L’ultima prima volta

Per tutte le cose c’è una prima volta: i primi passi, le prime parole, il primo giorno di scuola.
Ma anche il primo bacio, il primo lavoro, la prima sbornia.
Qual è il primo film che abbiamo visto al cinema? La prima volta che abbiamo sciato? La prima volta che abbiamo incontrato quella persona?

La prima sera in discoteca? Il primo concerto? La prima notte fuori di casa? Il primo viaggio da soli? Il primo aereo che abbiamo preso?

Qualcuna ce la ricordiamo per noi stessi, qualcuna la viviamo in seconda persona, osservando i figli, perché la nostra è troppo remota.
Non posso ricordare quando ho mosso i miei primi passi, ma ricordo bene quando hanno iniziato a camminare Sofia e Viola.
Non ricordo le mie prime parole, e ricordo a stento le loro.
Ricordo bene quando ho iniziato a pedalare senza le rotelle alla bicicletta, e l’ho rivissuto con la stessa emozione quando a non dover più sorreggere la bici da dietro ero io, non mio nonno.
A guidare l’auto ho imparato da privatista, con mio papà abbarbicato alla maniglia lato passeggero con entrambe le mani, la sigaretta in bocca e i piedi che cercavano il pedale del freno dove non c’era.
Ho vissuto come una liberazione il giorno dell’esame di pratica: qualunque esaminatore sarebbe stato più rilassato e, nella peggiore delle ipotesi, mi avrebbe bocciata. Mio papà invece me lo riportavo a casa ed avrebbe ripetuto altre mille volte cosa avevo sbagliato.
La prima guida da sola l’ho fatta verso l’ufficio postale, pochi km che mi sono sembrati impegnativi come la Parigi – Dakar più che altro per l’ansia che mi aveva trasmesso chi mi aspettava a casa.
Avere un familiare come insegnante crea un rapporto squilibrato, ed è il motivo per cui non ho insegnato alle mie figlie a nuotare.
Viola, suo malgrado, si è ritrovata Sofia come maestra, perché a loro piace giocare ‘alla scuola’. Fatto sta che, Rottenmeier scansati, avere Sofia come maestra è peggio che avere mio papà sul sedile di fianco.
Eppure questo gioco dei ruoli se lo sentono proprio, a loro piace e lo fanno spesso.
Col risultato che Viola ha imparato, a 4 anni e mezzo, a distinguere le lettere.
A leggere? No, solo a distinguere le lettere.
Firma i suoi disegni col nome perché sa che quelle sono le lettere che lo compongono.
Copia le cose che trova scritte in giro, senza capirne esattamente il senso.
Qualche sera fa ha preso in mano una vaschetta di Philadelphia, la crema spalmabile.
Ha guardato con diffidenza i caratteri cubitali, non capiva la P e la H vicine.
Poi, una dopo l’altra, ha scandito le lettere
F-O-R-M-A-G-G-I-O    F-R-E-S-C-O
La sua prima lettura.
Annunci

Radiografia di una principessa

Da quando ci sono le bimbe circola per casa un libro illustrato di fiabe classiche: Biancaneve, Il gatto con gli stivali, I tre porcellini etc.

Il libro è corredato da un cd con le fiabe registrate, ma non ne abbiamo mai approfittato: ho sempre letto le fiabe a voce; anzi la fiaba perché Cenerentola va per la maggiore.

Non so se si tratti di un’edizione infelice, ma ci sono alcuni punti chiave nella narrazione che più li leggo e più mi indispongono.

Evito di riportare la versione integrale del racconto, noto ai più; mi limito alle frasi più fastidiose:

  • La necessità di risposarsi:

“… il mercante cadde in disgrazia così si trovò costretto a sposare una ricchissima vedova che aveva già due figlie…”

Passa liscio come l’olio il concetto che il matrimonio può avvenire tranquillamente per interessi economici, senza nemmeno includere un briciolo di affetto.

  • L’inopportunità legata agli abiti:

“… la fata sorrise: di certo non ci puoi andare combinata in questo modo…”

Ma non si era propagandata la storia che l’abito non fa il monaco, che l’importante è essere belli dentro etc?

  • L’impellenza di trovare una donna:

“… in onore del compleanno del principe il re darà un grande ballo a cui sono invitate tutte le ragazze in età da marito; durante il ballo il principe sceglierà la sua sposa”

Perché è il padre a desiderare così ardentemente che il figlio si sposi? E perché ha tanta fretta?

  • Le scarpe di cristallo e la puntualità:

“… e queste sono per i tuoi piedini! Un paio di scintillanti scarpine di cristallo comparvero all’improvviso”

“… ma ricordati : l’incantesimo scadrà a mezzanotte in punto”

Cioè fata, la potenza è nulla senza controllo: se mi metti ai piedi un paio di scarpe di cristallo mica posso correre come Usain Bolt; e tu mi vuoi pure indietro per mezzanotte secca? Il tempo non mi basta nemmeno per salire la scalinata!

⁃ “Poi fu la volta dei topolini che diventarono magnifici cavalli bianchi”

E gli animalisti muti?

  • Il principe si intestardisce:

“È inutile che vi dica il mio nome, non ci rivedremo mai più dopo stasera”

“Oh sì che ci rivedremo!”

Lo sa il principe che esiste il reato di stalking? Può una donna sentirsi libera di vederti una sera e basta? Fattene una ragione, ragazzo!

  • Le doti atletiche del principe:

“Il principe cercò di inseguire la fanciulla ma non riuscì a raggiungerla”

Abbiamo a che fare con un centometrista proprio: nemmeno in grado di correre dietro a una ragazza che calza un paio di scarpe di cristallo!

  • Un ragazzo capriccioso, pure un po’ viziato:

“Cercate ovunque la giovane che la calzava, non avrò pace finché non l’avrò ritrovata”

Punto primo, te la vai a cercare; punto secondo di donne è pieno il mondo, perché a lui non compare la fata madrina a spiegarglielo? È sessista questo concetto che le donne abbiano bisogno dell’intervento di un essere superiore e il principe no.

  • La discriminazione basata sulla taglia:

“Ma i piedi delle due ragazze si rivelarono subito troppo grandi”

Questo è il preconcetto più indisponente di tutto il racconto: se una fanciulla calza il 41 non può essere amata? È inutile che ci stracciamo le vesti sul bullismo tra adolescenti, piaga della società moderna, se raccontiamo questo genere di storie con noncuranza ai nostri figli.

Me lo immagino il messo del re con Anastasia e Genoveffa, desideroso di portare a termine la missione, insistere che è un 38 ma calza largo, su dai provalo.

  • Aborro la falsa modestia:

“… uno dei messi, colpito dalla bellezza di Cenerentola che se ne stava in disparte, le disse: e voi perché non la provate?”

A me quelle che ‘oddio figurati io no ma dai’ e poi invece si scoprono meglio di quel che credevano, proprio non le tollero.

Sono venuta al provino di X-Factor perché mi ci hanno trascinato, e poi cantano come Adele.

Ma vogliamo iniziare a prendere coscienza dei nostri meriti e dei nostri limiti o dobbiamo sempre attendere che siano gli altri a scoprirci?

  • Le motivazioni, quelle valide:

“L’ordine era di riportare al castello la ragazza che avesse calzato perfettamente la scarpina”

“Adesso dovrete dirmi il vostro nome perché sto per chiedervi in moglie”

Si sposano sulla base di una scarpa che calza: non sarà un presupposto labile per un matrimonio duraturo?

A me questa favola suona altamente diseducativa!

L’ablativo insidioso

“Ho perso il pulmino” proclamavo ritornando a casa alle 8,20 con una faccia che più contrita non si può, disponendomi ad incassare la contrarietà di mio papà, che doveva accompagnarmi a scuola entro pochi minuti.

La scuola elementare che frequentavo (lo so, ora si dice primaria, ma io ho fatto le elementari!) si trovava ad un paio di km da casa, in centro a Vicenza, e non era raggiungibile a piedi per una bambina di quell’età, nè per distanza nè per tipologia del traffico.

Esisteva questo servizio aggiuntivo che faceva da taxi.

Il pulmino era un Westfalia, il furgoncino dei ‘figli dei fiori’; non passava davanti a casa ma infondo alla via e io, un giorno si e uno no, lo vedevo che era già passato, con sommo disappunto dei miei genitori.

Anche a me spiaceva perderlo, perché in pulmino ci si divertiva.

Sul pulmino avevo conosciuto altri bambini, scoperto rientranze inimmaginabili del viale principale, conosciuto il cubo di Rubik, cantato le canzoni di Sanremo.

Ogni tanto partiva uno sfottò corale verso una certa Elena – Balelena – faccia da culelena – che non ero io (a me hanno sempre preso in giro per la statura, mai per il peso); me lo ricordo ancora bene, e mi domando se quelli che adesso si scandalizzano tanto per il bullismo davanti alle scuole, a quel tempo vivevano sulla luna.

Ora non abito in città, la scuola primaria che frequenta Sofia si trova a qualche centinaio di metri da casa, è raggiungibile con un percorso poco trafficato.

La causa ambientalista ha sensibilizzato le famiglie un po’ in tutta Italia: anche da noi hanno introdotto il pedibus.

Mia nonna, che non conosceva il latino, usava comunemente e con aria canzonatoria la locuzione pedibus calcantibus per suggerire la passeggiata come mezzo di locomozione.

(Pur non conoscendo il latino diceva PEDIBUS e non PIEDIBUS: lo so che è stata sdoganata anche la seconda forma, ma non si può sentire!)

Le prime volte che ho sentito parlare del pedibus pertanto mi è venuto da sorridere: un nome altisonante e simpatico per indicare una buona abitudine, quella di andare a scuola a piedi e in gruppo.

Sofia si reca a scuola col pedibus da tre anni, e da tre anni Viola sbava alla finestra ammirando la sorella maggiore che si allontana, a volte anche in autonomia, sentendo nominare questo fantomatico pedibus che raccoglie i bambini dietro l’angolo, dove lei non arriva a vedere.

Ha raggiunto un’età in cui cammina senza troppe proteste, così ho pensato di proporle di andare all’asilo (ok scuola materna ok) sfruttando il pedibus.

Entusiasmo.

Esce di casa tutta fiera, attendiamo i bambini al capolinea e partiamo.

Rincorre un po’ sua sorella, arriviamo alla prima fermata in cui si aggiungono gli altri, e ripartiamo tutti in fila sul marciapiede.

Perplessa, vedendo che nulla di strano succede, solo camminiamo tutti uno dietro l’altro, ormai in dirittura d’arrivo mi chiede: “ma … mamma? … il pedibus… dove è?”

“Il pedibus siamo noi” le rispondo lapidaria.

Interdetta mi fissa: ma come?

Capisco dalla sua espressione che si immaginava un mezzo di trasporto concreto, ci è rimasta male.

Siamo abituati ad usare il suffisso -bus quasi unicamente per indicare mezzi collettivi, abbiamo perso il nesso con la sua accezione originale.

Sofia le spiega che pedibus si compone di pedi (piedi) e bus (che io traduco in ‘che ci vai’, una spiegazione dell’ablativo adatta ai bambini).

Ci è rimasta di sasso, come quelli che reclamano la presenza dello stato… e si dimenticano che lo stato… siamo noi!

Lezioni di economia

Se io fossi un’automobile sarei quella versione che ti propongono ‘a partire da’; ovvero quattro ruote, un motore, il volante.

L’essenziale: no alzacristalli, no airbag, no tettuccio.

Su questo modello si fonda il mio schema genitoriale: hai fame? Mangi. Hai sete? Toh l’acqua! Hai sonno? Dormi.

Non importa a che ora: la fame è fame, la sete è sete, il sonno è sonno.

Mi è capitato di ascoltare altri genitori dettare regole tipo ‘no ai biscotti dopo le ore 18’, o ‘prima devi mangiare la carne poi le patate’ o ‘niente latte quando sei raffreddato’.

Giurin giurello, non me le sono inventate.

Io sono rimasta perplessa perché, ammetto tutta la mia ignoranza, che scopro di giorno in giorno più vasta, credo sempre di essere in difetto: non le studio tanto, non conosco le posologie di televisione e tablet, nè tutte le teorie in voga: mi fido del detto che i bambini si regolano da soli.

Davanti a un capriccio cerco di non sclerare e se vuoi mettere i moon boot ad agosto provo a dirti con le buone che bollirai, poi fai come ti pare.

Ci sono invece genitori che hanno preso il master avanzato, ne sanno veramente una più del diavolo su come insegnare ai figli la strada giusta.

Sono un po’ come le auto full-optional, talmente full che non sapevi nemmeno che oltre al navigatore satellitare e al parcheggio assistito potresti avere anche l’accendisigari wi-fi o regolare l’aria condizionata col bluetooth.

In materia di educazione economica domenica in gelateria ho trovato un luminare, un padre esemplare che insegnava ai propri figli come si fa col denaro, con esempi pratici e concreti che trasmettono il valore dei soldi.

Questo genio della didattica monetaria ha elargito una banconota da 5€ a ciascuno dei suoi figli. Quanti fossero non l’ho capito perché davanti alla vetrina c’erano spiaccicati cinque o sei nasini che sceglievano i gusti; forse non erano nemmeno tutti suoi, ma lui era generoso ed insegnava a tutti.

Io per restare nel mio modello essenziale avevo lasciato le piccole in disparte col papà, mentre facevo la fila; il gelato che scelgono ha pochissime variabili, biscotto, vaniglia, cioccolato.

Dopo il primo bambino che voleva la coppetta, no il cono, una pallina di pinguino e una di foresta nera; ah ma è cioccolato? No allora fragola. Paga, 2,70€, vieni in cassa per il resto.

Mi illudo che si levi dai maroni, no! Il secondo figlio prende il frappé, piccolo – medio – grande? Gusto?

Il frappé resta da pagare, non si capisce a chi competa, probabilmente l’adulto avrà detto ‘vi do i soldi per il gelato’ quindi non vale per il frappé.

Il terzo bambino prende fiordilatte e menta, ah aspè no… vaniglia e cocco.

Anche questo allunga i suoi 5€ e passa alla cassa per il resto.

La gelataia continua ad ogni apertura cassa a chiedere ‘il frappé lo tengo da qua?’.

La risposta è sempre no.

Mentre l’altra fila procedeva velocissima, senza dover scomodare la legge di Murphy, io ho perso il conto dei piccoli mangiatori di gelato.

Ad un certo punto si sono sfilati tutti da sotto la vetrina, riesco a vedere i gusti anch’io.

Ecco dai che tocca a me…. Nooo, c’è ancora lui! Ebbene sì anche lui con il suo cinquino a scegliere tra fragola e banana, aspè voglio anche un biscotto, aspè la panna montata.

Un altro po’ e io al posto del gelato prendevo una fetta di pandoro con la cioccolata calda!!!

Etimologia

Orrido deriva dal latino horridus, che proviene da horrere, rizzarsi, riferito ai peli del corpo.

L’ho imparato oggi, dal sito unaparolaalgiorno, che offre un interessante servizio: ogni giorno presenta una parola e ne eviscera il significato, con esempi e citazioni.

Quella di oggi è stata una parola premonitrice, oltre che onomatopeica.

Stasera ho accompagnato al parco giochi le mie piccole; come prima giostra hanno scelto lo scivolo.

Nei loro piani io avrei dovuto fare la sbarra umana, che bloccava la discesa ed alzava il braccio al loro passaggio.

Io invece puntavo la panchina.

Il primo giro si fa alla maniera classica, salendo dalla scala.

Una volta in cima Viola si appresta alla discesa e mi chiama:

“C’è una lucertola”

Pochi giorni fa mi aveva avvisata della presenza delle vespe parlando di ‘zanzara che fa il miele’.

Sofia poco dietro con la tenera supponenza da sorella maggiore la corregge:

“È un topo morto”.

Stuzzicata dal dubbio, lucertola o topo?, abbandono per un istante la velleità panchinara e mi avvicino allo scivolo.

Sulla parte finale, quella in cui la pendenza si rimette orizzontale e addolcisce l’arrivo a terra, giaceva stecchito un piccolo sorcio.

Orrido: mi si sono rizzati tutti i peli e l’ugola ha iniziato a vibrare fortissimo per esprimere tanto ribrezzo.

L’arte della negoziazione

I secondogeniti trovano le porte aperte dai fratelli maggiori: un genitore col primo figlio fa pratica, scopre un sacco di cose, capisce un po’ come funziona.

Poi col secondo cerca di recuperare qualche nozione dalla memoria, se ne ha fatto tesoro.

C’è anche da dire che mica sono tutti uguali i figli: Sofia ha sempre dormito la notte intera, dopo il primo mese; Viola ha trascorso i primi tre anni di vita con quattro risvegli per notte, poi PAF, come per incanto dorme da sera a mattina.

Bei tempi però quelli in cui si svegliava, perché adesso è tutta una battaglia, specie per lavarsi e vestirsi, che guardacaso sono quei momenti del mattino che precedono l’uscita di casa, in cui rosichi i tempi all’osso.

Le scuole di pensiero e i pedagogisti si schierano su due fronti opposti: non ha senso opporre un muro al muro, da un lato, e non si può dargliele vinte, dall’altro.

Devi farle capire chi comanda, e se lo chiedi a lei, anche in piena crisi di urla, pianti e capricci, senza interrompere i singhiozzi, alza la manina e vota se stessa.

Bisogna progressivamente affinare l’arte del negoziato: piccole concessioni, solidi NO, ricerca dei punti di incontro, tutto un inanellarsi di do ut des per convergere al risultato finale.

Devo aver ignorato la sua femminilità: io che le gonne le indosso solo quando ne ho dimenticato la scarsa praticità dalla volta precedente, che le scarpe col tacco per me sono gli anfibi quando hanno un buon carro armato sotto il tallone, che le camicette le conservo tutte nell’armadio senza mai usarle; lei che nei negozi sorprende le commesse quando sceglie il copriletto dell’uomo ragno o l’ombrello di Spiderman.

Un giorno, nel tentativo di conciliare i tempi ristretti con la sua vestizione – Viola scegli quello che vuoi o ti porto a scuola in pigiama: dobbiamo andare! – le è capitato tra le mani un paio di collant: avevo sempre ritenuto fossero poco pratici, per lei invece è stato amore a prima vista.

Vuole fare lei, vuole vestirsi da sola; cerco di coordinarla a parole: “allunga quel piedino per arrivare infondo dove è la cucitura” le suggerisco.

“No faccio da sola!” protesta a gran voce.

E sfila tutto e riparte da zero.

La osservo mentre si spoglia: guardo quelle pieghe che fa la carne sulle cosce tornite, guardo gli arti in miniatura, eppure così perfettamente fedeli al modello in grande scala, la bocca, le orecchie, il nasino; gli occhioni azzurri e quei boccoli da bambola che le ricadono sotto le spalle.

“Mamma facciamo un abbraccio e poi mi vesto?”

Come fai a rifiutare una simile proposta? Mi avvolge il collo, con le sue braccia arriva appena a cingermi, è così piccola! eppure dentro il suo abbraccio mi sento completamente racchiusa, e non solo fisicamente.

Gioca con la mia collana, sposta il ciondolo dietro la nuca, mi gira la testa per farmi vedere dove è finito, poi lo riporta avanti, “ecco guarda adesso è qua”.

Mi mette un ditino sotto il mento, dove da qualche anno un brutto foruncolo si ostina a riformarsi: “sci è sciolto il brufolo, mamma?”

Quasi, rispondo.

“Ti devo dire una cosa, mamma”

Annuisco e ascolto: mi sussurra all’orecchio parole incomprensibili, non solo perché biascicate a bassa voce, ma prive di senso completamente.

Tra un tira e un molla arriva ad infilarsi i vestiti, poi le scarpe.

Sceglie un oggetto transizionale:

“Voglio portare a scuola questo, è della Sciofia. Sssshhhh, non diciamole niente, bocche cucite!!!”

Orgogliosa della complicità creata, mi ripassa il ditino sulle labbra, come se avessero una zip, poi fa altrettanto sulle sue.

Se parlo mi ripete di fare silenzio; passo il dito sulle mie labbra, per sigillare la zip.

“No mamma, così si apre… è dall’altra parte” mi corregge, e ripassa il suo ditino nel verso opposto.

Apprendimento per prove ed errori

Sbagliando si impara: ne facciamo tutti di scemenze, cose fatte per provare a vedere se come dice il droghiere, senza ponderare bene le conseguenze.
La volta successiva ci penseremo su due volte, ma la prima andiamo di incoscienza.

Soprattutto in giovane età, perchè la fantasia dei bambini in questo campo è perversa ed inimmaginabile, ma anche quella degli adulti non si tira indietro.

Ricordo ad esempio un’amica di mia mamma che per sentire se l’accendino era scarico se lo è acceso vicino all’orecchio.

Io invece per capire quanto fosse potente il getto dell’idropulitrice me lo sono provato a sparare su un piede.
Cazzate, fortunatamente senza conseguenze, ma che la prossima volta non le rifai.

Qualche sera fa arrivo a prendere le bambine dai nonni e vengo accolta come se fosse scoppiata una guerra nucleare: vieni vieni, finalmente sei arrivata: è successo un guaio!

Entro e trovo Sofia seduta su una sedia con una chioma che Napo Orso capo ti spiego come ci si pettina: per gioco si era agghindata con un cappello colorato, fatto tutto di bunchems.

I bunchems, per chi non li conosce, sono piccole palline colorate che si usano per comporre le più svariate forme: gattini, automobili, chitarre.

La coesione tra gli elementi è garantita da piccoli uncini flessibili, posti tutt’attorno al nucleo centrale.

Somigliano a quelli che in natura si trovano nei rovi, che io chiamo barbaiocchi, nome latino non pervenuto.

Negli spot televisivi li lanciano per aria e cadendo si assemblano, formando l’oggetto desiderato.

Nella realtà va seguito uno schema preciso di composizione, per ottenere risultati poco precisi ed insoddisfacenti.

Non so se per imitare lo spot o per idea autonoma, di fatto se ne è rovesciata un cesto pieno in testa.

Era accaduto due ore prima, e i nonni stavano pazientemente procedendo a sfilare i capelli ad uno ad uno.

Tempo di lavoro totale di 4 ore: 4 ore di estenuanti districamenti, tra lacrime e urla di Sofia.

Mi hanno liquidata con la scusa che io pazienza non ne avrei avuta (infatti già cercavo il cassetto dove sono riposte le forbici) e mi hanno mandata a casa a braccia vuote.

Me l’hanno riportata più tardi che sembrava una mezza via tra Bridget Jones nei momenti di massimo sconforto e Bob Marley che si è fatto lo shampoo col crystal soleil, o ha confuso l’ammorbidente con la candeggina.

Altra ora di lavoro con il tangle teezer e olio di semi di lino, Sofia è tornata normale, le bionde trecce gli occhi azzurri e poi…

ha rinunciato a numerose ciocche che si depositavano sul pavimento mentre spazzolavo, ma il risultato finale è stato dignitoso.

Un tale di nome Hermann Ebbinghaus ha teorizzato la curva dell’oblio: essa illustra come le informazioni apprese decadano rapidamente con il trascorrere delle ore e dei giorni, per mantenerne comunque una parte sedimentata nella nostra memoria.

Sofia si ricorderà del suo sventurato gioco, e voi comunque non fatelo, nemmeno se siete stanchi della solita acconciatura.

Il quotidiano

Uno dei giochi nonsense che facevo da ragazzina era quello che, al passare di una suora, si sfiorava il braccio dell’amico più prossimo proclamando ‘tua! Tajo’.

Il significato di questa locuzione si può tradurre grossolanamente in ‘adesso tocca a te, io sono immune’, sottintendendo che le sorelle porterebbero una sfortuna di cui ci si libera contaminando qualche altro.

Col senno di poi si trattava di un passatempo sciocco ma tutto sommato innocuo.

Sono cresciuta in un’era pre-internet: un meccanismo similare adesso lo si potrebbe intravvedere nei tag, un sistema di generazione di traffico web a catena, in cui talora vengo coinvolta.

E con la stessa stupidera di quando ero adolescente non disdegno di partecipare; anzi a volte mi attacco senza che nessuno mi abbia invitata.

Recentemente mi è stato proposto di raccontare qualcosa di me, a mia discrezione. È difficile! È come quando il professore che ti interroga per metterti a tuo agio ti invita ad esporre un argomento a piacere: ogni tua affermazione potrà essere usata contro di te, più prudente avvalersi del diritto di rimanere in silenzio.

Poi ho visto circolare delle foto in bianco e nero, senza figure umane, senza didascalie, con le quali raccontare la propria quotidianità.

La quotidianità è un tema stranissimo, perché dal punto di vista del soggetto che la vive in prima persona è ovvietà priva di interesse; ma per ciascuno di noi è diversa e per il prossimo può nascondere delle sorprese.

Le foto senza presenza umana, e per giunta in bianco e nero, immortalano alcuni momenti della giornata in maniera per certi aspetti inquietante, privandoli completamente del significato soggettivo che hanno, ed espongono una quotidianità cruda, glaciale.

A corredo delle foto che ho pubblicato, e con l’intenzione di restituire calore allo sfondo su cui si dipingono le mie giornate ho pensato quindi di raccontare brevemente come si svolge.

Ore 6.00, suona la prima sveglia.

A volte mi alzo immediatamente, altre attendo i solleciti, fino ad indugiare anche 30 minuti.

La sveglia è programmata in modo da iniziare con i beep, che si ripetono ogni 9 minuti; la seconda sveglia interviene poco dopo con la radio, che perde sempre la sintonizzazione, quindi è ancora più fastidiosa del beep.

Mi rendo presentabile all’universo e scendo a preparare la colazione.

Ad essere precisa, da quando ho ripreso possesso di una miracolosa crema da viso che sembrava scomparsa dal mercato e che va conservata in frigorifero, le operazioni di restauro avvengono al piano terra, quindi prima scendo e poi mi rendo presentabile.

Verso le 7.10 ritorno al piano notte e procedo a ridestare le bimbe: in cima alla scala c’è ancora il cancelletto di sicurezza, messo per proteggere eventuali alzate notturne dalla caduta per le scale.

Ormai abbiamo elementi per escludere il sonnambulismo e visto che le piccole sono in grado di fare le scale in autonomia potremmo anche toglierlo: le mie cosce ringrazierebbero perché ho perso il conto dei bozzi viola che mi sono procurata sottostimandone l’ingombro.

La mezz’ora che segue il risveglio delle principesse è la più concitata della giornata.

Strilli, muoviti, capricci, muoviti, non voglio questi pantaloni, dai che fai tardi, mangia qualcosa, fammi le coccole, su forza, preparo le merende, dai dai dai, pettinati, ma ti sei lavata?: 30 minuti al cardiopalma.

Ore 7.46 Sofia si avvia col pedibus verso la scuola primaria, assieme al suo papà o a me.

Interrompo la narrazione per un appello accorato: si chiama pedibus e NON piedibus.

Anche se Wikipedia ha sdoganato la dicitura italianizzata, è un neologismo che non sopporto: il mio prof di latino avrebbe potuto valutare col 4 un compito pur perfetto che contenesse questa violenza ad una lingua che sarà anche morta, ma merita rispetto.

Viola invece deve essere accompagnata alla scuola materna.

Altro giro di walzer, lei ogni giorno deve portare qualcosa che preleva da casa, io devo arginare l’arginabile e ridurne la mole.

Non ho il dono dell’ubiquità, accompagno l’una o l’altra.

Verso le 8,15 mi dirigo al lavoro: imbocco l’autostrada e poi mi attende un pezzo di statale.

Il tragitto è di circa mezz’ora, a volte mi avanza un po’ di tempo che impiego per fare la spesa, finché le temperature mi permettono di lasciare i prodotti freschi nel bagagliaio, o il rifornimento di carburante se sono in riserva.

Alle 9,00 sono, salvo incolonnamenti, al lavoro.

Verso le 12,40 andiamo a mangiare, di solito siamo in sei. L’azienda per cui lavoro è situata in una zona industriale servita da una mensa che raggiungiamo a piedi, salvo intemperie. Sono circa 750 m di passeggiata.

Non sono mai riuscita a creare un dialogo con i miei commensali, tendo ad isolarmi.

Mi rifugio talmente tanto in me stessa che ho impiegato anni a riconoscere, tra gli altri avventori del servizio di ristorazione, persone che conosco per ragioni non legate al lavoro.

La pausa, tra passeggiata, silenzi e pranzo, dura circa un’ora.

Alle 18.00 esco dal lavoro e vado a prendere le bimbe che mi attendono dai nonni.

Altro momento concitato, perché devono sempre finire un gioco; allora io fingo di andarmene senza di loro, e in qualche modo riesco a farle salire in auto.

Ore 19.00 casa dolce casa: le bambine hanno già cenato dai nonni, non resta che preparare per i grandi. Cose semplici e veloci, in genere c’è sempre l’insalata o una verdura cotta; a rotazione carne, uova, formaggio, il giovedì pesce.

Per tre sere alla settimana ho l’allenamento in piscina, che inizia in un orario variabile tra le 20 e le 21; io ci rosicchio sempre la parte iniziale e la seduta anziché durare un’ora e mezza la riduco a un’ora e un quarto.

Poi se Mohamed (il custode del centro sportivo) lo consente, mi asciugo i capelli e torno a casa, altrimenti (soprattutto il lunedì che iniziamo e finiamo più tardi) torno a casa e asciugo i capelli.

Talora il venerdì anziché nuotare con il gruppo alle 20.00 mi alleno in mezzo al nuoto libero alle 18.30 in modo da trascorrere la serata a casa oppure, a volte, uscire con gli amici.

Nuotare col gruppo è stimolante, nuotare col nuoto libero molto meno, chi nuota lo sa bene, agli altri lo dico io.

Passa la differenza che corre tra viaggiare in autostrada e trovarsi con l’automobile in pieno svolgimento della sagra paesana.

Nelle sere che non nuoto partecipo ai giochi che le mie figlie si inventano; purtroppo spesso restano deluse perché mi credono Houdini e mi preparano delle casette con le sedie nelle quali, secondo loro, dovrei infilarmi. Oppure si inventano delle storie a cui dovrei partecipare con le bambole però no aspetta faccio io e mi tolgono la bambola dalle mani. Quindi va a finire che il gioco migliore in cui mi riescono a coinvolgere è la lettura di un libro, del quale mi girano le pagine più velocemente di quanto io riesca a leggere.

La notte finalmente si dorme, salvo qualche revival di risvegli. Vale la pena di precisarlo, anche se sembra ovvio, perché fino ai 3 anni di Viola non era affatto così, è una recente introduzione nella quotidianità che apprezzo con una nuova consapevolezza: una notte consecutiva di sonno, chi l’avrebbe mai detto, è un lusso!

(Foto in primo piano: la vista dalla finestra della mia scrivania al lavoro).

Ed ora… tua! Tajo.

Che tradotto significa che chi lo desidera può fare altrettanto: raccontare la sua giornata con 7 foto in bianco e nero senza figure umane.

P.S. Ho realizzato solo a fine componimento che ho omesso una delle situazioni più frequenti in casa, che alimenta una buona fetta della mia attività quotidiana: il devasto post atomico che generano Sofia e Viola con giocattoli e vestiario sparso in ogni angolo, e che meticolosamente quanto inutilmente provvedo a raccogliere.

Sarà che cerco di rinnegarlo?

Hit parade

Ai miei tempi c’era il sussidiario.

Oddio, se inizio così mi sembro mia nonna.

Voglio dire però, e non so come altro farlo, che quando io frequentavo le scuole elementari, che ora si dicono primarie, arrivati alla terza classe, iniziava il programma di storia-scienze-geografia e ci si appoggiava al libro di testo chiamato sussidiario.

Adesso i libri di testo sono molteplici, e a guardarli dentro non intravvedo lo stesso rigore.

Ad esempio, vado a memoria, e posso ingannarmi, il programma di storia prevedeva lo studio a partire dalla preistoria fino ad arrivare agli antichi romani.

Discorro con Sofia di argomenti simili mentre rincasiamo, le chiedo come è andata a scuola e mi risponde che hanno fatto storia, la genesi.

Poi mi abbozza un mezzo discorso di creta e argilla e soffio divino.

Prese un poco di argilla rossa / Fece la carne, fece le ossa

Ci sputó sopra, ci fu un gran tuono / Ed è in quel modo che è nato l’uomo

Nella mia testa ha preso il sopravvento questa strofa, ho smesso di seguire il discorso di Sofia e inizio a cantare dall’inizio la Genesi di Guccini, che era una delle mie canzoni preferite quando ero bambina.

La ricordo tutta, perfettamente, tranne sulle strofe parlate, in cui qualche termine mi sfugge.

L’intonazione parte un po’ stentata

Per capire la nostra storia, bisogna farsi ad un tempo remoto

C’era un vecchio con la barba bianca, lui la sua barba ed il resto era vuoto

Stentata, ad essere onesti, è un eufemismo perché Sofia mi interrompe

“Buuuuuu…. mamma…. pomodori marci”

Cerco di migliorare la nota

Voi capirete che in tale frangente quel vecchio solo lassù si annoiava

Si aggiunga questo che inspiegabilmente nessuno aveva la tv inventata

Sofia ripete più forte “Buuuu… pomodori marci!!! Pomodori marci!!!!”

Resto interdetta, indecisa se proseguire a cantare o sospendere. Non mi sembra di essere così pessima.

Mentre rifletto provo a proseguire

Beh poco male pensó il vecchio un giorno, a questo affare ci penserò io

Sembra impossibil ma in roba del genere, modestia a parte ci so far da Dio

Forse come cantante non ho fortuna, ma come narratrice vado meglio perché ho suscitato l’interesse di Viola: appena sospendo la performance dal sedile dietro perviene una vocina:

“Ancora pomodoi macci mamma”.

Che non dà torto a sua sorella, ma più che la melodia poté la curiosità.

Risollevata la mia autostima riparto a cantare.

Dixit: ma poi toccó un filo scoperto, prese la scossa ci fu un gran boato

Come tv non valeva un bel niente, ma l’universo era stato creato

Quanto mi piaceva questa canzone!

Mi leggevo e rileggevo il testo dalla busta che conteneva il vinile.

Mi ritrovo col pensiero indietro di trent’anni e più, a quando nè YouTube nè Spotify.

L’ascolto era una vera e propria audizione, che a casa mia avveniva la sera, spesso in alternativa ai palinsesti televisivi.

Dalla discoteca, intesa letteralmente come raccolta di dischi, veniva scelto un elemento, veniva adagiato sulla piastra rotonda e si ascoltava, in ammirazione della puntina che solcava la traccia.

Mentre lo stereo riproduceva il brano io tenevo in mano la copertina e seguivo le parole.

La scelta del vinile poteva durare anche mezz’ora, durante la quale si passavano in rassegna i vari dischi, uno per uno.

Il disco andava ascoltato rigorosamente tutto, prima il lato A e poi il lato B: se ci si allontanava dalla stanza bisognava prestare attenzione alla fine del gruppo di canzoni sul lato in riproduzione, altrimenti si rovinava la puntina.

Ogni album, all’epoca, era un qualcosa di tangibile: aveva una copertina, la quale riportava un’immagine che diventava imprescindibile dal prodotto sonoro; aveva un numero di tracce ben definito ed ordinato; aveva i testi delle canzoni.

Ci tenevo a prendere parte alla scelta, poteva fare la differenza tra una serata bella e una noiosa.

La raccolta contava un numero limitato di dischi, forse quelli che adesso potrebbero stare tutto dentro una chiavetta USB.

Di ogni album io apprezzavo una canzone in particolare, al massimo due, il resto era un riempitivo, che per certi dischi ero disposta ad ascoltare, pur di sentire la mia.

Tra i miei brani preferiti, oltre a questo di Guccini, c’era Samarcanda di Vecchioni.

Avevo inteso che la nera signora era qualcosa di funesto, ma oh-oh-cavallo mi metteva tanta allegria addosso.

Un altro pezzo che per me era formidabile era Ma che bontà di Mina: sapevo che andava a finire in cacca, e ridevo fin dalla prima strofa.

La collezione non includeva nessun Celentano, nessun Ron, nessun Pooh, nessun Ricchi e Poveri.

C’erano invece De Andrè, di cui apprezzavo Bocca di Rosa, ma che qualche anno più avanti mi avrebbe ammaliato con Don Raffaè.

C’era Battiato, che in verità era su nastro, di cui mi piaceva Centro di gravità permanente.

C’erano i Matia Bazar, vincitori di Sanremo con Vacanze Romane, di cui preferivo Elettroshock. La copertina dell’album era grigia e sopra erano stilizzati una coppia di ballerini, a righe slittate.

C’era Edoardo Bennato con il suo Sono solo canzonette, a base di Peter Pan, che mi piaceva tutto o quasi.

C’era la Vanoni, con un disco che in copertina riportava la sagoma del suo viso contornata dai ricci, e riempita di una carta a effetto specchio.

Mi piaceva quel verso di Vai Valentina “lacrime calde su tre fette di saint-honoré”, che vedevo un po’ come uno spreco, dal punto di vista della mia golosità, ma tre fette sono ben tre fette!

C’erano anche dischi di musica straniera, ma niente Beatles.

Tra gli anglofoni ricordo in maniera indelebile The Wall, dei Pink Floyd, di cui più tardi avevamo acquistato anche il VHS del film.

L’album era doppio e la copertina era una serie di blocchetti, i mattoni del muro, da cui le lettere dei testi, scritti in un carattere simile al corsivo, lasciavano colare gocce di sangue.

Tra ascolto del disco e visione del film credo di poter affermare che quell’opera costituisce una pietra miliare nella mia formazione.

Poi c’era una raccolta di Janis Joplin, che mi dava energia col suo Piece of my heart, ma verso la quale nutrivo un po’ di perplessità, perché mi avevano raccontato che era morta per aver sbagliato a farsi una puntura.

Infine tra gli ultimi LP entrati a far parte della collezione, dato che poi i vinile sono caduti in disuso in favore dei nastri e dei cd, ricordo con piacere:

– i Talking Heads con il brano Blind

– Elton John con l’album Reg Strikes Back

– Terence Trent D’Arby con il pezzo Sign Your Name

(Questi ultimi due acquistati dietro mia iniziativa).

E ovviamente gli album di Madonna, mio idolo indiscusso, Like a Virgin e True Blue, che mi ero fatta regalare.

Alla luce di questo rivangamento del passato non so se faccio più fatica a spiegarmi:

  • come mai non esiste più il sussidiario;
  • perché Terence Trent D’Arby si è riciclato col nome di Sananda Maitreya;
  • come sia possibile che da cotanto background mi sia ridotta ad ascoltare insieme alle mie figlie Rovazzi e Fedez.

————–

Questo post può considerarsi, a suo modo, la risposta al tag i 10 album.

Oggetti smarriti

O sono fortunata o faccio selezione alla fonte, di fatto non sono vittima di nessuna chat diabolica in cui arrivano pletore di messaggi privi di interesse.

Ne arrivano sì ma in numero modesto.

Così ogni tanto mi collego a qualche gruppo di mia spontanea volontà.

Anni fa seguivo uno dei tanti gruppi fb di auto-aiuto per mamme, quelli che il Signor Distruggere prende di mira.

Si trattava per la maggior parte dei post di questioni inerenti la maternità, e tra mille di scarso interesse ogni tanto ne usciva uno di utile.

Uno su mille ce la fa.

Ad esempio ho scoperto procedure abbreviate per le pratiche inps o sanitarie.

Molti post erano banali, altri erano frivoli ma simpatici: ce ne era un po’ per tutti i gusti.

È stato in quel periodo che ho scoperto l’esistenza dei sequeri.

Io ero rimasta al vecchio detto popolare che recita

Ciò che man non prende / Canton di casa rende

Ovvero se non è passato un ladro per casa, se hai perso qualcosa prima o poi lo ritroverai.

Già ci era arrivato Lucrezio che col suo

Ex nihilo nihil fit

aveva anticipato di secoli la legge di conservazione della massa di Lavoisier

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma

Si, ma dove sono finiti (scegliere a piacere tra i calzini, le chiavi, il telecomando, la bolletta della luce… )?

È qui che la scienza lascia spazio al paranormale e si quaeris miracula ovvero se desideri un miracolo, poi storpiato in sequeri, fatti aiutare da Sant’Antonio.

Esiste una formulazione dotta di una litania tutta in latino per invocare il santo padovano che andrebbe ripetuta 13 volte, la cosiddetta tredicina, al termine delle quali l’oggetto smarrito verrebbe rinvenuto.

Io mi sono accontentata di imparare la dicitura popolare

“Sant’Antonio dalla barba bianca

Fammi trovare il (calzino, mazzo di chiavi, portafoglio…) che manca”.

Pare incredibile ma cercando e ripetendo il mantra… l’oggetto si trova.

Fondamentale è cercare attivamente il pezzo, poi ‘sta filastrocca aiuta a mantenere la calma, più che altro.

La uso tantissimo con le bambine che quando perdono qualcosa vanno in panico e iniziano a frignare.

Allora intervengo io che recitando i sequeri e alzando un cuscino del divano faccio la magia e recupero la macchinina / tassello del puzzle / pallina che manca.

Mi portano in trionfo, a me e a Sant’Antonio.

Anche Viola ha imparato il testo della magia, e la vuole dire lei.

È in una fase di apprendimento del linguaggio in cui racconta un mucchio di strafalcioni divertenti, da aspetta che lo pulo (sta per pulisco), a no io non vieno (per dire non vengo), a non capiscio (in luogo di non capisco), a lo tieno (per dire lo tengo) o lo toglio (per dire lo tolgo).

La lingua italiana è proprio dispettosa in materia di coniugazione dei verbi nei casi corretti di tempo e di persona.

Sentirla pronunciare la formula magica mi fa sorridere, anche se la adatta al caso suo sacrificando la rima.

Si aggira per la stanza ripetendo

Sattattonio della babba bianca

Fammi trovare… la macchina!

Sattattonio della babba bianca

Fammi trovare… la macchina!

Ma poi dopo un po’ mi arriva delusa tra le braccia, rassegnandosi che

NON È SALTELLATA FUORI!