L’uomo del labirinto

Sono consapevole di non scrivere delle vere e proprie recensioni, perché non seguo lo schema classico, anche se per semplicità le identifico così.

Evito di raccontare la trama, per non spoilerare e perché è inutile: di riassunti il web è già sovraffollato.

Dopo che ho letto un libro, o visto un film, o più in generale uno spettacolo (una rappresentazione teatrale, una mostra, un evento, una fiera) mi limito ad esporre le mie personalissime considerazioni.

In questo caso mi discosto dal cliché: questa non è la presentazione delle mie opinioni ma una richiesta di confronto, un grido di aiuto, SOS spiegatemelo.

Io non ho capito.

E non mi vergogno a ripeterlo.

Io non ho capito.

Solo per le prime tre pagine la storia si presenta piatta e banale. Poi si viene letteralmente risucchiati in un vortice di eventi, scaraventati verso destinazioni imprecisate come i bastoni ai cani da riporto, travolti dalle vicende di numerosi personaggi completamente estranei l’uno all’altro.

Come ne ‘La ragazza della nebbia’ i personaggi hanno nomi ibridi, in cui o il nome proprio o il cognome sono stranieri; come ne ‘La ragazza della nebbia’ la località in cui si svolgono i fatti è imprecisata; come ne ‘La ragazza della nebbia’ il protagonista è un anticonformista, le indagini vengono svolte in maniera informale e parallela alla polizia; come ne ‘La ragazza della nebbia’ i fatti si svolgono in condizioni climatiche estreme, là la nebbia, qui il caldo torrido.

Fine delle analogie.

Si perché se ne ‘La ragazza della nebbia’ forse c’era stato un omicidio, di fatto si sapeva che una ragazza era scomparsa, e solo alla fine si sono appresi alcuni dettagli macabri, detti in punta di penna, ne ‘L’uomo del labirinto’ Carrisi non ci va così leggero.

Il raccapriccio permea già i primi capitoli, i morti si susseguono come le tessere del big domino rally, frequenti i passi in cui si rimesta nel torbido.

Se per la regia de ‘La ragazza della nebbia’ Carrisi aveva pensato a Steven Spielberg io qui ci vedrei bene Quentin Tarantino.

Prendendolo come un genere splatter per non farmi impressionare troppo, ho divorato una pagina dopo l’altra, seguendo con attenzione ed interesse le vicende, svegliandomi anche la notte col desiderio di proseguire la lettura.

La storia presenta alcune analogie con un grande classico, Alice nel paese delle meraviglie: potrebbe esserne la rivisitazione in chiave horror.

I brevi capitoli si alternano in un ritmo serrato, dalla narrazione fluida: un colpo al cerchio (l’introspezione della vittima) e uno alla botte (il confronto tra il detective Genko e i vari personaggi che dovrebbero condurre a Bunny), come uno spettacolo pirotecnico in cui si eleva o si abbassa il tiro per non sovrapporsi al fumo che si va dissolvendo dal precedente scoppio.

Il romanzo non è solo un thriller, così come non lo era il precedente, ma si sofferma anche su un tema importante ed attuale: il senso della vita e l’attaccamento ad essa quando vengono meno i presupposti della qualità.

Fino all’80% dell’avanzamento dello scritto è da dieci e lode.

E poi? Poi non si può dire che lo stile sia variato. Ma io ho perso il filo: tutti quei personaggi hanno trovato, nel giro di poche pagine, una loro collocazione.

Alcuni aspetti hanno assunto una luce che anche il lettore più sgamato non avrebbe potuto immaginare.

Io sono rimasta spiazzata e con molti interrogativi, allo stesso modo di quando ho terminato la visione di Vanilla Sky.

Cerco qualcuno con cui confrontarmi!

Annunci

Tra il grano e il cielo

La mostra è già ampiamente pubblicizzata, nè ha senso che io mi metta a riassumere il contenuto dell’esposizione o la vita di Vincent Van Gogh.

Ho appreso lo scorso luglio che Vicenza avrebbe ospitato una serie di opere dell’artista olandese, e avevo deciso di visitare l’esposizione; non sono un’estimatrice della pittura in generale ma della gita del liceo mi era rimasta impressa la visita al Louvre e il dipinto della camera.

Il giudizio sulla mostra è assolutamente positivo.

La valutazione delle opere è puramente soggettiva, ma posso dirmi orgogliosa che la mia città ospiti una simile esposizione e che lo faccia in maniera ineccepibile.

Ho pianificato con buon anticipo la visita guidata, scegliendo dal portale la data e l’orario a me più comodi.

Ho evitato così ogni coda all’ingresso; con estrema puntualità ci sono state assegnate le auricolari, che ci hanno permesso di ascoltare attentamente la guida.

Martina, questo il suo nome, manteneva un tono di voce estremamente basso, così da non disturbare gli altri visitatori. Noi partecipanti del gruppo potevamo ascoltarla senza accalcarci addosso allo stesso dipinto, e anzi c’era modo di visionare le opere da vicino uno alla volta, con calma.

La mostra è allestita nella sala della Basilica Palladiana, opportunamente suddivisa in stanze. L’illuminazione crea il giusto ambiente, mantenendo un’oscurità generale e puntando i faretti a led sulle singole opere, che risultano evidenziate e valorizzate.

In un simile contesto di buio e silenzio, ascoltando la spiegazione di Martina e rimirando i disegni e i dipinti, più che visitare una mostra si ha l’impressione di essere al cinema.

La guida oltre che molto preparata, appariva anche appassionata a ciò che ci raccontava; più che di un artista di due secoli fa sembrava parlasse di un vecchio zio.

Ci ha condotti per un’ora e mezza circa attraverso le sale, organizzate in ordine cronologico, raccontandoci la vita del pittore e dimostrandoci di volta in volta il riscontro nella sua produzione artistica, condendo l’esposizione con dettagli e curiosità.

Van Gogh, in un certo periodo, dipingeva su carta perché usava le tele che il fratello gli inviava per farne biancheria per le donne di cui si era fatto carico; Van Gogh interagiva con la sua opera, il suo tratto marcato a volte scalfiva il supporto fino ad inciderlo.

Non attendeva l’asciugatura della pittura ad olio, adoperando una tecnica bagnato su bagnato che rendeva le sue opere molto materiche.

Van Gogh si è approcciato all’arte tardi: era un principiante che sperimentava ed imparava, i suoi primi disegni denotano grossolani errori di proporzione e di prospettiva. Nell’intenzione di dettagliare il viso e le mani dei suoi soggetti, elementi caratteristici della persona, li caricaturava fino a deturparli; in un disegno sembra che lo zappatore abbia sei dita.

Van Gogh non poteva permettersi modelli giovani ed esteticamente perfetti, quindi ritraeva chi aveva attorno, a mal parata anche se stesso; e poi la natura, il paesaggio, il lavoro (nei campi o in fabbrica), la vista dalla finestra dell’istituto psichiatrico in cui fu ricoverato: tutto ciò che lo circondava.

Il titolo della mostra, tra il grano e il cielo, si riferisce appunto alla produzione delle opere en-plen-air, parte preponderante delle tele esposte.

Van Gogh non era però in grado di ritrarre soggetti in movimento, per questo li faceva posare all’interno; lo testimonierebbe l’abbigliamento dei contadini, troppo leggero per la stagione.

Van Gogh utilizza i colori primari accostati a contrasto (il rosso al fianco del verde, somma di giallo e blu) per focalizzare un punto di interesse su un dipinto.

In merito alle tecniche sperimenta il puntinismo, l’impressionismo e altre modalità tipiche del periodo, senza mai sposarne nessuna.

Queste ed altre le peculiarità che hanno reso la visita coinvolgente; dal punto di vista personale mi restano due considerazioni: la prima è che l’arte non necessita di grandi temi, puoi creare un capolavoro anche con ciò che ti capita davanti nel quotidiano, anche se all’apparenza è insignificante, povero, scialbo; e anche se lo stile è imperfetto può uscirne un’opera d’arte.

Non è ciò che racconti ma come lo fai a rendere grande un’opera.

La seconda considerazione riguarda l’individualismo: non importa dove conducono le correnti del momento, ed è giusto assaggiare qua e là, ma alla fine il risultato migliore proviene da se stessi, dalle proprie idee e scelte.

Per concludere mi sento di caldeggiare la visita di questa mostra, che sarà visitabile fino ad aprile.

Se avete fatto la fila per visitare anche un solo padiglione di Expo 2015, giusto perché era in Italia, sappiate che vale molto più la pena di raggiungere Vicenza per vedere Van Gogh.

La ragazza nella nebbia

“Hai letto ‘La ragazza nella nebbia’?” mi chiede un’amica una sera a cena.

No.

Mi suggerisce questo thriller che ha, dice, dei risvolti interessanti per come tratta il tema delle indagini.

Lo inizio stancamente, senza capire molto, come se nella nebbia mi ci sentissi io; lo continuo perché a questo punto sono un po’ la protagonista.

Lo stile è scorrevole, ma la storia complicata: continui andirivieni nel tempo, fatti accaduti prima e dopo del giorno X, personaggi non troppo distinti, avvolti anch’essi nella nebbia.

Senza capire nemmeno cosa esattamente è accaduto.

Nel momento in cui sono stata abbastanza coinvolta ho iniziato a vedere le locandine del film tratto dal romanzo, in prima visione nelle sale cinematografiche.

Ho dato un’accelerata: volevo finirlo prima che qualcuno me lo raccontasse.

Il mio interesse è diventato travolgente, tanto che alla fine temo di averlo letto troppo in fretta.

Non voglio rivelare i dettagli, dirò solo che è un giallo in cui si narra di Anna Lou Kastner, un’adolescente con uno stile di vita morigerato, che non fa ritorno a casa; e delle indagini per individuare il colpevole della sua scomparsa.

Quanto frutta un delitto? Quale indotto genera un crimine?

Avveniva un crimine ogni 7 secondi. Tuttavia, solo ad un’infinitesima parte di essi venivano dedicati articoli di giornali, servizi nei notiziari, intere e seguitissime puntate di talk show.

In questi casi fortunati i mass media giocano un ruolo chiave nello svolgimento delle inchieste, perché pilotano l’opinione pubblica e di conseguenza le risorse che l’amministrazione sceglie di destinare alle indagini.

Basta una piccola azione per scatenare fenomeni di emulazione di massa, agli stessi a cui sembrava non importare nulla del caso in pochissimo si trasformano in protagonisti.

Un mastodontico seguito si muove: troupes televisive, giornalisti, avvocati, squadre scientifiche. I ristoratori locali, sull’orlo della chiusura, vivono una nuova affluenza.

La popolazione si ritrova sul palcoscenico di un teatro che può trasformarsi in un vero e proprio trampolino di lancio per una inaspettata popolarità.

Quanto pesa l’immagine dei testimoni nella loro credibilità? Esiste un giusto indennizzo per un innocente ritenuto colpevole? Quella che emerge in ultima analisi è comunque la verità o un compromesso legato alle facoltà di difesa del singolo?

A queste ed altre simili questioni tenta di dare una risposta l’autore, perdendo talora di vista la fluidità e la coerenza della narrazione.

Ho letto molte recensioni che celebrano il finale, ritenendolo un capolavoro di inventiva e straordinarietà; alcuni invece si definiscono scettici, giudicandolo affrettato.

Io ritengo che sì, sia un po’ forzato ma sicuramente sbalorditivo; ma reputo anche che la forza della narrazione non risieda tanto nelle vicende, nel mero susseguirsi dei fatti: secondo me gli accadimenti sono un pretesto per indurre il lettore a riflettere su altri temi.

Noi tutti facciamo parte, nella realtà quotidiana, dell’opinione pubblica: noi tutti leggiamo i giornali, navighiamo sul web, guardiamo la tv. Davanti ad episodi di cronaca, non avendo elementi diretti, giudichiamo in base a ciò che ci viene riferito.

Siamo sicuri che quanto ci perviene sia la verità? E qualora lo fosse, ci rendiamo conto che la stessa può venirci presentata distorta da filtri e viziata da inerzie che la trascinano in direzioni fuorvianti?

Nel racconto ho riscontrato possibili riferimenti a fatti di cronaca realmente accaduti, per certi versi poteva adattarsi a casi famosi: UnaBomber, il delitto di Cogne, o quello della val Brembana.

Cosa sappiamo in realtà oltre a quello che ci è stato riferito? Eppure ci siamo fatti delle opinioni a riguardo, dentro di noi abbiamo maturato giudizi di parte.

E se le cose fossero andate diversamente, o magari proprio così ma con retroscena di cui restiamo all’oscuro?

Siamo tutti vittime e carnefici.

Lo cantava Umberto Tozzi e deve averlo ripreso Donato Carrisi per scrivere questo libro.

Fai uno squillo quando arrivi

Se il nome che l’autrice del libro, Stella Pulpo, ha dato al suo blog è ‘Memorie di una vagina’ non avrei dovuto aspettarmi di più, ma io sono fiduciosa e concedo il beneficio del dubbio un po’ a tutti.

Il romanzo racconta di Nina, pugliese trapiantata a Milano, con un ex fidanzato ingombrante.

Alessandro, questo il nome dell’ex, si cala una droga che gli cancella la memoria, proprio nel periodo in cui lei rientra a Taranto per le ferie estive.

Da qui lo spunto per un revival dei tempi passati, sia in termini di vicende personali che come contesto storico.

Brillante come idea, ma assolutamente mal dipanata.

Il racconto indugia eccessivamente sull’uso di sostanze stupefacenti, non come denuncia, ma come abitudine normale. Ad ogni altra pagina la descrizione delle caratteristiche organolettiche e sensazionali dei vari tipi di cannabis in circolazione.

Questo per le pagine dispari; le pagine pari invece occupate dai racconti degli incontri ravvicinati con l’uomo del capitolo, con terminologie che non leggevo stampate dall’ultima copia di Cioè che ho comperato, nel lontano 1987 e forse prima.

Apprezzabili le descrizioni di Taranto e dintorni, del calore della terra pugliese, del rammarico comprensibile di chi è costretto ad abbandonare un contesto naturale meraviglioso per trasferirsi per il lavoro in pianura padana, peggio di tutto a Milano. Lasciare gli affetti, gli amici, le abitudini per ricominciare tutto da capo.

Lodevole anche il focus sul problema Ilva, sul chi resta e non ha alternativa, sull’accettazione forzata di un insalubre posto di lavoro.

Molto simile a Da domani mi alzo presto, ma in versione a tinte forti, e per giunta privo di lieto fine.

Scrittura fluente che mi ha permesso di arrivare all’ultima pagina, nonostante avessi la sensazione di sprecare il mio tempo mentre leggevo.

Dentro l’acqua

Il primo romanzo di Paula Hawkins, La ragazza del treno, mi era piaciuto ma secondo me non era all’altezza del successo mondiale che ha riscosso.

Quest’anno la stessa autrice è ritornata con un nuovo thriller, super reclamizzato: torrette di esposizione dedicate negli angoli libreria dei supermercati, in primo piano ovunque. E io ci sentivo puzza di bruciato.

Ma è difficile che un romanzo intitolato ‘Dentro l’acqua’ possa puzzare di bruciato, no?

L’acqua, mio ambiente ideale, è stato l’elemento vincente: lo leggo.

Dalle prime pagine si capisce subito che non si capisce niente.

Uno alla volta i personaggi raccontano la loro versione di una storia che piano piano converge.

Ogni personaggio parla in prima persona, ognuno segue il suo filo logico e il suo punto di vista.

Capitolo dopo capitolo si scopre il tema: in un villaggio che sorge attorno ad un fiume si sono verificate le morti di alcune donne.

Esiste un legame tra i decessi? Suicidi o disgrazie o omicidi?

E se si tratta di omicidio, qual è il movente? Chi è il colpevole?

Tema comune agli eventi, successi a distanza di anni e anche di secoli, è l’annegamento, un tipo di morte di cui leggevo le descrizioni come si guardano le scene di un film horror: con le mani davanti agli occhi nonvogliovedere, dimmiquandofinisce.

In una spirale vorticosa, ogni personaggio si avvicina alla realtà mescolando memorie appannate e corrose dai racconti con fatti recenti, tentando di nascondere alcune verità scomode per proteggere le persone amate.

Fino all’ultima pagina permane il mistero, e anche oltre…

L’amore che mi resta

Dopo le prime tre pagine, lette a fatica tra una domanda e l’altra di Sofia che nel frattempo leggeva Geronimo Stilton, avevo pensato di abbandonare: non posso leggere una storia simile, non ce la faccio ad affrontarla.

Generalmente evito i drammi come argomento delle letture, ritengo sufficienti quelli che capitano nella vita reale e se vivo un periodo sereno non vedo perché dovrei andarli a cercare nei libri.

Il racconto inizia con la corsa in ospedale di Daria e Paolo, che arrivano per la constatazione del decesso della loro figlia Giada, suicida.

Bon, a questo punto avrei chiuso il romanzo di Michela Marzano, se non fosse che la scrittura era semplice ed incisiva e ad ogni termine di capitolo si aggiungeva un elemento che induceva a sbirciare oltre.

Provo a proseguire e scopro che Giada era figlia adottiva. Da qui i capitoli si alternano: uno che ripercorre le tappe dell’adozione e uno che descrive la disperazione di quelli che restano, e la profonda crisi depressiva di Daria.

Non mi ci riconosco in Daria, nè in quella che a 25 anni non riuscendo ad avere figli sceglie di adottare una bambina, nè in quella attuale che non vuole reagire e rifiuta ogni aiuto a farlo.

Daria è apprensiva, è ansiosa, è priva di ambizioni: in tre aggettivi è tutto ciò che non mi descrive affatto.

Ad un certo punto ho iniziato a pensare che Giada, con una madre simile, è stata brava ad arrivarci ai 25 anni.

Un po’ alla volta la storia sposta il punto di vista da Daria a Giada, e approfondisce il disagio del distacco e il dramma dell’abbandono.

Ho un’opinione scettica nei confronti dell’adozione, che ho sempre considerato dal punto di vista del genitore: se per un uomo può ritenersi del tutto equivalente ad una paternità, come donna non riesco a dire altrettanto.

Non sono per la maternità ad ogni costo, ci vedo dietro comunque un passaggio forzato.

Dopo aver letto il romanzo ho iniziato a considerare quanto di difficile c’è anche per il figlio, che dal momento della scoperta inizia a porsi mille interrogativi sul perché e perché proprio io, fino a farne un vero e proprio dramma in alcuni casi.

La lettura mi ha anche fatto scoprire le leggi che regolamentano il ricongiungimento tra i genitori naturali e i figli, e l’esistenza di associazioni che aiutano le persone a ritrovarsi.

Che ci importa del mondo

La storia, di cui è protagonista Viola Agen, mi è sembrata una versione romanzata dell’autobiografia di Selvaggia Lucarelli.

Stessa età, stessa fisicità, stesso tipo di lavoro, stessa situazione sentimentale, stesso figlio con i capelli lunghi e la passione per Godzilla, stesso astio nei confronti del resto del mondo, stessa vena polemica.

La trama è ben gestita, e si arriva alla fine della lettura con curiosità, venendo ripagati con la sorpresa.

Se lo si legge senza vederci il personaggio della Lucarelli e si resta indulgenti è una lettura gradevole.

Io però, pur avendolo letto volentieri, non sono riuscita a staccarmi dal personaggio reale che ci sta dietro e spesso mi sono cadute le braccia, constatando che ‘è proprio fatta così, è lei’.

E perché è bassa di statura che si sente in posizione di inferiorità (mi vien da dirle: ma lo sai che fatica è essere alti?); e perché ha tanto seno però lei non vuole rinunciare a mettersi abiti succinti (oh, e ti pare un problema? Avercene di questi patemi!); e perché è un personaggio pubblico ma è anche una bella donna e tutti la vogliono (ma nessuno la piglia); e perché gli uomini le scrivono i messaggini ma poi non intraprendono azioni concrete… insomma tutto un lamento inutile, su aspetti assolutamente secondari.

Viola è separata dal marito e per mantenere il figlio si inventa la professione di opinionista tv, ovvero va in un salotto pomeridiano (che ha le carte in regola per sembrare quello di Barbara D’Urso) a fare il bastian contrario del personaggio che le assegnano; prima di questo faceva la ghost writer.

Viola colleziona multe per divieto di sosta perché non ha tempo / voglia di cercare un parcheggio.

Viola a casa di un uomo si intrufola in camera da letto per modificare l’illuminazione in modo che lui non si accorga che lei ha la cellulite.

Viola va con le amiche in una SPA e giù pagine e pagine di commenti e critiche sulle altre donne che si aggirano per il bagno turco o la sauna.

Faccio fatica a distinguere Viola da Selvaggia, e constato che è esattamente il personaggio che descrive: scrive bene ma le scappa un po’ di sprecare il suo talento per questioni marginali.

Dieci piccoli infami

Selvaggia Lucarelli è un personaggio controverso. Io stessa l’ho amata per un certo periodo, poi mi è scaduta e ho smesso di seguirla.

Indiscutibilmente brava a scrivere, regina dei paragoni calzanti quanto inusuali, ma di un polemismo a livelli olimpici.

Nata dal nulla (partecipante all’isola dei famosi? Ex compagna di Pappalardo? Giornalista di Libero prima e del Fatto Quotidiano poi? Blogger?) è arrivata ad essere un personaggio pubblico.

I motivi per cui ho abbandonato la lettura dei suoi post è proprio che sempre più spesso sono pezzi di pura sobillazione.

10 piccoli infami è una raccolta di 10 storie, è la denuncia di 10 persone che le hanno ‘fatto del male’.

È lo sputtanamento pubblico di 10 soggetti che hanno avuto la sventura di incontrarla di persona e non trattarla da principessa.

Si va dalla compagna delle elementari, al parrucchiere, alla mamma di un’amica, agli uomini che non l’hanno apprezzata.

Il libro è gradevole, anzi diciamo pure divertente.

Parecchio discutibile la scelta di abusare della propria posizione mediatica per criticare delle persone che non hanno nessuna facoltà di controbattere.

E poi … non occorreva scomodare Agatha Christie per togliersi dei sassolini dalle scarpe!

WHO’S BAD?

Quando un film arriva al terzo episodio della serie ha ormai esaurito la sua carica di novità, oppure ha acquisito finalmente maturità e spessore?

Se il filone di un film ha sèguito generalmente è perché il primo ha avuto gran successo ma poi i sequel ne trascinano un po’ il senso, consumandolo dell’originalità che lo ha fatto apprezzare.

Cattivissimo Me 3 è l’eccezione alla regola: avevo visto i primi due episodi parecchio annoiata, risvegliata solo dalla vivacità del giallo dei Minions.

Il terzo episodio, da poco nelle sale, mi ha invece aggradato parecchio.

Restano i Minions, geniali ed originali, disegnati ed animati con sapiente mano.

La storia dei Minions però è un elemento di contorno al film, che si articola su una trama un po’ più strutturata delle precedenti uscite.

Più che ‘Cattivissimo me 3’ andava intitolato ‘I 3 cattivissimi’, perché tanti sono i diabolici personaggi che si contendono lo scettro.

Oltre al solito Gru troviamo Bratt, l’antagonista, e Dru, il fratello gemello di Gru (carramba-che-sorpresa, non sapeva di avere un fratello).

Gli ideatori del film devono aver capito che al cinema i bambini ci vanno accompagnati dai loro genitori, e fatti due conti sulle loro età, hanno servito un revival degli anni ’80 su un piatto d’argento: i nastri magnetici, l’aerobica di Jane Fonda, le Big Babol, le pettinature cotonate, le giacche con le spalline, i disegni animati con i robot antropomorfi guidati da un umano, con la consolle dei comandi dentro la testa (ricordate “ha la mente di Tezuia”?).

Il tutto condito da una base musicale di eccezione: Michael Jackson, Dire Straits, Madonna.

Lo scontro tra anti-eroi è il filone principale; la storia è attualissima nella collocazione temporale, ed è allineata alla tecnologia corrente (dispositivi touch per illustrare i piani di azione, che reagiscono allo swipe in tempi immediati); mentre Bratt ‘vive’ ancora negli anni ’80, le scene ‘dei giorni nostri’ sono accompagnate dalle musiche di Pharrel Williams.

Ad intrecciare la storia dei tre antagonisti, c’è la raffigurazione dei ruoli genitoriali di Gru e Lucy, che sono (non più) cattivi per lavoro ma umanissimi con ‘le ragazze’.

A loro spiegano la realtà, nonostante questo equivalga a disilluderle, a rivelare che Babbo Natale (o l’unicorno) non esiste; le difendono a spada tratta, le salvano dai pericoli, quelli reali e anche quelli immaginari, da bravi genitori apprensivi; si pongono dubbi sulla loro condotta e sui modelli che devono trasmettere; e poi si sciolgono quando si sentono dire ‘ti voglio bene’.

In particolare gli ideatori devono aver capito che ad accompagnare i figli al cinema sono le madri: la vera vincitrice-risolutrice infatti è una donna, così come donna è la nuova mega presidente del comitato anti crimine.

Interessante anche il tema del rapporto tra le tre sorelle, di diverse età, e la forma di protezione / guida che sviluppano dalla più vecchia alla più giovane, sopperendo laddove i genitori non arrivano.

Ma non voglio raccontarvi troppo del film… è bello da vedere!

Se prima eravamo in due

…adesso siamo in tre!

Divertente diario di una gravidanza e primo anno di vita della figlia scritto in questo caso da un padre.

Se poi il padre in questione è Fausto Brizzi si spiega il perché sia divertente.

Ciò che non mi spiego io è come, nonostante lui per primo intravveda e metta in luce tutte le follie della sua compagna/moglie, le assolva implicitamente.

Non mi piace additare un certo tipo di teorie, a partire dal veganismo e andando avanti, ma il fatto che io non mi cimenti a discuterne non significa che le avalli.

Io per prima cerco di limitare il consumo di carne ma essere vegani significa diventare talebani, estremisti.

Per questo il racconto di Brizzi mi ha fatto da un lato sorridere ma in ultima analisi mi vien da chiedere: ma con un soggetto cosi pericoloso pure un figlio ci hai fatto?

(Cito un esempio per chiarire il tutto: Claudia ha stilato una lista di canzoncine proibite per Penelope.

A parte che già censurare le canzoni per me è follia, ma se nella lista ci fossero state, chessó, faccetta nera o le osterie paraponziponzipó, un senso logico ce lo potrei trovare.

Quando però le canzoni proibite sono sull’onda di ‘Le tagliatelle di nonna Pina’ perché il testo lascia supporre che il ragù, fatto di carne, sia una pozione miracolosa… io dico che la richiesta di divorzio andrebbe presentata seduta stante).