Lezioni di economia

Se io fossi un’automobile sarei quella versione che ti propongono ‘a partire da’; ovvero quattro ruote, un motore, il volante.

L’essenziale: no alzacristalli, no airbag, no tettuccio.

Su questo modello si fonda il mio schema genitoriale: hai fame? Mangi. Hai sete? Toh l’acqua! Hai sonno? Dormi.

Non importa a che ora: la fame è fame, la sete è sete, il sonno è sonno.

Mi è capitato di ascoltare altri genitori dettare regole tipo ‘no ai biscotti dopo le ore 18’, o ‘prima devi mangiare la carne poi le patate’ o ‘niente latte quando sei raffreddato’.

Giurin giurello, non me le sono inventate.

Io sono rimasta perplessa perché, ammetto tutta la mia ignoranza, che scopro di giorno in giorno più vasta, credo sempre di essere in difetto: non le studio tanto, non conosco le posologie di televisione e tablet, nè tutte le teorie in voga: mi fido del detto che i bambini si regolano da soli.

Davanti a un capriccio cerco di non sclerare e se vuoi mettere i moon boot ad agosto provo a dirti con le buone che bollirai, poi fai come ti pare.

Ci sono invece genitori che hanno preso il master avanzato, ne sanno veramente una più del diavolo su come insegnare ai figli la strada giusta.

Sono un po’ come le auto full-optional, talmente full che non sapevi nemmeno che oltre al navigatore satellitare e al parcheggio assistito potresti avere anche l’accendisigari wi-fi o regolare l’aria condizionata col bluetooth.

In materia di educazione economica domenica in gelateria ho trovato un luminare, un padre esemplare che insegnava ai propri figli come si fa col denaro, con esempi pratici e concreti che trasmettono il valore dei soldi.

Questo genio della didattica monetaria ha elargito una banconota da 5€ a ciascuno dei suoi figli. Quanti fossero non l’ho capito perché davanti alla vetrina c’erano spiaccicati cinque o sei nasini che sceglievano i gusti; forse non erano nemmeno tutti suoi, ma lui era generoso ed insegnava a tutti.

Io per restare nel mio modello essenziale avevo lasciato le piccole in disparte col papà, mentre facevo la fila; il gelato che scelgono ha pochissime variabili, biscotto, vaniglia, cioccolato.

Dopo il primo bambino che voleva la coppetta, no il cono, una pallina di pinguino e una di foresta nera; ah ma è cioccolato? No allora fragola. Paga, 2,70€, vieni in cassa per il resto.

Mi illudo che si levi dai maroni, no! Il secondo figlio prende il frappé, piccolo – medio – grande? Gusto?

Il frappé resta da pagare, non si capisce a chi competa, probabilmente l’adulto avrà detto ‘vi do i soldi per il gelato’ quindi non vale per il frappé.

Il terzo bambino prende fiordilatte e menta, ah aspè no… vaniglia e cocco.

Anche questo allunga i suoi 5€ e passa alla cassa per il resto.

La gelataia continua ad ogni apertura cassa a chiedere ‘il frappé lo tengo da qua?’.

La risposta è sempre no.

Mentre l’altra fila procedeva velocissima, senza dover scomodare la legge di Murphy, io ho perso il conto dei piccoli mangiatori di gelato.

Ad un certo punto si sono sfilati tutti da sotto la vetrina, riesco a vedere i gusti anch’io.

Ecco dai che tocca a me…. Nooo, c’è ancora lui! Ebbene sì anche lui con il suo cinquino a scegliere tra fragola e banana, aspè voglio anche un biscotto, aspè la panna montata.

Un altro po’ e io al posto del gelato prendevo una fetta di pandoro con la cioccolata calda!!!

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Etimologia

Orrido deriva dal latino horridus, che proviene da horrere, rizzarsi, riferito ai peli del corpo.

L’ho imparato oggi, dal sito unaparolaalgiorno, che offre un interessante servizio: ogni giorno presenta una parola e ne eviscera il significato, con esempi e citazioni.

Quella di oggi è stata una parola premonitrice, oltre che onomatopeica.

Stasera ho accompagnato al parco giochi le mie piccole; come prima giostra hanno scelto lo scivolo.

Nei loro piani io avrei dovuto fare la sbarra umana, che bloccava la discesa ed alzava il braccio al loro passaggio.

Io invece puntavo la panchina.

Il primo giro si fa alla maniera classica, salendo dalla scala.

Una volta in cima Viola si appresta alla discesa e mi chiama:

“C’è una lucertola”

Pochi giorni fa mi aveva avvisata della presenza delle vespe parlando di ‘zanzara che fa il miele’.

Sofia poco dietro con la tenera supponenza da sorella maggiore la corregge:

“È un topo morto”.

Stuzzicata dal dubbio, lucertola o topo?, abbandono per un istante la velleità panchinara e mi avvicino allo scivolo.

Sulla parte finale, quella in cui la pendenza si rimette orizzontale e addolcisce l’arrivo a terra, giaceva stecchito un piccolo sorcio.

Orrido: mi si sono rizzati tutti i peli e l’ugola ha iniziato a vibrare fortissimo per esprimere tanto ribrezzo.

L’arte della negoziazione

I secondogeniti trovano le porte aperte dai fratelli maggiori: un genitore col primo figlio fa pratica, scopre un sacco di cose, capisce un po’ come funziona.

Poi col secondo cerca di recuperare qualche nozione dalla memoria, se ne ha fatto tesoro.

C’è anche da dire che mica sono tutti uguali i figli: Sofia ha sempre dormito la notte intera, dopo il primo mese; Viola ha trascorso i primi tre anni di vita con quattro risvegli per notte, poi PAF, come per incanto dorme da sera a mattina.

Bei tempi però quelli in cui si svegliava, perché adesso è tutta una battaglia, specie per lavarsi e vestirsi, che guardacaso sono quei momenti del mattino che precedono l’uscita di casa, in cui rosichi i tempi all’osso.

Le scuole di pensiero e i pedagogisti si schierano su due fronti opposti: non ha senso opporre un muro al muro, da un lato, e non si può dargliele vinte, dall’altro.

Devi farle capire chi comanda, e se lo chiedi a lei, anche in piena crisi di urla, pianti e capricci, senza interrompere i singhiozzi, alza la manina e vota se stessa.

Bisogna progressivamente affinare l’arte del negoziato: piccole concessioni, solidi NO, ricerca dei punti di incontro, tutto un inanellarsi di do ut des per convergere al risultato finale.

Devo aver ignorato la sua femminilità: io che le gonne le indosso solo quando ne ho dimenticato la scarsa praticità dalla volta precedente, che le scarpe col tacco per me sono gli anfibi quando hanno un buon carro armato sotto il tallone, che le camicette le conservo tutte nell’armadio senza mai usarle; lei che nei negozi sorprende le commesse quando sceglie il copriletto dell’uomo ragno o l’ombrello di Spiderman.

Un giorno, nel tentativo di conciliare i tempi ristretti con la sua vestizione – Viola scegli quello che vuoi o ti porto a scuola in pigiama: dobbiamo andare! – le è capitato tra le mani un paio di collant: avevo sempre ritenuto fossero poco pratici, per lei invece è stato amore a prima vista.

Vuole fare lei, vuole vestirsi da sola; cerco di coordinarla a parole: “allunga quel piedino per arrivare infondo dove è la cucitura” le suggerisco.

“No faccio da sola!” protesta a gran voce.

E sfila tutto e riparte da zero.

La osservo mentre si spoglia: guardo quelle pieghe che fa la carne sulle cosce tornite, guardo gli arti in miniatura, eppure così perfettamente fedeli al modello in grande scala, la bocca, le orecchie, il nasino; gli occhioni azzurri e quei boccoli da bambola che le ricadono sotto le spalle.

“Mamma facciamo un abbraccio e poi mi vesto?”

Come fai a rifiutare una simile proposta? Mi avvolge il collo, con le sue braccia arriva appena a cingermi, è così piccola! eppure dentro il suo abbraccio mi sento completamente racchiusa, e non solo fisicamente.

Gioca con la mia collana, sposta il ciondolo dietro la nuca, mi gira la testa per farmi vedere dove è finito, poi lo riporta avanti, “ecco guarda adesso è qua”.

Mi mette un ditino sotto il mento, dove da qualche anno un brutto foruncolo si ostina a riformarsi: “sci è sciolto il brufolo, mamma?”

Quasi, rispondo.

“Ti devo dire una cosa, mamma”

Annuisco e ascolto: mi sussurra all’orecchio parole incomprensibili, non solo perché biascicate a bassa voce, ma prive di senso completamente.

Tra un tira e un molla arriva ad infilarsi i vestiti, poi le scarpe.

Sceglie un oggetto transizionale:

“Voglio portare a scuola questo, è della Sciofia. Sssshhhh, non diciamole niente, bocche cucite!!!”

Orgogliosa della complicità creata, mi ripassa il ditino sulle labbra, come se avessero una zip, poi fa altrettanto sulle sue.

Se parlo mi ripete di fare silenzio; passo il dito sulle mie labbra, per sigillare la zip.

“No mamma, così si apre… è dall’altra parte” mi corregge, e ripassa il suo ditino nel verso opposto.

Apprendimento per prove ed errori

Sbagliando si impara: ne facciamo tutti di scemenze, cose fatte per provare a vedere se come dice il droghiere, senza ponderare bene le conseguenze.
La volta successiva ci penseremo su due volte, ma la prima andiamo di incoscienza.

Soprattutto in giovane età, perchè la fantasia dei bambini in questo campo è perversa ed inimmaginabile, ma anche quella degli adulti non si tira indietro.

Ricordo ad esempio un’amica di mia mamma che per sentire se l’accendino era scarico se lo è acceso vicino all’orecchio.

Io invece per capire quanto fosse potente il getto dell’idropulitrice me lo sono provato a sparare su un piede.
Cazzate, fortunatamente senza conseguenze, ma che la prossima volta non le rifai.

Qualche sera fa arrivo a prendere le bambine dai nonni e vengo accolta come se fosse scoppiata una guerra nucleare: vieni vieni, finalmente sei arrivata: è successo un guaio!

Entro e trovo Sofia seduta su una sedia con una chioma che Napo Orso capo ti spiego come ci si pettina: per gioco si era agghindata con un cappello colorato, fatto tutto di bunchems.

I bunchems, per chi non li conosce, sono piccole palline colorate che si usano per comporre le più svariate forme: gattini, automobili, chitarre.

La coesione tra gli elementi è garantita da piccoli uncini flessibili, posti tutt’attorno al nucleo centrale.

Somigliano a quelli che in natura si trovano nei rovi, che io chiamo barbaiocchi, nome latino non pervenuto.

Negli spot televisivi li lanciano per aria e cadendo si assemblano, formando l’oggetto desiderato.

Nella realtà va seguito uno schema preciso di composizione, per ottenere risultati poco precisi ed insoddisfacenti.

Non so se per imitare lo spot o per idea autonoma, di fatto se ne è rovesciata un cesto pieno in testa.

Era accaduto due ore prima, e i nonni stavano pazientemente procedendo a sfilare i capelli ad uno ad uno.

Tempo di lavoro totale di 4 ore: 4 ore di estenuanti districamenti, tra lacrime e urla di Sofia.

Mi hanno liquidata con la scusa che io pazienza non ne avrei avuta (infatti già cercavo il cassetto dove sono riposte le forbici) e mi hanno mandata a casa a braccia vuote.

Me l’hanno riportata più tardi che sembrava una mezza via tra Bridget Jones nei momenti di massimo sconforto e Bob Marley che si è fatto lo shampoo col crystal soleil, o ha confuso l’ammorbidente con la candeggina.

Altra ora di lavoro con il tangle teezer e olio di semi di lino, Sofia è tornata normale, le bionde trecce gli occhi azzurri e poi…

ha rinunciato a numerose ciocche che si depositavano sul pavimento mentre spazzolavo, ma il risultato finale è stato dignitoso.

Un tale di nome Hermann Ebbinghaus ha teorizzato la curva dell’oblio: essa illustra come le informazioni apprese decadano rapidamente con il trascorrere delle ore e dei giorni, per mantenerne comunque una parte sedimentata nella nostra memoria.

Sofia si ricorderà del suo sventurato gioco, e voi comunque non fatelo, nemmeno se siete stanchi della solita acconciatura.

Il quotidiano

Uno dei giochi nonsense che facevo da ragazzina era quello che, al passare di una suora, si sfiorava il braccio dell’amico più prossimo proclamando ‘tua! Tajo’.

Il significato di questa locuzione si può tradurre grossolanamente in ‘adesso tocca a te, io sono immune’, sottintendendo che le sorelle porterebbero una sfortuna di cui ci si libera contaminando qualche altro.

Col senno di poi si trattava di un passatempo sciocco ma tutto sommato innocuo.

Sono cresciuta in un’era pre-internet: un meccanismo similare adesso lo si potrebbe intravvedere nei tag, un sistema di generazione di traffico web a catena, in cui talora vengo coinvolta.

E con la stessa stupidera di quando ero adolescente non disdegno di partecipare; anzi a volte mi attacco senza che nessuno mi abbia invitata.

Recentemente mi è stato proposto di raccontare qualcosa di me, a mia discrezione. È difficile! È come quando il professore che ti interroga per metterti a tuo agio ti invita ad esporre un argomento a piacere: ogni tua affermazione potrà essere usata contro di te, più prudente avvalersi del diritto di rimanere in silenzio.

Poi ho visto circolare delle foto in bianco e nero, senza figure umane, senza didascalie, con le quali raccontare la propria quotidianità.

La quotidianità è un tema stranissimo, perché dal punto di vista del soggetto che la vive in prima persona è ovvietà priva di interesse; ma per ciascuno di noi è diversa e per il prossimo può nascondere delle sorprese.

Le foto senza presenza umana, e per giunta in bianco e nero, immortalano alcuni momenti della giornata in maniera per certi aspetti inquietante, privandoli completamente del significato soggettivo che hanno, ed espongono una quotidianità cruda, glaciale.

A corredo delle foto che ho pubblicato, e con l’intenzione di restituire calore allo sfondo su cui si dipingono le mie giornate ho pensato quindi di raccontare brevemente come si svolge.

Ore 6.00, suona la prima sveglia.

A volte mi alzo immediatamente, altre attendo i solleciti, fino ad indugiare anche 30 minuti.

La sveglia è programmata in modo da iniziare con i beep, che si ripetono ogni 9 minuti; la seconda sveglia interviene poco dopo con la radio, che perde sempre la sintonizzazione, quindi è ancora più fastidiosa del beep.

Mi rendo presentabile all’universo e scendo a preparare la colazione.

Ad essere precisa, da quando ho ripreso possesso di una miracolosa crema da viso che sembrava scomparsa dal mercato e che va conservata in frigorifero, le operazioni di restauro avvengono al piano terra, quindi prima scendo e poi mi rendo presentabile.

Verso le 7.10 ritorno al piano notte e procedo a ridestare le bimbe: in cima alla scala c’è ancora il cancelletto di sicurezza, messo per proteggere eventuali alzate notturne dalla caduta per le scale.

Ormai abbiamo elementi per escludere il sonnambulismo e visto che le piccole sono in grado di fare le scale in autonomia potremmo anche toglierlo: le mie cosce ringrazierebbero perché ho perso il conto dei bozzi viola che mi sono procurata sottostimandone l’ingombro.

La mezz’ora che segue il risveglio delle principesse è la più concitata della giornata.

Strilli, muoviti, capricci, muoviti, non voglio questi pantaloni, dai che fai tardi, mangia qualcosa, fammi le coccole, su forza, preparo le merende, dai dai dai, pettinati, ma ti sei lavata?: 30 minuti al cardiopalma.

Ore 7.46 Sofia si avvia col pedibus verso la scuola primaria, assieme al suo papà o a me.

Interrompo la narrazione per un appello accorato: si chiama pedibus e NON piedibus.

Anche se Wikipedia ha sdoganato la dicitura italianizzata, è un neologismo che non sopporto: il mio prof di latino avrebbe potuto valutare col 4 un compito pur perfetto che contenesse questa violenza ad una lingua che sarà anche morta, ma merita rispetto.

Viola invece deve essere accompagnata alla scuola materna.

Altro giro di walzer, lei ogni giorno deve portare qualcosa che preleva da casa, io devo arginare l’arginabile e ridurne la mole.

Non ho il dono dell’ubiquità, accompagno l’una o l’altra.

Verso le 8,15 mi dirigo al lavoro: imbocco l’autostrada e poi mi attende un pezzo di statale.

Il tragitto è di circa mezz’ora, a volte mi avanza un po’ di tempo che impiego per fare la spesa, finché le temperature mi permettono di lasciare i prodotti freschi nel bagagliaio, o il rifornimento di carburante se sono in riserva.

Alle 9,00 sono, salvo incolonnamenti, al lavoro.

Verso le 12,40 andiamo a mangiare, di solito siamo in sei. L’azienda per cui lavoro è situata in una zona industriale servita da una mensa che raggiungiamo a piedi, salvo intemperie. Sono circa 750 m di passeggiata.

Non sono mai riuscita a creare un dialogo con i miei commensali, tendo ad isolarmi.

Mi rifugio talmente tanto in me stessa che ho impiegato anni a riconoscere, tra gli altri avventori del servizio di ristorazione, persone che conosco per ragioni non legate al lavoro.

La pausa, tra passeggiata, silenzi e pranzo, dura circa un’ora.

Alle 18.00 esco dal lavoro e vado a prendere le bimbe che mi attendono dai nonni.

Altro momento concitato, perché devono sempre finire un gioco; allora io fingo di andarmene senza di loro, e in qualche modo riesco a farle salire in auto.

Ore 19.00 casa dolce casa: le bambine hanno già cenato dai nonni, non resta che preparare per i grandi. Cose semplici e veloci, in genere c’è sempre l’insalata o una verdura cotta; a rotazione carne, uova, formaggio, il giovedì pesce.

Per tre sere alla settimana ho l’allenamento in piscina, che inizia in un orario variabile tra le 20 e le 21; io ci rosicchio sempre la parte iniziale e la seduta anziché durare un’ora e mezza la riduco a un’ora e un quarto.

Poi se Mohamed (il custode del centro sportivo) lo consente, mi asciugo i capelli e torno a casa, altrimenti (soprattutto il lunedì che iniziamo e finiamo più tardi) torno a casa e asciugo i capelli.

Talora il venerdì anziché nuotare con il gruppo alle 20.00 mi alleno in mezzo al nuoto libero alle 18.30 in modo da trascorrere la serata a casa oppure, a volte, uscire con gli amici.

Nuotare col gruppo è stimolante, nuotare col nuoto libero molto meno, chi nuota lo sa bene, agli altri lo dico io.

Passa la differenza che corre tra viaggiare in autostrada e trovarsi con l’automobile in pieno svolgimento della sagra paesana.

Nelle sere che non nuoto partecipo ai giochi che le mie figlie si inventano; purtroppo spesso restano deluse perché mi credono Houdini e mi preparano delle casette con le sedie nelle quali, secondo loro, dovrei infilarmi. Oppure si inventano delle storie a cui dovrei partecipare con le bambole però no aspetta faccio io e mi tolgono la bambola dalle mani. Quindi va a finire che il gioco migliore in cui mi riescono a coinvolgere è la lettura di un libro, del quale mi girano le pagine più velocemente di quanto io riesca a leggere.

La notte finalmente si dorme, salvo qualche revival di risvegli. Vale la pena di precisarlo, anche se sembra ovvio, perché fino ai 3 anni di Viola non era affatto così, è una recente introduzione nella quotidianità che apprezzo con una nuova consapevolezza: una notte consecutiva di sonno, chi l’avrebbe mai detto, è un lusso!

(Foto in primo piano: la vista dalla finestra della mia scrivania al lavoro).

Ed ora… tua! Tajo.

Che tradotto significa che chi lo desidera può fare altrettanto: raccontare la sua giornata con 7 foto in bianco e nero senza figure umane.

P.S. Ho realizzato solo a fine componimento che ho omesso una delle situazioni più frequenti in casa, che alimenta una buona fetta della mia attività quotidiana: il devasto post atomico che generano Sofia e Viola con giocattoli e vestiario sparso in ogni angolo, e che meticolosamente quanto inutilmente provvedo a raccogliere.

Sarà che cerco di rinnegarlo?

Hit parade

Ai miei tempi c’era il sussidiario.

Oddio, se inizio così mi sembro mia nonna.

Voglio dire però, e non so come altro farlo, che quando io frequentavo le scuole elementari, che ora si dicono primarie, arrivati alla terza classe, iniziava il programma di storia-scienze-geografia e ci si appoggiava al libro di testo chiamato sussidiario.

Adesso i libri di testo sono molteplici, e a guardarli dentro non intravvedo lo stesso rigore.

Ad esempio, vado a memoria, e posso ingannarmi, il programma di storia prevedeva lo studio a partire dalla preistoria fino ad arrivare agli antichi romani.

Discorro con Sofia di argomenti simili mentre rincasiamo, le chiedo come è andata a scuola e mi risponde che hanno fatto storia, la genesi.

Poi mi abbozza un mezzo discorso di creta e argilla e soffio divino.

Prese un poco di argilla rossa / Fece la carne, fece le ossa

Ci sputó sopra, ci fu un gran tuono / Ed è in quel modo che è nato l’uomo

Nella mia testa ha preso il sopravvento questa strofa, ho smesso di seguire il discorso di Sofia e inizio a cantare dall’inizio la Genesi di Guccini, che era una delle mie canzoni preferite quando ero bambina.

La ricordo tutta, perfettamente, tranne sulle strofe parlate, in cui qualche termine mi sfugge.

L’intonazione parte un po’ stentata

Per capire la nostra storia, bisogna farsi ad un tempo remoto

C’era un vecchio con la barba bianca, lui la sua barba ed il resto era vuoto

Stentata, ad essere onesti, è un eufemismo perché Sofia mi interrompe

“Buuuuuu…. mamma…. pomodori marci”

Cerco di migliorare la nota

Voi capirete che in tale frangente quel vecchio solo lassù si annoiava

Si aggiunga questo che inspiegabilmente nessuno aveva la tv inventata

Sofia ripete più forte “Buuuu… pomodori marci!!! Pomodori marci!!!!”

Resto interdetta, indecisa se proseguire a cantare o sospendere. Non mi sembra di essere così pessima.

Mentre rifletto provo a proseguire

Beh poco male pensó il vecchio un giorno, a questo affare ci penserò io

Sembra impossibil ma in roba del genere, modestia a parte ci so far da Dio

Forse come cantante non ho fortuna, ma come narratrice vado meglio perché ho suscitato l’interesse di Viola: appena sospendo la performance dal sedile dietro perviene una vocina:

“Ancora pomodoi macci mamma”.

Che non dà torto a sua sorella, ma più che la melodia poté la curiosità.

Risollevata la mia autostima riparto a cantare.

Dixit: ma poi toccó un filo scoperto, prese la scossa ci fu un gran boato

Come tv non valeva un bel niente, ma l’universo era stato creato

Quanto mi piaceva questa canzone!

Mi leggevo e rileggevo il testo dalla busta che conteneva il vinile.

Mi ritrovo col pensiero indietro di trent’anni e più, a quando nè YouTube nè Spotify.

L’ascolto era una vera e propria audizione, che a casa mia avveniva la sera, spesso in alternativa ai palinsesti televisivi.

Dalla discoteca, intesa letteralmente come raccolta di dischi, veniva scelto un elemento, veniva adagiato sulla piastra rotonda e si ascoltava, in ammirazione della puntina che solcava la traccia.

Mentre lo stereo riproduceva il brano io tenevo in mano la copertina e seguivo le parole.

La scelta del vinile poteva durare anche mezz’ora, durante la quale si passavano in rassegna i vari dischi, uno per uno.

Il disco andava ascoltato rigorosamente tutto, prima il lato A e poi il lato B: se ci si allontanava dalla stanza bisognava prestare attenzione alla fine del gruppo di canzoni sul lato in riproduzione, altrimenti si rovinava la puntina.

Ogni album, all’epoca, era un qualcosa di tangibile: aveva una copertina, la quale riportava un’immagine che diventava imprescindibile dal prodotto sonoro; aveva un numero di tracce ben definito ed ordinato; aveva i testi delle canzoni.

Ci tenevo a prendere parte alla scelta, poteva fare la differenza tra una serata bella e una noiosa.

La raccolta contava un numero limitato di dischi, forse quelli che adesso potrebbero stare tutto dentro una chiavetta USB.

Di ogni album io apprezzavo una canzone in particolare, al massimo due, il resto era un riempitivo, che per certi dischi ero disposta ad ascoltare, pur di sentire la mia.

Tra i miei brani preferiti, oltre a questo di Guccini, c’era Samarcanda di Vecchioni.

Avevo inteso che la nera signora era qualcosa di funesto, ma oh-oh-cavallo mi metteva tanta allegria addosso.

Un altro pezzo che per me era formidabile era Ma che bontà di Mina: sapevo che andava a finire in cacca, e ridevo fin dalla prima strofa.

La collezione non includeva nessun Celentano, nessun Ron, nessun Pooh, nessun Ricchi e Poveri.

C’erano invece De Andrè, di cui apprezzavo Bocca di Rosa, ma che qualche anno più avanti mi avrebbe ammaliato con Don Raffaè.

C’era Battiato, che in verità era su nastro, di cui mi piaceva Centro di gravità permanente.

C’erano i Matia Bazar, vincitori di Sanremo con Vacanze Romane, di cui preferivo Elettroshock. La copertina dell’album era grigia e sopra erano stilizzati una coppia di ballerini, a righe slittate.

C’era Edoardo Bennato con il suo Sono solo canzonette, a base di Peter Pan, che mi piaceva tutto o quasi.

C’era la Vanoni, con un disco che in copertina riportava la sagoma del suo viso contornata dai ricci, e riempita di una carta a effetto specchio.

Mi piaceva quel verso di Vai Valentina “lacrime calde su tre fette di saint-honoré”, che vedevo un po’ come uno spreco, dal punto di vista della mia golosità, ma tre fette sono ben tre fette!

C’erano anche dischi di musica straniera, ma niente Beatles.

Tra gli anglofoni ricordo in maniera indelebile The Wall, dei Pink Floyd, di cui più tardi avevamo acquistato anche il VHS del film.

L’album era doppio e la copertina era una serie di blocchetti, i mattoni del muro, da cui le lettere dei testi, scritti in un carattere simile al corsivo, lasciavano colare gocce di sangue.

Tra ascolto del disco e visione del film credo di poter affermare che quell’opera costituisce una pietra miliare nella mia formazione.

Poi c’era una raccolta di Janis Joplin, che mi dava energia col suo Piece of my heart, ma verso la quale nutrivo un po’ di perplessità, perché mi avevano raccontato che era morta per aver sbagliato a farsi una puntura.

Infine tra gli ultimi LP entrati a far parte della collezione, dato che poi i vinile sono caduti in disuso in favore dei nastri e dei cd, ricordo con piacere:

– i Talking Heads con il brano Blind

– Elton John con l’album Reg Strikes Back

– Terence Trent D’Arby con il pezzo Sign Your Name

(Questi ultimi due acquistati dietro mia iniziativa).

E ovviamente gli album di Madonna, mio idolo indiscusso, Like a Virgin e True Blue, che mi ero fatta regalare.

Alla luce di questo rivangamento del passato non so se faccio più fatica a spiegarmi:

  • come mai non esiste più il sussidiario;
  • perché Terence Trent D’Arby si è riciclato col nome di Sananda Maitreya;
  • come sia possibile che da cotanto background mi sia ridotta ad ascoltare insieme alle mie figlie Rovazzi e Fedez.

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Questo post può considerarsi, a suo modo, la risposta al tag i 10 album.

Oggetti smarriti

O sono fortunata o faccio selezione alla fonte, di fatto non sono vittima di nessuna chat diabolica in cui arrivano pletore di messaggi privi di interesse.

Ne arrivano sì ma in numero modesto.

Così ogni tanto mi collego a qualche gruppo di mia spontanea volontà.

Anni fa seguivo uno dei tanti gruppi fb di auto-aiuto per mamme, quelli che il Signor Distruggere prende di mira.

Si trattava per la maggior parte dei post di questioni inerenti la maternità, e tra mille di scarso interesse ogni tanto ne usciva uno di utile.

Uno su mille ce la fa.

Ad esempio ho scoperto procedure abbreviate per le pratiche inps o sanitarie.

Molti post erano banali, altri erano frivoli ma simpatici: ce ne era un po’ per tutti i gusti.

È stato in quel periodo che ho scoperto l’esistenza dei sequeri.

Io ero rimasta al vecchio detto popolare che recita

Ciò che man non prende / Canton di casa rende

Ovvero se non è passato un ladro per casa, se hai perso qualcosa prima o poi lo ritroverai.

Già ci era arrivato Lucrezio che col suo

Ex nihilo nihil fit

aveva anticipato di secoli la legge di conservazione della massa di Lavoisier

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma

Si, ma dove sono finiti (scegliere a piacere tra i calzini, le chiavi, il telecomando, la bolletta della luce… )?

È qui che la scienza lascia spazio al paranormale e si quaeris miracula ovvero se desideri un miracolo, poi storpiato in sequeri, fatti aiutare da Sant’Antonio.

Esiste una formulazione dotta di una litania tutta in latino per invocare il santo padovano che andrebbe ripetuta 13 volte, la cosiddetta tredicina, al termine delle quali l’oggetto smarrito verrebbe rinvenuto.

Io mi sono accontentata di imparare la dicitura popolare

“Sant’Antonio dalla barba bianca

Fammi trovare il (calzino, mazzo di chiavi, portafoglio…) che manca”.

Pare incredibile ma cercando e ripetendo il mantra… l’oggetto si trova.

Fondamentale è cercare attivamente il pezzo, poi ‘sta filastrocca aiuta a mantenere la calma, più che altro.

La uso tantissimo con le bambine che quando perdono qualcosa vanno in panico e iniziano a frignare.

Allora intervengo io che recitando i sequeri e alzando un cuscino del divano faccio la magia e recupero la macchinina / tassello del puzzle / pallina che manca.

Mi portano in trionfo, a me e a Sant’Antonio.

Anche Viola ha imparato il testo della magia, e la vuole dire lei.

È in una fase di apprendimento del linguaggio in cui racconta un mucchio di strafalcioni divertenti, da aspetta che lo pulo (sta per pulisco), a no io non vieno (per dire non vengo), a non capiscio (in luogo di non capisco), a lo tieno (per dire lo tengo) o lo toglio (per dire lo tolgo).

La lingua italiana è proprio dispettosa in materia di coniugazione dei verbi nei casi corretti di tempo e di persona.

Sentirla pronunciare la formula magica mi fa sorridere, anche se la adatta al caso suo sacrificando la rima.

Si aggira per la stanza ripetendo

Sattattonio della babba bianca

Fammi trovare… la macchina!

Sattattonio della babba bianca

Fammi trovare… la macchina!

Ma poi dopo un po’ mi arriva delusa tra le braccia, rassegnandosi che

NON È SALTELLATA FUORI!

La voce dell’innocenza

È iniziato l’autunno ma le giornate sono ancora lunghe: mi godo questi ultimi giorni di transizione verso la stagione invernale, godo della luce che a breve lascerà spazio alla tenebra, godo del lieve tepore che ancora il sole ci regala.

Sabato pomeriggio ho voluto spremerlo fino in fondo questo spicchio di mezza stagione, mi sono trattenuta ad oltranza a passeggiare con le mie bimbe, sorbendo il gelato, odorando quel lieve profumo dell’osmanto odoroso che arriva randagio dai giardini, osservando le diverse fogge con cui si veste la gente: il piumino coi sandali, la mezza manica con l’anfibio, tutto è lecito.

E poi i colori, nitidi e precisi, non più scontornati dall’afa; ancora gli abiti estivi con le loro tinte pastello che si mescolano col nero marrone del guardaroba invernale.

Una luce ottimale che risalta la realtà come il filtro Ludwig.

In questo poutpourrì di cittadinanza mi piace stare ferma e lasciare passare la gente, osservarla, ascoltarla.

La chiesa di San Gaetano si affaccia in maniera anonima sul corso Palladio, via principale di Vicenza, completamente pedonale: nessun sagrato, nessuno slargo, solo una scalinata di accesso di quattro bassi gradini che costeggia la via per una ventina buona di metri.

Wikipedia dice che

La facciata è arretrata rispetto al piano stradale, inserendosi armoniosamente tra i palazzi vicini ai quali è collegata da due brevi ali avanzanti.

In pratica si forma una nicchia che Viola e Sofia ritengono ideale per fermarsi a giocare: salgono assieme e poi si danno il via per scendere i gradini a salti, uno alla volta; non fanno schiamazzi, o comunque non superano il livello sonoro ambientale.

Loro giocano e io le osservo, armeggiando con lo smartphone per scattare un’istantanea a quell’attimo di armonia ed intesa.

Arriva una suora, col velo bianco e l’abito grigio; la sua espressione è lievemente piccata, non so se per la fatica a salire i gradini o per il disappunto verso i bambini che giocano.

È comunque quanto di più distante da uno sguardo materno ed amorevole, le manca solo il ringhio.

Aggrappata al corrimano risale il dislivello e spinge con poca decisione una delle porte di ingresso.

Viola la osserva: ha smesso di saltare mentre la suora faceva i gradini e adesso mi guarda interrogativa.

Non è ‘con aria interrogativa‘ che mi guarda, scandisce proprio la domanda, precisa: “ma dove va?”.

Io e Sofia, che è al mio fianco alla base della scalinata, ridacchiamo sommesse, sperando che la Sorella, quella con la S maiuscola intendo, non abbia sentito Viola, sorella con la s minuscola.

La suora spinge nuovamente le porte che rimangono ferme.

Viola rincara chiedendomi “Ma dove va? Non vede che è chiuso?”

La suora profonde un pochino più di energia e finalmente le porte si aprono, inghiottendo la sua figura grottesca.

Viola dà le spalle alle porte e non si è resa conto che ormai la suora è entrata, quindi continua la sua indagine: “Non lo vede che è chiuso il museo?”

Ce l’abbiamo fatta!

Sono un esemplare atipico, per molti aspetti della mia vita. Me lo sento dire piuttosto spesso: “eh, ma tu non fai testo”.

Probabilmente risiedo oltre il 3 sigma, quel frammento di gaussiana che ai fini rappresentativi va scartato dal campione.

Nel ruolo di madre ad esempio non mi rifletto in nessuna delle colleghe-mamme.

Non sto qui a precisare cosa osservo di incongruo, anche perché non ho ancora capito cosa sia giusto o sbagliato, nè forse esiste una divisione.

Il rapporto madre / figlio non è un cliché a cui rispondere, ma una relazione tra due esseri umani legati da un vincolo molto molto speciale.

Anche essere sorelle, o fratelli, è una relazione speciale, ma non mi sono mai imbattuta in gruppi fb in cui la gente chiedesse pareri su questioni improbabili.

Non ho mai letto libri che spieghino come essere una brava sorella, nè sentito organizzare convegni a tema.

Ogni caso è a sè, e così tra genitori e figli.

Quanto la faccio lunga… torno al dunque.

Le mie figlie hanno iniziato a frequentare l’asilo nido molto presto, a pochissimi mesi di vita, e io sono rientrata al lavoro.

Lavoro sicuramente per necessità ma anche perché ritengo che sia un modo per tenere la mente attiva e rimanere dentro il giro della normalità adulta: isolarsi con un bambino per alcuni può essere meraviglioso, a me spaventa un po’.

Fatico ad immaginare una giornata, anzi una sequenza di giornate, ad esclusivo tu-per-tu con un piccolo; e non oso pensare al poi, quando i figli crescono e ci si trova a reinserirsi nella quotidianità, un autobus in corsa dal quale preferisco non scendere.

Pure per il bambino non è il top ritrovarsi 24/7 con la stessa figura di riferimento, specie se quella figura sono io.

Ho anche ripreso tutte le mie attività (gli allenamenti, una pizza con le amiche ogni tanto…) in tempi molto rapidi.

Non è un vanto e nemmeno motivo di vergogna, è quanto è accaduto.

Tutto questo preambolo per dire che adesso che Viola ha iniziato la scuola materna non ci siamo arrivate da un rapporto simbiotico ed esclusivo durato tre anni, ma eravamo già abituate al distacco giornaliero, anche prolungato.

Nonostante ciò il passaggio c’è stato: un nuovo ambiente, con bambini diversi, insegnanti sconosciute, routine da assimilare.

La mia pregressa esperienza in tema di inserimento è stata pessima: Sofia ha iniziato la frequenza a gennaio, è stata catapultata in un gruppo ormai formato dal precedente settembre, la accompagnava una mamma destabilizzata da un tornado di eventi.

Sofia non ha pianto i primi due o tre giorni, ma poi il momento del saluto è stata un’agonia per tutti i tre anni, con tragediette in due atti tutte le mattine.

Con Viola siamo partite bene: abituata ad andare al nido accompagnata dal papà, alla materna ce la porto io.

Ho tempi leggermente più larghi al mattino e questo le consente di prepararsi con comodo; il che significa che mi fa impazzire con i vestiti che non vuole mettere senza che io perda la calma.

Ha tutto un suo rituale da seguire, che parte con il saluto dalla finestra a Sofia, prosegue con la spremitura di abbondante dentifricio sullo spazzolino e dintorni per poi passare a sfilarsi il pigiama ed alternare gli indumenti a super-mega-coccole con rincorsa da metà sala: pronti via, la maglia e poi una super-mega-coccola; pronti via i pantaloni e poi una super-mega-coccola; pronti via i calzini e poi una super-mega-coccola. Una coreografia che si ripete ogni mattina, e guai a contrariarla: gli antiscivolo con le scarpe non vanno? No, ma proviamo lo stesso. No, non vanno, si arrende ogni volta.

A volte avanza anche un po’ di tempo per mezzo cartone animato o un piccolo ballo sulle note di ‘andiamo a comandare’.

Da parte mia ho anche imparato qualcosa eh…! Tipo che se lei vuole l’elastico per capelli viola, in realtà le va bene anche quello azzurro, basta che sia lei a sceglierlo.

Le specifiche dettate dai treenni non corrispondono necessariamente a ciò che significano in realtà: sono solo dei piccoli tiranni che si inventano qualche capriccio;

basta far credere loro di assecondarli, ecco il trucco.

I primi due tre giorni il distacco è stato duro: con tutta quella confusione di genitori presenti non vedeva ragione valida per cui proprio io dovessi andarmene.

Poi un po’ alla volta le presenze adulte si sono rarefatte e abbiamo consolidato una nostra routine.

Una volta giunta sulla soglia della scuola materna lei vuole salire in braccio, anche se ha camminato per tutto il tragitto e siamo ormai arrivate. Riponiamo il giacchino nell’armadietto e andiamo a cercare la sua maestra.

Il passaggio avviene da braccio a braccio ed è anticipato dalla deposizione del ciuccio e da due baci che lei dice di volermi dare, in realtà glieli do io.

Poi si lancia tra le braccia della maestra; lo fa come un vero e proprio tuffo: prende fiato, chiude gli occhi, trattiene un po’ il respiro, e mi fa ciao con la manina.

Il suo gesto dà l’idea di voler minimizzare l’urto, l’impatto con la giornata, nella quale immergersi.

Io evito di indugiare, mi volto e me ne vado.

In realtà anche io trattengo il respiro e mi tuffo oltre il salone, sforzandomi di non guardarmi alle spalle. Percorro il corridoio quasi in apnea fino al portone di uscita, salutando i volti che incrocio e ricacciando giù un po’ di magone; risalgo in auto riponendo l’ennesimo oggetto di transizione che ha voluto a tutti i costi portarsi dentro per poi cedere e riconsegnarmelo all’atto del saluto. Un poco mi si stringe il cuore al momento del distacco.

Butto tutto sul sedile posteriore: pupazzi, giochini, succhietti; poi se li ritroverà la sera quando torno a prenderla, che mi corre incontro esultante a braccia aperte, e il mio cuore torna ad allargarsi.

Raccomandazioni 

“Stai attenta Cappuccetto Rosso: non attraversare il bosco, e non fermarti a parlare con nessuno”.

Tempo fa frequentavo un gruppo fb di Mamme, quelle con la M maiuscola, che sanno sempre cosa è giusto e cosa no.

Più che frequentavo dovrei dire leggevo, perché mi trovavo sempre molto impreparata, inadeguata, indietro.
Leggevo i loro dubbi e i consigli che prontamente arrivavano dalle altre: sapevano esattamente a che ora sia giusto coricare i pargoli e cosa preparare loro per cena; sapevano quanta TV concedere, se permettere l’uso del tablet e degli smartphone.

Un giorno una ha scritto che le sue figlie dovevano fare una ricerca scolastica e lei ha imposto che non adoperassero Google ma la cara vecchia enciclopedia.
Io sono rimasta attonita: fare le ricerche in Google è uno dei passi più importanti che un percorso formativo possa prevedere.

Individuare le parole chiave da utilizzare, selezionare i siti attendibili, assegnare una corretta importanza alla mole di informazioni reperite.
È inutile voler imporre una metodologia assolutamente obsoleta, che fosse i Quindici, Conoscere o la Treccani: la fonte cartacea non può competere in alcun modo con lo scibile elettronico.

Ritengo che da parte della mia generazione ci sia il timore di non saper gestire ciò che riguarda la rete globale, che ci sia molta ignoranza nei confronti di internet e per questo si scelga di ‘vietarlo finché possibile’.
Ritengo anche che, sia pur comprensibile, questo atteggiamento sia limitativo.
Dovremmo insegnare alla generazione successiva alla nostra, ma forse dovremmo prima impararlo noi, ad utilizzare gli strumenti nella corretta maniera; vietare, chiudere, proibire non è la soluzione.
La soluzione è discernere, separare il buono dal nocivo, come quando si sbuccia un frutto: forse diciamo ai nostri figli di non mangiare le banane, o gli insegniamo a sbucciarle? Le noci, se sgusciate, sono ottime; certo il guscio non va rotto con i denti. Le patate? Crude fanno schifo, ma perché non mangiarle cotte?
Arrivo al dunque: il filone social della rete.

Il problema è che non esiste un criterio oggettivo per riconoscere le persone che si celano dietro le tastiere. Bisogna affinare una certa sensibilità e imparare a distinguere ciò che è artefatto da ciò che è sincero.
Non posso essere io a fornire un principio di valutazione, mi spiace.

Voglio solo sottolineare che, attraverso i forum tematici agli albori e successivamente tramite i vari social network e i blog ho instaurato delle relazioni che mi hanno riservato meravigliose sorprese.
A coloro che criticano qualcuno perchè ‘sta sempre col cellulare in mano’ mi viene da obiettare

1. ma cosa ne sai di cosa sta scrivendo / leggendo?

2. forse era più nobile vedere lavorare all’uncinetto? o sgranare il rosario? o calare il fante al bar? o girare il cubo di Rubik?

La rete ti consente di accorciare le distanze, che fisicamente sono importanti, e allacciare legami con coloro con i quali hai argomenti in comune.

E’ un’arma potente e, in quanto tale, certamente pericolosa; dobbiamo imparare ad usarla, non credo che la soluzione di riporre tutto in un cassetto e accontentarsi di quelle poche persone che fanno parte della realtà quotidiana sia la scelta più opportuna.

A Cappuccetto Rosso bisogna spiegare che, attraversando il bosco, può incontrare il lupo; e dobbiamo insegnare una strategia per individuare le uscite di emergenza.

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Ringrazio Claudia del blog DiSerieZero per la fotografia e per la conferma che il bosco è popolato di graziosissime creature, non necessariamente di lupi.