Hit parade

Ai miei tempi c’era il sussidiario.

Oddio, se inizio così mi sembro mia nonna.

Voglio dire però, e non so come altro farlo, che quando io frequentavo le scuole elementari, che ora si dicono primarie, arrivati alla terza classe, iniziava il programma di storia-scienze-geografia e ci si appoggiava al libro di testo chiamato sussidiario.

Adesso i libri di testo sono molteplici, e a guardarli dentro non intravvedo lo stesso rigore.

Ad esempio, vado a memoria, e posso ingannarmi, il programma di storia prevedeva lo studio a partire dalla preistoria fino ad arrivare agli antichi romani.

Discorro con Sofia di argomenti simili mentre rincasiamo, le chiedo come è andata a scuola e mi risponde che hanno fatto storia, la genesi.

Poi mi abbozza un mezzo discorso di creta e argilla e soffio divino.

Prese un poco di argilla rossa / Fece la carne, fece le ossa

Ci sputó sopra, ci fu un gran tuono / Ed è in quel modo che è nato l’uomo

Nella mia testa ha preso il sopravvento questa strofa, ho smesso di seguire il discorso di Sofia e inizio a cantare dall’inizio la Genesi di Guccini, che era una delle mie canzoni preferite quando ero bambina.

La ricordo tutta, perfettamente, tranne sulle strofe parlate, in cui qualche termine mi sfugge.

L’intonazione parte un po’ stentata

Per capire la nostra storia, bisogna farsi ad un tempo remoto

C’era un vecchio con la barba bianca, lui la sua barba ed il resto era vuoto

Stentata, ad essere onesti, è un eufemismo perché Sofia mi interrompe

“Buuuuuu…. mamma…. pomodori marci”

Cerco di migliorare la nota

Voi capirete che in tale frangente quel vecchio solo lassù si annoiava

Si aggiunga questo che inspiegabilmente nessuno aveva la tv inventata

Sofia ripete più forte “Buuuu… pomodori marci!!! Pomodori marci!!!!”

Resto interdetta, indecisa se proseguire a cantare o sospendere. Non mi sembra di essere così pessima.

Mentre rifletto provo a proseguire

Beh poco male pensó il vecchio un giorno, a questo affare ci penserò io

Sembra impossibil ma in roba del genere, modestia a parte ci so far da Dio

Forse come cantante non ho fortuna, ma come narratrice vado meglio perché ho suscitato l’interesse di Viola: appena sospendo la performance dal sedile dietro perviene una vocina:

“Ancora pomodoi macci mamma”.

Che non dà torto a sua sorella, ma più che la melodia poté la curiosità.

Risollevata la mia autostima riparto a cantare.

Dixit: ma poi toccó un filo scoperto, prese la scossa ci fu un gran boato

Come tv non valeva un bel niente, ma l’universo era stato creato

Quanto mi piaceva questa canzone!

Mi leggevo e rileggevo il testo dalla busta che conteneva il vinile.

Mi ritrovo col pensiero indietro di trent’anni e più, a quando nè YouTube nè Spotify.

L’ascolto era una vera e propria audizione, che a casa mia avveniva la sera, spesso in alternativa ai palinsesti televisivi.

Dalla discoteca, intesa letteralmente come raccolta di dischi, veniva scelto un elemento, veniva adagiato sulla piastra rotonda e si ascoltava, in ammirazione della puntina che solcava la traccia.

Mentre lo stereo riproduceva il brano io tenevo in mano la copertina e seguivo le parole.

La scelta del vinile poteva durare anche mezz’ora, durante la quale si passavano in rassegna i vari dischi, uno per uno.

Il disco andava ascoltato rigorosamente tutto, prima il lato A e poi il lato B: se ci si allontanava dalla stanza bisognava prestare attenzione alla fine del gruppo di canzoni sul lato in riproduzione, altrimenti si rovinava la puntina.

Ogni album, all’epoca, era un qualcosa di tangibile: aveva una copertina, la quale riportava un’immagine che diventava imprescindibile dal prodotto sonoro; aveva un numero di tracce ben definito ed ordinato; aveva i testi delle canzoni.

Ci tenevo a prendere parte alla scelta, poteva fare la differenza tra una serata bella e una noiosa.

La raccolta contava un numero limitato di dischi, forse quelli che adesso potrebbero stare tutto dentro una chiavetta USB.

Di ogni album io apprezzavo una canzone in particolare, al massimo due, il resto era un riempitivo, che per certi dischi ero disposta ad ascoltare, pur di sentire la mia.

Tra i miei brani preferiti, oltre a questo di Guccini, c’era Samarcanda di Vecchioni.

Avevo inteso che la nera signora era qualcosa di funesto, ma oh-oh-cavallo mi metteva tanta allegria addosso.

Un altro pezzo che per me era formidabile era Ma che bontà di Mina: sapevo che andava a finire in cacca, e ridevo fin dalla prima strofa.

La collezione non includeva nessun Celentano, nessun Ron, nessun Pooh, nessun Ricchi e Poveri.

C’erano invece De Andrè, di cui apprezzavo Bocca di Rosa, ma che qualche anno più avanti mi avrebbe ammaliato con Don Raffaè.

C’era Battiato, che in verità era su nastro, di cui mi piaceva Centro di gravità permanente.

C’erano i Matia Bazar, vincitori di Sanremo con Vacanze Romane, di cui preferivo Elettroshock. La copertina dell’album era grigia e sopra erano stilizzati una coppia di ballerini, a righe slittate.

C’era Edoardo Bennato con il suo Sono solo canzonette, a base di Peter Pan, che mi piaceva tutto o quasi.

C’era la Vanoni, con un disco che in copertina riportava la sagoma del suo viso contornata dai ricci, e riempita di una carta a effetto specchio.

Mi piaceva quel verso di Vai Valentina “lacrime calde su tre fette di saint-honoré”, che vedevo un po’ come uno spreco, dal punto di vista della mia golosità, ma tre fette sono ben tre fette!

C’erano anche dischi di musica straniera, ma niente Beatles.

Tra gli anglofoni ricordo in maniera indelebile The Wall, dei Pink Floyd, di cui più tardi avevamo acquistato anche il VHS del film.

L’album era doppio e la copertina era una serie di blocchetti, i mattoni del muro, da cui le lettere dei testi, scritti in un carattere simile al corsivo, lasciavano colare gocce di sangue.

Tra ascolto del disco e visione del film credo di poter affermare che quell’opera costituisce una pietra miliare nella mia formazione.

Poi c’era una raccolta di Janis Joplin, che mi dava energia col suo Piece of my heart, ma verso la quale nutrivo un po’ di perplessità, perché mi avevano raccontato che era morta per aver sbagliato a farsi una puntura.

Infine tra gli ultimi LP entrati a far parte della collezione, dato che poi i vinile sono caduti in disuso in favore dei nastri e dei cd, ricordo con piacere:

– i Talking Heads con il brano Blind

– Elton John con l’album Reg Strikes Back

– Terence Trent D’Arby con il pezzo Sign Your Name

(Questi ultimi due acquistati dietro mia iniziativa).

E ovviamente gli album di Madonna, mio idolo indiscusso, Like a Virgin e True Blue, che mi ero fatta regalare.

Alla luce di questo rivangamento del passato non so se faccio più fatica a spiegarmi:

  • come mai non esiste più il sussidiario;
  • perché Terence Trent D’Arby si è riciclato col nome di Sananda Maitreya;
  • come sia possibile che da cotanto background mi sia ridotta ad ascoltare insieme alle mie figlie Rovazzi e Fedez.

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Questo post può considerarsi, a suo modo, la risposta al tag i 10 album.

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Sono solo canzonette – Novembre ‘17

Stavo ancora pensando alla Lista delle cose che non ho che a destra e a manca ho sentito perculare questa locuzione, mentre a me evoca pensieri positivi e malinconici insieme.

Ormai è uscita dal loop, è passata l’estate e l’esercito del selfie è tornato sui banchi a scuola o dietro le scrivanie negli uffici.

È il presente, Novembre 2017, un periodo in cui sintetizzo le canzoni in pochi passaggi chiave: di ogni brano del momento mi resta appiccicata una parola, o una frase, o un dubbio, che me la richiamerà a distanza.

Bene, bene, bene… ma non benissimo!

Mi è rimasto dentro dall’estate come un tormentone, mi parte in automatico, ammettere il contrario (bene e basta) appare quasi sfasato, fuori ritmo, inverosimile.

Perché in effetti potrebbe sempre andare meglio.

Versace on the floor

Ai primi ascolti capivo versacci e mi immaginavo un sacco di similes disegnati sul pavimento; poi ho reinterpretato il termine Versace ma ad oggi non so se si intenda il profumo, un abito o Gianni in persona, disteso a terra agonizzante.

Fino all’imbrunire

Giuliano dei Negramaro sfrutta il lavoro minorile e quando il bambino attacca a cantare ‘Torneranno anche gli uccelli / Ci diranno come volare‘ mi riporta di botto a

‘La maestra ci faceva cantare / ma io non riuscivo perché non capivo le parole’.

Stavo pensando a te

Fabri Fibra mi disgusta con il suo passaggio in rima da secondo a senza condom. Anche se titola pensando a te, quindi a me che ascolto, conto che lui pensi ancora a Laura Chi.

Ti fa stare bene

Caparezza ha iniziato a collaborare con la pagina della dottoressa Grazia Arcazzo e ci allerta che

con le mani sporche fai le macchie nere

Scelgo ancora te

A me Giorgia spaventa un po’

Credevo che, sapevo che / Si cade in due e in due ci si rialza

Ma io sono perplessa: perché bisogna cadere in due? Tipo che cammini per strada e uno si inciampa e trascina giù anche l’altro? A me pare una donna pericolosa, non andate a passeggiare con Giorgia, men che meno a sciare!

Fenomenale

Gianna Nannini è un’altra donna pericolosa:

Voglio calpestarti il cuore / Vedere come va a finire

E come potrebbe andare a finire? Con un organo interno spiaccicato sul pavimento!

Che immagine truculenta! Chi pulisce poi?

Oh vita

L’unica parte intellegibile del brano di Jovanotti è

e se è una femmina si chiamerà

Futura

Ops… dove l’ho già sentito questo verso?

E lì parte lo stacchetto sul pezzo di Lucio Dalla: oltre alla citazione anche il riferimento!

Onestà intellettuale fino infondo; io questo nome avveneristico in realtà non l’ho mai sentito utilizzare, di Futura conosco solo un supermercato, ormai chiuso.

Offline

Paola Turci rinfaccia al destinatario del suo brano che

hai dimenticato il gioco del muretto

Io invece non l’ho mai conosciuto, qualche anima pia me lo spiega? Non è mai troppo tardi per imparare a giocare.

Pachidermi e Pappagalli

Gabbani canta

E Marilyn ed Elvis vivono alle Hawaii

Hanno aperto un bar che si chiama Star, fanno affari d’oro

Proprio una gran fantasia per i nomi dei locali, useranno il dado per fare i risotti o il ragù per condire la pasta?

V come Vulcano

La mia conterranea Francesca Michielin, salita sul carrozzone in corsa di Fedez, canta

c’è il bar dell’indiano profuma di te (o di the?)

e io me la raffiguro a Firenze, nei pressi del viadotto dell’indiano, vuoi che non ci sia un bar nei paraggi?

Katchi

Questa è in assoluto la mia preferita

She give me Katchi! All night long

E io continuo a canticchiarla

Doo wop a doo wop, shoopi doobi Doo wop

Retaggi

Saranno 20 anni che non tiro l’acqua in bagno, forse anche di più.

Non tiro l’acqua perché la catenella che aziona lo sciacquone non esiste più, generalmente spingo il pulsante: io l’acqua la spingo.

Eppure nessuno dice spingere l’acqua, ai bambini raccomandiamo sempre di tirare l’acqua, mai di spingerla.

Ci sono retaggi che derivano da abitudini ormai passate e sorpassate, ma che restano inossidabili nel linguaggio.

Ci si abitua a esprimere una locuzione in un modo e non ce la si scrolla più dal lessico.

Le assonanze sedimentano.

Una cosa analoga a quanto accadeva con certe canzoni: quando le registravi dalla radio inevitabilmente gli rimaneva appiccicato un po’ di parlato, l’intro o il disannuncio nella migliore delle ipotesi, spesso anche qualche commento a metà.

Andava che quella canzone la riascoltavi con una frase a corredo che non ci azzeccava per nulla, poteva essere la dedica o una strofa stonata del dj, ma diventava parte integrante della versione che conoscevi.

Forse non tutti capiscono esattamente di cosa sto parlando, i post-millenials si staranno sorprendendo di una pratica a loro sconosciuta.

Prima che nascessero iTunes e YouTube le canzoni non erano dei files distinti, ma delle melodie sfuggenti che si captavano alla radio o alla TV.

Succedeva che un’aria, un motivetto, usciva dalla radio e ti piaceva. Se volevi farlo tuo, possederlo e riascoltarlo a comando potevi seguire due strade: la prima era di andare al negozio di dischi e comprare il vinile; poiché Shazam o Soundhound ancora non esistevano per dichiarare la propria intenzione di acquisto molti si improvvisavano cantanti e intonavano il motivetto du-du-da-da-dà davanti al commesso che da quei suoni disarticolati doveva capire di che disco si trattava.

La seconda strada, un po’ più artigianale, era di sperare di beccare nuovamente la canzone alla radio e catturarla. Come? Con il registratore su supporto magnetico, che al tempo consisteva in un nastro che veniva svolto da una bobina e avvolto sull’altra, mentre un sensore leggeva le piste.

Io vivevo con un dito sul tasto REC in modo da azionare con un riflesso fulmineo alle prime note la registrazione.

Per il termine del brano il problema era minore, si registrava a oltranza poi si mandava indietro il nastro e si faceva partire da lì la registrazione successiva.

Però come dicevo le canzoni non venivano trasmesse ‘pure’, c’era sempre un po’ di parlato sopra.

La voce di Marco Galli da rete 105 per me è un tutt’uno con ‘I want it all’ dei Queen.

Oppure ‘Ain’t nobody’ di Chacka Khan si porta dietro ‘Aldo Fontana vi aspetta ogni venerdì e sabato sera al Macrillo’.

‘Round in circle’ l’avevo registrata da una trasmissione notturna da una discoteca e a metà canzone il dj salutava Zaetto e Kelly, ospiti fissi del locale, e Nardo, il barman.

A questa modalità di creazione delle compilation musicali devo la scoperta di ‘Kaileigh’ dei Marillion, registrato per sbaglio al termine di un nastro e mai più cancellato.

Per la legge di Murphy, secondo cui una cosa che può andar male lo farà, se per miracolo riuscivi a registrare dall’inizio e senza parlato, finiva il nastro. TOC il pulsante REC e il PLAY risalivano e il limite perentorio dei 30 o 45 minuti per lato non ammetteva eccezioni.

C’erano anche nastri di durata maggiore ma più il nastro era lungo e più era probabile che questo sgusciasse dalla sua sede: non ce ne si accorgeva subito, ma dopo un po’ si bloccava tutto e toccava estrarre con cautela il nastro dall’apparecchio e riavvolgerlo manualmente, con la penna bic infilata in una bobina e roteando la cassetta per aria cantando sommessamente ‘oh love please don’t let me be misunderstood’ dei Santa Esmeralda per farsela passare.

Le registrazioni migliori mi riuscivano dalla hit parade, che trasmettevano al sabato, o dal festival di Sanremo, tagliando pezzi di presentazione dell’inossidabile Pippo Baudo.

A volte una canzone che proprio mi piaceva tanto faceva la preziosa e non veniva mai passata in radio; allora mi facevo coraggio e telefonavo per richiederla espressamente all’emittente locale, Radio Vicenza International.

Prima di chiamare però dovevo documentarmi accuratamente su titolo e autore perché va bene prendere l’iniziativa e la cornetta in mano, ma mugolare il motivetto nella speranza che venisse riconosciuto era troppo anche per me.

(Ringrazio Quesitelocuento che col suo post mi ha acceso una lampadina)

La malizia è nelle orecchie di chi ascolta

Una sera del mese scorso ero a casa di amici; Sofia giocava con due coetanee e si erano inventate una coreografia sulla base di

Come il crimine senza regole

Come le ragazze con il grilletto facile

Entriamo senza pagare

Come i calciatori di serie A

Confesso che un po' strideva cantato da loro, bambine di 7-8 anni, e il doppio senso è schizzato a galla come una bollicina di aria.

Però no dai, che senso avrebbe? Se il paragone è col crimine, il grilletto è quello della pistola, altrimenti non si spiega.
(A onore del vero nei locali si paga all'uscita, non all'ingresso, e anche questo non si spiega).

Poi qualche giorno fa ho letto un post in cui una mamma racconta che sua figlia al centro estivo ha avuto la soffiata da un amichetto che il grilletto non è quello della pistola.

Tra i commenti qualcuno considera
che aveva avuto più difficoltà a spiegare ai propri figli un altro verso, di un brano dello scorso anno

E ancora un'altra estate arriverà

E compreremo un altro esame all'università

(Per questa stessa canzone ho già raccontato di come ho spiegato a Sofia che io non lanciavo reggiseni ai concerti).

Anche a Sofia un'amica ha detto che Rovazzi non è un gran cognome ma… mamma te lo dico in un orecchio… è un gran coglione, me lo ha detto la mia amica al centro estivo.
Questi centri estivi sono veramente una manna per l'esegesi dei testi della musica leggera, devo considerare di frequentarli anche io!

Ai miei tempi sempre al centro estivo avevo sentito un bambino cantare "sono solo canzonette" ma invece di chiedere 'non mettetemi alle strette' questo invocava 'non toccatemi le tette'.

I bambini hanno i radar per individuare i doppi sensi o le parolacce nei testi: Viola canta a squarciagola il pezzo di 'Andiamo a comandare' in cui J-Ax chiede a Rovazzi 'Che cazzo fai?'.

Sempre Viola, nemmeno tre anni, età in cui alcuni bambini ancora non parlano, nell'incipit di Molto interessante dove Fabio De Luigi raccomanda 'No parolacce' lei ripete il monito con aria furbetta, prima di considerare 'si ma… hai rotto le balle'.

Invece di Levante che canta 'Sei un pezzo di me…' non se ne curano proprio, non colgono la possibilità di prolungare il verso, e poi essere un pezzo di qualcun altro è un bellissimo complimento, cosa può nascondersi dietro? A me piace un sacco, a loro non interessa.

Il testo di una canzone è una zona franca: non sto commettendo turpiloquio, sto riportandone fedelmente i versi. Vaffanculo di Masini docet.

Dal canto mio preferisco i testi espliciti, che i doppi sensi spesso mi lasciano dei grandi interrogativi.

Ricordo che da piccola qualche volta li intravedevo dove proprio non c'erano, tipo Fiordaliso che alle mie orecchie voleva depilarsi (e non defilarsi) per i fatti suoi.
Oppure non li riuscivo a cogliere per niente, che ancora oggi non mi è chiaro quale pensiero stupendo avesse Patti Pravo.
E il kobra cosa sarà mai se non un serpente?

Tornando al recente, l'illuminazione che gli usurai dei cervelli deboli cantati da Biagio fossero gli psicanalisti mi ha inorgoglito un bel po', e compensato di tante incomprensioni passate.

Però certi paragoni mi suonano veramente misteriosi:

E non cerchiamo un simbolo

A volte per l'amore, a volte un sigaro

È soltanto un sigaro

(Nek – Freud)

Bene… E le altre volte, cos'è?

Oppure

Beviamoci su che qualcosa qui non funziona

Siamo come i tori a Pamplona, Pa-Pamplona

Cioè? Come sono i tori a Pamplona?

Silent party 

Agorafobia è la paura degli spazi aperti, della piazza, agorà.

Io allora ho il problema opposto, agorafilia, cioè mi sento appagata, gratificata di fronte ad uno spazio aperto esteso: mi piace la piazza. 

Agoramania direi piuttosto: appena mi è possibile ne approfitto per andare nella piazza più grande della mia città, la piazza dei Signori.

Uno dei lati lunghi è interamente costeggiato dalla basilica palladiana, mentre lungo uno dei lati corti si ergono due colonne: una volta ho sentito una guida turistica spiegare che un tempo venivano utilizzate per le pubbliche esecuzioni, ma non ho trovato nessun riscontro quindi prendetela col beneficio del dubbio.

Alla base delle colonne ci sono degli scalini, sui quali spesso la gente si siede a mangiare il gelato, leggere il giornale, conversare, mentre i bambini si arrampicano e saltano giù.

Non ci sono attività particolari da svolgere ma a me anche solo rimanere lì a contemplare dà un senso di libertà. 

Devo aver trasmesso questa passione alle mie figlie che scorrazzano avanti e indietro fino a stancarsi e sfinire me.

La scorsa settimana a lato della piazza si ergeva un tendone a fianco di un palco sopraelevato.

Il tendone era stato allestito per noleggiare le cuffie audio entro cui un dj dal palco trasmetteva una sequenza di brani.

Ho scoperto così il silent party, ovvero: dietro pagamento ti prestano un paio di cuffie entro cui viene diffusa una musica; fuori tutto silenzio, dentro le tue orecchie musica.

L’intento immagino è quello di creare l’ambiente di una discoteca senza scassare i timpani al resto del mondo.

E a me, che andare in discoteca mi piace parecchio, dovrebbe sembrare una figata.

Invece come dicevano i Trettrè… ammè me para ‘na strunzata!

Primo perché se devo ascoltare musica in cuffia non vedo il senso di pagare 6€: me la porto da casa, quella che piace a me.

Alla base delle colonne di cui parlavo poco fa ad esempio c’era una ragazza di origine nordafricana che indossava auricolari di proprietà e un paio di occhiali scuri, anche se il sole era calato da un po’. Stava in piedi sul secondo gradino, e si atteggiava come una modella che dovesse fare un servizio fotografico: in effetti pochi metri più in là un suo connazionale riprendeva tutte queste movenze sensuali con uno smartphone sorretto da un’asta per selfie. Però aveva tutta l’aria di essere una ripresa a scopo personale, a partire dal physique du rôle che proprio mancava, sia alla modella che al fotografo / regista.

Ritornando al silent party, se il senso è quello che tutti ascoltino la medesima musica, obiezione vostro onore! La programmazione prevede tre tipi di ascolto (classica, rock, pop e non pensare di fare l’intellettuale raccontando che ascolti la classica perché le cuffie si illuminano di un colore diverso a seconda dell’opzione che scegli).

Secondo motivo per cui secondo me ha poco senso, è perché se esco di casa è anche per socializzare, e con le cuffie nelle orecchie è la morte di ogni conversazione. (Alla ballerina sulla colonna a cui la musica era necessaria per simulare armonia nelle movenze.)

Anche in discoteca non si conversa? E chi l’ha detto? Ti sgoli, dici poche cose, ma le orecchie sono attive.

Anche il cellulare ti estrania? No, le orecchie sono libere, e se anche sbirci una notifica ogni tanto non perdi completamente il contatto con il mondo.

Senza contare che il silent party, visto dal di fuori, appare decisamente grottesco, così come lo era la ragazza sulla colonna.

Quelli che ballavano erano visti come pazzi da quelli che non sentivano la musica.

Friedrich Wilhelm Nietzsche

Ecco, non vedo perché il mio diritto ad ascoltare la musica deva essere tassato!

Despacito

Domenica pomeriggio di sole, il mio gene da lucertola fà la voce grossa, mi piazzo sulla sdraio in terrazzo in bikini, cuffiette nelle orecchie, mp3 a palla, occhiali da sole e Kindle in una mano.
Viola dorme, il resto della famiglia sfrutta il divano, io preferisco crogiolarmi all’aperto, al caldo.
Dopo alcuni capitoli di lettura l’orario post prandiale mi concilia il sonno, la mano posa il lettore di epub, gli occhi si chiudono, la mente fluttua tra i pensieri fino ad appoggiarsi su uno di questi, come una farfalla su un fiore: saranno uscite le start list dei campionati italiani master di nuoto, le griglie di partenza? 
Al solo pensiero mi si accelera il battito.

Solo con pensarlo se acelera el pulso.

Silenzio tra una traccia e l’altra, mi figuro sul blocco di partenza, un istante prima dello start, stessa assenza di rumori.

Casualità vuole che la traccia successiva 

Schitarrata

Parte 

O-Yeah… Fonsi… Dirin dirin dirin din din

Alzo il volume in cuffia! 

Conosco gente che ha fretta di essere vecchia, già a 30 anni si atteggia come se avesse raggiunto l’età della pensione.
Disprezzano ‘i giovani’, criticano aprioristicamente tutto ciò che contraddistingue le generazioni successive. 

Muestrame el camino que yo voy

Io credo di soffrire del disturbo opposto, mi sento costretta dalle circostanze a comportarmi da adulta.
Tu, Tu eres el iman yo soy el metal

Viola, quando guardiamo YouTube sulla smartTV, riconosce il video di questa canzone, chiama quello con gli occhiali ‘il mio papà’.

Ho provato a spiegarle che non è lui ma niente da fare. Poi fa anche la sospettosa perché quando compare la donna chiede ‘e lei? Chi è?’; nemmeno per scherzo dice che potrei essere io.
Ogni volta che provo a seguire il testo della canzone e canticchiarlo Viola mi blocca ‘noooo mama, tu non cantare’; finalmente sono da sola ma non ho il testo, ne ricordo solo qualche strofa, però posso cantare e anche sbagliare tanto chi mi sente?

DE – SPA – CI – TO

Le mani mi partono simulando delle onde ritmicamente, tanto sono in terrazza e nessuno mi vede, posso ballare sommessamente no?
Il volume è alto in cuffia, non sento i rumori esterni, ma la sensazione di essere osservata mi spinge ad aprire gli occhi: da una station wagon blu elettrico che fa manovra scende una specie di dea, un terzo dei miei anni e metà dei miei chili, si attacca al muretto dove sono i campanelli.
Appoggia la mano sopra la soglia di marmo e osservo, da dietro i miei occhiali scuri, le sue unghie perfette laccate di nero; da un abitino estivo trapela un reggiseno coordinato. A ben guardare tutto è coordinato: unghie, abito, biancheria, capelli, occhiali da sole. 
Ha l’aria di chi si sente brutto anatroccolo, le manca la scoperta di essere cigno.
Mentre cerca il campanello si accorge di me (ma giuro che stavo cantando solo mentalmente) e mi osserva.

… quiero desnudarte a besos despacito…

Insomma, ormai mi ha vista, inutile che adesso mi finga morta, continuo il mio balletto fatto di mani a serpentello, tanto entrerà no? Le apriranno e lei percorrerà il vialetto lasciandosi la vecchia pazza alle spalle

… que le insegnes a mi boca tus lugares favorito…


Sube sube!



Invece ho sbagliato tutte le mie supposizioni: lei rimane ferma, facendo malamente finta di niente, impaziente che le venga aperto il cancello; fino a che dall’appartamento a fianco esce la sua amica

Sabes che tu corazon conmigo haces BAM BAM

(E sul BAM BAM le mani passano dal serpentello al batticuore)
che percorre tutto il vialetto 
Pasito pasito Suave suavecito
indecisa se sia opportuno salutarmi, rivelando di avermi vista o meno, e comunque cercando di mantenersi seria.
Risalgono entrambe sulla station wagon lasciandomi sulla strofa finale

hasta que las olas griten ‘Ay Bendito’

(In un’intervista alla radio Luis Fonsi spiegava in un italiano spagnoleggiante che Ay Bendito equivale alla locuzione italiana ‘Mamma mia’ e cantava a cappella questa strofa finale)

lasciandomi dicevo su questa strofa con la certezza di aver regalato a due ragazze qualche minuto di ilarità per quella strana vecchia sul terrazzo della casa a fianco.

Top of the pop *

Lo scorso anno, oggi, pubblicavo questo post fuori dal blog, che poi mi sono decisa ad aprire.

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Riccione, 26 giugno 2009

Mi sveglio di soprassalto nella stanza dell’albergo in cui alloggio, in occasione dei campionati italiani master di nuoto: dalla stanza accanto alla mia alle ore 7 spaccate proviene il jingle della sigla del Tg, che apre con la notizia della scomparsa di Michael Jackson.
Nello stesso periodo la città è popolata di anziani in villeggiatura, e la mia compagna di stanza immagina una vecchietta che soffre d’insonnia (e anche un po’ di sordità) intenta ad ascoltare le prime notizie del mattino a tutto volume; visibilmente contrariata da quella sveglia così poco zen, inizia a picchiare i pugni sul muro intimando un po’ di silenzio.
Anche io avrei volentieri dormito altri 10 minuti, ma comunque mi sarei dovuta alzare.

Di lì a poche ore avrei disputato i migliori 100 stile della mia carriera da master, forse anche per questo ricordo così bene quel giorno.
Per tutta la mattina però, e poi per alcuni mesi sporadicamente, ho continuato a pensare a quell’uomo, alla sua esistenza bizzarra: dalla provenienza da una famiglia numerosa, al gruppo canoro coi fratelli, al suo cambiamento di colore della pelle, al suo regno incantato Neverland, alle accuse di pedofilia.

E alla sua prematura scomparsa.
Billy Jean, Beat it, Bad, Thriller hanno ripetuto le radio per mesi e mesi.

Con Beat it ritornavo al saggio di aerobica, con Bad agli ultimi anni del liceo, con Thriller ai passetti all’indietro (il moonwalker) riprovati in discoteca.
Quando scompare un cantante dobbiamo aspettarci un periodo più o meno lungo di full immersion nei suoi brani più famosi (lunga vita ad Alessandra Amoroso).
Poi ci sono anche dei ritorni inspiegabili di cantanti che per qualche misteriosa coincidenza, pur non avendo pubblicato nulla di recente, si sentono piuttosto spesso. Mi è capitato con i Bronski beat prima, con Claudio Baglioni poi.
Sulle prime mi preoccupo quando risento una canzone di qualche anno addietro.

Poi mi ci sono assuefatta.

Lo scorso mese pareva pieno di ‘ganci in mezzo al cielo’ e tutte le notti erano quelle ‘blu dei benzinai’.
Questa settimana imperversa la colonna sonora di Grease, e quel ‘Yes I’m sure down deep inside’ era ormai diventato il mio mantra.
Fino a che stasera risalgo in auto e sento ‘is it silly no? When a rocket ship explodes and everybody still wants to fly’…. Inizio a cantare a squarciagola ‘Siiiign of the Times’ incurante delle proteste di Sofia che, arrivate a casa ormai rassegnata, canticchiava anche lei lo stesso brano.
Ci sono canzoni che si legano a un evento, a un periodo particolare. Altre invece sono trasversali, eclettiche, multi occasionali.
“You don’t have to be beautiful to turn me on” è senza tempo e sfocia inevitabilmente nel più falsetto dei falsetti in taratarataratà … KISS.
Ma da qui ad immaginare, cosa scoperta alcune ore più tardi, che anche Prince se ne fosse andato, no, non ci arrivavo.
Due cantanti accomunati da molti fattori (l’anno di nascita, il colore della pelle, il genere musicale) e sempre presentati come antagonisti, anche nel modo di andarsene (o meglio nel modo in cui io ho scoperto che se ne sono andati) hanno fatto la differenza.
Una differenza che riflette un po’ quello che è stato il loro modo di essere: chiassoso e appariscente il primo, elegante e discreto il secondo.
Ciao Prince

40 anni che ‘Ti Amo’

È uscita lo scorso 31 marzo la raccolta “40 anni che ti amo” di Umberto Tozzi: la canzone del guerriero di carta igienica circola da 4 decadi, e per l’occasione ne esce una versione in duetto con Anastasia, voce femminile che adoro e che valorizzerebbe, vero, anche i pezzi di Gigi d’Alessio.
Durante lo zapping alla radio mi imbatto in un’intervista al cantante, uno che all’apparenza non gli dai 5 lire, e invece eccolo lì, inossidabile più di Raffaella Carrà. Uno che pensando a Gloria nuda sul divano fa stelle di cartone, e che canta gli innamorati sui freddi gradini (o grappini?) di un bar.

Si dichiara onorato che una sua canzone (Gloria appunto) sia stata reinterpreta da Laura Braningan, quella di FlashDance.

Racconta del brano inedito cantato con Eros Ramazzotti, parla del loro incontro in modo pacato, come se fossero due amiconi di paese.

Una persona semplice, questo mi è sembrato il buon Umberto, il capellone biondo dalla voce roca e graffiante e dai versi improbabili, artista del falsetto.

Rievoca che è stato tacciato di maschilismo, per la donna che stira cantando da abbracciare, e si giustifica dicendo che lui pensava a suo padre, a quando rientrava a casa e abbracciava sua madre.

Ci penso, a quanto l’ho ascoltato: in duetto con Raf e la ‘Gente di mare’; in terzetto con Morandi e Ruggeri a dire che ‘Gli altri siamo noi’; a quanto la notterosa/sembraesplosa ha riecheggiato nella mia testa nelle occasioni di fine giugno a Riccione, che cade sempre in concomitanza con i campionati italiani di nuoto master, quando per una sera tutto si tinge di questo colore (e i commercianti vendono ogni tipo di gadget in tinta per partecipare degnamente).

Ho persino visto un suo concerto, l’unico in vita mia.

È proprio vero che certi fenomeni escono sulle lunghe distanze, mi sa che di eternità si è macchiato un pochino anche lui.

(In foto uno dei cappellini rosa venduti a Riccione).

Dureran? Dureran!

Come MariaPia anche io ho avuto le mie fasi di idolatria; non per Luca Carboni quello no. E nemmeno sono stata a molti concerti in vita mia.

Avevo un’amica che era stata a vedere gli Europe e sua sorella aveva sfiorato la mano di Joey Tempest: pare che avesse trascorso una settimana senza lavarsela. (La mano, lavarsi la mano intendo, maliziosi!).

Per me invece Simon Le Bon, quello dei Duran Duran, lui … per me era una specie di idolo; mi pareva bellissimo, sbucava da ogni poster contenuto dentro ‘Tutto musica e spettacolo’, dalle copertine di Cioè; quando hanno partecipato al Festival di Sanremo mi pareva quasi di averlo ‘vicino’, solo per il fatto che era venuto in Italia.

C’è stata una tizia in quegli anni che si é azzardata a scrivere un libro, ‘Sposerò Simon Le Bon’, da cui era stato tratto un film, alla quale avrei voluto dire “OH bella … senti un po’… c’ero prima io!!!”.

Poi gli anni passano, incontri Brad Pitt e Camille Lacourt (incontri é da intendersi sul grande schermo o nelle pagine delle riviste) e ti dimentichi di Simon in soffitta.

Circa una decina di anni fa, quando (per dirla alla Stieg Larsson) ‘tutto il male doveva ancora accadere’ (e anche tutto il bene!!!), sono andata a trascorrere un weekend a Barcellona.

(La locuzione é piuttosto criptica, me ne rendo conto: intendo dire che ancora non era successo il patatrac che mi ha portato via i genitori e ancora godevo di parecchia libertá di movimento, essendo priva di prole, il mio grande bene).

Abbiamo preso l’aereo un venerdi sera di settembre a Venezia; mentre attendevamo di attraversare il metal detector, nel primo livello di controllo, quello dove passano indistintamente tutti coloro che si imbarcano, indipendentemente dalla destinazione, in fila a serpentina, sento una ragazza che parla al suo compagno: ha iniziato a sibilare come Sir Biss, a dare di gomito “Hey…. Psss… Psss”, a dimenarsi come un’anguilla.

Capto tre parole “Quello è Simon Le Bon!”. Mi giro ed osservo il tizio davanti a me; quando dico davanti intendo che lo avevo proprio addosso, mi poteva pestare un piede se non guardava dove andava. E che se lo avesse fatto avrei reagito malamente, perchè era tutto fuorchè un contatto ambìto.

Un uomo sfatto, di etá imprecisata, gonfio, sbudro. Si può dire sbudro? Beh é quello che era. In fila come tutti noi, ma non ‘uno di noi’: uno sgradevole. Eppure, lo posso confermare, era lui, anche senza che intonasse i uabbois.

In quel momento ho emesso un sospiro di sollievo: per fortuna non ho sposato Simon Le Bon!

Da quell’incontro, ho iniziato a vedere tutti con occhio diverso. Siamo tutti esseri umani, come cantava Luis Miguel ‘Siamo diversi ma tutti uguali’.

Ciò che trasforma un uomo (o una donna) in un idolo é la pubblicità, é photoshop, è il circo mediatico. Io non ho nulla di meno dei personaggi famosi. E nemmeno voi (vi regalo una piccola iniezione di autostima).

Certo ognuno sviluppa delle doti meglio di altri: chi canta, chi scrive, chi sfila in passerella, chi fa i record del mondo, chi esegue importanti interventi chirurgici, chi presiede la repubblica.

Ma io, nè voi, non sono da meno. Non sono eccellente in nessun campo, sono nessuno, ma sono IO, con le mie doti e i miei difetti.

Pecco di presunzione? Può darsi. Oppure, più probabilmente, ho scoperto l’acqua calda.

PS: canzoni come Wild Boys o Save a prayer per me sono ancora bellissime.

Sinestesie della felicità *

Lestateaddosso….. trallalalà…..

Non sono una fan di Jovanotti ma questa mi si è insidiata in un angolo remoto della testa e ultimamente mi capita spesso di canticchiarla.

Poi caso vuole che accendo la radio e parlano ancora proprio di lui…. tantotantotantotantotanto…. Sono trascorsi già 10 anni …..Però!!!
Mi fido di te…ascolto il testo di questa canzone senza riflettere troppo, e mi colpisce la domanda:

‘Dottore che sintomi ha la felicità?’
Sull’onda di questo interrogativo smetto di canticchiare e inizio ad approfondire, voglio darmi una risposta!

‘Che rumore fa la felicità?’ … aspetta, questi sono i Negrita

E poi c’è anche quella che diceva ‘…non ricordo più che sapore ha la felicità…’ (la cantava a Sanremo pochi anni fa Simona Molnari).

Sintomi, sapore, rumore… : in che interrogativo difficile mi sono imbarcata, pensare che ero partita da Jovanotti.

Bypassiamo pure Albano e Romina secondo cui si poteva ricondurre a un bicchiere di vino con un panino, ci provo; lungi da me elencare cosa puó rendere felici, bensì cercare di esprimere come ci si sente… i sintomi insomma….

Le farfalle nello stomaco? quella secondo me è più fame che altro.
Allora come?

Quando ti assale la felicità, ti sembra di respirare ossigeno vivo; hai la sensazione che ogni respiro che fai ti inebbri di energia pura; senti tutte le cellule partecipare al ciclo vitale. Il mondo intorno sembra pulsare assieme al tuo cuore.
Altre volte invece può essere una risata spasmodica, che contrae ogni muscolo fino alla spossatezza.
Questo fenomeno dura qualche istante, poi però ti rimane dentro un feedback. 

Un po’ come un palloncino: man mano che soffi va ad espandersi e quando è abbastanza teso sei ‘felice di base’.
Nelle fasi di quiete il rumore della felicità è il silenzio, o al massimo un garrulo cinguettare di uccellini. Invece mentre si gonfia il palloncino la felicità fa il rombo di una F1, l’urlo di una vittoria, una chitarra elettrica amplificata al massimo mentre suona Mark Knopler.
E che sapore ha? Sapore di frutta fresca di stagione, di pane appena sfornato.
Ma andiamo avanti, che ci ho preso gusto: che colore ha? che profumo?
Ha il colore azzurro del mare e del cielo, il giallo del sole e di conseguenza azzurro e giallo fa verde, il verde dei prati erbosi.

E il profumo? 

Beh più ci penso e più mi convinco che ha il profumo del letame nei campi… Si lo so che sono strana …