La malizia è nelle orecchie di chi ascolta

Una sera del mese scorso ero a casa di amici; Sofia giocava con due coetanee e si erano inventate una coreografia sulla base di

Come il crimine senza regole

Come le ragazze con il grilletto facile

Entriamo senza pagare

Come i calciatori di serie A

Confesso che un po' strideva cantato da loro, bambine di 7-8 anni, e il doppio senso è schizzato a galla come una bollicina di aria.

Però no dai, che senso avrebbe? Se il paragone è col crimine, il grilletto è quello della pistola, altrimenti non si spiega.
(A onore del vero nei locali si paga all'uscita, non all'ingresso, e anche questo non si spiega).

Poi qualche giorno fa ho letto un post in cui una mamma racconta che sua figlia al centro estivo ha avuto la soffiata da un amichetto che il grilletto non è quello della pistola.

Tra i commenti qualcuno considera
che aveva avuto più difficoltà a spiegare ai propri figli un altro verso, di un brano dello scorso anno

E ancora un'altra estate arriverà

E compreremo un altro esame all'università

(Per questa stessa canzone ho già raccontato di come ho spiegato a Sofia che io non lanciavo reggiseni ai concerti).

Anche a Sofia un'amica ha detto che Rovazzi non è un gran cognome ma… mamma te lo dico in un orecchio… è un gran coglione, me lo ha detto la mia amica al centro estivo.
Questi centri estivi sono veramente una manna per l'esegesi dei testi della musica leggera, devo considerare di frequentarli anche io!

Ai miei tempi sempre al centro estivo avevo sentito un bambino cantare "sono solo canzonette" ma invece di chiedere 'non mettetemi alle strette' questo invocava 'non toccatemi le tette'.

I bambini hanno i radar per individuare i doppi sensi o le parolacce nei testi: Viola canta a squarciagola il pezzo di 'Andiamo a comandare' in cui J-Ax chiede a Rovazzi 'Che cazzo fai?'.

Sempre Viola, nemmeno tre anni, età in cui alcuni bambini ancora non parlano, nell'incipit di Molto interessante dove Fabio De Luigi raccomanda 'No parolacce' lei ripete il monito con aria furbetta, prima di considerare 'si ma… hai rotto le balle'.

Invece di Levante che canta 'Sei un pezzo di me…' non se ne curano proprio, non colgono la possibilità di prolungare il verso, e poi essere un pezzo di qualcun altro è un bellissimo complimento, cosa può nascondersi dietro? A me piace un sacco, a loro non interessa.

Il testo di una canzone è una zona franca: non sto commettendo turpiloquio, sto riportandone fedelmente i versi. Vaffanculo di Masini docet.

Dal canto mio preferisco i testi espliciti, che i doppi sensi spesso mi lasciano dei grandi interrogativi.

Ricordo che da piccola qualche volta li intravedevo dove proprio non c'erano, tipo Fiordaliso che alle mie orecchie voleva depilarsi (e non defilarsi) per i fatti suoi.
Oppure non li riuscivo a cogliere per niente, che ancora oggi non mi è chiaro quale pensiero stupendo avesse Patti Pravo.
E il kobra cosa sarà mai se non un serpente?

Tornando al recente, l'illuminazione che gli usurai dei cervelli deboli cantati da Biagio fossero gli psicanalisti mi ha inorgoglito un bel po', e compensato di tante incomprensioni passate.

Però certi paragoni mi suonano veramente misteriosi:

E non cerchiamo un simbolo

A volte per l'amore, a volte un sigaro

È soltanto un sigaro

(Nek – Freud)

Bene… E le altre volte, cos'è?

Oppure

Beviamoci su che qualcosa qui non funziona

Siamo come i tori a Pamplona, Pa-Pamplona

Cioè? Come sono i tori a Pamplona?

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Silent party 

Agorafobia è la paura degli spazi aperti, della piazza, agorà.

Io allora ho il problema opposto, agorafilia, cioè mi sento appagata, gratificata di fronte ad uno spazio aperto esteso: mi piace la piazza. 

Agoramania direi piuttosto: appena mi è possibile ne approfitto per andare nella piazza più grande della mia città, la piazza dei Signori.

Uno dei lati lunghi è interamente costeggiato dalla basilica palladiana, mentre lungo uno dei lati corti si ergono due colonne: una volta ho sentito una guida turistica spiegare che un tempo venivano utilizzate per le pubbliche esecuzioni, ma non ho trovato nessun riscontro quindi prendetela col beneficio del dubbio.

Alla base delle colonne ci sono degli scalini, sui quali spesso la gente si siede a mangiare il gelato, leggere il giornale, conversare, mentre i bambini si arrampicano e saltano giù.

Non ci sono attività particolari da svolgere ma a me anche solo rimanere lì a contemplare dà un senso di libertà. 

Devo aver trasmesso questa passione alle mie figlie che scorrazzano avanti e indietro fino a stancarsi e sfinire me.

La scorsa settimana a lato della piazza si ergeva un tendone a fianco di un palco sopraelevato.

Il tendone era stato allestito per noleggiare le cuffie audio entro cui un dj dal palco trasmetteva una sequenza di brani.

Ho scoperto così il silent party, ovvero: dietro pagamento ti prestano un paio di cuffie entro cui viene diffusa una musica; fuori tutto silenzio, dentro le tue orecchie musica.

L’intento immagino è quello di creare l’ambiente di una discoteca senza scassare i timpani al resto del mondo.

E a me, che andare in discoteca mi piace parecchio, dovrebbe sembrare una figata.

Invece come dicevano i Trettrè… ammè me para ‘na strunzata!

Primo perché se devo ascoltare musica in cuffia non vedo il senso di pagare 6€: me la porto da casa, quella che piace a me.

Alla base delle colonne di cui parlavo poco fa ad esempio c’era una ragazza di origine nordafricana che indossava auricolari di proprietà e un paio di occhiali scuri, anche se il sole era calato da un po’. Stava in piedi sul secondo gradino, e si atteggiava come una modella che dovesse fare un servizio fotografico: in effetti pochi metri più in là un suo connazionale riprendeva tutte queste movenze sensuali con uno smartphone sorretto da un’asta per selfie. Però aveva tutta l’aria di essere una ripresa a scopo personale, a partire dal physique du rôle che proprio mancava, sia alla modella che al fotografo / regista.

Ritornando al silent party, se il senso è quello che tutti ascoltino la medesima musica, obiezione vostro onore! La programmazione prevede tre tipi di ascolto (classica, rock, pop e non pensare di fare l’intellettuale raccontando che ascolti la classica perché le cuffie si illuminano di un colore diverso a seconda dell’opzione che scegli).

Secondo motivo per cui secondo me ha poco senso, è perché se esco di casa è anche per socializzare, e con le cuffie nelle orecchie è la morte di ogni conversazione. (Alla ballerina sulla colonna a cui la musica era necessaria per simulare armonia nelle movenze.)

Anche in discoteca non si conversa? E chi l’ha detto? Ti sgoli, dici poche cose, ma le orecchie sono attive.

Anche il cellulare ti estrania? No, le orecchie sono libere, e se anche sbirci una notifica ogni tanto non perdi completamente il contatto con il mondo.

Senza contare che il silent party, visto dal di fuori, appare decisamente grottesco, così come lo era la ragazza sulla colonna.

Quelli che ballavano erano visti come pazzi da quelli che non sentivano la musica.

Friedrich Wilhelm Nietzsche

Ecco, non vedo perché il mio diritto ad ascoltare la musica deva essere tassato!

Despacito

Domenica pomeriggio di sole, il mio gene da lucertola fà la voce grossa, mi piazzo sulla sdraio in terrazzo in bikini, cuffiette nelle orecchie, mp3 a palla, occhiali da sole e Kindle in una mano.
Viola dorme, il resto della famiglia sfrutta il divano, io preferisco crogiolarmi all’aperto, al caldo.
Dopo alcuni capitoli di lettura l’orario post prandiale mi concilia il sonno, la mano posa il lettore di epub, gli occhi si chiudono, la mente fluttua tra i pensieri fino ad appoggiarsi su uno di questi, come una farfalla su un fiore: saranno uscite le start list dei campionati italiani master di nuoto, le griglie di partenza? 
Al solo pensiero mi si accelera il battito.

Solo con pensarlo se acelera el pulso.

Silenzio tra una traccia e l’altra, mi figuro sul blocco di partenza, un istante prima dello start, stessa assenza di rumori.

Casualità vuole che la traccia successiva 

Schitarrata

Parte 

O-Yeah… Fonsi… Dirin dirin dirin din din

Alzo il volume in cuffia! 

Conosco gente che ha fretta di essere vecchia, già a 30 anni si atteggia come se avesse raggiunto l’età della pensione.
Disprezzano ‘i giovani’, criticano aprioristicamente tutto ciò che contraddistingue le generazioni successive. 

Muestrame el camino que yo voy

Io credo di soffrire del disturbo opposto, mi sento costretta dalle circostanze a comportarmi da adulta.
Tu, Tu eres el iman yo soy el metal

Viola, quando guardiamo YouTube sulla smartTV, riconosce il video di questa canzone, chiama quello con gli occhiali ‘il mio papà’.

Ho provato a spiegarle che non è lui ma niente da fare. Poi fa anche la sospettosa perché quando compare la donna chiede ‘e lei? Chi è?’; nemmeno per scherzo dice che potrei essere io.
Ogni volta che provo a seguire il testo della canzone e canticchiarlo Viola mi blocca ‘noooo mama, tu non cantare’; finalmente sono da sola ma non ho il testo, ne ricordo solo qualche strofa, però posso cantare e anche sbagliare tanto chi mi sente?

DE – SPA – CI – TO

Le mani mi partono simulando delle onde ritmicamente, tanto sono in terrazza e nessuno mi vede, posso ballare sommessamente no?
Il volume è alto in cuffia, non sento i rumori esterni, ma la sensazione di essere osservata mi spinge ad aprire gli occhi: da una station wagon blu elettrico che fa manovra scende una specie di dea, un terzo dei miei anni e metà dei miei chili, si attacca al muretto dove sono i campanelli.
Appoggia la mano sopra la soglia di marmo e osservo, da dietro i miei occhiali scuri, le sue unghie perfette laccate di nero; da un abitino estivo trapela un reggiseno coordinato. A ben guardare tutto è coordinato: unghie, abito, biancheria, capelli, occhiali da sole. 
Ha l’aria di chi si sente brutto anatroccolo, le manca la scoperta di essere cigno.
Mentre cerca il campanello si accorge di me (ma giuro che stavo cantando solo mentalmente) e mi osserva.

… quiero desnudarte a besos despacito…

Insomma, ormai mi ha vista, inutile che adesso mi finga morta, continuo il mio balletto fatto di mani a serpentello, tanto entrerà no? Le apriranno e lei percorrerà il vialetto lasciandosi la vecchia pazza alle spalle

… que le insegnes a mi boca tus lugares favorito…


Sube sube!



Invece ho sbagliato tutte le mie supposizioni: lei rimane ferma, facendo malamente finta di niente, impaziente che le venga aperto il cancello; fino a che dall’appartamento a fianco esce la sua amica

Sabes che tu corazon conmigo haces BAM BAM

(E sul BAM BAM le mani passano dal serpentello al batticuore)
che percorre tutto il vialetto 
Pasito pasito Suave suavecito
indecisa se sia opportuno salutarmi, rivelando di avermi vista o meno, e comunque cercando di mantenersi seria.
Risalgono entrambe sulla station wagon lasciandomi sulla strofa finale

hasta que las olas griten ‘Ay Bendito’

(In un’intervista alla radio Luis Fonsi spiegava in un italiano spagnoleggiante che Ay Bendito equivale alla locuzione italiana ‘Mamma mia’ e cantava a cappella questa strofa finale)

lasciandomi dicevo su questa strofa con la certezza di aver regalato a due ragazze qualche minuto di ilarità per quella strana vecchia sul terrazzo della casa a fianco.

Top of the pop *

Lo scorso anno, oggi, pubblicavo questo post fuori dal blog, che poi mi sono decisa ad aprire.

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Riccione, 26 giugno 2009

Mi sveglio di soprassalto nella stanza dell’albergo in cui alloggio, in occasione dei campionati italiani master di nuoto: dalla stanza accanto alla mia alle ore 7 spaccate proviene il jingle della sigla del Tg, che apre con la notizia della scomparsa di Michael Jackson.
Nello stesso periodo la città è popolata di anziani in villeggiatura, e la mia compagna di stanza immagina una vecchietta che soffre d’insonnia (e anche un po’ di sordità) intenta ad ascoltare le prime notizie del mattino a tutto volume; visibilmente contrariata da quella sveglia così poco zen, inizia a picchiare i pugni sul muro intimando un po’ di silenzio.
Anche io avrei volentieri dormito altri 10 minuti, ma comunque mi sarei dovuta alzare.

Di lì a poche ore avrei disputato i migliori 100 stile della mia carriera da master, forse anche per questo ricordo così bene quel giorno.
Per tutta la mattina però, e poi per alcuni mesi sporadicamente, ho continuato a pensare a quell’uomo, alla sua esistenza bizzarra: dalla provenienza da una famiglia numerosa, al gruppo canoro coi fratelli, al suo cambiamento di colore della pelle, al suo regno incantato Neverland, alle accuse di pedofilia.

E alla sua prematura scomparsa.
Billy Jean, Beat it, Bad, Thriller hanno ripetuto le radio per mesi e mesi.

Con Beat it ritornavo al saggio di aerobica, con Bad agli ultimi anni del liceo, con Thriller ai passetti all’indietro (il moonwalker) riprovati in discoteca.
Quando scompare un cantante dobbiamo aspettarci un periodo più o meno lungo di full immersion nei suoi brani più famosi (lunga vita ad Alessandra Amoroso).
Poi ci sono anche dei ritorni inspiegabili di cantanti che per qualche misteriosa coincidenza, pur non avendo pubblicato nulla di recente, si sentono piuttosto spesso. Mi è capitato con i Bronski beat prima, con Claudio Baglioni poi.
Sulle prime mi preoccupo quando risento una canzone di qualche anno addietro.

Poi mi ci sono assuefatta.

Lo scorso mese pareva pieno di ‘ganci in mezzo al cielo’ e tutte le notti erano quelle ‘blu dei benzinai’.
Questa settimana imperversa la colonna sonora di Grease, e quel ‘Yes I’m sure down deep inside’ era ormai diventato il mio mantra.
Fino a che stasera risalgo in auto e sento ‘is it silly no? When a rocket ship explodes and everybody still wants to fly’…. Inizio a cantare a squarciagola ‘Siiiign of the Times’ incurante delle proteste di Sofia che, arrivate a casa ormai rassegnata, canticchiava anche lei lo stesso brano.
Ci sono canzoni che si legano a un evento, a un periodo particolare. Altre invece sono trasversali, eclettiche, multi occasionali.
“You don’t have to be beautiful to turn me on” è senza tempo e sfocia inevitabilmente nel più falsetto dei falsetti in taratarataratà … KISS.
Ma da qui ad immaginare, cosa scoperta alcune ore più tardi, che anche Prince se ne fosse andato, no, non ci arrivavo.
Due cantanti accomunati da molti fattori (l’anno di nascita, il colore della pelle, il genere musicale) e sempre presentati come antagonisti, anche nel modo di andarsene (o meglio nel modo in cui io ho scoperto che se ne sono andati) hanno fatto la differenza.
Una differenza che riflette un po’ quello che è stato il loro modo di essere: chiassoso e appariscente il primo, elegante e discreto il secondo.
Ciao Prince

40 anni che ‘Ti Amo’

È uscita lo scorso 31 marzo la raccolta “40 anni che ti amo” di Umberto Tozzi: la canzone del guerriero di carta igienica circola da 4 decadi, e per l’occasione ne esce una versione in duetto con Anastasia, voce femminile che adoro e che valorizzerebbe, vero, anche i pezzi di Gigi d’Alessio.
Durante lo zapping alla radio mi imbatto in un’intervista al cantante, uno che all’apparenza non gli dai 5 lire, e invece eccolo lì, inossidabile più di Raffaella Carrà. Uno che pensando a Gloria nuda sul divano fa stelle di cartone, e che canta gli innamorati sui freddi gradini (o grappini?) di un bar.

Si dichiara onorato che una sua canzone (Gloria appunto) sia stata reinterpreta da Laura Braningan, quella di FlashDance.

Racconta del brano inedito cantato con Eros Ramazzotti, parla del loro incontro in modo pacato, come se fossero due amiconi di paese.

Una persona semplice, questo mi è sembrato il buon Umberto, il capellone biondo dalla voce roca e graffiante e dai versi improbabili, artista del falsetto.

Rievoca che è stato tacciato di maschilismo, per la donna che stira cantando da abbracciare, e si giustifica dicendo che lui pensava a suo padre, a quando rientrava a casa e abbracciava sua madre.

Ci penso, a quanto l’ho ascoltato: in duetto con Raf e la ‘Gente di mare’; in terzetto con Morandi e Ruggeri a dire che ‘Gli altri siamo noi’; a quanto la notterosa/sembraesplosa ha riecheggiato nella mia testa nelle occasioni di fine giugno a Riccione, che cade sempre in concomitanza con i campionati italiani di nuoto master, quando per una sera tutto si tinge di questo colore (e i commercianti vendono ogni tipo di gadget in tinta per partecipare degnamente).

Ho persino visto un suo concerto, l’unico in vita mia.

È proprio vero che certi fenomeni escono sulle lunghe distanze, mi sa che di eternità si è macchiato un pochino anche lui.

(In foto uno dei cappellini rosa venduti a Riccione).

Dureran? Dureran!

Come MariaPia anche io ho avuto le mie fasi di idolatria; non per Luca Carboni quello no. E nemmeno sono stata a molti concerti in vita mia.

Avevo un’amica che era stata a vedere gli Europe e sua sorella aveva sfiorato la mano di Joey Tempest: pare che avesse trascorso una settimana senza lavarsela. (La mano, lavarsi la mano intendo, maliziosi!).

Per me invece Simon Le Bon, quello dei Duran Duran, lui … per me era una specie di idolo; mi pareva bellissimo, sbucava da ogni poster contenuto dentro ‘Tutto musica e spettacolo’, dalle copertine di Cioè; quando hanno partecipato al Festival di Sanremo mi pareva quasi di averlo ‘vicino’, solo per il fatto che era venuto in Italia.

C’è stata una tizia in quegli anni che si é azzardata a scrivere un libro, ‘Sposerò Simon Le Bon’, da cui era stato tratto un film, alla quale avrei voluto dire “OH bella … senti un po’… c’ero prima io!!!”.

Poi gli anni passano, incontri Brad Pitt e Camille Lacourt (incontri é da intendersi sul grande schermo o nelle pagine delle riviste) e ti dimentichi di Simon in soffitta.

Circa una decina di anni fa, quando (per dirla alla Stieg Larsson) ‘tutto il male doveva ancora accadere’ (e anche tutto il bene!!!), sono andata a trascorrere un weekend a Barcellona.

(La locuzione é piuttosto criptica, me ne rendo conto: intendo dire che ancora non era successo il patatrac che mi ha portato via i genitori e ancora godevo di parecchia libertá di movimento, essendo priva di prole, il mio grande bene).

Abbiamo preso l’aereo un venerdi sera di settembre a Venezia; mentre attendevamo di attraversare il metal detector, nel primo livello di controllo, quello dove passano indistintamente tutti coloro che si imbarcano, indipendentemente dalla destinazione, in fila a serpentina, sento una ragazza che parla al suo compagno: ha iniziato a sibilare come Sir Biss, a dare di gomito “Hey…. Psss… Psss”, a dimenarsi come un’anguilla.

Capto tre parole “Quello è Simon Le Bon!”. Mi giro ed osservo il tizio davanti a me; quando dico davanti intendo che lo avevo proprio addosso, mi poteva pestare un piede se non guardava dove andava. E che se lo avesse fatto avrei reagito malamente, perchè era tutto fuorchè un contatto ambìto.

Un uomo sfatto, di etá imprecisata, gonfio, sbudro. Si può dire sbudro? Beh é quello che era. In fila come tutti noi, ma non ‘uno di noi’: uno sgradevole. Eppure, lo posso confermare, era lui, anche senza che intonasse i uabbois.

In quel momento ho emesso un sospiro di sollievo: per fortuna non ho sposato Simon Le Bon!

Da quell’incontro, ho iniziato a vedere tutti con occhio diverso. Siamo tutti esseri umani, come cantava Luis Miguel ‘Siamo diversi ma tutti uguali’.

Ciò che trasforma un uomo (o una donna) in un idolo é la pubblicità, é photoshop, è il circo mediatico. Io non ho nulla di meno dei personaggi famosi. E nemmeno voi (vi regalo una piccola iniezione di autostima).

Certo ognuno sviluppa delle doti meglio di altri: chi canta, chi scrive, chi sfila in passerella, chi fa i record del mondo, chi esegue importanti interventi chirurgici, chi presiede la repubblica.

Ma io, nè voi, non sono da meno. Non sono eccellente in nessun campo, sono nessuno, ma sono IO, con le mie doti e i miei difetti.

Pecco di presunzione? Può darsi. Oppure, più probabilmente, ho scoperto l’acqua calda.

PS: canzoni come Wild Boys o Save a prayer per me sono ancora bellissime.

Sinestesie della felicità *

Lestateaddosso….. trallalalà…..

Non sono una fan di Jovanotti ma questa mi si è insidiata in un angolo remoto della testa e ultimamente mi capita spesso di canticchiarla.

Poi caso vuole che accendo la radio e parlano ancora proprio di lui…. tantotantotantotantotanto…. Sono trascorsi già 10 anni …..Però!!!
Mi fido di te…ascolto il testo di questa canzone senza riflettere troppo, e mi colpisce la domanda:

‘Dottore che sintomi ha la felicità?’
Sull’onda di questo interrogativo smetto di canticchiare e inizio ad approfondire, voglio darmi una risposta!

‘Che rumore fa la felicità?’ … aspetta, questi sono i Negrita

E poi c’è anche quella che diceva ‘…non ricordo più che sapore ha la felicità…’ (la cantava a Sanremo pochi anni fa Simona Molnari).

Sintomi, sapore, rumore… : in che interrogativo difficile mi sono imbarcata, pensare che ero partita da Jovanotti.

Bypassiamo pure Albano e Romina secondo cui si poteva ricondurre a un bicchiere di vino con un panino, ci provo; lungi da me elencare cosa puó rendere felici, bensì cercare di esprimere come ci si sente… i sintomi insomma….

Le farfalle nello stomaco? quella secondo me è più fame che altro.
Allora come?

Quando ti assale la felicità, ti sembra di respirare ossigeno vivo; hai la sensazione che ogni respiro che fai ti inebbri di energia pura; senti tutte le cellule partecipare al ciclo vitale. Il mondo intorno sembra pulsare assieme al tuo cuore.
Altre volte invece può essere una risata spasmodica, che contrae ogni muscolo fino alla spossatezza.
Questo fenomeno dura qualche istante, poi però ti rimane dentro un feedback. 

Un po’ come un palloncino: man mano che soffi va ad espandersi e quando è abbastanza teso sei ‘felice di base’.
Nelle fasi di quiete il rumore della felicità è il silenzio, o al massimo un garrulo cinguettare di uccellini. Invece mentre si gonfia il palloncino la felicità fa il rombo di una F1, l’urlo di una vittoria, una chitarra elettrica amplificata al massimo mentre suona Mark Knopler.
E che sapore ha? Sapore di frutta fresca di stagione, di pane appena sfornato.
Ma andiamo avanti, che ci ho preso gusto: che colore ha? che profumo?
Ha il colore azzurro del mare e del cielo, il giallo del sole e di conseguenza azzurro e giallo fa verde, il verde dei prati erbosi.

E il profumo? 

Beh più ci penso e più mi convinco che ha il profumo del letame nei campi… Si lo so che sono strana …

E di questi ’10?

“Cosa resterà di questi anni ’80?” chiedeva Raf; riascoltando la canzone mi colpisce la frase ‘anni vuoti come lattine, abbandonate là’: ci rifletto un po’ su, non sono per niente d’accordo.
Sono trascorsi ormai trent’anni da quel decennio; la prospettiva è un po’ meno distorta di quella di Raf, che canta nell’89, con la visuale di chi vede il film dalla prima fila al cinema (ma se non trovi i biglietti, puoi anche aspettare lo spettacolo successivo sai, Raf?).
Gli anni ’80 per me sono stati anni di grandi trasformazioni, perchè mi hanno presa fuori dalla prima infanzia ed accompagnata alle soglie della maggiore età; un decennio che vale secoli in quella fase della crescita.
A me di quegli anni sono rimaste parecchie cose!
Erano gli anni dei paninari: a scuola buona parte dei ragazzi aveva almeno almeno la felpa della Best Company e un paio di Nike ai piedi; qualcuno anche il Moncler e le Timberland, così come Enzo Braschi in Drive-In, trasmissione cult della domenica sera.  
Io il massimo che ero riuscita a convincere i miei a comperarmi, erano un paio di jeans Levi’s, che in realtà vestivano bene solo a Nick Kamen, per quella frazione di secondo in cui lo si vedeva indossarli nello spot.
Per fortuna aveva preso piede anche la moda alternativa, decisamente più abbordabile (anche se la ‘fortuna’ è discutibile) del fosforescente.
Maglie, calzini, polsini; gialli, verdi, arancio, rosa: tutto rigorosamente fluo.
Se il codice della strada non avesse rotto le uova nel paniere con i suoi giubbetti ad alta visibilità magari avremmo ancora il piacere di vedere qualcuno circolare con il codino di capelli che spicca su un maglione giallo shock.
Il codino, retaggio di una capigliatura fluente che veniva a mancare, fido compagno di ciuffi fatti a cresta: come a dire, sì ho tagliato i capelli corti, ma se volessi li avrei ancora lunghi così.
E sotto ogni maglia, rigorosamente, Naj-Oleari o giallo fluo che fosse, le spalline.
Le odiate spalline: io, che pur non mettendole, sembrava ne avessi indossate due paia. Mi toccava scucirle da ogni capo di abbigliamento, perchè non erano optional, erano proprio di serie.
O staccarle col velcro e portare la parte spinosa che rimaneva all’interno della maglia, fastidio continuo sulla spalla.
Un po’ come se tutti i reggiseni in vendita fossero push-up, e le maggiorate al naturale dovessero stare lì a rimuovere l’imbottitura: una moda inopportuna, ecco!
Quegli stessi anni sono stati per me di inizio della pratica quotidiana del nuoto: dai quattro stili nuotati in maniera minimale (beh, a essere onesti tre!) sono passata alle gare assolute, e questo un po’ spiega l’inutilità delle spalline.
Ma a me creava proprio un complesso ‘oh, ma quante spalline hai messo sotto? o hai mangiato l’attaccapanni?’.
Mentre io iniziavo la pratica di uno sport, scoprivo anche l’esistenza delle Olimpiadi: nel 1984 a Los Angeles e le precedenti a Mosca. Per me sono state subito un mito, un traguardo per gli dei. In maniera particolare però me le ricordo per via dei boicottaggi.
Già l’evento ‘olimpiade’ per me era un qualcosa di nuovo, ma il caso ha voluto che ne scoprissi l’esistenza nel momento storico in cui USA e URSS si facevano una guerra più o meno fredda.
Boicottaggio significa ‘io non partecipo alle tue fottute olimpiadi così come tu non hai partecipato alle mie’, così si dicevano, all’incirca, i signori Reagan e Gorbaciov. Anche se non erano compagnetti di asilo, ma capi di due potenze mondiali.
Avevo iniziato a leggere un romanzo nero, della collana Segretissimo, che inventava una serie di omicidi a carico di quegli atleti che, nonostante le indicazioni ufficiali, si erano arrischiati di prendere parte alle competizioni.
Per quel che ricordo era partito un po’ come ‘Io uccido’ di Faletti, e infatti i miei genitori non erano troppo convinti che fossero letture adatte alla mia età.
Poi una notte di nubifragio si è portata via il mio libro, rimasto all’aperto, e così non ho mai concluso la lettura, con buona pace di mamma e papà.
Questa della tensione tra USA e URSS è una delle poche cose che lo stesso Raf riconosce che sarebbe rimasta degli anni ’80, così come anche Sting, in Russians, aveva parlato di un ‘crescente sentimento di isteria’.
Sting chiudeva dicendo ‘I hope that Russians love their children too’, e forse non immaginava che di lì a poco ‘Russians’ avrebbe indicato solo una delle popolazioni dell’est, e non più la potenza che era, ora dissolta.
Questi poveri russi, prima di esplodere in una serie di repubbliche indipendenti, hanno avuto anche un altro momento di pessima notorietà: è sempre di quegli anni l’esplosione della centrale di Chernobyl, e per un periodo abbastanza lungo non si poteva bere latte nè mangiare verdura; inoltre si sconsigliava per quanto possibile di uscire di casa, proprio a inizio maggio quando non attendevi altro da un anno a quella parte.

Comunque per quanto bene cantasse Sting, il mio idolo di quegli anni era indiscutibilmente Madonna, con la sua ‘Material Girl’ (per gli amici ‘mammacirio’) anche se, musicalmente parlando, erano anni in cui ero onnivora, ascoltavo veramente tutto quello che passava al convento.
Non credo di avere perso nemmeno una serata del festival di Sanremo; ho ascoltato fino a consumare il walkman, e la biro per riavvolgere la musicassetta, gli USA FOR AFRICA e gli omologhi europei BAND AID; ho seguito in tv il concerto dei Pink Floyd a Venezia esattamente come se fossi stata lì, ovvero senza nemmeno muovermi per andare al bagno a fare la pipì.
Ma quando ricapita che nomi eccellenti della musica (Cindy Lauper, Bruce Springsteen, Michael Jackson, Tina Turner, Stevie Wonder…. devo andare avanti???) si mettono insieme per incidere un pezzo?
Sportivamente parlando gli anni ’80 hanno raccolto anche un altro evento storico: la vittoria dell’Italia ai mondiali di calcio. Che ho dovuto attendere fino al 2006 per capire tutta quell’euforia, dopo essere rimasti una serata chiusi in casa al caldo a guardare una partita di pallone in tv, si udivano grida di esultanza provenienti da tutte le case.
E poi in lontananza strombazzate di clacson per diverse ore, fino a notte.
Del calcio ricordo anche un altro episodio, questo molto spiacevole: la partita Juve – Liverpool, giocata a Bruxelles, che creò disordini fatali ad alcuni tifosi. Legato a questo episodio un altro, non meno infelice, di un ragazzino della scuola che il giorno successivo alla partita si era buttato (o voleva buttarsi?) dalla finestra, perché (dicevano, ma la cosa suonava molto improbabile già da subito) che suo padre fosse stato coinvolto nel disordine dello stadio la sera precedente.
Non potrebbe mancare all’elenco memorabilia la nevicata dell’85: oltre un metro di neve fresca al nostro risveglio, che cadeva con fiocchi delle dimensioni di elefanti dal cielo, ininterrotta dalla sera precedente.
Impossibile fare uscire l’auto dal garage: quando anche papà avesse spalato tutta la neve dalla rampa, avrebbe dovuto spalare la via che conduceva al viale principale; e da lì ancora, perché tutte le strade erano impercorribili.
Io a scuola ci andavo a piedi, e una volta arrivata, con gran fatica, con lo stesso mezzo sono ritornata a casa, perché la scuola era rimasta chiusa.
Non era mai accaduta una cosa simile, nè più si sarebbe ripetuta.
Altro che domeniche con la città chiusa al traffico, in quei giorni non circolava veramente nessuno: nè mezzi pubblici, nè mezzi di soccorso, nè pubblico servizio, nè chi a vario titolo presentava permesso, nè i figli del sindaco nè quelli del papa.
Circolava chi riusciva a farlo (ad esempio io che con gli sci da fondo che raggiungevo il vicino ipermercato).
E per finire i miei ricordi, gli anni ’80 sono stati gli anni dell’Atari (o del Commodore per altri). Mentre ancora molti si rinchiudevano nelle sale giochi per giocare a pac-man o frogger, qualcuno iniziava a giocarci in casa.
Per caricare il software avevo un mangiacassette, simile un po’ al walkman, che nell’arco di alcuni minuti preparava il gioco. Minuti, non è iperbolico, forse è sottostimato, perché nel caso non andasse a buon fine al primo colpo, ci poteva impiegare mezzora.
Quindi caro Raf, degli anni ’80 è rimasto parecchio, di sicuro Self-control che è uno dei tuoi pezzi più belli.

E di questi anni ’10… cosa resterà?

(Tuf)fatti avanti amore *

Nek non mi piace; la mia mamma lo chiamava ‘sgnek’ e rende bene l’idea del personaggio. 

Però il video del suo singolo, quello che ha presentato a Sanremo (2015), mi ha incuriosita.

Il ritornello ripete ‘tu fatti avanti amore’ (e “fatti avanti amore” è il titolo del brano) ma in realtà lui canta TUFFATI avanti amore.

La storia che il video narra è quella di una bella ragazza che si allena duramente a nuoto per una gara.

Senza etá, non si capisce la categoria a cui possa fare riferimento.

Possiede una piscina tutta per sè, perchè ne è l’unica frequentatrice; spogliatoi impeccabilmente lindi, ma lei sceglie di chiudere tutti i suoi vestiti in un armadietto.

Indossa un costume con scollatura profonda, che tiene anche in gara (nessuna delle avversarie ha il costumone): non sará pratico ma le dona molto.

Stile incerto, bracciata poco possente, tuffo floscio.

Ha anche un allenatore tutto per sè, e pure un bel pezzettino di figliolo.

Non si capisce se si prepari per gare di velocitá o di fondo, si capisce solo che è stanca perchè poi lavora anche in fabbrica come sarta (e con quello stipendio si sarà comprata la piscina? O lo fa per passatempo?)

Mentre lei nuota il brano in sottofondo ripete ‘siamo braccia con un cuoreeeee’ (e in effetti le gambe le batte meno di me…).

Finalmente il giorno della gara, niente prechiamata: in vasca un’unica batteria e lei si TUFFA al fischio (manco uno starter serio).

Tutto il pubblico sta fermo e zitto, tutti guardano solo lei e quando arriva una spanna avanti (manco una piastra) tutti esultano, tranne Sgnek che abbandona la tribuna e il pezzettino di figliolo che si TUFFA avanti in acqua vestito, tanto la manifestazione è fine a sè stessa e nessun giudice gli fa un minimo di cazziatone.