cappuccetto Rosso: non attraversare il bosco, e non fermarti a parlare con nessuno”.

Tempo fa frequentavo un gruppo fb di Mamme, quelle con la M maiuscola, che sanno sempre cosa è giusto e cosa no.

Più che frequentavo dovrei dire leggevo, perché mi trovavo sempre molto impreparata, inadeguata, indietro.
Leggevo i loro dubbi e i consigli che prontamente arrivavano dalle altre: sapevano esattamente a che ora sia giusto coricare i pargoli e cosa preparare loro per cena; sapevano quanta TV concedere, se permettere l’uso del tablet e degli smartphone.

Un giorno una ha scritto che le sue figlie dovevano fare una ricerca scolastica e lei ha imposto che non adoperassero Google ma la cara vecchia enciclopedia.
Io sono rimasta attonita: fare le ricerche in Google è uno dei passi più importanti che un percorso formativo possa prevedere.

Individuare le parole chiave da utilizzare, selezionare i siti attendibili, assegnare una corretta importanza alla mole di informazioni reperite.
È inutile voler imporre una metodologia assolutamente obsoleta, che fosse i Quindici, Conoscere o la Treccani: la fonte cartacea non può competere in alcun modo con lo scibile elettronico.

Ritengo che da parte della mia generazione ci sia il timore di non saper gestire ciò che riguarda la rete globale, che ci sia molta ignoranza nei confronti di internet e per questo si scelga di ‘vietarlo finché possibile’.
Ritengo anche che, sia pur comprensibile, questo atteggiamento sia limitativo.
Dovremmo insegnare alla generazione successiva alla nostra, ma forse dovremmo prima impararlo noi, ad utilizzare gli strumenti nella corretta maniera; vietare, chiudere, proibire non è la soluzione.
La soluzione è discernere, separare il buono dal nocivo, come quando si sbuccia un frutto: forse diciamo ai nostri figli di non mangiare le banane, o gli insegniamo a sbucciarle? Le noci, se sgusciate, sono ottime; certo il guscio non va rotto con i denti. Le patate? Crude fanno schifo, ma perché non mangiarle cotte?
Arrivo al dunque: il filone social della rete.

Il problema è che non esiste un criterio oggettivo per riconoscere le persone che si celano dietro le tastiere. Bisogna affinare una certa sensibilità e imparare a distinguere ciò che è artefatto da ciò che è sincero.
Non posso essere io a fornire un principio di valutazione, mi spiace.

Voglio solo sottolineare che, attraverso i forum tematici agli albori e successivamente tramite i vari social network e i blog ho instaurato delle relazioni che mi hanno riservato meravigliose sorprese.
A coloro che criticano qualcuno perchè ‘sta sempre col cellulare in mano’ mi viene da obiettare

1. ma cosa ne sai di cosa sta scrivendo / leggendo?

2. forse era più nobile vedere lavorare all’uncinetto? o sgranare il rosario? o calare il fante al bar? o girare il cubo di Rubik?

La rete ti consente di accorciare le distanze, che fisicamente sono importanti, e allacciare legami con coloro con i quali hai argomenti in comune.

E’ un’arma potente e, in quanto tale, certamente pericolosa; dobbiamo imparare ad usarla, non credo che la soluzione di riporre tutto in un cassetto e accontentarsi di quelle poche persone che fanno parte della realtà quotidiana sia la scelta più opportuna.

A Cappuccetto Rosso bisogna spiegare che, attraversando il bosco, può incontrare il lupo; e dobbiamo insegnare una strategia per individuare le uscite di emergenza.

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Ringrazio Claudia del blog DiSerieZero per la fotografia e per la conferma che il bosco è popolato di graziosissime creature, non necessariamente di lupi.

Le mamme ribelli non hanno paura

Giada Sundas ha poco più di 20 anni quando scopre di essere in dolce attesa.

Da qui parte il suo racconto, che è quello di una gravidanza e dei primi anni di vita di sua figlia Mya, gioie e dolori.

Il mio approccio a questa lettura è andato a braccetto con lo scetticismo: Matteo Bussola che presenta Giada Sundas per me è un testimonial indigesto.

Forse alcuni ricordano quanto avessi apprezzato il suo Notti in bianco, baci a colazione, ma una cosa è il libro, altro è il personaggio.

Ma torniamo alla Sundas: la curiosità per la blogger che scrive un libro ha avuto la meglio.

Già dalle prime pagine però ho storto il naso: come descrive lo stato d’animo e le mutazioni a cui è soggetta una donna in gravidanza è esagerato.

E tutto, da pagina 1 in avanti, è eccessivo, ingigantito, sia pure in chiave ironica.

Se io avessi letto certi pensieri e certi resoconti prima di avere le mie figlie mi sarei spaventata, che più o meno è l’effetto che sortivano tutti i racconti delle altre donne già mamme.

C’è questa perversione latente nell’intimorire la nullipara con frasi che iniziano per ‘vedrai / capirai’ che trovo irritante, da sempre e tuttora.

Però Mya è nata esattamente lo stesso giorno in cui è nata Viola, stesso anno. In più la Sundas racconta che fino all’ultimo avrebbe dovuto affrontare un cesareo, per presentazione podalica, come a me è successo con Sofia.

Due piccioni con una fava, all’autrice è andata dritta perché non potevo non leggere: ad ogni pagina mi ritrovavo io, non fosse che per l’epoca dell’esame che racconta in quella pagina.

Come dicevo è tutto enormemente gonfiato: forse sono stata terribilmente fortunata io che, tranne che per gli ultimi giorni, non ho avvertito grosse differenze tra l’essere incinta e il non esserlo; o forse la Sundas racconta le gravidanze di mille donne diverse, sommando nella sua storia unica tutte le varie difficoltà che ciascuna può avere incontrato.

Ci riproduciamo nello stesso modo da millenni, e vale per tutte le donne: non è eroismo, è la natura che ci vuole così e ci mette addosso la forza per superare dei momenti che hanno dell’incredibile; io personalmente ho vissuto il momento della nascita, quella di Viola in particolare, come i miei personali 10 minuti di onnipotenza.

Però qua e là, ogni tot di pagine, mi ritrovavo in pieno, e ridevo, ridevo di gusto.

Non ho sofferto di nausee, di sbalzi d’umore, di attacchi di fame; non mi sono espansa a dismisura. Non ho rinunciato alla cura della mia persona, né ad un minimo di ordine in casa dopo le nascite.

Però mi sono ritrovata a piangere immotivatamente anche io (alla cassa del supermercato sgridata dal cassiere per come avevo disposto la spesa); mi sono ritrovata a trascorrere diverse notti insonni anche io. E convengo anche sulla constatazione che si passano i giorni ad agognare un certo traguardo (la pappa, le parole, lo spannolinamento) per poi rendersi conto che la difficoltá per certi aspetti aumenta.

Ad un certo punto una frase chiave: la Sundas si rende conto che dalla nascita di Mya non è più uscita. Una sera accetta la proposta di un’amica e lascia la piccola al padre, che è genitore al 50%.

Sembra una cosa ovvia ma non lo è: sono in molte, per quel che vedo, a ritenersi titolari del 100% dei diritti e dei doveri. E che si vittimizzano per questo. Forse sottovalutano le capacità del padre, o forse lo hanno sopravvalutato prima che lo diventasse.

Racconta anche che la sera stessa dell’uscita con l’amica, quando è tornata a casa, ha trovato Mya che camminava, e se sulle prime si rammarica di aver perso i suoi primi passi, subito si rasserena perché realizza che i primi passi non sono più importanti di tutti i successivi.

Arriva ad affermare che essere genitori diventa una missione un po’ più semplice quando si smette di perseguire un certo modello di perfezione.

In sintesi una lettura leggera, un racconto ironico, a tratti forzato ma che riserva degli interessanti spunti di riflessione.

Parco Cavour

Appena cinque giorni prima che nascesse Viola, piena estate 2014, avevamo trascorso una giornata al parco acquatico Cavour, di Valeggio sul Mincio. 

Si tratta di un’enorme area immersa nel verde, sorella del parco Sigurtà, stessa zona, ma con piscine e scivoli al posto di saliscendi e coltivazioni floreali.

Delle attrazioni che sfruttano la forza di gravità mi era rimasto il desiderio, perché per ovvi motivi quel giorno avevo preferito godermi le vasche ‘pianeggianti’.

È un parco acquatico adatto ai più piccoli, a differenza del più adrenalinico Caneva Sport, meta delle mie prime uscite fuori porta da post adolescente, o del più famoso Acquafan.

Gli scivoli non hanno pendenze importanti, per la maggior parte sono piuttosto bassi e tranquilli. Inoltre ci sono vasche ferme, a temerarietà zero.

Siamo ritornati con Viola, a breve treenne.

Il primo approccio è stato con la piscina oasi, ricavata su un fondo di ghiaia fine, con un’isola artificiale al centro. Viola stava aggrappata fissa alla mia spalla, teneva appena i piedi in ammollo, e dovevo cantare una canzone di pirati in loop perché si sentisse a suo agio.

Poi ci siamo spostati sull’attrazione fatta a forma di vascello, dove alcuni forzieri si riempiono di acqua e quando colmi si rovesciano addosso a chi sta sotto; una scaletta a chiocciola ti porta alla selezione di tre scivoli di diverse pendenze. Per Viola la scelta migliore è stata di ripercorrere la scala al contrario.

Ci siamo quindi spostati verso quello che era stato il mio rammarico maggiore tre anni fa: lo scivolo ghiaccio. È uno dei due scivoli più alti che il parco ospita, ricreato in un’atmosfera da iceberg: l’attesa lungo la scala per la salita è suggestivamente fresca. 

La discesa prevede 6 corsie parallele su un appoggio morbidissimo, da percorrere seduti o distesi. Lo avessi affrontato allora, considero mentre scendo, avrei potuto espettorare Viola con un colpo di tosse una volta giunta a valle, perché la sensazione era proprio quella che l’acqua mi si fosse incanalata in ogni orifizio a gran velocità: naso, bocca e poi a scendere.

Dopo questa avventura Sofia ha voluto soffermarsi in un’area per i più piccoli: un cartello riporta la dicitura ‘Area adatta a ragazzi di età compresa tra 0 e 15 anni, di normale peso e corporatura’.

Mentre sorveglio Sofia osservo un papà che scende lo scivolo tenendo in braccio il figlio: 15 anni inequivocabilmente superati da quella volta, e ancor più inequivocabilmente fuori dai parametri di corporatura e peso ‘normali’.

Lo scivolo, grazie ai fattori cautelativi che si applicano in ogni calcolo di struttura, ha retto; ma il papà non aveva fatto i conti con il fondale molto basso che lo attendeva: arrivato in velocità ha impattato con i talloni e facendo ‘cao-leva’ * ha barcollato un bel po’ per non investire il figlio intrappolato tra le sue gambe.

Viola dimostra che quando distribuivano il coraggio lei era in fila per l’appetito, rifiutando anche questi scivoli.

Sofia mi chiede di salire su una struttura chiamata Kamikaze, dalla quale la rimandano giù a scala perché non ha ancora compiuto 10 anni. A me invece lasciano scendere senza riserve. Sono tre corsie metalliche, piuttosto spigolose: scelgo quella centrale e arrivo rapidamente a valle, dopo un saltino nel vuoto a metà percorso che mi ha fatto rimpiangere il confort dello scivolo ghiaccio e lasciato un’ammaccatura sulla schiena. Deve essere il motivo per cui non c’era fila di persone in attesa.

Dopo una sosta per la merenda, consumata in una zona all’ombra su un tappeto erboso fittissimo, ritorniamo all’acqua: è la volta di un percorso su zattere successive a cui approdare con equilibrismi dipendenti dalla propria abilità: salti, aiuto delle corde, passi lunghi e calibrati. Da qui altri tre tipi di scivoli e più sotto una spiaggia artificiale con un’attrazione adatta ai piccolissimi.

Ritorno alla sorveglianza su Viola e la persuado a provare almeno uno di tutti gli scivoli disponibili: è uno scivolo perfettamente analogo a quelli del parco giochi, quasi asciutto. Raggiunta la consapevolezza che il gioco non è oltre le sue possibilità si lancia in un altro scivolo, stavolta con delle curve che le fanno guadagnare un minimo di velocità. È quasi ora di tornare a casa quando si rende conto di quanti altri scivoli ci sono: ora vuole provarli. Entra finalmente in acqua fino alle ginocchia, si piega verso avanti e mi chiede: “mamma… come si fa a nuotare?”.

Gioia inesprimibile per me questa sua nuova curiosità, rovinerei ogni ricordo cercando di descriverla.

Ma il parco non è solo un parco acquatico: ci sono i tappeti salterini, gli spettacolini, il truccabimbi; aree per giocare a pallone; un laghetto con le anatre; si può scegliere di sostare all’ombra, o sotto l’ombrellone, oppure in una delle spiaggie artificiali.

Ci sono bar e tavole calde. Insomma, non manca nulla per trascorrere una giornata estiva con la famiglia.
* cao-leva: espressione dialettale per indicare il rischio di ribaltamento attorno ad un fulcro.

Passaggio di consegne

Essere una mamma o avere una mamma? Cosa si celebra la seconda domenica di maggio? Per alcune persone entrambe le cose, per altre nessuna delle due, per molti l’una o l’altra.

Quando rientravo tra quelli che avevano una mamma, vivevo comunque l’intera settimana (una data variabile tra l’8 e il 15 maggio) in clima di festa perché in quell’intervallo cadeva anche il suo compleanno; a volte le date coincidevano o si susseguivano, comunque lei ci teneva moltissimo ad entrambe.

Nello stesso periodo per la mia, di mamma, si è stampata anche la data del capolinea.

Quell’anno l’11, la data del compleanno, cadeva di lunedì, ed è stato il giorno in cui ha accettato il trasferimento nella struttura di accoglienza.

Posso solo vagamente immaginare il tumulto di pensieri che le esplodeva dentro. Una decina di giorni, tanto è durato l’esaurimento delle energie, che inesorabilmente scomparivano.

Io avevo deciso che volevo essere presente più che potevo, e mi portavo dietro Sofia, un fagottino di nemmeno due mesi che infastidiva l’infermiera per i suoi pianti vibranti. Zoccola, l’infermiera, così la tacciavo in cuor mio, e persistevo con le visite.

Dalla vita ho avuto molto, mi ritengo una persona fortunata, ma ho vissuto come una piccola ingiustizia il fatto che al parco, dove le altre neomamme, quelle che si erano conosciute al corso pre-parto che avevo scelto di non frequentare, si lamentavano delle fatiche delle notti insonni ridacchiando e facendo commarella, mentre io, esclusa da quel gruppo, spingevo non una carrozzina ma due. A volte cedevo quella più leggera a chi ci accompagnava e cercavo di destreggiare sul ghiaino la comoda, più pesante.

A metà di quella decade, tra l’11 e il 21, è esploso il caldo di una primavera che si era fatta attendere; poteva essere il 16, il 17 o il 18, il tempo si dilata enormemente in certi frangenti per poi ridursi a un pugno di ricordi; quella mattina sono arrivata ottimista, e lei mi ha accolta di buonumore.

“Aspettavo proprio te. Siediti e ascoltami bene”

Con estrema lucidità mi ha sciorinato una serie di istruzioni pratiche, dal come chiudere la sua attività professionale al nome del notaio da contattare per la successione ed altre.

Io trascrivevo numeri, nomi e informazioni mentre dentro di me sentivo esplodere l’incapacità di accettare una fine più vicina di quel che volessi ammettere. Sapevo ma non volevo, e finché a non ammettere eravamo in due mi sembrava che potessimo arginare l’inesorabile.

E invece. In quel momento mi sono sentita sola, alla deriva, davanti ad una spaventosa consapevolezza.

Ha aggiunto:

“Stai tranquilla, sono serena, non soffro; sono contenta di tutto ciò che è stato, solo mi dispiace che sia già ora. Sono contenta di voi” riferendosi a noi superstiti.

Io non lo so quanta forza e quanto coraggio siano necessari a formulare ed esporre un discorso simile. So che ad affrontarlo dal lato di chi ascolta mi ha richiesto uno sforzo immane. Ma per rispetto mi sono imposta di rimanere tranquilla.

Sono risalita in auto e guidavo verso casa in preda a un mare di lacrime. Il caldo mi accentuava ogni reazione. Ho raggiunto il garage e finalmente, complice anche la temperatura più fresca, sono scoppiata in singhiozzi.

Mi mancava il respiro, mi girava la testa, mi sentivo svenire.

Maria, la vicina della porta di fronte, mamma di un mio coetaneo amico di vecchia data, mi ha vista ed è venuta da me. Cosa hai? Ho farfugliato qualcosa, tanto lei già sapeva, ma mi ha lasciato sfogare. Poi mi ha detto:

“La senti? Tua figlia sta piangendo, ha fame! Adesso vai, vai a darle da mangiare!”

Ho ricacciato giù tutte le lacrime e ho ristabilito le priorità, imponendomi di guardare nell’unica direzione sensata: avanti. Credo che sia stato proprio in quel giorno, in una calda mattina di metà maggio, che sono diventata mamma.

Seridó

Si è svolta negli scorsi weekend di ponte l’edizione 2017 di Seridò.

Seridó è una fiera annuale del giocattolo, che si tiene a Montichiari (BS).

Non si tratta di un’esposizione di giocattoli, ma di un vero e proprio full-immersion ludico. 

Ogni padiglione ospita un tema: i gonfiabili con strutture di ogni forma e dimensione suddivise per le fasce di età a cui sono adatte; la creatività, con laboratori di pittura, disegno, modellazione; le ruote con la possibilità di provare biciclette, tricicli e altri mezzi su ruota meno convenzionali; e poi i trenini, le costruzioni… in totale ci sono più di 10 padiglioni. 

Per i bambini l’ingresso è gratuito, pagano gli adulti.

Da alcuni anni per noi è tappa fissa, le bambine si divertono un mondo e a me vedere loro che si divertono fa bene. 

Per informazioni dettagliate rimando al sito dell’evento, Seridó

Per le mie considerazioni personali e consigli invece riporto di seguito. 

  • Seguire le inclinazioni dei bambini: inutile impuntarsi a voler fare tutto, vedere tutto, non ha senso costringere un bambino a giocare ad un gioco che non gli piace. 
  • Armarsi di pazienza: i volontari aiuteranno i bambini a rispettare le file, molto lunghe ma anche molto veloci ed ordinate; inutile, forse anche controproducente, che i genitori si infilino in mezzo ai bambini in fila.
  • Le mamme sono tante. Non nel senso numerico del termine, sono una a bambino in genere. Sono tante nel senso che occupano tanto spazio: hanno seni abbondanti e natiche generose, spesso corredate da chili in esubero; inoltre si attrezzano di zaini capienti, in cui infilano ogni genere di conforto, dal cibo agli strati a cipolla secondo cui è consigliabile vestire tutta la famiglia (in questi weekend il tempo è classicamente instabile). Così ad un avvitamento su se stesse di pochi gradi corrisponde un enorme spostamento di materia. Attenzione mezzi pesanti in movimento.
  • I papà fanno da appendice, chiudono la fila, aggiungono un elemento al gruppo (e pagano un ingresso).
  • Portarsi viveri di conforto da casa perché ci sono ampie aree attrezzate per il picnic mentre i baracchini che vendono panini sono piuttosto disorganizzati.
  • Ad un certo punto i bambini, che quando arrivano e vedono il paese dei balocchi si caricano a molla, manifesteranno stanchezza. Sarà difficile farli dormire, ma si può alternare qualche attività ad alto impatto con qualcosa di più tranquillo: il teatro, le costruzioni, la pittura.
  • Vestirsi comodi perché tra camminate, attese in fila e recupero dei bambini da situazioni improbe è molto importante avere agilità nei movimenti; consideratala una giornata sportiva. Sembra ovvio eppure ho osservato donne che indossavano un abbigliamento che mi faceva pensare a qualche serata in un nightclub, mi sono chiesta come fossero abituate ad accompagnare i figli con i tacchi alti. Poi ho visto anche una suora impegnatissima col suo smartphone, sicchè mi è sorto il dubbio che ci fossero dei padiglioni segreti per donne senza figli. Mah, rimane un mistero che approfondiró il prossimo anno.
  • Si tratta di un’ottima occasione per osservare le diverse tipologie di famiglie, soprattutto i vari modelli di sclero delle mamme del nord Italia.

La nostra sequenza ha incluso parecchio tempo sui gonfiabili, finito un padiglione Sofia mi ha rimbrottata ‘Mamma! Non ti ricordi che c’è anche un altro padiglione dove c’è il triceratopo?’. (Confesso che lo avevo dimenticato).

Poi abbiamo pranzato e ci siamo diretti allo spettacolo dei burattini: un siparietto con una principessa che doveva essere salvata da una strega, che i bambini trovavano molto divertente, mentre i genitori potevano riposare un po’.

La fila per il trenino che fa il giro della fiera non era improponibile quindi abbiamo fatto il giretto ‘panoramico’.

Per il truccabimbi invece l’attesa sembrava superiore al lecito, quindi siamo andati al padiglione dello sport, dove le bambine si sono cimentate con la corsa e il salto in alto. Volendo c’erano anche pareti attrezzate per l’arrampicata e percorsi sopraelevati.

Siamo quindi passati alla pittura: un cavalletto, un foglio e una tavolozza per ogni bambino che desiderasse trasformarsi in pittore, e poi tutti i disegni appesi al muro.

Quindi ho portato Viola alla sabbiera: una spiaggia di riporto con palette e secchielli per tutti, da cui è stato difficile recuperarla.

Infine un altro po’ di gonfiabili e il ritorno a casa, stanche ma felici.

Di che colore è il lupo nero?

Dal diario di Sofia spunta un volantino azzurro che titola ‘Lettura di fiabe’. Oltre alla data, ora (un sabato mattina) e luogo dell’incontro (la biblioteca comunale) non emergono altri dettagli.
Alcuni anni fa avevano organizzato un ciclo di incontri in cui spiegavano come raccontare le fiabe ai bambini, e me ne era rimasta la curiosità.

All’epoca non ero riuscita a partecipare, ma le date proposte questa volta mi sono congeniali, così decido di prendere parte, anche perché si tratta di un’oretta, poco ci perdo.
In calce al volantino è scritto che la lettura è adatta ai bambini dell’ultimo anno della scuola materna e dei primi tre anni della scuola primaria, e di portare i colori, che gli animatori intratterranno i bambini.

Suppongo ‘mentre agli adulti si spiega come leggere la fiaba’.

Viola non rientra nel range di età e va al parco col suo papà; Sofia messa di fronte all’alternativa sceglie il parco, così vado da sola.

Mi trovo in mezzo ad un gruppetto di bambini con le loro mamme, e capisco che ho sbagliato a supporre, ma ormai sono lì…

Nella biblioteca comunale tre gentili signore, che per età potrebbero essere le nonne dei bambini, li fanno accomodare; una di loro rimane in piedi davanti ad un leggìo, le altre due si siedono a lato.
Io mi accomodo in ultimo banco assieme ad un’altra mamma che conosco bene.
La tizia dal leggìo inizia proclamando il titolo della fiaba

IL LUPO CHE VOLEVA CAMBIARE COLORE
“C’era una volta un lupo nero che era stanco di essere nero…”.

I bambini ascoltano in silenzio.
Da dietro una lavagna in fondo alla stanza sbuca un uomo, che poteva essere per età il loro nonno; è vestito tutto di nero, con un vestito attillato che mi ricorda molto le tutine di Zelig, la trasmissione di cabaret di qualche anno fa. 

Alla vista di questa figura inaspettata i bambini sussultano.

La barba e i capelli canuti risaltano sugli abiti che indossa, e forse per dissimulare il contrasto e ricreare il dress code ‘total black’, in testa porta un cerchietto con due orecchie, nere ovviamente.

Il cerchietto è di una misura troppo piccola e gli continua a cadere: mi sa che i cerchietti non vengono prodotti per i nonni lupo, solo per i travestimenti carnevaleschi dei bambini.

Lui cerca continuamente di recuperarlo, perdendo ogni volta un po’ di quell’aura da lupo-nero-e-cattivo.

La narratrice prosegue:

“…. così decide di provare a cambiare colore. Il lunedì intinge una zampa nel secchio di vernice verde e si dipinge tutto di questo colore. Poi si guarda allo specchio …”

Il lupo prende la parola e, fingendo di specchiarsi in un foglio A4 in cui sono scritte le sue battute, con perfetto fare teatrale declama:

“OH no…. sembro una rana gigantesca… Non va per niente bene!”.
Le due ‘vallette’ (quelle che erano rimaste sedute a lato) gli porgono un foglio da appendersi al collo con una macchia di colore verde.
La narratrice prosegue:

“Il martedì si infila un vestito rosso; si guarda allo specchio e dice”
Di nuovo il lupo:

“OH no… così sembro Babbo Natale… e a me non piace nemmeno Babbo Natale… Non va per niente bene!”

Altra medaglia da appendere al collo.
La narratrice prosegue con gli altri giorni della settimana: il mercoledì si copre di petali di rosa che lo fanno sembrare una principessa e

“Non va per niente bene”
Il giovedì fa un bagno freddo e diventa tutto blu; il venerdì si copre di scorze di arancia e assomiglia ad una carota, o da vicino anche ad una volpe.

E non va per niente bene!
Il sabato si ruzzola nel fango e non assomiglia a nessuno, però è tutto puzzolente ed ha anche prurito al corpo.

Alla parola puzzolente i bambini che erano sempre rimasti attenti e in silenzio si mettono a ridere, mantenendo la concentrazione.

Ad ogni colore un nuovo promemoria si aggiunge al collo del lupo.
La domenica il lupo si mette le penne del pavone ed esclama:

“Oh guarda … finalmente…come sono bello!!!” e inizia a pavoneggiarsi.
“Questa volta si che va bene!!!”

Le due vallette, che erano rimaste sedute fino a quel momento, tranne che per la consegna delle medaglie-colore, si alzano e iniziano ad adulare il lupo, carezzandolo dalla spalla lungo la schiena, coprendolo di moine, girandogli attorno.

Questa volta siamo io e l’altra mamma che ridiamo genuinamente.
Il lupo si spazientisce e caccia le pretendenti “No no no… non va per niente bene!”.
Si toglie tutti i cartelli appesi al collo con i vari colori che ha indossato, procedendo in ordine LI-FO (last in – first out).
Quando ritorna ad essere nero esclama:

“Nero! è così che mi piace essere… Nero”.
La storia è terminata e la narratrice la riassume, mostrando le illustrazioni del libro ai bambini, senza fare alcuna considerazione sulla morale.

Poi inizia a porre loro alcune domande, su quale fosse il colore che secondo loro era più adatto al lupo, in che veste lo preferivano.
Una bambina con la voce che sembrava una posata che rintocca su un bicchiere di cristallo interviene:

“Rosa, a me piaceva il rosa”.
Allora l’animatrice le chiede:

“Ma tu… hai paura del lupo?”

“Eh si” risponde la bambina
“Ma lo hai mai visto?”

“Eh… nella foresta” risponde quella un po’ bluffando.

“Ma – aggiunge subito – questo non è un lupo…. E’ un signore!”

In nomen omen

Ho un ottimo rapporto con il mio nome di battesimo: mi è sempre piaciuto e non ho mai pensato di volerne uno diverso, contrariamente al cognome che invece trovo insulso.

I miei genitori lo avevano scelto in virtù della scarsa attitudine ad essere abbreviato; nonostante ció mio papà per primo mi chiamava Lela, e le amiche non si sono mai astenute dal chiamarmi Ely o Ele.

Elena deriva da Helios, Sole, e significa ‘La splendente’; inoltre Elena era, nella mitologia greca, la donna più bella del mondo. Appare evidente che per una bambina sono motivi sufficienti per essere fiera del nome che porta. Non so se sono splendente di fatto, ma mi piace pensare di esserlo almeno di nome.

Non ho sofferto molto per la diffusione del mio nome, tra i più gettonati negli anni in cui sono nata io, anche se spesso mi sono ritrovata in mezzo ad una nutrita schiera di omonime: nella mia solida autostima Elena ero io, le altre doppioni.

All’età di 14 anni ho conosciuto tale Mila. Per l’esattezza non l’ho proprio conosciuta: non ci ho mai parlato. Ma la osservavo ed era bellissima: aveva un fisico statuario e un seno prosperoso e sodo. In quel periodo avevo deciso che, qualora avessi avuto una figlia femmina, si sarebbe chiamata così.

Ovviamente non avevo fatto i conti con l’oste, cioè il padre di questa bimba che diversi anni più tardi è effettivamente arrivata.

Tra le alternative avevo proposto Berenice, scartato perché troppo lungo, oltre che proprio non piaceva; o Livia, Olivia, Siria… nomi che garantissero insomma quel minimo di ricercatezza e unicità, da non girarsi in quattro ogni volta che si viene chiamate.

Niente, tutti bocciati.

Sofia? Non conoscevo nessuna con questo nome, lo credevo poco diffuso, inoltre mi pareva di buon auspicio (Sofìa è sinonimo di sapere, conoscenza), era breve al bisogno e soprattutto ha passato il vaglio di padre e nonni.

Sofia è stata la risposta definitiva, ma ad originalità anche peggio di Elena.

Qualche anno più tardi l’arrivo di un’altra femmina ha allietato la nostra famiglia; ormai avevo accantonato le velleità di Mila, Livia, Olivia, Siria. Ci ho riprovato con Berenice così tanto per non darmi per vinta. Ho bocciato Anna in prima linea (non me ne vogliano le Anna), un po’ per alcuni elementi fastidiosi che conoscevo che rispondevano a questo nome e un po’ per affermare anche il mio diritto di veto.

Così non se ne veniva fuori: abbiamo quindi interpellato Sofia, chiedendo come avrebbe voluto chiamare la sorellina.

La prima risposta è stata Shakira, che se Berenice vi aveva fatto sorridere ora sganasciate pure.

Poi Sofia ha estratto dal cilindro Viola, nome di una compagna dell’asilo.

Viola non ha avuto rivali ed è stata subito approvata, un plebiscito di SI.

Qualche mese dopo la scelta, ma ancora prima che Viola nascesse, avevo avuto l’illuminazione che poteva essere anche Azzurra. Però ormai alea iacta erat.

Viola è un fiore, è uno strumento musicale ma soprattutto è un colore. Tutto ciò che è di colore viola, ora, ‘appartiene’ a Viola: viola di Viola è il suo motto.

‘Oggi voj mettere la maglia viola’ comanda dall’alto dei suoi 90 cm; alla domanda ‘a che gusto vuoi il gelato Viola?’ risponde ‘viola’.

Viola ha gli occhi azzurri, di un azzurro intenso che non passa inosservato. Capita spesso che degli sconosciuti si fermino ad ammirare ‘che begli occhi ha questa bambina’.

Ogni scarrafone si sa come funziona, ma statisticamente, dato il numero e la frequenza degli apprezzamenti, posso anche riportarlo come dato di fatto.

Però non sarei mai arrivata a pensare che 

“Signora… ma che occhi celesti incredibili ha sua figlia… l’ha chiamata Celeste vero?”

Ho dovuto giustificarmi adducendo il preteso che non lo potevo sapere prima che nascesse!