Le madri ribelli non hanno paura

Giada Sundas ha poco più di 20 anni quando scopre di essere in dolce attesa.

Da qui parte il suo racconto, che è quello di una gravidanza e dei primi anni di vita di sua figlia Mya, gioie e dolori.

Il mio approccio a questa lettura è andato a braccetto con lo scetticismo: Matteo Bussola che presenta Giada Sundas per me è un testimonial indigesto. 

Forse alcuni ricordano quanto avessi apprezzato il suo Notti in bianco, baci a colazione, ma una cosa è il libro, altro è il personaggio.

Ma torniamo alla Sundas: la curiosità per la blogger che scrive un libro ha avuto la meglio.

Già dalle prime pagine però ho storto il naso: come descrive lo stato d’animo e le mutazioni a cui è soggetta una donna in gravidanza è esagerato.

E tutto, da pagina 1 in avanti, è eccessivo, ingigantito, sia pure in chiave ironica.

Se io avessi letto certi pensieri e certi resoconti prima di avere le mie figlie mi sarei spaventata, che più o meno è l’effetto che sortivano tutti i racconti delle altre donne già mamme.

C’è questa perversione latente nell’intimorire la nullipara con frasi che iniziano per ‘vedrai / capirai’ che trovo irritante, da sempre e tuttora.

Però Mya è nata esattamente lo stesso giorno in cui è nata Viola, stesso anno. In più la Sundas racconta che fino all’ultimo avrebbe dovuto affrontare un cesareo, per presentazione podalica, come a me è successo con Sofia. 

Due piccioni con una fava, all’autrice è andata dritta perché non potevo non leggere: ad ogni pagina mi ritrovavo io, non fosse che per l’epoca dell’esame che racconta in quella pagina.

Come dicevo è tutto enormemente gonfiato: forse sono stata terribilmente fortunata io che, tranne che per gli ultimi giorni, non ho avvertito grosse differenze tra l’essere incinta e il non esserlo; o forse la Sundas racconta le gravidanze di mille donne diverse, sommando nella sua storia unica tutte le varie difficoltà che ciascuna può avere incontrato.

Ci riproduciamo nello stesso modo da millenni, e vale per tutte le donne: non è eroismo, è la natura che ci vuole così e ci mette addosso la forza per superare dei momenti che hanno dell’incredibile; io personalmente ho vissuto il momento della nascita, quella di Viola in particolare, come i miei personali 10 minuti di onnipotenza.

Però qua e là, ogni tot di pagine, mi ritrovavo in pieno, e ridevo, ridevo di gusto.

Non ho sofferto di nausee, di sbalzi d’umore, di attacchi di fame; non mi sono espansa a dismisura. Non ho rinunciato alla cura della mia persona, né ad un minimo di ordine in casa dopo le nascite.

Però mi sono ritrovata a piangere immotivatamente anche io (alla cassa del supermercato sgridata dal cassiere per come avevo disposto la spesa); mi sono ritrovata a trascorrere diverse notti insonni anche io. E convengo anche sulla constatazione che si passano i giorni ad agognare un certo traguardo (la pappa, le parole, lo spannolinamento) per poi rendersi conto che la difficoltá per certi aspetti aumenta.

Ad un certo punto una frase chiave: la Sundas si rende conto che dalla nascita di Mya non è più uscita. Una sera accetta la proposta di un’amica e lascia la piccola al padre, che è genitore al 50%.

Sembra una cosa ovvia ma non lo è: sono in molte, per quel che vedo, a ritenersi titolari del 100% dei diritti e dei doveri. E che si vittimizzano per questo. Forse sottovalutano le capacità del padre, o forse lo hanno sopravvalutato prima che lo diventasse.

Racconta anche che la sera stessa dell’uscita con l’amica, quando è tornata a casa, ha trovato Mya che camminava, e se sulle prime si rammarica di aver perso i suoi primi passi, subito si rasserena perché realizza che i primi passi non sono più importanti di tutti i successivi.

Arriva ad affermare che essere genitori diventa una missione un po’ più semplice quando si smette di perseguire un certo modello di perfezione.

In sintesi una lettura leggera, un racconto ironico, a tratti forzato ma che riserva degli interessanti spunti di riflessione.

Qualcosa

Dovevo aspettarmelo da una che scrive a 4 mani con Gramellini, ma volevo proprio vedere (se come dice il droghiere…).
Si tratta di un libercolo di un centinaio di pagine, letto nel tempo di una seduta dal parrucchiere per il restauro periodico.
La principessa ‘Qualcosa di troppo’ è una tipa sopra le righe: non come tutti i ragazzini Abbastanza, non c’è nulla di mediocre nella sua vita. 
Ogni cosa che fa deve essere ‘di più’.
Quando arriva per lei l’età del matrimonio suo padre le presenta 5 pretendenti:
qualcosa di più / di speciale / di blu / di giusto / di buffo.
Con ciascuno di questi le cose partono ‘alla grande’, lei sente una forte vibrazione nella pancia che ritiene inequivocabilmente amore; ma nel giro di breve tempo la misura viene colmata, lei si stanca e chiama a gran voce il cavalier Niente.
Ad un certo punto sembra anche di aver trovato un equilibrio, accettando di condividere le sue giornate su smorfialibro, come fanno i ragazzini abbastanza, standosene rinchiusa in casa ed esponendo su un lenzuolo bianco steso fuori dalla finestra un disegno e alcune parole che descrivano il suo stato d’animo.
Con il cavalier Niente, Qualcosa di troppo condivide il suo tempo migliore.
Il cavalier Niente riesce a farle accettare madama Noia.
Il Cavalier Niente le fa comprendere la differenza tra il vuoto che ha sentito dopo la perdita della mamma e il vuoto che crede continuamente di dover colmare.
Quando Qualcosa di troppo riesce a gestire il suo tempo vuoto, a non voler per forza riempire tutto con qualcosa da fare, ad essere come una bottiglia, capace di rimanere vuota per rendersi disponibile ad essere riempita solamente quando serve, finalmente diventa Qualcosa e trova il compagno con cui sta bene.
Come lettura adolescenziale può anche essere valida, ma mi è apparso abbastanza come un trattato di filosofia spiccia: questo denigrare l’uso dei social implica, secondo me, un uso distorto degli stessi.
Se è comunque vero che è l’uso che ne fa la maggior parte della gente, chi ne coglie il meccanismo è perché ne è parte a tutti gli effetti.

L’amore addosso

Non ho mai letto un Harmony ma me lo immagino più o meno così.
Quello di Sara Rattaro è un racconto inverosimile.
E’ la storia di una relazione extraconiugale, anzi due, una matrioska di tradimenti.
La protagonista, Giulia, narra in prima persona la sua storia d’amore con Federico, nata a causa del tradimento che Emanuele, il marito, le perpetra, o almeno così crede.
Ma è anche la storia del tradimento della madre di Giulia nei confronti della figlia, e di Giulia nei confronti della sorella.
La trama coinvolge tempi e luoghi diversi, e non si segue agevolmente il filo logico, se non dopo aver letto tutto il libro.
Il racconto soffre del limite che non produce emozioni, si limita a riferire i fatti accaduti.
Io ad un autore chiedo: non descrivermi un’emozione raccontandomela, fammela provare!
Dimmi di che colore aveva il manico la tazzina del caffè con cui ti sei scottata la lingua, e quanto zucchero ci avevi messo, non limitarti a dirmi che ti sei scottata.
Aggiungi dei dettagli che rendano il racconto realistico; fammi vivere il momento che hai vissuto tu, ricrealo in me, trasmettimi le sensazioni che hai provato.
Invece niente.
Troppi sono i fatti raccontati, una cronaca remota di accadimenti che hanno dell’incredibile e che vengono sciorinati uno dietro l’altro senza far gravare il peso dei dettagli su ciascuno. Un resoconto sterile di un uragano.
Ogni tanto ci sono delle frasi scritte in corsivo, avulse dalla narrazione, vorrebbero essere dei pensieri conclusivi dell’episodio narrato suppongo, ma puzzano tanto di bozze per status che il lettore diligente potrebbe condividere sui social.

13 motivi per non guardarlo

Ero scettica se guardare 13, un po’ perchè non amo le serie tv  (disillusa da LOST, tutta quell’attesa dietro la magica sequenza di numeri che…. non significava niente); un po’ perchè il tema trattato, il bullismo tra adolescenti, veniva affrontato a partire da un suicidio, e temevo di dover assistere a scene crude o raccapriccianti.

Non esiste una sola ragione per suicidarsi, figuriamoci se ne esistono 13 (si tratta eventualmente di un problema clinico chiamato depressione).

Ma dato che il bullismo è un problema concreto ed attuale ho accettato questo compromesso narrativo per seguire l’analisi che la serie ne fa.

Ho già avuto modo di raccontare la mia esperienza personale con il fenomeno, sia da adolescente che da adulta, i cretini sono ben rappresentati nel genere umano.
Hannah Baker, pur essendo morta, è la protagonista della serie; il coprotagonista maschile è Clay Jensen, nelle cui mani finiscono le audiocassette in cui Hannah ha registrato il suo messaggio di addio.
Clay è il classico bravo ragazzo.
Oltre a loro due a condurre lo svolgimento c’è Tony, che riveste il ruolo del grillo parlante di pinocchio, con le sembianze di Ricky Martin.

La trama si svolge con una fitta alternanza di flashback e attualità; per distinguere l’uno dall’altra bisogna guardare il cerotto sulla fronte di Clay, pestato nel primo episodio: se ha il cerotto si tratta di attualità, altrimenti di ricordi.

Più difficile è distinguere dalla realtà quando Clay sogna o vaneggia.
In molti momenti ho provato noia. Tutto ruota attorno alle audiocassette: chi le detiene, chi le ha già ascoltate, come occultarne l’esistenza; mi ricorda molto The ring, quel film horror che ‘quando vedi la video cassetta muori’ e ricevevi la notifica per telefono col messaggio ‘sssettteggiorniiiiii’.

Ho trovato la storia poco credibile: se si voleva stimolare la riflessione sul mancato dialogo tra genitori e figli non si doveva mettere una ficcanaso perennemente in tacco 12 come la madre di Clay, o un padre che lo rimbrotta perché a 18 anni beve il caffè.

Poco realistico il gesto estremo pianificato così minuziosamente da incidere ben 13 racconti; alla fine Hannah dimostra anche un minimo ripensamento ma no, ormai ha impiegato tutto quel tempo a raccontare al registratore e gli ultimi accadimenti non le risollevano il morale come lei si aspetterebbe.

Per esigenze logistiche ho dovuto guardare gli episodi la sera tardi, a volume basso, quando il resto della famiglia dormiva. Ho prestato poca attenzione a certi dettagli, ho colto l’effetto Werther grazie al quale i suicidi si sono moltiplicati, ma un po’ perchè i personaggi si rassomigliavano parecchio, un po’ perchè la storia si sovrapponeva tra passato e presente, non ho capito chi altri si è suicidato, o ci ha comunque provato.

Negli ultimi episodi ho avuto la conferma di quanto temevo dalle prime puntate: le scene raccapriccianti ci sono state.

Giudizio sintetico: osceno! Il suicidio viene presentato come soluzione ai problemi; Hannah si suicida ‘per colpa’ degli altri, presunti amici che l’avrebbero tradita o delusa.

MA DE CHEEEEE????

Quello di cui si parla non è bullismo, sono seghe mentali che ogni adolescente si trova ad affrontare, sono momenti di crescita oltre ai quali i cretini continueranno ad essere cretini, a volte anche piccoli delinquenti o criminali, altre semplicemente delle persone che non hanno capito il nostro stato d’animo esattamente come anche Hannah non ha capito il loro.

Risparmiate il vostro tempo: non guardatelo!

La più amata

Teresa Ciabatti entra nei 12 finalisti del premio Strega 2017 con un libro intitolato ‘La più amata’, che tradotto in linguaggio corrente potrebbe essere ‘La cocca di papà’.

Non ricordo in base a quale segnalazione ho scelto questa lettura, e forse dopo aver tentato di leggere il libro vincitore del premio Strega 2016, La scuola cattolica, avrei dovuto avere delle riserve.

Invece no: lo stile è molto scorrevole, fatto di un flusso di coscienza intriso di dialoghi non introdotti dalle virgolette.

Tutto fluisce attraverso il pensiero dell’autrice senza che sia necessario specificare di volta in volta chi ha pronunciato una frase o l’altra.

Lo dico senza mezze misure: a me dover rileggere un passaggio perchè non ho compreso il significato urta i nervi, e spesso è motivo di abbandono di una lettura. 

Questo non accade nemmeno una volta, piuttosto succede che si ripeta il racconto di una stessa situazione in due passaggi diversi, giusto per rinforzare il concetto.

La storia è una sorta di autobiografia, la vita dell’autrice. In realtà i riflettori sono puntati molto di più sulla vita dei suoi genitori: ora che sono morti trova il coraggio di raccontarne le vicissitudini.

Il padre di Teresa era un primario ospedaliero molto stimato ad Orbetello; la madre, anch’ella medico, proveniva da Roma.

Teresa, che ha anche un fratello gemello, Gianni, ha vissuto un’infanzia e un’adolescenza molto agiate dal punto di vista economico.

Eppure l’intero racconto è inquietante: Teresa si interroga su molti aspetti della vita professionale di suo padre, sulle sue amicizie, sui suoi viaggi, sull’appartenenza alla massoneria.

Teresa è cresciuta in un’enorme villa con piscina sull’Argentario; ogni sua richiesta veniva soddisfatta, ogni capriccio assecondato. In una prima fase sembra portare riconoscenza e stima verso suo padre, che le concedeva tutto ciò e interveniva in suo favore per aiutarla di fronte a qualsiasi evenienza.

Da un certo punto in poi, molto presto nel racconto, inizia a riportare i suoi disturbi della personalità, l’altalena ponderale, i rapporti difficoltosi di amicizia.

Ricostruendo le vicende a partire dai dettagli di cui ha memoria, e arricchendole con quelli che le sono stati raccontati nel tempo, delinea un quadro angosciante del quale è protagonista suo malgrado.

Il libro è un’analisi lucida del suo passato, e un resoconto dettagliato del rapporto tra i suoi genitori: ma per quanto dettagliato è lacunoso in molti passaggi, che lei stessa dichiara di voler colmare per arrivare a comprendere la sua stessa identità.

Il racconto mi ha coinvolta molto: è sincero, è forte ed è sviluppato in maniera lineare, senza andirivieni nel tempo che il lettore potrebbe far fatica a seguire.

Mi rimane un dubbio: è possibile essere capaci di un’autovalutazione così distaccata? Si può giudicare se stessi e la propria famiglia in maniera così obiettiva? Perchè se è si, tanto di cappello. Se invece è no, ed è tutto molto romanzato, mi sento un po’ presa in giro.

Nessuno come noi

Cosa resterà di questi anni 80? Nel 1987 io sostenevo gli esami per la licenza media, mentre il racconto di Luca Bianchini si svolge un po’ più in là, in una terza liceo a Torino.

Gli ingredienti della storia ci sono tutti: amicizia, amore, inciuci. E qua e là, come lo zucchero a velo sulla torta, qualche fattore scatenante dei ricordi: il Moncler, il Pajero, Ciranda de Pedra, le canzoni dei Level42 e degli U2; sì lo so che si sentono ancora, ma allora erano fresche di incisione.

E poi lo scioglipancia di Wanna Marchi, lo Stone Island, i capelli cotonati, i Camperos, i telefoni pubblici a gettone, che ti capitava di trovare la cornetta ancora calda dall’utilizzatore precedente.

Le vicende di un gruppo di adolescenti mi riportano ad un tempo in cui per darsi appuntamento era necessario telefonarsi da casa a casa, ad un tempo in cui si faceva aerobica con gli scaldamuscoli, ad un tempo in cui le esperienze sessuali di ciascuno venivano graduate secondo bizzarre scale di taratura, ad un tempo in cui si aspettava il prossimo a compiere i fatidici 18 anni per andare alla sua festa, ad un tempo in cui durante i compiti in classe ci si lanciava biglietti appallottolati con le soluzioni.

Non si racconta solo di ragazzi, nella storia ci sono anche vicende di uomini e donne; leggerle ora è guardare con occhio adulto coloro che all’epoca ci sembravano infallibili e che poi abbiamo scoperto essere umani.

Un doppio punto di vista sorvola l’opera: quello del lettore adulto che si rivede adolescente e quello del lettore adulto che rivede gli adulti dell’epoca da un punto di vista più maturo. Oppure quello del lettore giovane che scopre un mondo che sembra ormai remoto.

L’ambiente ricreato è fedelissimo: le Timberland, la dicotomia Spandau Ballet o Duran Duran, le felpe della Best Company, le musicassette che perdevano il nastro nel walkman, e per rimetterle in sesto si riavvolgeva con la penna biro, i Burlington, l’Henry Lloyd, la telefonia in duplex col vicino di casa, solo uno dei due telefonava.

E poi … i paninari – i metallari – i sorcini; e ogni volta gli stessi casini.

Io mi ci sono ritrovata in pieno, forse per capire gli adolescenti di oggi bisognerebbe sforzarsi di ricordare gli adolescenti che si è stati.

Nonostante alcune incongruenze (nessun programma di liceo prevede i logaritmi e Ariosto nel corso dello stesso anno scolastico) la trama è semplice ma ben condotta, condita anche di qualche colpo di scena.

Una lettura piacevole, senza pretese, per chi vuole fare un tuffo nel passato o chi vuole sorprendersi leggendo come ci si manteneva in contatto prima dell’avvento dei social network, di internet ma anche solo della telefonia mobile.

Baby boss

In una domenica pomeriggio di maggio che sembra novembre: andiamo al cinema? Tramite l’app dello Space Village prenoto online due biglietti, uno per me e uno per Sofia, scegliendo orario e posti a sedere: che comodità non correre più il rischio di arrivare al cinema e non trovare il posto per lo spettacolo prescelto.

La rotellina sullo schermo dello smartphone gira un bel po’ e poi mi avvisa che ‘Timeout – operazione non riuscita’: fiduciosa ripeto immediatamente la procedura e ottengo lo stesso risultato!

Nella lista prenotazioni non risulta nulla, però per scrupolo verifico la casella di posta e trovo il biglietto in formato .pdf con l’orario della prima prenotazione. Tempo qualche minuto e ricevo anche la mail della seconda.

Avevo fatto una prenotazione per 2 e ora mi ritrovo con 4 biglietti in mano; manca circa un’ora all’inizio dello spettacolo; telefono al numero verde ma accettano solo nuove prenotazioni, nessun codice da digitare per le disdette.

Mi avvio per tempo al multisala, sperando che l’operatore dello sportello sia comprensivo e mi possa stornare l’operazione.

Imbocco le scale che scendono in garage per prendere l’auto, seguita da Sofia e… da Viola, che grida entusiasta ‘si va al cinemaaaa’ e imita la sorella maggiore. Il loro papà, già comodamente piazzato sul divano per seguire ogni curva del motomondiale, certo che Viola avrebbe fatto il riposino pomeridiano, si arrende all’evidenza e abbandona le velleità della domenica relax: tutti al cinema!

Il film di animazione racconta, senza una storia troppo strutturata, cosa accade in una famiglia di tre persone quando arriva un fratellino, confrontando la vita della famiglia a tre e a quattro, l’impatto sui genitori e sul figlio maggiore, paragonando l’alternativa ‘figlio unico’ a quella ‘fratelli’.

In cuor mio ritengo che fosse proprio un film adatto ad una visione comunitaria, sono contenta che Viola e Sofia lo abbiano visto insieme.

Viola si è divertita tantissimo, forse è quella che lo ha apprezzato maggiormente: già dai trailer incitava ‘un altro’ a proseguire la proiezione e non ha mai ceduto al sonno, ha seguito dall’inizio alla fine con immutato entusiasmo, anzi verso la fine si è messa in piedi sulla poltrona a ridere.

Anche Sofia ha apprezzato il lungometraggio e credo che abbia anche assorbito il messaggio.

Quando in famiglia arriva un nuovo elemento succede un po’ come quando si aggiunge un uovo all’impasto della torta.

Dapprima è un corpo estraneo, non c’entra nulla, il composto era già coeso, perchè introdurre un nuovo elemento? poi piano piano, mescolando con pazienza come canta Masha, l’ingrediente si amalgama all’impasto e lo migliora, conferendone elasticità e corpo, ed è impensabile di rimuoverlo. Ci si chiede anzi come si facesse prima, e come si potesse essere convinti che se ne poteva fare a meno, tanto è integrata la sua presenza.

L’ingrediente aggiunto per ultimo non è l’ultimo arrivato, è parte integrante del tutto e ha pari dignità con il resto.

A parte il messaggio, tornando al film, mi è discretamente piaciuto, ma l’ho trovato un po’ monotono, privo di trama, piatto. La versione italiana non vanta l’impreziosimento del doppiaggio di Alec Baldwin e la storia (il boss della grande industria di bambini mandato sulla terra sotto forma di infante) mi è sembrata un po’ forzata.

Bei disegni, belle musiche, pochissimo intreccio, qualche gag divertente.

Se sapessero come fanno i bambini non ne vorrebbero mai uno. Lo stesso si può dire per i wuster.


Gli sdraiati

Ho letto due commenti sul web riferiti a questo libro, di cui è autore Michele Serra; due commenti generici che non ricordo nemmeno se positivi o negativi, semplicemente ho letto a distanza ravvicinata di pochi giorni questo titolo che mi ha incuriosita e ne ho intrapreso la lettura, mi ci sono gettata proprio a capofitto.

Di Michele Serra conosco solo la rubrica l’Amaca che scrive per la Repubblica, e che ogni tanto mi capita di leggere, condividendone in linea di massima le opinioni (sottolineo in linea di massima!).

Gli sdraiati, ovvero la posizione preferita dall’attuale generazione di ventenni.

Giudizio sintetico: inutilmente pomposo ed aulico.

Sin dalla prima pagina qualcosa strideva ma l’avanzamento sembrava molto rapido.

Serra è di una pedanteria ingiustificata: oggetto del libro è l’incomprensione verso il figlio, che si alza tardi quando può (e boicotta la vendemmia); che lascia tutto in giro per casa: tazzine di caffè sporche, posaceneri pieni di mozziconi, strisciate di merda nel water (parole dell’autore) e croste di dentifricio nel lavandino; che fa ore di fila per comperare una felpa trendy; che mentre studia ascolta musica e chatta con un amico simultaneamente; che indossa scarpe e pantaloni sempre poco consoni alle occasioni.

Cioè: se avete voglia di leggere le prediche che fanno le casalinghe chiocce ai figli ormai maggiorenni leggetevelo, è una pizza!

Non ho ricordo che mia madre sia mai stata così rompiballe con me, forse un po’ dell’atteggiamento del figlio sta anche nell’emulazione dei modelli ricevuti.

Serra fà affermazioni che vanno oltre il discutibile, su cui non mi trovo assolutamente d’accordo: secondo Serra le cicche del figlio puzzano di più delle sue (com’era la faccenda della pagliuzza e della trave?).

Sostiene che i figli finché sono piccoli è impossibile non volergli bene, poi te li ritrovi uomini adulti, fisicamente grandi come te e ci devi ragionare, non è più così automatico amarli: no ma vorrei chiedere a Michele se ha mai provato a vestire un bambino per portarlo all’asilo e lui non vuole e sei in ritardo? Suppongo di no!

E poi caro Michele, se non approvi la felpa da 200€ non fai altro che non comperargliela! E anche il tatuaggio dubito che lo abbia fatto gratis.

Io proprio non mi spiego perché tuo figlio dovrebbe provare tutto quell’interesse verso il tuo mondo e quello degli altri tuoi amici barbosi.

Poi c’è pure un capitolo in cui racconta un’ipotetica guerra Vecchi contro Giovani e lì sì è impresa ardua proseguire, ma dura poche pagine.

Il linguaggio adoperato sembra quello di Machiavelli, tutto sommato è leggibile, a tratti anche ironico e simpatico ma una terminologia così ricercata è assolutamente inadatta al tema trattato, e sposta inevitabilmente l’inclinazione del lettore verso il figlio, motivo per cui questa lettura mi ha fatto sentire molto giovane.

A Michè… sul colle della Nasca non ci verrei nemmeno io per tutto l’oro del mondo, anzi… nemmeno dopo morta.

Nessuno si salva da solo

Ho completato la lettura di questo libro di Margaret Mazzantini, che racconta una separazione.

Procedo a scrivere come un elefante in una cristalleria perché su questo tema, quanto mai attuale e sentito, ho conoscenze solo per interposta persona, più o meno da vicino, ma non direttamente, sempre ‘dietro al finestrino’.

Delia e Gaetano, fino a uno ieri non troppo remoto, erano marito e moglie.

Ora si sono divisi ma si incontrano per scambiarsi alcune consegne: hanno due figli, Cosmo e Nicola, e devono organizzarsi per gestirli; lo fanno una sera al ristorante.

Il libro si incentra lì: se fosse un film si svolgerebbe in un’unica scena, più un numero imprecisato di flashback e flashforward.

(Ho scoperto dopo aver scritto il pezzo, ricercando un’immagine, che il film è stato già prodotto).

L’io narrante rimbalza tra Delia e Gaetano, ripetendo anche le stesse situazioni da due punti di vista differenti. Non c’è ordine cronologico nel flusso dei pensieri dei due. Ricordi personali di infanzia si intrecciano con quelli freschi del giorno precedente, racconti di vita familiare dell’uno sorvolano i dettagli della vita lavorativa dell’altro. Emergono in questo quadro anche le figure dei rispettivi genitori e delle loro personalità.

Lo stile è semplice, asciutto: frasi brevi a volte prive del predicato, solo soggetto e complemento, come piace a me.

La terminologia è concreta, talora triviale: fica, scopare, sborare vengono buttati in mezzo alla frase, senza circonlocuzioni complesse, ma senza scadere nella volgarità, anzi il discorso si mantiene ad un livello superiore, non c’è un fabiovolizzamento della storia.

In alcuni punti rileggo un po’ quegli incontri carnali e istintivi di Timoteo ed Italia, protagonisti di ‘Non ti muovere’.

Diversamente dal classico approccio al tema della separazione, dove l’io narrante usa sedersi dalla parte della ragione e definire l’altro un mostro, in questo racconto non esiste un punto di vista preferenziale, non è Delia a sfogarsi o Gaetano ad accusare la ex moglie. 

Sembra quasi che tra loro, o almeno da parte di uno dei due, esista ancora un briciolo di legame, soffocato da sentimenti negativi prevaricatori. Non c’è una vittima o un carnefice, ciascuno viene presentato con la sua quota di responsabilità.

Nella seconda metà del libro si leggono i fatti che sono avvenuti in concomitanza della separazione, ma non c’è un chiaro nesso di causa-effetto.

Come un pittore impressionista l’autrice picchetta la tela, in questo caso le pagine, con piccole macchioline di vita vissuta o di ambizioni e aspettative che nell’assieme danno vita al quadro.

E io, per esprimere il giudizio complessivo, sento la necessità di allontanarmi dal quadro ed osservare più a distanza l’insieme.

 

La bella e la bestia

Ho letto due pareri su questo film, in prima visione nelle sale cinematografiche.

Due pareri opposti: uno a uno palla al centro. Sofia vede il trailer e mi chiede di accompagnarla a vederlo: detto fatto.

Sono arrivata a 44 anni senza mai aver letto la storia, nè sentita raccontare, nè visto il cartone animato; sono entrata in sala come una bambina, un foglio di carta bianca su cui scrivere. Della trama sapeva più Sofia di me.

È una fiaba rivoluzionaria: per la prima volta il personaggio femminile, futura principessa, è innanzitutto una persona autonoma, che si arrangia a fare le cose, senza necessità di un uomo che la aiuta.

Predilige la lettura a tutte le altre attività a cui si dedicano, almeno nel film, le ragazze della sua età.

Mentre i panni si lavano in una sorta di lavatrice lei legge e insegna a leggere ad una bambina.

Per queste sue inclinazioni viene vista come ‘quella strana’ e diffidata dal creare proseliti.

Il bello del paese, Gaston, è innamorato di lei. Rettifico: Gaston, che resta il bello del paese, ha individuato in lei la preda; non è innamorato perché non condivide nemmeno una delle passioni di Belle, nè ne coglie le qualità migliori. Ha semplicemente deciso che il suo obiettivo è farsela moglie: un trofeo, un remake di Don Rodrigo con Lucia, anche se Belle non è promessa a nessuno (ma la peste è tema di entrambe le storie).

Belle, contrariamente alle varie Cenerentole che sposerebbero il principe solo per il titolo nobiliare ed eventualmente il bell’aspetto, lo rifiuta.

“Non sono ancora pronta ad avere dei bambini” è un’affermazione avanguardistica! (Lorenzin mi leggi?)

Il personaggio di Gaston è emblematico e ben rappresentato: quanti Gaston conosciamo nella vita di ogni giorno? Quante volte riusciamo a varcare la soglia del bell’aspetto e, aperta la confezione variopinta sentire la puzza di marcio? È difficile.

La mia mamma mi diceva di preferire il cattivo allo stupido, perché il primo una volta a settimana si riposa: nel caso del film il cattivo è anche brutto, mentre lo stupido è bello. Gli elementi si confondono e non è sempre immediata la distinzione.

Belle, la storia è nota, si ritrova prigioniera nel castello della bestia, un principe che un incantesimo ha trasformato in una specie di licantropo 24h.

Belle fa di più che rifiutare il bello che non balla: supera la repulsione per un aspetto sgradevole e apprezza le doti intellettive, la generosità e la sensibilità della bestia, e arriva ad innamorarsene.

In questa storia non è il principe (uomo) che deve baciare Biancaneve, o Aurora, cadute nel sonno profondo (detto fra noi: morte! e anche un po’ sventate per il modo in cui lo hanno fatto); tocca a Belle baciare la bestia (un po’ come il ranocchio che solo dopo un bacio assume nuovamente le sembianze umane).

Biancaneve al risveglio non può fare altro che accettare di sposare il principe, in segno di ringraziamento; mentre Belle non accetta ma chiede, anzi esige, di riportare la bestia in vita, per poter restare con lui (che già è innamorato di lei e ammette di poterla perdere piuttosto che tenerla prigioniera).

Ho riconosciuto altri elementi comuni a diverse fiabe famose: il castello di ghiaccio non è lo stesso in cui è confinata Elsa? Che poi è chiara la metafora ghiaccio = difficoltà a esprimere i sentimenti.

I lupi nel bosco, non erano già in Cappuccetto rosso?

E il castello in cui Belle è segregata, priva della sua libertà, mi ricorda un po’ la torre di Rapunzel, in cui la madre la teneva prigioniera.

Lo specchio che conduce Belle a vedere altrove (che la riporta a Parigi dalla madre) non è fratello dello specchio specchio delle mie brame? 

Che poi quando Gaston se lo ruba e lo mostra a tutti per far vedere la bestia col suo aspetto terribile mi ricorda un po’ le dirette Facebook: uno stolto che mostra alla folla qualcosa che sembra inconfutabile. Esibisce la fonte del raccapriccio, commenta, aizza.

Ma questa, della diretta Facebook, è una fiaba moderna.

La gente crede a Gaston: lui è bello quindi ciò che dice è vero. Il sillogismo fa’ acqua da tutte le parti, eppure è tristemente quotidiano.

Un altro personaggio degno di nota è LeTont (lefou in lingua originale, el mona in dialetto veneto). Spalla costante di Gaston, di aspetto meno prestante ma decisamente più elegante nel ragionamento.

Cerca di fare riflettere l’amico sulle sue azioni scellerate, lo conforta, lo calma; alla fine lo asseconda sempre, perché ne è innamorato: ma quale altra storia Disney parla di amore gay? Questa è avanti anni luce!

Alla fine del film (dai non è spoiler, credo di essere l’unica che non conosceva la storia e comunque mi aspettavo il lieto fine) gli oggetti animati, che erano persone prima che l’anatema cadesse sulla bestia, ritornano esseri umani: per me è stato un po’ come aver conosciuto dei personaggi nascosti dietro un avatar (Lumiere, Mrs Bric) che si rivelano a fine film, cosa che oggigiorno accade di frequente con i profili virtuali usati nei vari social; e mi sono stupita perché li avevo immaginati diversi, nell’età e nell’aspetto.

Il mio giudizio complessivo è sicuramente positivo anche se forse non troppo adatto ad un pubblico di bambini. 

E comunque io la bestia la preferivo in versione animale, l’umano mi sembra quasi banale.