AMBARABACICCICOCCO *

Stanotte non riuscivo a dormire, cercavo un pensiero che mi rilassasse, che mi distogliesse dagli altri pensieri, e mi è venuta in mente la famosa filastrocca.
Ho iniziato ad analizzarla pezzo per pezzo: tre civette sullo stesso comò? Ma ci stanno fisicamente? 

E facevano l’amore con la figlia del dottore: ora qua si aprono numerosi scenari interpretativi, e altrettante domande. A turno? O insieme? E gli animalisti non insorgono?

Il dottore si ammalò: perché? Per il dolore di vedere la figlia allo sbando? O per contrapporre la professione medica alla malattia?

Tutti interrogativi che non hanno trovato risposta in alcune analisi che poi ho letto al volo stamattina googlando (evidentemente non sono l’unica che soffre di insonnia…).

Ma soprattutto non ho trovato riscontro della versione che mi riporta Sofia della filastrocca:

“…tre civette sul comó che facevano TERRORE alla figlia del dottore, il dottore si ARRABBIÓ…”

Questa versione in cui il padre reagisce attivamente al sopruso mi pare meglio (sempre googlando ho scoperto che la civetta è carnivora).

Ma la cosa più divertente che ho trovato in rete è la locuzione latina da cui deriva l’incipit:

HANC PARA AB HAC QUIDQUID QUODQUOD

che, trattandosi di una conta, si può tradurre in

“ripara questa (mano) da quest’altra (che fa la conta)…”

Una versione primordiale del Gioca Jouer o della Macarena, insomma.

Terminologia incisiva

Non credo nell’efficacia dei turpiloqui alternativi. Non mi sottraggo all’uso di espressioni forti, quando ci vogliono.

Un ‘porca paletta’ non ha la stessa forza di un ‘porca puttana‘, vuoi perchè gli manca la U, vuoi perchè la doppia T arriva troppo tardi.

Ancora meglio Puttana Troia, che rafforza la doppia T con un tripudio di consonanti, il TR, per poi ammorbidirsi nel dittongo finale IA.

Anche le Z, insieme con delle C o G belle gutturali, aiutano ad esprimere sdegno: Grazie al cazzo, brutta zoccola.

ChePPalle o anche ChecCoglioni, col ‘GL’ messo lì a oliare l’espressione.

Merda merda merda, reiterato: R e D producono clangore, emettono vibrazioni.

Un par di balle: ad assumersi le responsabilità sono la B e la R.

E il vaffanculo? Più F ci si mette e più è liberatorio, e poi si allunga sulla U a piacimento.

Oppure fottiti, bello secco, conciso, immediato.
Però con le bimbe cerco di evitare tutte queste espressioni, mi sembrerebbe di usare loro ‘violenza verbale’, e se mi capita di ascoltarle in loro presenza sospiro ‘Educational channel’.

Al massimo Porca Pupazza, che ha la doppia Z, e mi scarica un po’.
L’altra sera Viola era senza pannolino, siamo ancora in fase sperimentale. Le ho chiesto mille volte se voleva che la accompagnassi in bagno e niente.

Fino a che si è messa a gambe larghe e ha sgocciolato la sua pipì sul pavimento.

“Viola…PERDINDIRINDINA” ho esclamato a gran voce.

A dimostrazione che una simile espressione non incute alcun timore lei è scoppiata a ridere, che se non se la era già fatta addosso se la faceva in quel momento, e ha iniziato a ripetere DIRIN-DIRIN-DINA come a voler imparare il vocabolo.

Sembrava cantasse il ritornello musicale di ‘Don’t let me be misunterstood’ dei Santa Esmeralda.

R.I.P. Tullio

La scorsa settimana è morto Tullio De Mauro.

Quello del trio Solenghi-Lopez-Marchesini? No, quello è Tullio Solenghi.

Quindi oltre al pupazzo orso bianco di Sofia esistono altri Tullio, è un nome più comune di quanto potessi immaginare.

Tale Tullio De Mauro era un linguista.
E qui la mia ignoranza si fa plateale: oltre a non sapere chi fosse, non so nemmeno di cosa si occupi un linguista.
Vado per ipotesi: è uno che teorizza sul linguaggio, sulle espressioni idiomatiche, sui modi di dire.
Allora anche io apporto i miei 2 cents alla scienza della linguistica: ecco a seguire le espressioni che mi irritano come lo stridere delle unghie sulla lavagna, espressioni che io eliminerei dalla lingua italiana.

  • Non è per …

Non è per cattiveria / non è per pigrizia / non è per mancanza di buona volontà… e così via.

Excusatio non petita, accusatio manifesta.

Se vai escludendo una causa in particolare, ahimè, temo che proprio quella sia LA causa; altrimenti se non è quella la ragione, devi dirmi dirmi anche tutti gli altri motivi per cui non è.

  • Intanto

Intanto lo appoggio qui / intanto facciamo così …

Niente è più definitivo di ciò che è provvisorio; ogni cosa ha un suo posto, e collocarla al primo tentativo nella sua sede non ha un costo diverso che metterla intanto in un altro posto; e, per esperienza, intanto è un avverbio di lunga, lunghissima durata.

  • Di corsa

Come risposta alla domanda ‘come va?’ fa cadere le braccia, per dire un eufemismo.

Se ti chiedo come va mi aspetto di sentirmi rispondere BENE, o male se c’è confidenza; poi si possono aggiungere dettagli sulle ultime attività svolte, se lo si desidera.

Ma ‘sempre di corsa’ non mi interessa, sempre eufemisticamente parlando.

Tra l’altro mi capita spesso di osservare queste persone che dichiarano di correre tanto, ferme in capannello a conversare.

Forse si scambiano consigli tra runners, mah.

  • Non ho avuto tempo

Tempo, comunque vadano le cose lui passa.

Questa è la menzogna più infida che io conosca: ognuno di noi ha giorni di 24 ore, settimane di 7 giorni, mesi di 30 o 31 giorni, fatto salvo per febbraio.

Quindi non si tratta di non avere tempo, ma di impiegarlo diversamente.

La giustificazione non ho avuto tempo copre la più fastidiosa, ma onesta, ho fatto dell’altro: viene adoperata quando si vuole glissare sul giudizio di priorità dell’altro da fare.

  • Se fossi io al posto tuo / suo

Avete mai fatto caso in fase di decollo di un aereo che la hostess vi spiega dove sono le uscite di sicurezza, gesticolando e sorridendo, indicando il sentiero luminoso e simulando l’utilizzo della mascherina di ossigeno? secondo voi, nel momento della necessità, vi ricordate esattamente dove tirare il cordino per gonfiare il giubbetto salvagente o dove sono i tubicini per insufflare?

Non siamo mai al posto di un altro, perchè il freddo, la fame, la rabbia, la sete, la stanchezza, la fatica che prova un altro in certi frangenti non sono ipotizzabili e includibili a secco nel nostro quadro mentale.

  • Ti chiamo domani / sarà per un’altra volta / ci sentiamo per un caffè / dai che ci organizziamo…

Il problema di queste locuzioni è che io ci credo! se uno mi dice ‘ti chiamo domani’ e poi non lo fa, io mi preoccupo. Se non hai intenzione di chiamarmi non dirmi niente che va bene lo stesso!

Eureka!

Ho trovato!
Finalmente ho dato un nome a dubbi che da tempo mi ponevo: se uno è ospite, significa che ospita una persona o che viene ospitato? Entrambe le cose. È un enantiosemia.

Enantiosemia è il nome della figura retorica in cui una stessa parola assume un significato e anche il suo esatto contrario.

A me è sempre sembrata un ambiguità, e anche una carenza della lingua italiana.

È ben diverso rivestire l’uno o l’altro ruolo: da un lato sei caricato di un lavoro aggiuntivo, dall’altro ne sei sollevato. Eppure per entrambi è un momento di condivisione, e questo forse è il senso dell’unicità del termine.

E cacciare? Cosa significa? Significa mandare via o anche cercare di catturare. Un unico verbo per due azioni dal significato antitetico.

A ben guardare l’azione è la medesima e si esplica correndo dietro a qualcuno che fugge; se corri più veloce lo prendi, altrimenti ti scappa: si tratta cioè di modulare la velocità a seconda del risultato che ti prefiggi.

Un po’ più difficile capire invece come i giorni feriali siano quelli lavorativi, da lunedì a venerdì, ma anche i giorni di ferie: forse perché quando uno si prende le ferie se le prende nei giorni in cui dovrebbe lavorare, ha un suo senso.

Queste riflessioni mi hanno portato alla mente una locuzione che dalle mie parti si usa molto spesso, e che suona più o meno così: dai va là… vieni qua! Vieni dentro che ti scaldi fuori.
In questo caso non è un singolo termine che ha due significati ma sono parole di senso opposto usate con lo stesso significato, una enantiosemia a frase potrebbe definirla la settimana enigmistica: una snocciolatura di controsensi che mettono in evidenza le bizzarrie della lingua italiana.

La punteggiatura

Negli Stati Uniti esiste una giornata (il 28 settembre) interamente dedicata ad essa, umile programma di seconda elementare: la punteggiatura.
Purtroppo la diffusione dei messaggi di testo brevi (SMS, WA e tutte le forme di comunicazione che vorrebbero essere immediate) hanno sacrificato i segni di interpunzione fino a farli scomparire dal testo.
A volte però la presunta immediatezza apre il varco a clamorosi malintesi, e se per un punto Martin perse la capa, io spesso ci perdo la testa ad interpretare il significato di una sequenza di parole che mi ricorda molto il flusso di coscienza che chiude l’Ulisse di Joyce.

Per fortuna almeno gli spazi tra le parole hanno conservato una loro dignità, salvo difetti della tastiera.
Di recente mi è capitato di leggere vari appelli alla conservazione di questa casta in via di estinzione, così aggiungo al coro la mia voce.
– La signorina virgola: te la trovi lì a volte, che ti vien da chiederle “ti sei persa bella bambina? dov’è la tua mamma? vuoi che proviamo a chiamarla col megafono?”
I segni devono osservare un loro galateo: dopo l’ultima lettera della parola si accosta il segno di interpunzione, si lascia uno spazio bianco poi si inizia una nuova parola.
Invece ogni tanto delle virgole raminghe si incontrano qua e là, che sembrano i pezzetti di pane lasciati da Hansel e Gretel per ritrovare casa, e alcuni se li sono già mangiati gli uccellini.
– Il signor punto e virgola: più forte della virgola, per sua natura adatta a separare gli elementi in un elenco o ad introdurre elementi supplementari nel periodo principale; il punto e virgola permette di lasciare nello stesso paragrafo frasi distinte che mantengono elementi di significato in comune.
– La signora due punti: precede un elenco, o una spiegazione di quanto si è affermato, o introduce un dialogo.
– Il commendator punto fermo: approfittiamone, i punti sono gratis! Quando il periodo inizia a farsi lungo diventa più leggibile se viene spezzato in due parti; e, per distinguerli, un bel punto fermo.

Un po’ come la domenica che separa una settimana lavorativa dalla successiva.
– Sua altezza punto e a capo: fratello maggiore del punto fermo, stesso prezzo.

Quando i periodi sono già distinti alla nascita, meglio andare a capo e mantenere le distanze.
– Quei ragazzetti dei puntini di sospensione: sono tre, o comunque in numero dispari come le rose nel mazzo. Attenzione a non abusarne perchè rivelano… che non si sa cosa dire!

Esprimono dubbio… incertezza… perplessità… reticenza… esitazione… confusione…

Insomma fanno un gran casino che chi legge non ci capisce più niente.
– Il marchese punto di domanda: esprime interrogazione e attende, se possibile, una risposta.
– Il granduca punto esclamativo: esprime un concetto forte! stupore! sorpresa! meraviglia!
A volte i due viaggiano in coppia, alternandosi.
– Le (amiche del cuore) parentesi: ospitano considerazioni a latere, un po’ come una voce fuori campo che dice la sua. Una parentesi aperta ne vuole una chiusa poco più avanti: io con l’occhio la cerco subito per capire quanto estesa è la divagazione, e a volte torno a leggerla in un secondo momento.
– Le gemelle virgolette: riportano dialoghi; o un titolo; o un modo di dire; o una locuzione particolare, traslata nel suo senso o scritta in maniera scientemente errata (a volte ci viene in soccorso anche il carattere corsivo, all’uopo).

Usate da sole per riportare quanto sopra solo nei documenti tecnici, per pietà.
Una menzione d’onore spetta alla riga bianca che separa i paragrafi. Non è un segno di interpunzione in senso stretto ma offre ampio respiro alla lettura. Anch’esso gratuito, minimo sforzo e massimo risultato.

La punteggiatura distingue un discorso piatto da un’orazione: è un insieme di suggerimenti diabolici per enfatizzare la lettura e rendere giustizia alla scrittura sottostante.

Come un disegno può essere in bianco e nero o a colori, così un pezzo scritto può ricevere struttura ed armonia dall’uso sapiente di virgole e rimandi a capo.

Fai da te

Sebbene io collezioni figure da cioccolatino, amo le figure retoriche: dietro nomi altisonanti, spesso di derivazione greca, si nascondono delle magie, dei veri e propri giochi verbali con cui io mi diverto molto.

La paronomasia, detta anche bisticcio di parole, è l’accostamento di parole simili nel suono ma con significato diverso.

Esempi classici riportati da tutti i siti, Wikipedia, Treccani e via dicendo sono:

– chi dice donna dice danno;

– il troppo stroppia (ma non era storpia?);

traduttore traditore (deve essere l’avvento del T9, io non lo avevo mai sentito).

Mi son chiesta: e nella musica? le canzoni ne pullulano certamente; mi son messa a riflettere e ascoltare tutto ciò che passava alla radio. 

Ho avuto meno fortuna di quel che credevo:

– accoccolati ad ascoltare il mare: in posizione di raccoglimento si ascolta meglio; 

– le seeeereeee neeereee: ma potevano essere anche le peeeereeee;

– abbi dubbi: in effetti non sono sicura di aver visto giusto;

Poi mi è venuto in mente Daniele Silvestri, le cui canzoni sono ricche di paronomasie, ne ha fatto un modus cantandi:

– quali ali di colibrì libri nell’aria;

– conto quanto Kunta Kinte e in quanto a Kunta Kinte canto;

Mi pareva quasi di rubare le caramelle a un bambino, e anche mi ha fatto ripensare a Matteo Marzotto:

– conta chi canta e se anche un conte vuol cantare / il testo è un pretesto.

E lì mi sono arenata o forse inabissata.

Ho pensato: faccio il contrario! Penso io a una paronomia, vedrai che da una o dall’altra parte trova il suo uso.

Chi fà da sè fa per tre e questo è quanto la mia fantasia distorta ha prodotto:

– Infilando il maglione ho provato un magone;

– Giunta al tuo cospetto nutro il sospetto;

– Che davanti allo specchio sia tutta spocchia;

– Durante un ascolto sciolto;

– Provare un banale desiderio di banane;

– Lavo l’uva;

– Star soli al sole;

– Far l’amore tra le more;

– Mangiare aglio per sbaglio;

Ma in quale ordine?

– È l’essenza della sequenza!

 

Parole parole parole

Le parole da sole non significano niente; già fanno fatica dentro un contesto, una frase; isolatamente sono solamente dei segnaposti.

Ci vuole un artista, uno che le sappia mettere insieme, che le sappia abbinare ad aggettivi e verbi che galoppino in sincronia, fino a trasmettere il pensiero e le emozioni che proviamo, nella maniera esatta in cui lo percepiamo noi.

Si ok, esistono le regole della grammatica e della logica del periodo, ma non sempre si tratta di dire che ‘il libro è sulla tavola – the book is on the table’; più spesso si tratta di comunicare, che è un livello di difficoltà superiore.

E per quanto bravo sia chi trasmette, oratore (vis-a-vis o telefonico) o scrittore (su biglietti, su manifesti, su libri e giornali, per posta o su un social network), l’artista rimane assolutamente inutile se di fronte a lui non trova un recettore, uno che ascolta o legge quello che l’artista esprime.

Inoltre (sempre più in alto come la grappa di Mike Bongiorno), artista e recettore devono scambiarsi continuamente di ruolo, diventare ora l’uno ora l’altro.

Ma non in maniera asettica, non basta scambiarsi di posto: quello che da recettore diventa parte attiva lo deve fare sulla base dell’elaborazione di quanto ha appena recepito.

Le parole non arrivano a definire uno spettro abbastanza ampio di situazioni, e più esseri umani devono combinarle ad arte e, nel breve periodo, riceverle di ritorno, comprenderle nel significato pertinente, e reagire. 

Una concitata partita di ping pong.

Tutto ciò richiede abilità simili ad un giocoliere che usa le palle come parole e nel contempo deve fare il contorsionista.

Torno a sostenere che la comunicazione dispone di mezzi limitati, e talora ho la sensazione che per porre una domanda ‘correttamente’ l’unico sistema è quello di conoscerne in anticipo la risposta esatta.

Comunicare: che fatica!

Il problema della comunicazione è la mancanza di mezzi; che detta così suona come che il problema di Berlusconi è la mancanza di denaro.

Invece no, è diverso.

La comunicazione si basa prevalentemente sulle parole (prevalentemente ho detto, pre.va.len.te.men.te): però le parole difettano, non nel senso che sono poche, ma nel senso che da sole non ce la fanno (indipendentemente dall’idioma, che non diamo subito la colpa all’italiano).

Mi spiego meglio con un esempio pratico: un software è generalmente dotato di una o più funzioni; se questa non fa il suo lavoro, si dice che non funziona.

Ora, che una funzione non funzioni lascia un po’ spiazzati: dovrebbe avere il buon gusto di cambiare nome, che ne so, potrebbe chiamarsi ‘nonfunzione’ o ‘attendochemiriparino’.

Invece continua a chiamarsi funzione, di diritto, e nessuno osa destituirla.

Altro esempio: se io dico ‘lasciamo’ riferito a una qualunque cosa che faccia da complemento oggetto, posso intendere due cose dal significato diametralmente opposto:

1. posso intendere che lo lasciamo così com’è, senza toccarlo, immutato, quindi quel qualcosa continua ad esserci, così come era prima, rimane al suo posto (che faccio? Lascio? Chiede De Sica che affetta troppo prosciutto).

2. posso intendere che lo abbandoniamo e quindi non ci abbiamo più a che fare.

Lascialo: lascialo nel senso di mantienilo o nel senso di abbandonalo? mica la stessa cosa.

Ambinomia, che in italiano non esiste nemmeno, eppure c’è, di fatto, ci sono parole che vogliono dire più cose (mentre ci siamo sempre trastullati coi sinonimi).