Fai uno squillo quando arrivi

Se il nome che l’autrice del libro, Stella Pulpo, ha dato al suo blog è ‘Memorie di una vagina’ non avrei dovuto aspettarmi di più, ma io sono fiduciosa e concedo il beneficio del dubbio un po’ a tutti.

Il romanzo racconta di Nina, pugliese trapiantata a Milano, con un ex fidanzato ingombrante.

Alessandro, questo il nome dell’ex, si cala una droga che gli cancella la memoria, proprio nel periodo in cui lei rientra a Taranto per le ferie estive.

Da qui lo spunto per un revival dei tempi passati, sia in termini di vicende personali che come contesto storico.

Brillante come idea, ma assolutamente mal dipanata.

Il racconto indugia eccessivamente sull’uso di sostanze stupefacenti, non come denuncia, ma come abitudine normale. Ad ogni altra pagina la descrizione delle caratteristiche organolettiche e sensazionali dei vari tipi di cannabis in circolazione.

Questo per le pagine dispari; le pagine pari invece occupate dai racconti degli incontri ravvicinati con l’uomo del capitolo, con terminologie che non leggevo stampate dall’ultima copia di Cioè che ho comperato, nel lontano 1987 e forse prima.

Apprezzabili le descrizioni di Taranto e dintorni, del calore della terra pugliese, del rammarico comprensibile di chi è costretto ad abbandonare un contesto naturale meraviglioso per trasferirsi per il lavoro in pianura padana, peggio di tutto a Milano. Lasciare gli affetti, gli amici, le abitudini per ricominciare tutto da capo.

Lodevole anche il focus sul problema Ilva, sul chi resta e non ha alternativa, sull’accettazione forzata di un insalubre posto di lavoro.

Molto simile a Da domani mi alzo presto, ma in versione a tinte forti, e per giunta privo di lieto fine.

Scrittura fluente che mi ha permesso di arrivare all’ultima pagina, nonostante avessi la sensazione di sprecare il mio tempo mentre leggevo.

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Dentro l’acqua

Il primo romanzo di Paula Hawkins, La ragazza del treno, mi era piaciuto ma secondo me non era all’altezza del successo mondiale che ha riscosso.

Quest’anno la stessa autrice è ritornata con un nuovo thriller, super reclamizzato: torrette di esposizione dedicate negli angoli libreria dei supermercati, in primo piano ovunque. E io ci sentivo puzza di bruciato.

Ma è difficile che un romanzo intitolato ‘Dentro l’acqua’ possa puzzare di bruciato, no?

L’acqua, mio ambiente ideale, è stato l’elemento vincente: lo leggo.

Dalle prime pagine si capisce subito che non si capisce niente.

Uno alla volta i personaggi raccontano la loro versione di una storia che piano piano converge.

Ogni personaggio parla in prima persona, ognuno segue il suo filo logico e il suo punto di vista.

Capitolo dopo capitolo si scopre il tema: in un villaggio che sorge attorno ad un fiume si sono verificate le morti di alcune donne.

Esiste un legame tra i decessi? Suicidi o disgrazie o omicidi?

E se si tratta di omicidio, qual è il movente? Chi è il colpevole?

Tema comune agli eventi, successi a distanza di anni e anche di secoli, è l’annegamento, un tipo di morte di cui leggevo le descrizioni come si guardano le scene di un film horror: con le mani davanti agli occhi nonvogliovedere, dimmiquandofinisce.

In una spirale vorticosa, ogni personaggio si avvicina alla realtà mescolando memorie appannate e corrose dai racconti con fatti recenti, tentando di nascondere alcune verità scomode per proteggere le persone amate.

Fino all’ultima pagina permane il mistero, e anche oltre…

L’amore che mi resta

Dopo le prime tre pagine, lette a fatica tra una domanda e l’altra di Sofia che nel frattempo leggeva Geronimo Stilton, avevo pensato di abbandonare: non posso leggere una storia simile, non ce la faccio ad affrontarla.

Generalmente evito i drammi come argomento delle letture, ritengo sufficienti quelli che capitano nella vita reale e se vivo un periodo sereno non vedo perché dovrei andarli a cercare nei libri.

Il racconto inizia con la corsa in ospedale di Daria e Paolo, che arrivano per la constatazione del decesso della loro figlia Giada, suicida.

Bon, a questo punto avrei chiuso il romanzo di Michela Marzano, se non fosse che la scrittura era semplice ed incisiva e ad ogni termine di capitolo si aggiungeva un elemento che induceva a sbirciare oltre.

Provo a proseguire e scopro che Giada era figlia adottiva. Da qui i capitoli si alternano: uno che ripercorre le tappe dell’adozione e uno che descrive la disperazione di quelli che restano, e la profonda crisi depressiva di Daria.

Non mi ci riconosco in Daria, nè in quella che a 25 anni non riuscendo ad avere figli sceglie di adottare una bambina, nè in quella attuale che non vuole reagire e rifiuta ogni aiuto a farlo.

Daria è apprensiva, è ansiosa, è priva di ambizioni: in tre aggettivi è tutto ciò che non mi descrive affatto.

Ad un certo punto ho iniziato a pensare che Giada, con una madre simile, è stata brava ad arrivarci ai 25 anni.

Un po’ alla volta la storia sposta il punto di vista da Daria a Giada, e approfondisce il disagio del distacco e il dramma dell’abbandono.

Ho un’opinione scettica nei confronti dell’adozione, che ho sempre considerato dal punto di vista del genitore: se per un uomo può ritenersi del tutto equivalente ad una paternità, come donna non riesco a dire altrettanto.

Non sono per la maternità ad ogni costo, ci vedo dietro comunque un passaggio forzato.

Dopo aver letto il romanzo ho iniziato a considerare quanto di difficile c’è anche per il figlio, che dal momento della scoperta inizia a porsi mille interrogativi sul perché e perché proprio io, fino a farne un vero e proprio dramma in alcuni casi.

La lettura mi ha anche fatto scoprire le leggi che regolamentano il ricongiungimento tra i genitori naturali e i figli, e l’esistenza di associazioni che aiutano le persone a ritrovarsi.

Che ci importa del mondo

La storia, di cui è protagonista Viola Agen, mi è sembrata una versione romanzata dell’autobiografia di Selvaggia Lucarelli.

Stessa età, stessa fisicità, stesso tipo di lavoro, stessa situazione sentimentale, stesso figlio con i capelli lunghi e la passione per Godzilla, stesso astio nei confronti del resto del mondo, stessa vena polemica.

La trama è ben gestita, e si arriva alla fine della lettura con curiosità, venendo ripagati con la sorpresa.

Se lo si legge senza vederci il personaggio della Lucarelli e si resta indulgenti è una lettura gradevole.

Io però, pur avendolo letto volentieri, non sono riuscita a staccarmi dal personaggio reale che ci sta dietro e spesso mi sono cadute le braccia, constatando che ‘è proprio fatta così, è lei’.

E perché è bassa di statura che si sente in posizione di inferiorità (mi vien da dirle: ma lo sai che fatica è essere alti?); e perché ha tanto seno però lei non vuole rinunciare a mettersi abiti succinti (oh, e ti pare un problema? Avercene di questi patemi!); e perché è un personaggio pubblico ma è anche una bella donna e tutti la vogliono (ma nessuno la piglia); e perché gli uomini le scrivono i messaggini ma poi non intraprendono azioni concrete… insomma tutto un lamento inutile, su aspetti assolutamente secondari.

Viola è separata dal marito e per mantenere il figlio si inventa la professione di opinionista tv, ovvero va in un salotto pomeridiano (che ha le carte in regola per sembrare quello di Barbara D’Urso) a fare il bastian contrario del personaggio che le assegnano; prima di questo faceva la ghost writer.

Viola colleziona multe per divieto di sosta perché non ha tempo / voglia di cercare un parcheggio.

Viola a casa di un uomo si intrufola in camera da letto per modificare l’illuminazione in modo che lui non si accorga che lei ha la cellulite.

Viola va con le amiche in una SPA e giù pagine e pagine di commenti e critiche sulle altre donne che si aggirano per il bagno turco o la sauna.

Faccio fatica a distinguere Viola da Selvaggia, e constato che è esattamente il personaggio che descrive: scrive bene ma le scappa un po’ di sprecare il suo talento per questioni marginali.

Dieci piccoli infami

Selvaggia Lucarelli è un personaggio controverso. Io stessa l’ho amata per un certo periodo, poi mi è scaduta e ho smesso di seguirla.

Indiscutibilmente brava a scrivere, regina dei paragoni calzanti quanto inusuali, ma di un polemismo a livelli olimpici.

Nata dal nulla (partecipante all’isola dei famosi? Ex compagna di Pappalardo? Giornalista di Libero prima e del Fatto Quotidiano poi? Blogger?) è arrivata ad essere un personaggio pubblico.

I motivi per cui ho abbandonato la lettura dei suoi post è proprio che sempre più spesso sono pezzi di pura sobillazione.

10 piccoli infami è una raccolta di 10 storie, è la denuncia di 10 persone che le hanno ‘fatto del male’.

È lo sputtanamento pubblico di 10 soggetti che hanno avuto la sventura di incontrarla di persona e non trattarla da principessa.

Si va dalla compagna delle elementari, al parrucchiere, alla mamma di un’amica, agli uomini che non l’hanno apprezzata.

Il libro è gradevole, anzi diciamo pure divertente.

Parecchio discutibile la scelta di abusare della propria posizione mediatica per criticare delle persone che non hanno nessuna facoltà di controbattere.

E poi … non occorreva scomodare Agatha Christie per togliersi dei sassolini dalle scarpe!

WHO’S BAD?

Quando un film arriva al terzo episodio della serie ha ormai esaurito la sua carica di novità, oppure ha acquisito finalmente maturità e spessore?

Se il filone di un film ha sèguito generalmente è perché il primo ha avuto gran successo ma poi i sequel ne trascinano un po’ il senso, consumandolo dell’originalità che lo ha fatto apprezzare.

Cattivissimo Me 3 è l’eccezione alla regola: avevo visto i primi due episodi parecchio annoiata, risvegliata solo dalla vivacità del giallo dei Minions.

Il terzo episodio, da poco nelle sale, mi ha invece aggradato parecchio.

Restano i Minions, geniali ed originali, disegnati ed animati con sapiente mano.

La storia dei Minions però è un elemento di contorno al film, che si articola su una trama un po’ più strutturata delle precedenti uscite.

Più che ‘Cattivissimo me 3’ andava intitolato ‘I 3 cattivissimi’, perché tanti sono i diabolici personaggi che si contendono lo scettro.

Oltre al solito Gru troviamo Bratt, l’antagonista, e Dru, il fratello gemello di Gru (carramba-che-sorpresa, non sapeva di avere un fratello).

Gli ideatori del film devono aver capito che al cinema i bambini ci vanno accompagnati dai loro genitori, e fatti due conti sulle loro età, hanno servito un revival degli anni ’80 su un piatto d’argento: i nastri magnetici, l’aerobica di Jane Fonda, le Big Babol, le pettinature cotonate, le giacche con le spalline, i disegni animati con i robot antropomorfi guidati da un umano, con la consolle dei comandi dentro la testa (ricordate “ha la mente di Tezuia”?).

Il tutto condito da una base musicale di eccezione: Michael Jackson, Dire Straits, Madonna.

Lo scontro tra anti-eroi è il filone principale; la storia è attualissima nella collocazione temporale, ed è allineata alla tecnologia corrente (dispositivi touch per illustrare i piani di azione, che reagiscono allo swipe in tempi immediati); mentre Bratt ‘vive’ ancora negli anni ’80, le scene ‘dei giorni nostri’ sono accompagnate dalle musiche di Pharrel Williams.

Ad intrecciare la storia dei tre antagonisti, c’è la raffigurazione dei ruoli genitoriali di Gru e Lucy, che sono (non più) cattivi per lavoro ma umanissimi con ‘le ragazze’.

A loro spiegano la realtà, nonostante questo equivalga a disilluderle, a rivelare che Babbo Natale (o l’unicorno) non esiste; le difendono a spada tratta, le salvano dai pericoli, quelli reali e anche quelli immaginari, da bravi genitori apprensivi; si pongono dubbi sulla loro condotta e sui modelli che devono trasmettere; e poi si sciolgono quando si sentono dire ‘ti voglio bene’.

In particolare gli ideatori devono aver capito che ad accompagnare i figli al cinema sono le madri: la vera vincitrice-risolutrice infatti è una donna, così come donna è la nuova mega presidente del comitato anti crimine.

Interessante anche il tema del rapporto tra le tre sorelle, di diverse età, e la forma di protezione / guida che sviluppano dalla più vecchia alla più giovane, sopperendo laddove i genitori non arrivano.

Ma non voglio raccontarvi troppo del film… è bello da vedere!

Se prima eravamo in due

…adesso siamo in tre!

Divertente diario di una gravidanza e primo anno di vita della figlia scritto in questo caso da un padre.

Se poi il padre in questione è Fausto Brizzi si spiega il perché sia divertente.

Ciò che non mi spiego io è come, nonostante lui per primo intravveda e metta in luce tutte le follie della sua compagna/moglie, le assolva implicitamente.

Non mi piace additare un certo tipo di teorie, a partire dal veganismo e andando avanti, ma il fatto che io non mi cimenti a discuterne non significa che le avalli.

Io per prima cerco di limitare il consumo di carne ma essere vegani significa diventare talebani, estremisti.

Per questo il racconto di Brizzi mi ha fatto da un lato sorridere ma in ultima analisi mi vien da chiedere: ma con un soggetto cosi pericoloso pure un figlio ci hai fatto?

(Cito un esempio per chiarire il tutto: Claudia ha stilato una lista di canzoncine proibite per Penelope.

A parte che già censurare le canzoni per me è follia, ma se nella lista ci fossero state, chessó, faccetta nera o le osterie paraponziponzipó, un senso logico ce lo potrei trovare.

Quando però le canzoni proibite sono sull’onda di ‘Le tagliatelle di nonna Pina’ perché il testo lascia supporre che il ragù, fatto di carne, sia una pozione miracolosa… io dico che la richiesta di divorzio andrebbe presentata seduta stante).

A volte ritorno

John Niven irriverente? Così lo avevo sentito definire ma io lo direi addirittura blasfemo.

Non intendo dare un’accezione estremamente negativa all’aggettivo, ma estremamente audace.

Con un linguaggio attuale e vivace, senza mezzi termini, anzi turpiloquiale all’occorrenza, vengono messe in discussione le interpretazioni degli insegnamenti cristiani essenziali.

In uno dei primi capitoli Dio esclama ‘Fate i bravi, cazzo! …cosa c’era di difficile in un dogma così esplicito?’.

Invece osservando ciò che è accaduto sulla terra negli ultimi secoli sembra che nessuno abbia capito nulla.

Dio decide così di rispedire sulla terra suo figlio.

La storia è gustosissima: Gesù Cristo (“Dio, direi di dargli un altro nome questa volta” suggerisce uno dei fidati; “e perché?” controbatte Dio) è un pacifico hippie che raccoglie attorno a sè una serie di soggetti poco convenzionali, partecipa ad un concorso canoro per racimolare soldi, fonda una comunità.

La denuncia verso i meccanismi che reggono la vita moderna è cinica e spietata, ma scritta in modo così leggero che vien da chiedersi come mai non ci si è mai dato tanto peso.

Gli sprechi alimentari, l’ipocrisia di certi fanatismi (movimenti contro i gay o antiabortisti), i proclami papali, i palinsesti televisivi e la spettacolarizzazione delle tragedie private, l’immoralità degli sponsor, la libera detenzione di armi, fino alla pena di morte.

Gesù Cristo viene descritto come un uomo bellissimo, capace di virtuosismi rapsodici alla chitarra, indomabile da qualunque autorità e imperturbabile, capace di mantenere la calma nelle situazioni più ardue, capace di amare profondamente il prossimo suo, a prescindere dall’affinità, e capace di perdonare sinceramente chi gli usa del male.

Quello del perdono è, per la mia lettura, l’aspetto di cui vengono portati esempi più tangibili: è facile parlare di perdono in senso astratto, nel racconto vengono portati esempi reali e concreti di perdono, e obiettivamente l’atto di perdonare non è affatto semplice.

Il tutto narrato non con toni da sermone domenicale (anzi la critica verso la chiesa è decisamente esplicita) ma con esempi realistici e piuttosto coloriti.

Un romanzo vero, nonostante la storia di pura fantasia, crudo, nonostante la leggerezza, toccante.

Anna sta mentendo

Originale e al passo coi tempi l’idea su cui si basa il romanzo di Federico Baccomo.

Sullo smartphone di Riccardo, il protagonista, si installa, per vie misteriose, una App denominata WhatsTrue, un programma di messaggistica istantanea del tutto analogo al più noto WhatsUp ma con una singolarità: mentre l’interlocutore scrive il messaggio, se ciò che digita non corrisponde a verità, al destinatario compare, in luogo di ‘sta scrivendo…’ un allarmante ‘sta mentendo…’.

Dopo le doppie spunte blu e l’ora dell’ultimo accesso un’ipotesi simile non è nemmeno troppo distante dalla realtà.

Nel corso della storia l’App si aggiorna aggiungendo nuove funzionalità, ovvero tradurre nella verità ciò che scrive il mendace interlocutore.

La trama si svolge tutta nell’esplorazione dei risvolti di un simile potenziale e arriva anche a qualche considerazione interessante.

“…ma decidere di credere così a quello che ti dice uno che poi è comunque uno sconosciuto, farlo senza nemmeno darmi la possibilità di difendermi, di giustificarmi, io, credimi, proprio non lo riesco a capire.”

Lo stile è fluente, ma non brillante: a tratti più che un romanzo sembra di leggere un blog, con una serie di appunti scritti a margine tipo ‘questo lo spiego dopo’ o ‘se ve lo raccontavo prima in maniera più chiara rovinavo la suspence’.

E poi a una persona con una sufficiente sensibilità non serve nessuna app per capire se chi scrive è sincero.

Le luci nelle case degli altri

Credevo di aver chiuso con la Gamberale; dopo Qualcosapensavo di aver avuto un assaggio sufficiente della sua arte.

Poi MariaPia mi ha suggerito ‘Le luci nelle case degli altri’, solo quello ha aggiunto.

Di lei e delle sue opinioni mi fido, e infatti la lettura non l’ha smentita.

Mandorla ha sei anni e vive da sola con la madre, Maria, al condominio di via Grotta Perfetta, che ospita altre cinque famiglie.

Una sera Maria rimane vittima di un incidente e non fa più ritorno a casa, lasciando Mandorla orfana.

Viene rinvenuta una lettera in cui Maria lascia intendere che il padre di Mandorla, che la bimba ha sempre creduto un astronauta, potrebbe essere un uomo del condominio che, per noia o per curiosità al lavatoio del sesto piano ha avuto un rapporto con Maria.

I condomini decidono di adottare Mandorla, a turno, facendole trascorrere un periodo in ogni famiglia.

Mandorla così cresce un po’ qua e un po’ là, in contesti familiari differenti, assaporando il gusto di diversi tipologie genitoriali e imparando che i genitori, o gli adulti in genere, pur essendo dei modelli di riferimento, hanno i loro difetti, le loro debolezze, i momenti di crisi.

L’esperienza adottiva incomincia dalla signorina Tina Polidoro, una maestra ormai in pensione, zitellissima ma con un ex allievo super balbuziente che le fa frequente visita.

Si sposta poi a Paolo e Michelangelo, una coppia gay.

È il turno quindi di Cate(rina) e Samuele, genitori del piccolo Lars, due spaiati che non ci azzeccano niente l’uno con l’altro.

Tocca poi a Lidia e Lorenzo, coppia senza figli, che portano Mandorla a fare lunghi viaggi in giro per il mondo; e infine la famiglia dell’ing. Barilla, una classica famiglia madre + padre + due figli.

Chi di loro sarà il padre di Mandorla? La certezza può arrivare solo dal test del DNA che viene rimandato a oltranza; il dubbio spinge Mandorla a riflettere, durante una lunga notte in carcere, riassumendo tutti gli eventi che l’hanno condotta fino a lì, ricostruendo tutta la sua storia e analizzando caso per caso sia le probabilità che si tratti dell’uno o dell’altro, sia il modello del rapporto genitore / figlio che si è creato nell’uno o nell’altro caso.

Chi sarà il vero padre? Questo lo lascio scoprire a chi avrà voglia di leggere il romanzo.

La lettura è decisamente gradevole, lo stile è immediato, si ha proprio l’impressione di essere lì sul pianerottolo di uno degli appartamenti del condominio, e percepire dalle chiacchiere e dalle voci le personalità dei protagonisti; è come passare lì davanti, vedere la luce accesa e, buttando l’occhio dentro alla finestra, ricostruire da piccoli momenti quotidiani lo stile di vita del nucleo che abita questa o quella casa.

E poi, nelle periodiche riunioni che i condomini tengono, individuare i punti di contatto e le differenze.

Ciò che mi resta da osservare è che anche in questo caso si ripete lo schema dei cinque casi, come sarà poi in Qualcosa.

Il testo però è molto più romanzato e solo una volta arrivata al capitolo conclusivo ho compreso l’intento analitico dell’opera, tanto da stimolarmi ad una rilettura.